1,720,987 research outputs found
COSTRUZIONE E VALIDAZIONE DI UN QUESTIONARIO SULLA SODDISFAZIONE LAVORATIVA DEGLI INSEGNANTI
Adattamento della Social Dominance Orientation Scale a soggetti in età evolutiva
IntroduzioneL’orientamento alla dominanza sociale si origina dalla constatazione che tutte le società umane sono basate su strutture gerarchiche e su rapporti di dominio e sottomissione.La letteratura esistente sullo sviluppo di questo fenomeno nei bambini è tuttora molto povera e limitata. In particolare, non esistono strumenti standardizzati per la rilevazione di tale atteggiamento, ma le uniche sperimentazioni effettuate in soggetti in età evolutiva hanno frequentemente utilizzato oggetti o immagini. Ciò potrebbe dipendere dal convincimento che gli adulti hanno più influenza sociale rispetto ai giovani, ai bambini e agli anziani (Sidanius, Pratto, 2004). La presente ricerca soddisfa un duplice obiettivo: da un lato, verificare l’adattabilità di uno strumento per adulti (SDO Scale) su una popolazione di soggetti in età evolutiva; dall’altro, rilevare se i livelli di dominanza sociale di una classe sono correlabili a quelli dei rispettivi insegnanti.MetodoLa prima fase della ricerca ha riguardato l’adattamento del contenuto degli item all’età target, attraverso due somministrazioni ad un gruppo di 40 bambini che ha consentito di rilevare ambiguità e difficoltà di comprensione. Nella seconda fase, la scala è stata somministrata a 557 bambini (M = 50%), con un’età media di 9 anni (d.s. 1,05), frequentanti otto scuole del territorio reggiano, ed ai relativi insegnanti (49).RisultatiL’analisi fattoriale (metodo ACP, rotazione Promax) conferma la struttura bifattoriale della versione per adulti (Di Stefano e Roccato, 2004): il fattore 1 si compone di 10 item (varianza spiegata 16,092%; α = ,6223) e il fattore 2 di 7 item (varianza spiegata 11,177%; α = ,6391).I principali risultati che emergono dall’analisi dei dati sono così riassumibili:•i punteggi alla dominanza sociale sono al di sotto della Me teorica sia nei bambini che negli insegnanti;•l’orientamento alla dominanza sociale sembra incrementare con l’aumentare dell’età;•sembra esserci relazione fra l’orentamento alla dominanza sociale degli insegnanti e quello degli alunni
Il pregiudizio che non c’è: adattamento a soggetti in età evolutiva delle scale di Pettigrew e Meertens
IntroduzioneIl pregiudizio è un fenomeno complesso da definire: è al contempo un costrutto individuale e un processo di gruppo (Brown, 1997); ha una componente manifesta e una latente (Pettigrew e Meertens, 1995); coincide con altre variabili quali stereotipi, autoritarismo e categorizzazione sociale. Gli studi sulla formazione del pregiudizio nei bambini non sono copiosi e sono accomunati dall’impiego di stimoli visivi raffiguranti le appartenenze etniche (Clark e Clark, 1947; Yee e Brown, 1988). La presente ricerca soddisfa un duplice obiettivo: da un lato, verificare l’adattabilità di uno strumento per adulti su una popolazione di soggetti in età evolutiva; dall’altro, rilevare se i livelli di pregiudizio di una classe sono correlabili a quelli dei rispettivi insegnanti. MetodoLa prima fase della ricerca ha riguardato l’adattamento del contenuto degli item all’età target, attraverso due somministrazioni ad un gruppo di 40 bambini che ha consentito di rilevare ambiguità e difficoltà di comprensione. Nella seconda fase, la scala è stata somministrata a 556 bambini (M = 50%), con un’età media di 9 anni (d.s. 1,05), frequentanti otto scuole del territorio reggiano, ed ai relativi insegnanti.RisultatiL’analisi fattoriale (metodo ACP, rotazione Varimax), effettuata separatamente per le due scale, conferma la struttura della versione per adulti (Manganelli Rattazzi e Volpato, 2001): nel caso del pregiudizio manifesto si evidenzia una struttura bifattoriale (varianza totale spiegata 35,542%); nel caso del pregiudizio latente, invece, la struttura emersa è trifattoriale (varianza totale spiegata 42,458%).I principali risultati che emergono dall’analisi dei dati sono così riassumibili:•i livelli di pregiudizio manifesto e latente sono al di sotto della Me teorica sia nei bambini che negli insegnanti;•i bambini che frequentano scuole a tempo pieno presentano punteggi biù bassi ad entrambe le scale;•non sembra esserci alcuna relazione fra i livelli di pregiudizio degli insegnanti e quelli degli alunni
Tempo supplementare: quando il futuro si gioca nel presente
IntroduzioneL’esperienza del tempo pieno, sin dalla sua istituzione negli anni ’70, ha dato un enorme contributo al rinnovamento della scuola italiana poiché ha consentito l’utilizzo di tecniche didattiche attive che, coinvolgendo il più possibile i bambini, privilegiano l’apprendimento collaborativo, contrastando così l’idea solitaria e passiva dell’apprendimento. Ancora oggi questa proposta di scuola si pone come elemento di tutela e di difesa di una progettualità formativa, imperniata sull’integrazione, sulla promozione culturale e sociale ma anche sul confronto e sulla diversità. La classe, infatti, è l’ambiente in cui si pratica la reciprocità culturale, in cui matura la consapevolezza di far parte di una comunità ancora più vasta; è l’esempio vivo in cui si può agire lo scambio, non solo in attesa del domani ma nel presente, assegnando compiti da svolgere, assumendo responsabilità, raggiungendo obiettivi comuni e condivisi (Bruner, 1977).La presente ricerca soddisfa un duplice obiettivo: da un lato, verificare se il senso e il significato del tempo pieno sono cambiati dopo trent’anni dalla sua attuazione; dall’altro, individuare il valore aggiunto, alla didattica e alle relazioni, derivante da questo tipo di esperienza.MetodoLa ricerca ha coinvolto venti insegnanti di tempo pieno cui è stata somministrata un’intervista strutturata (Zammuner, 1998) composta da domande orientate a ricostruire la storia del tempo pieno, conoscere l’attribuzione di senso da parte di chi lo vive, e scoprire, infine, quali siano le variabili educative e psicologiche che entrano in gioco in questa esperienza.Il testo delle interviste è stato analizzato tramite il T-Lab (Lancia, 2004), software che, integrando linguistica e statistica, consente l'estrazione, la comparazione e la mappatura dei contenuti presenti nel corpus. Dopo aver individuato le parole chiave, sono state effettuate due analisi: l’associazione di parole, per calcolare la frequenza con cui ogni termine si presenta nel corpus delle interviste (occorrenza) e il suo grado di associazione con altre parole salienti (co-occorrenze); il confronto fra parole, per verificare somiglianze e differenze fra coppie di parole.RisultatiPer ciò che concerne il primo obiettivo, gli insegnati denunciano un cambiamento nel senso e significato del tempo pieno ma con valenza differente: se, da una parte, si collocano coloro che avvertono un’involuzione del sistema scolastico, come rispecchiamento dell’andamento della società, dall’altra vi è chi ritiene che i genitori scelgano tale tipologia di scuola non più costretti dalle proprie esigenze di lavoro, come avveniva in passato, ma perché consapevoli della migliore offerta educativa.Rispetto al secondo obiettivo, emerge che il valore aggiunto del tempo pieno sia la possibilità di lavorare in gruppo grazie ai tempi più distesi, a differenza della scuola a modulo. Ciò influisce sia sulla didattica, poiché il contesto favorisce l’apprendimento degli allievi, sia sul piano relazionale in quanto le attività in e di gruppo attiverebbero la cooperazione, socializzazione, integrazione e lo sviluppo dell’identità sociale, ponendo gli alunni nella condizione di confrontarsi anche con bambini di diversa etnia. Ne deriva un atteggiamento più partecipe e interessato della famiglia alle dinamiche scolastiche, probabilmente perché il tempo “dilatato” favorisce le comunicazioni con gli insegnanti.Sul tempo pieno sono scarsi o nulli i contributi di ricerca in Italia, nonostante la valenza educativo/relazionale riconosciuta dalla sua attuazione ad oggi (l’integrazione che deriva dalle attività di gruppo è preventiva dell’emarginazione e del pregiudizio) e il dibattito attivato dalla proposta Moratti che vorrebbe abrogarlo
Un ponte fra isole di significati: il mediatore linguistico-culturale
IntroduzioneI diversi significati che connotano il termine mediazione si pongono all’interno di un continuum i cui estremi fanno riferimento rispettivamente alla gestione dei conflitti (Besemer, 1999; Baraldi 2003) e alla messa in atto di strategie per l’integrazione linguistico-interculturale (Fabris, 2002). Ciò che definisce il continuum è la consapevolezza che nella mediazione la distanza e la vicinanza sono ugualmente richiamate, così come l’idea di ciò che sta nel mezzo (Ceccatelli Guerrieri, 2003).La mediazione nasce negli Stati Uniti, intorno agli anni ‘60/’70, come tecnica per trattare e risolvere i conflitti; in Italia si sviluppa, invece, a partire dalla metà degli anni ’90, quando gli operatori sociali individuano in essa la modalità di risposta più consona ai bisogni degli immigrati ed al caos comunicativo derivato dalle relazioni interetniche (Favaro, 2001). In tale contesto, la mediazione ha funzione di prevenzione e soluzione di conflitti etnocentrici.A partire dallo scenario descritto, la ricerca si è proposta di fare luce sul ruolo e sulle funzioni del mediatore linguistico-culturale nel comune di Reggio Emilia, cercando, da un lato, di individuare la tipologia degli interventi offerti dal territorio e, dall’altro, di delineare peculiarità e nodi critici racchiusi in questa figura.MetodoDopo aver rilevato l’offerta di mediazione linguistico-culturale nel contesto reggiano, sia attraverso un’indagine sitografica che interviste ermeneutiche ai responsabili dei servizi individuati, sono state coinvolte nella ricerca le 11 mediatrici che operano sul territorio. È stata loro somministrata un’intervista strutturata (Zammuner, 1998) composta da diciassette domande orientate a rilevare contenuti e percezioni sugli aspetti salienti di questa professione.Il testo delle interviste è stato analizzato tramite il T-Lab (Lancia, 2004), software che, integrando linguistica e statistica, consente l'estrazione, la comparazione e la mappatura dei contenuti presenti nel corpus. Una volta normalizzato il testo, ossia dopo aver creato un vocabolario personalizzato ed individuato le parole chiave (68), lo si è sottoposto all’analisi dell’associazione di parole per calcolare la frequenza con cui ogni termine si presenta nel corpus delle interviste (occorrenza) e il suo grado di associazione con altre parole salienti (co-occorrenze).RisultatiDalle associazioni più significative emerse nel corpus delle interviste, si evince quanto segue:•si delinea una nuova identità del mediatore, linguistico- culturale, e non interculturale come è etichettato in letteratura (Fabris, 2002);•la richiesta di intervento concerne la risoluzione di difficoltà di tipo linguistico soprattutto nei servizi sanitari;•emerge la necessità di un mediatore della stessa nazionalità dell’utente per poterne comprendere non solo le parole, ma soprattutto la cultura ed il linguaggio non verbale, poiché in essi si possono individuare disagi non esplicitati;•il coinvolgimento emotivo delle mediatrici nelle situazioni problematiche degli utenti è elevato;•la scuola richiede l’intervento del mediatore soprattutto per dialogare con le famiglie degli alunni stranieri;•le mediatrici denunciano la necessità di corsi di formazione con un maggior numero di ore di tirocinio rispetto alle ore di teoria.L’analisi dei risultati costituisce la prima fase di una ricerca-azione che prevede, tra gli altri, un intervento di ridefinizione del percorso formativo rivolto ai mediatori
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
- …
