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"Pour une archéologie du discours polémique : le paradigme de la parole agonale dans la rhétorique de l'Antiquité"
L'essence de la polémique réside dans son étymologie. Tirée du grec polemikos, ê, on (« qui concerne la guerre »), elle est un combat par les mots : la guerre est vidée par métaphore de son premier contenu sémantique lié à l'action physique, et le corps-à-corps originel a été absorbé dans le mot-à-mot. La longue histoire de la polémique commence au sein de la profonde et vive réflexion menée dans les cultures grecque et romaine concernant le rôle de la parole dans l'organisation de la société. Y sont notamment en jeu les rapports entre ergon et logos, qui oscillent entre altérité et contiguïté. A première vue, la dimension guerrière appartient uniquement à l'espace de l'ergon et s'oppose à la dimension discursive du logos. Pourtant, dès l'épopée homérique, on trouve trace d'une vision « offensive » de la parole : cette dernière devient une arme, un outil d'action, et non pas seulement un intermédiaire de la communication. L'agôn, la lutte par la force entre pairs qui devaient se distinguer entre eux, est replacé par un nouvel agôn logôn - dont on a une préfiguration par la joute verbale dans l'Iliade entre Agamemnon et Achille - où ce qui compte est de convaincre le jury ou l'assemblée. Lorsque la cité démocratique grecque œuvre pour réguler les interactions sociales, la polémique, qui avait été admise à l'origine dans sa nature violente, connait de même un processus de régulation et s'inscrit à l'intérieur d'une discipline solidement structurée et dotée d'une technique : la rhétorique. Le croisement entre polémique et rhétorique a une double conséquence : d'un côté, la parole guerrière devient le modèle descriptif privilégié de la pratique de l'art persuasif (les orateurs sont deux adversaires armés qui s'affrontent pour gagner l'adhésion de l'auditoire, et l'éloquence est une épée dont ils se servent pour attaquer et se défendre) ; d'un autre côté, l'attaque polémique trouve sa place dans le système rhétorique en tant que ressource possible, à laquelle on peut toujours avoir recours en respectant les règles et les limites fixées par ce même système. Les dérives, les excès sont condamnés et, de plus, entraînent l'échec de l'entreprise oratoire.Cette contribution, dans sa première partie, vise à reconstruire la naissance de la notion de polémique à partir de l'identification de son archétype dans le rapprochement entre l'idée du polemos et celle du logos. A l'aide de témoignages tirés des textes anciens, on peut suivre comment le paradigme de la parole agonale se développe dès que le duel par les mots est reconnu comme une alternative valide au duel par les corps. Dans une deuxième partie nous essayons de montrer que la polémique, d'abord reconnue comme une dimension intrinsèque des échanges verbaux, acquiert un statut technique dans l'œuvre des anciens rhéteurs, où sont délimitées par une norme ses prérogatives, le terrain sur lequel elle est admise, ainsi que sa véhémence
Lo statuto della storiografia nella retorica antica
Nell'Antichità il dibattito sulla qualificazione e le finalità della storiografia trova largo spazio all'interno della trattatistica retorica. Già a partire dal IV secolo a. C. lo studio della storia entra nel curriculum dell'oratore e ciò per una duplice ragione. In primo luogo, secondo l'insegnamento tucidideo, la conoscenza dei precedenti politici e militari è necessaria per decidere più consapevolmente la propria condotta e per esercitare un'efficace azione di governo. Inoltre, come evidenziato da Isocrate e Aristotele, il ricorso all' "exemplum" storico si rivela, nella strategia oratoria, uno strumento di grande efficacia per convincere i giudici o l'assemblea. La costante presenza della riflessione sul passato e delle opere dei grandi storiografi nelle scuole dei retori determina la fioritura di teorie che cercano di collocare la storiografia nell'ambito dell'"eloquentia" e, in particolare, in quello specifico dei generi oratori. In ragione della presenza dei discorsi e dell'analisi politica, seguendo una linea di ascendenza aristotelica, si sostiene la pertinenza della storia al genere deliberativo. Tuttavia l'opinione più diffusa – condivisa, tra gli altri, da Cicerone e Quintiliano – la include nel genere epidittico per il suo carattere narrativo-descrittivo e l'assenza dell'elemento agonistico. A partire dal II sec. d. C., come testimoniano alcuni passaggi del commento ad Ermogene del neoplatonico Siriano e dei "Progymnasmata" di Nicolao Sofista, assistiamo all'individuazione di un "genos (o eidos) historikon" che va ad aggiungersi ai tre canonici generi del discorso retorico teorizzati da Aristotele. Il contributo si propone di analizzare le principali posizioni espresse dai retori antichi sullo statuto della storiografia e di ricostruire l'evoluzione del dibattito che conduce a fare di essa una branca della retorica
"Aristotele a giudizio: riflessioni critiche sulla classificazione dei generi del discorso retorico"
La prima classificazione rigorosa e sistematica dei generi della retorica è formulata nella “Retorica” di Aristotele (Rh. I, 1368 b 1-9). Il filosofo di Stagira definisce tre generi di discorso persuasivo: il deliberativo, il giudiziario e l'epidittico. Nell'ambito della profonda e duratura influenza della “tradizione aristotelica nell'antica retorica” (per parafrasare l'articolo di F. Solmsen “The Aristotelian Tradition in Ancient Rhetoric”, in The American Journal of Philology, 62, 1941, pp. 35-50; 160-190), un posto di rilievo spetta al sistema tripartito dei generi, che i successori di Aristotele considerarono criterio imprescindibile per fare ordine nella molteplicità di discorsi possibili.Tuttavia la stessa tradizione antica è cosparsa d'indizi che testimoniano un sentimento di non esaustività e di insoddisfazione verso il sistema dei generi. Ad una ripresa costante si accompagna così una riflessione critica che s'interroga sul senso della classificazione, il numero dei generi, la loro denominazione (in particolare nel caso dell'epidittica) e la loro finalità. Il proposito dell'intervento è di seguire da vicino le tracce di questa riflessione critica a partire da alcune pagine dell' “Institutio Oratoria” di Quintiliano che ne rappresentano una compiuta e dettagliata sintesi. E' il tentativo di guardare la storia della retorica da un angolo particolare, alla ricerca di quel sottile filo che, dietro il riconoscimento di un'eredità determinante e innegabile, conduce ad una “messa in discussione” di Aristotele, il più autorevole maestro in materia di retorica
La patria celebra l'elogio dei suoi caduti: l'epitaphios di Pericle e l'orazione di Rudolph Giuliani
Pericle, primo cittadino nell'Atene di V secolo e Rudolph Giuliani, primo cittadino di New York negli anni dell'attentato alle Torri Gemelle, pronunciano due vigorose orazioni funebri in onore dei caduti in nome della patria. La comunicazione conduce un'analisi testuale dei due discorsi, focalizzando l'attenzione sul rapporto che lega l'oratore e l'uditorio, sull'impiego dei topoi retorici e sul dispiegarsi delle strategie argomentative. Una lettura retorica comparata dell'epitaphios di Pericle e dell'orazione di Giuliani mostra l'esistenza di significativi tratti di continuità nella secolare tradizione di un genere oratorio, quello dell'elogio funebre collettivo, che combina la celebrazione dei defunti con una lezione per l'avvenire indirizzata ai vivi
“Civic Eulogy in the Epitaphios of Pericles and the Citywide Prayer Service of Rudolph Giuliani”
This essay inquires into the mechanisms that regulate construction of civic eulogies in Pericles’ Funeral Oration and Rudolf Giuliani’s “Citywide Prayer Service at Yankee Stadium.” The inquiry focuses upon how the speeches establish the relationship between the speaker and audience, employ rhetorical topoi, and develop argumentative strategies. In the end, it becomes clear that the speeches transact praise of the dead and exaltation of civic ideals with strikingly similar approaches
(Re)discovering a Rhetorical Genre: Epideictic in Greek and Roman Antiquity
Epideictic rhetoric has been traditionally stigmatized as fl attery or empty show without any practical goal.
Where does such attitude towards epideictic come from? To answer this question, we explore the ancient
debate about the nature and the function of the epideictic genre. In the second part of this paper, we
discuss the recent reappraisal of the epideictic among classical scholars and fi nally focus the attention on a
promising fi eld of research: epideictic speeches in honor of wome
“Discorsi per i caduti (l’epitaphios di Pericle e l’orazione funebre di Rudolph Giuliani)"
Pericle, primo cittadino nell’Atene di V secolo e Rudolph Giuliani, primo cittadino di New York negli anni dell’attentato alle Torri Gemelle, pronunciano due vigorose orazioni funebri in cui l’elogio dei caduti si combina con l’esaltazione degli ideali e dei sentimenti patriottici radicati nei cittadini della “Scuola dell’Ellade” e della “Grande Mela”. Il contributo evidenzia, attraverso gli strumenti dell’analisi retorica, l’essenza persuasiva dei due testi, focalizzando l’attenzione sul rapporto che lega oratore e uditorio, sui topoi e sulle strategie argomentative. Tali discorsi si presentano come esempi di un genere, quello dell’elogio funebre, che conserva i caratteri distintivi dell’epidittica: il ruolo dell’oratore che, investito di una missione pubblica e sociale, indossa le vesti di portavoce della comunità; la stretta simbiosi tra l’oratore stesso e il suo pubblico, che condividono rispetto e ammirazione per l’oggetto della lode; una cerimonia ufficiale e solenne, quale cornice alla recitazione dei discorsi. In parte sperimentale è il tentativo di mettere a confronto, attraverso la lettura retorica comparata, discorsi pronunciati in contesti storici specifici e lontani tra loro. Esso ne mette in luce una chiara – e forse inaspettata – convergenza delle tecniche di argomentazione e modelli di persuasione. L’epitaphios di Pericle e l’orazione di Giuliani divengono così testimonianze di un filo ininterrotto che lega, a distanza di oltre due millenni, le realizzazioni della forma oratoria dell’elogio funebre collettivo, celebrazione dei defunti e lezione per l’avvenire indirizzata ai vivi. Forma letteraria e istituzione civica, l’orazione funebre si afferma nei secoli come potente strumento ideologico di costruzione e riaffermazione di identità, specchio di una società coesa che ha un passato comune e un sogno condiviso
Le parole dopo la morte. Forme e funzioni della retorica funeraria nella tradizione greca e romana
Fin dall’Antichità, alla parola è stato assegnato il compito di accompagnare il delicato e cruciale momento della morte. Il presente volume, che raccoglie gli Atti del Convegno Internazionale "Le parole dopo la morte: forme e funzioni della retorica funeraria nella tradizione greca e romana", propone una riflessione sulle espressioni verbali che nel mondo antico erano legate al lutto e ai suoi riti e, in particolare, su quelle forme che conobbero un’esplicita codificazione in ambito retorico-letterario: dal threnos all’epigramma, dall’orazione funebre alla consolatio. L’approccio proposto punta l’attenzione non solo sugli aspetti caratteristici e distintivi di ciascuna di queste forme, ma anche, in una prospettiva più ampia, sulle tendenze e le funzioni che le accomunano nella loro natura di ‘parole dopo la morte’.Since Antiquity, the word has been assigned the task of accompanying the delicate and crucial moment of death. The present volume, which contains the Proceedings of the International Conference "Words after death: forms and functions of funerary rhetoric in the Greek and Roman tradition", proposes a reflection on the verbal expressions that in the ancient world were linked to mourning and its rituals and , in particular, on those forms that had an explicit codification in the rhetorical-literary field: from the threnos to the epigram, from the funeral oration to the consolation. The proposed approach focuses not only on the characteristic and distinctive aspects of each of these forms, but also, in a broader perspective, on the trends and functions that unite them in their nature of "words after death"
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
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