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    L’impatto della pandemia sui comportamenti a rischio dei giovani: le challenge rischiose / Patrizio Pastore - (2022). (Intervento presentato al convegno Ecologie quotidiane: valori, pratiche, media. Convegno di metà mandato della Sezione PIC dell’AIS tenutosi a Rome, Italy.

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    La proposta di intervento si inserisce nel panel Digital safety e competenze digitali nei contesti scolastici e analizza le challenge rischiose che si sono verificate nel periodo di massima diffusione della pandemia da Covid19 (dal 1° gennaio 2020 - 31 gennaio 2021) osservando l’impatto che la stessa e le relative restrizioni alla libertà individuale hanno avuto sulla loro diffusione. Nello specifico l’intervento si focalizza sulla relazione tra la partecipazione alle challenge a rischio da parte di giovani ed il lockdown nell’ipotesi che l’adesione ad esse si sia accentuata durante il periodo analizzato, poiché connessa sia al bisogno dei partecipanti di compensare il particolare vissuto personale, durante l’epidemia, sia alla loro esigenza di superare la propria comforte zone, ossia i propri confini culturali, emotivi e fisici. Il tema della spazialità e dei confini fisici imposti dal lockdown è inquadrato nell’ambito del concetto di risk taking (Lupton, 2004). L’esposizione dei giovani alle sfide rischiose può essere stata influenzata da fattori quali: l’isolamento dovuto al distanziamento fisico; l’uso continuativo delle tecnologie digitali e della rete; la sostituzione pressoché totale dello spazio sociale/interpersonale reale con quello virtualizzato; l’aumento dell’uso/consumo del web e delle piattaforme social come attività compensativa alla mancanza di relazione tra pari; la facile accessibilità alle social challenge in termini di reperibilità online; la partecipazione alle sfide spesso in assoluta assenza di competenze psicofisiche, specialistiche e/o tecniche per prenderne parte ed eseguirle; l’emulazione dei comportamenti rischiosi e la loro ostentazione attraverso la pubblicazione di video come esigenza ad affermare la propria esistenza nel mondo a colpi di like e visualizzazioni. Questi fattori hanno spinto i partecipanti alle challenge a comportamenti narcisistici ed autolesionistici (Jamet, 1995; Ferraro, 2008) correlabili con l’ibridizzazione dello spazio di comunicazione e di interazione sociale creata dalla sovrapposizione della realtà con la sua virtualizzazione digitale. Lo sviluppo esperienziale delle nuove generazioni non ha più al centro la relazione interpersonale ma un suo surrogato: la relazione mediata da immagini. Reale/Virtuale - Interpersonale/Mediato sono un continuum variegato in cui le due tipologie di relazione si alternano e trasformano radicalmente la relazione interpersonale esautorando alcuni elementi determinanti per la formazione del Sé (Aldi et Al., 2021). La proposta prenderà come riferimento teorico concetti quali: sensation seeking quale ricerca di sensazioni con alti livelli di coinvolgimento a cui corrispondono bassa percezione e scarsa consapevolezza dei rischi connessi alle proprie azioni (Malagoli Togliatti, 2004); edgework quale insieme di attività che comportano una chiara e osservabile minaccia al benessere fisico, mentale o al senso di un’esistenza ordinaria. L’edgework rappresenta, quindi, uno strumento di ricerca del sé, di opportunità di self-improvement (Lyng, 1990) in un momento storico in cui il soggetto rifiuta la passività determinata dalla pandemia. Il Covid, in generale, e il lockdown, in particolare, hanno esposto i giovani ad un’esistenza ordinaria e povera di relazioni interpersonali; in questo contesto, il rischio è analizzato come un contributo sia alla costruzione di un’identità che sia riconosciuta dall’altro, sia all’autorealizzazione: al rischio e al suo fascino seduttivo è connesso al piacere (Lupton, 2002)

    Lockdown al museo! Valutazione dell’impatto della pandemia Covid-19 sul settore museale. Considerare nuove strategie e modalità di digitalizzazione per un museo sempre aperto, dinamico ed inclusivo.

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    Questo intervento ha come obiettivo un’osservazione critica delle strategie e delle modalità offerte dalle tecnologie digitali messe in atto dai musei per rendere possibile la fruizione dei loro contenuti culturali durante il periodo di chiusura al pubblico a causa della pandemia di Covid-19, ovvero per sopperire alla contrazione delle visite in presenza. Il tema della digitalizzazione dei musei torna in auge, a causa della pandemia, ma è di grande interesse, a livello mondiale, già dagli anni ’70, per diversi motivi, ne propongo alcuni: innanzitutto i musei sono da sempre avanguardie culturali, sensibili e precursori dei cambiamenti sociali e tecnologici; 2. I musei hanno un ruolo antesignano, determinante e attivo nel produrre conoscenza, nel favorire gli scambi culturali e soprattutto concorrono all’educazione degli individui durante la loro intera vita; i musei sono infatti dei centri fondamentali per attuare il c.d. lifelong learning; 3. I musei, da sempre, incarnano lo spirito del tempo, passando da olimpici templi con scopi conservativi ed espositivi, a spazi reali e/o di virtualità reale (Castells, 2014), sempre più interattivi e coinvolgenti, non sempre e non solo per esigenze di marketing culturale e commerciale. La spinta verso il digitale, è una sfida che ha ispirato ed ispira multidisciplinari saperi stimolando esperti di comunicazione, designer, architetti e curatori museali alla ricerca di soluzioni polisemiche, sempre più moderne, volte a realizzare avvincenti networks culturali, in un mondo sempre più tecnologico, interattivo, globale e democratico. Una delle caratteristiche peculiari del museo è quella di essere un luogo eterotopico ed eterocronico, che riesce ad annullare, una volta varcata la sua soglia, fisica o virtuale, qualsiasi diversità anagrafica e culturale dei diversi pubblici, facendo convergere i visitatori verso l’utilizzo di linguaggi universali, propri dell’arte e della cultura, stimolando attivamente ed in modo individualizzato le capacità sensoriali, percettive e culturali dei fruitori. Ma se la spinta verso il digitale è stata per anni una pioneristica ed esclusiva prerogativa dei musei blasonati, dotati di notevoli risorse umane ed economiche, durante la pandemia, le possibilità offerte dalla digitalizzazione, sono diventate un’àncora di salvataggio, anche per le piccole realtà museali, che hanno colto l’opportunità offerta dalla tecnologia per continuare a vivere e a realizzare la propria mission culturale, scongiurando di finire nell’oblio. Un aspetto, non secondario, da considerare nell’ambito della digitalizzazione delle istituzioni culturali, quali il museo, è l’utilizzo di indicatori per valutare l’impatto in termini di efficacia, funzionalità, gradimento, ecc. che la fruizione della cultura, mediante tecnologie digitali, può produrre sui diversi pubblici. Pertanto, se in un museo “tradizionale”, che svolge la propria mission esclusivamente in uno spazio fisico, il numero dei biglietti venduti assieme alle risposte ai questionari sul gradimento delle mostre e dei servizi, possono indicare l’interesse dei diversi pubblici, privilegiando un approccio metodologico di tipo quantitativo; nel caso dei musei che arricchiscono la loro offerta culturale utilizzando il digitale nell’esperienza di visita e, soprattutto, nel caso dei musei “virtuali”, osservare e rilevare quali siano gli indicatori, disponibili sulle piattaforme informatiche in uso, utilizzati e/o preferiti dai musei per monitorare e valutare l’impatto dell’esperienza digitale sui pubblici, può rivelarsi interessante per avviare future ricerche sul rapporto tra cultura e digitale, privilegiando e approfondendo l’approccio metodologico qualitativo. Quali sono state, durante il lockdown, le strategie e le modalità digitali assunte dai musei? In che modo è stato valutato l’impatto della fruizione, a distanza, dei contenuti culturali sui pubblici? In questo intervento viene proposto un’osservazione critica di alcune realtà museali italiane selezionate in modo bilanciato secondo i seguenti criteri: importanza del sito culturale; distribuzione geografica del sito culturale. L’osservazione verrà supportata da dati secondari messi a disposizione da fonti Istat e Mibac e da dati pubblicati nei relativi siti web dalle istituzioni museali osservate

    Piattaforme digitali e educazione: tendenze di ricerca e domande valutative emergenti. Ovvero questioni di pollici e di neuroni.

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    Uno dei punti piu' spesso trascurati nei discorsi ottimisti e pessimisti sul potenziale pedagogico delle piattaforme digitali è che il loro uso è di per se' un processo di apprendimento. Al di la' della molteplicità dei dispositivi attraverso i quali avere accesso e dei modi in cui possono essere usate, le piattaforme digitali hanno la caratteristica comune di rinnovare la mediazione del nostro rapporto con il mondo. Esse inseriscono quest'ultimo in un nuovo ambiente sociale e tecnico che deve essere appreso e compreso, e questo, parafrasando Sylvie Octobre, sia dai pollici che dai neuroni (Octobre, 2014). Per introdurre questa tematica, sottolineiamo innanzitutto l'ubiquità dell'apprendimento quando si tratta di tecnologie digitali, sia in teoria che in pratica, e questo indipendentemente dagli scenari sociali considerati. Nonostante questa onnipresenza, la questione è stata raramente al centro della ricerca sugli usi delle piattaforme digitali. E' possibile osservare da diverse angolazioni, i legami tra autonomia e apprendimento attraverso il prisma delle questioni che la mediazione delle piattaforme e in generale delle tecnologie digitali rafforza a diversi livelli. Esse permettono di individuare due questioni principali legate a questi temi. La prima domanda è se queste tecnologie siano in grado di rendere gli individui meno dipendenti dai loro determinanti sociali e dalle relazioni sociali (basate sul genere, sulla classe o sull'età, ad esempio) nei loro percorsi di apprendimento. La seconda domanda è in che misura contribuiscono a trasformare la nostra concezione dell'apprendimento, portando o meno a una maggiore autonomia e indipendenza dai quadri tradizionali di trasmissione della conoscenza e del know-how. L’analisi delle evidenze empiriche attraverso la revisione della letteratura e la riflessione teorica sollevano e dettagliano la complessità di queste domande e le sfide a cui si riferisce

    Un DESI index per il museo: una riflessione per costruire indicatori utili alla valutazione del museo nello spazio digitale.

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    In un mondo sempre più virtualizzato, la necessità di valutare per comprendere la qualità di beni e servizi digitali è fondamentale per l’evoluzione ed il progresso culturale di una società sempre più globale e interconnessa. La “New Museology” indica nuovi approcci e nuove metodologie da applicare da parte delle istituzioni che operano nella tutela del patrimonio culturale, per l’individuazione e il coinvolgimento di nuovi pubblici. Un processo in crescita, alla luce dell’impatto che la pandemia di Covid-19 ha avuto sui muesi del mondo e sulla conseguente accelerazione della digitalizzazione del patrimonio culturale. Indicazioni Nazionali, raccomandazioni Europee ed internazionali hanno suggerito e stimolato lo sviluppo di pratiche e metodi necessari per la sopravvivenza delle istituzioni culturali e per la loro estesione nello spazio virtualizzato. Se la misurazione della qualità dei musei nello spazio fisico è da sempre una questione aperta (Negri et Al., 2009) in polemica verso quei tradizionali sistemi di misurazione della performance propensi a concentrarsi principalmente sul lato economico-finanziario focalizzando su indicatori di bilancio (Kaplan e Norton, 2001) e sull’affluenza di visitatori, oggi invece, la valutazione globale della qualità e dei servizi digitali offerti dai musei che si avvalgono delle TIC nella fruizione dei contenuti è una questione tanto importante quanto discriminante nel settore culturale. La letteratura recente, per valutare le prestazioni dei musei, propone modelli di Data Envelopment Analysis (DEA) e Balanced Scorecard (BSC), che tengono conto della natura multidimensionale della performance museale (Basso et Al). Il museo odierno vede il suo spazio educativo sempre più ibrido, sempre più Phygital, dove, al di là dell’uso delle diverse tecnologie digitali impiegate nella fruizione dei contenuti culturali, sempre più performanti e spettacolarizzanti, si assiste mediante la digitalizzazione del “Cultural Heritage” alla fusione tra dimensione estetica, propria della percezione sensoriale, e la dimensione immersiva ed interattiva; fenomeno che, se da un lato può costituire un potenziamento dell’estensione percettiva, cognitiva e sinestetica, dall’altro si presenta come un’innaturale poiché artificiale inganno sensoriale, dovuto alla intrinseca manipolazione resa possibile mediante il digitale. E’ necessario allora comprendere e classificare la digitalizzazione, in carenza di indici e metodi valutativi univoci e precipui allo scopo. E’ possibile rivolgersi all’indice DESI per valutare la qualità digitale del patrimonio culturale? L’intervento proposto vuole aprire una riflessione sull’importanza di avere dei validi indicatori per valutare gli standardi qualitativi che le istituzioni deputate alla tutela, valorizzazione e diffusione del patrimonio culturale devono possedere qualora si avvalgano del digitale nella fruizione dei loro contenuti culturali e educativi. Lo scopo è considerare la possibilità di rivolgersi al DESI Index come guida per costruire indicatori validi e utili a valutare beni e servizi digitali in ambito museale e di tutela del patrimonio culturale

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Variations on the Author

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    “Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship

    Appropriate Similarity Measures for Author Cocitation Analysis

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    We provide a number of new insights into the methodological discussion about author cocitation analysis. We first argue that the use of the Pearson correlation for measuring the similarity between authors’ cocitation profiles is not very satisfactory. We then discuss what kind of similarity measures may be used as an alternative to the Pearson correlation. We consider three similarity measures in particular. One is the well-known cosine. The other two similarity measures have not been used before in the bibliometric literature. Finally, we show by means of an example that our findings have a high practical relevance.information science;Pearson correlation;cosine;similarity measure;author cocitation analysis

    Dispelling the Myths Behind First-author Citation Counts

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    We conducted a full-scale evaluative citation analysis study of scholars in the XML research field to explore just how different from each other author rankings resulting from different citation counting methods actually are, and to demonstrate the capability of emerging data and tools on the Web in supporting more realistic citation counting methods. Our results contest some common arguments for the continued use of first-author citation counts in the evaluation of scholars, such as high correlations between author rankings by first-author citation counts and other citation counting methods, and high costs of using more realistic citation counting methods that are not well-supported by the ISI databases. It is argued that increasingly available digital full text research papers make it possible for citation analysis studies to go beyond what the ISI databases have directly supported and to employ more sophisticated methods

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