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Le geometrie dei disegni pavimentali di Antonio Gaspari
Alcuni disegni di pavimentazioni della raccolta Gaspari conservati al Correr sono stati analizzati dal punto di vista della loro ‘regola geometrica’, al fine di individuare quali criteri di partizione compositiva sono stati assunti dall’architetto nel loro tracciamento.
Tre sono stati i fogli considerati: i primi due relativi allo scalone della Scuola Grande di San Rocco, il terzo alla pavimentazione della chiesa di San Vidal.
Nei disegni di San Rocco, ove viene data preferenza al cerchio e all’ovale, domina una costruzione di tipo proporzionale, fondata prevalentemente – oltre che su riga e squadra – sull’uso del compasso.
Il tracciamento del pavimento per San Vidal, che precisi indizi fanno ritenere derivato da un primo abbozzo, appare invece essenzialmente fondato sull’ellisse. La quantità delle partizioni rettilinee convergenti su un unico centro che intersecano le linee ellittiche, non consentendo di ottenere un intreccio uniforme dei motivi, hanno probabilmente costretto alla deformazione delle forme stellate e alla contrazione di quelle ottagonali, confinate in una coppia di fasce prossime al centro. Pare evidente che tale contrazione non sia stata immaginata fin da principio: lo testimoniano in quei punti incertezze, pentimenti e incongruità nello spessore delle fasce presenti nella metà di destra dell’ellisse, dove la soluzione è stata elaborata, trascritta poi nella metà sinistra, assente di ogni pentimento. È altrettanto evidente, però, che il rimedio adottato per risolvere una partizione non ben calcolata, introducendo nel ritmo compositivo una cadenza sincopata che ha spezzato l’uniformità della scansione dell’intreccio, abbia infine condotto ad un esito particolarmente felice
"Bella e mirabil cosa è la materia delle pietre vive, che sono condotte da Rovigno". Note sull'estrazione, l'impiego, la patinatura della pietra d'Istria a Venezia
“Non si vede cosa, per suoli, ne più bella ne più gentile, ne più durabile di questa”. I terrazzi e l’edilizia veneziana
Il motivo costruttivo dell’architrave tripartito in Andrea Palladio: fonti e modelli
Nell’opera di Andrea Palladio si può talvolta cogliere la volontà d’innestare motivi
costruttivi tratti dal mondo antico, sia pur mediati dalle rielaborazioni sperimentate
nel primo Cinquecento a Roma e nel Veneto. È il caso dell’architrave tripartito,
formato da un elemento centrale connesso a due mensole laterali mediante giunzioni
inclinate, proposte nelle logge dei palazzi Chiericati e Valmarana e nelle architavature
connesse alle pareti nelle facciate della chiesa di San Francesco della Vigna e di
palazzo Barbaran da Porto. La fonte di tali realizzazioni va ricercata non tanto negli
sparuti casi medievali veneti (gli Eremitani a Padova, il monumento a Vettor Cappello
di Sant’Elena a Venezia), quanto nei modelli antichi (Mercati Traianei, Giove Statore,
Basilica Æmilia, Anfiteatro di Pola) e in alcune loro reinterpretazioni romane (Palazzo
Massimo alle colonne) e veneziane (Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa) del
primo Cinquecento. Dopo Andrea Palladio l’architrave tripartito, nelle forme da lui
perfezionate e fissate, verrà adottato senza riserve dalla cultura edificatoria veneta,
trovando posto anche nella trattatistica. La suddivisione della membratura, in grado
di sopportare disarticolazioni pronunciate conservando l’efficienza strutturale,
sarà particolarmente apprezzata dai costruttori lagunari, che vi riconosceranno le
capacità di assorbire senza danni gli onnipresenti cedimenti sofferti dalle fabbriche
dell’estuario
L'intervento sul catino del portale maggiore
La fase finale dell’intervento sul portale maggiore interno della basilica marciana è stata dedicata la consolidamento e alla pulitura del mosaico che si conserva nel catino sommitale, dove spicca la figura di Marco, realizzata nel 1545 dai fratelli Francesco e Valerio Zuccato. L’Evangelista si mostra in veste vescovile: tale vestizione, nel sottolineare la funzione pastorale di Marco, intende proclamare una dignità pari a quella del Patriarcato della chiesa marciana, al tempo cappella palatina dotata di un proprio capitolo di canonici che seguiva l’antico rito patriarchino.
Le superfici mosaicate del catino soffrivano di vasti distacchi, dovuti essenzialmente alle subflorescenze saline che, accumulandosi in profondità avevano nel corso del tempo condotto alla separazione degli strati di malta d’allettamento, tra loro o anche dall’ossatura muraria. Un’indagine magnetometrica ha segnalato la presenza di una fitta serie di ritenute metalliche, costituita da oltre cinquecento chiodi di rame provvisti di ampie teste, conficcati nel paramento murario e inglobati nello strato di scalette di sottofondo. Si tratta di un’avvertenza mirata a garantire una superiore stabilità dell’opera musiva, rendendola capace reggersi sulla parete anche in presenza di fenomeni di distacco.
L’operazione di consolidamento, stante tale rassicurante condizione, si è pertanto limitata al solo riempimento dei vuoti creatisi tra l’uno e l’altro strato di allettamento o tra gli allettamenti e la muratura, iniettando un composto di calce mescolata con sottili polveri carbonatiche e laterizie. Al consolidamento è seguita una blanda pulitura delle superfici musive con carbonato d’ammonio. Preceduto e accompagnato da i consueti rilievi, indagini e mappature, il restauro del mosaico del catino, è stato eseguito tra il gennaio e il dicembre del 2017
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