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    Introduzione. Traveling Geographies. Idee, tradizioni e approcci geografici fra mobilità e resistenze

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    Nel suo saggio del 1982 “Traveling theory”, Edward Said propone di rileggere la produzione dei saperi come il prodotto mai stabile di un intreccio di movimenti che attraversano tempi, spazi e discipline. Le teorie viaggiano e nel corso dei loro itinerari si trasformano, adattandosi di volta in volta ai contesti sociali, politici e culturali che incontrano nel loro procedere. Tuttavia, come ogni esperienza di mobilità insegna, le geografie teoriche non sono fatte solo di passaggi, ma anche di confini e sbarramenti che possono interferire con la circolazione di voci e idee. Il sapere geografico non fa naturalmente eccezione, rivelando il peso che dialoghi e incontri hanno avuto nel susseguirsi di scuole, tradizioni e paradigmi. L’obiettivo della sessione è di riflettere criticamente su come teorie, concetti, testi, modelli e idee abbiano circolato e circolino oggi all’interno della geografia italiana scandendone gli sviluppi e articolandone i dibattiti

    Viaggio in Italia tra gli spettri dell’emigrazione. Geografie delle terrae incognitae

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    Nella didattica degli ultimi vent’anni ho spesso mostrato “Poveri Noi” per parlare dell’emigrazione italiana. Questo documentario di documentari finito nel 1998 ma uscito nel 1999, a firma di Gianni Amelio, racconta circa trent’anni di storia italiana. La natura delle immagini, di matrice neorealista, crea una tensione tra lo ieri e l’oggi; come direbbe John Berger, non guardiamo mai qualcosa di per sé ma sempre in relazione a noi o, in questo caso, alla nostra epoca, al nostro mondo. La mobilità e l’immobilità dell’Italia meridionale e insulare, dagli anni ’50 agli inizi dei ’70, costituiscono queste geografie che perseguitano al cui titolo ci si riferisce. All’indomani della guerra c’è un’Italia da scoprire, terrae incognitae da mostrare. Siamo pienamente di fronte a spettri del passato che irrompono bruscamente nelle città e nella Modernità” (Roberts, 2012). In questo quadro in cui la mobilità mostra i nuovi cittadini nelle metropoli, possiamo anche chiederci perché Amelio riprenda queste storie all’indomani del, forse, primo grande naufragio nel Mediterraneo

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Introduzione. Disfigurare il genere

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    La mobilità come esperienza transitoria e instabile sembra avere nel concetto di genere la sua versione teorica più pregnante. Un concetto difficile perché azzera le rassicuranti categorie binarie moltiplicando i soggetti e obbligandoci a riflettere sulla fluidità delle identità. La mobilità assume, così, una dimensione politica non solo lungo le rotte di un mondo in diaspora ma anche nella sua sfera più domestica. La call si chiede come la fluidità dei generi definisca e sfidi le rappresentazioni consolidate dei corpi, della casa, della città, aprendo verso possibili forme di ricerca che riconfigurino la mobilità e la transitorietà come chiave di lettura dell’esistenza e della relazione con lo spazio.Mobility as a transitory and unstable experience seems to have its most pregnant theoretical version in the concept of gender. A difficult concept because it eliminates the reassuring binary categories by multiplying the subjects and forcing us to reflect on the fluidity of identities. Thus mobility takes on a political dimension not only along the routes of a world in diaspora but also in its more domestic sphere. The call asks how the fluidity of genres defines and challenges the consolidated representations of bodies, the house, the city, opening towards possible forms of research that reconfigure mobility and transience as a key to understanding existence and the relationship with space

    Donne, corpi e territori: riflessioni sulla transitorietà

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    Questo intervento analizza la transitorietà come concetto pregnante nella geografia di genere attraverso l’interpretazione di due video. Nel primo, la transitorietà è legata sia alla velocità del movimento del corpo nello spazio, sia al ritmo. Per Lefebvre, i ritmi sono costituiti dalla relazione fra luoghi, corpi in movimento e tempo. Il corpo e lo spazio hanno un loro ritmo, e quando nell’interazione reciproca questi due ritmi si incontrano, entrano “in armonia (euritmia) o in contrasto (aritmia) tra loro” (Lefebvre 1991). Lo stato di aritmia dipende dalle rappresentazioni associate al movimento: la dimensione politica del corpo e le gerarchie della classe, del genere, della razza. L’aritmia è un indicatore qualitativo dell’esperienza urbana dei soggetti e può essere uno strumento di interpretazione delle situazioni di disagio che producono forme di esclusione di genere. Questo concetto è alla base del film parodico di ricerca partecipata “La ragazza che abita in bicicletta”, che racconta il mancato diritto alla lentezza delle donne nello spazio urbano. Il film esprime la necessità di considerare anche la lentezza, oltre che la classe, un privilegio di genere. Nel secondo, la transitorietà è analizzata attraverso la riflessione dei femminismi sulla relazione tra corpi e territori. Nello specifico, la necessità di costruire convivenze tentacolari su un pianeta infetto contro ogni opposizione binaria attraversa l’ultimo testo di Donna Haraway (2016). Indicando il capitalismo estrattivo come responsabile della devastazione del pianeta, Haraway riflette sulla possibilità della convivenza tra le rovine attraverso la costruzione di parentele, umane e non-umane, per un superamento del futurismo riproduttivo. Una riflessione che sembra attraversare l’opera dell’artista Wangechi Mutu The end of eating everything, espressione dell’afrofuturismo futurista. Il corpo mutante e la sua relazione con lo spazio, protagonista del video, offrono molteplici possibilità di lettura non soltanto sulla relazione tra donne, corpi e territori, ma anche sui molteplici livelli di oppressione delle transitorietà su cui agisce il capitalismo estrattivo. Queste due letture della transitorietà fanno emergere forme di oppressione spaziale legate alle variazioni della velocità, del ritmo, delle rovine, così come la riflessione dei femminismi sulla costruzione di spazi e tempi alternativi possibili
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