37,924 research outputs found

    Recording of interview with Wayne Muller

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    Muller is an author, psychotherapist and minister living in Fairfax, CA. Muller met Nouwen as a student at Harvard Divinity School (Cambridge, MA) from 1982-1985; Muller took Nouwen's Introduction to the Spiritual Life course in the Spring semester of 1983.1 audio cassette (1 hr., 30 mins.)Title based on contents of the item. ; Reference copies of the audio cassettes are available (located with originals). ; Located in audio cassettes box 13. ; No reproduction of this material without permission of the Archivist. ; The interview has been transcribed and is available electronically and in hard copy. ; Digitized February 3, 2011.For more information please contact Special Collections, the University of St. Michael's College.Item consists of one audio cassette (SR2007 66 66 53) of an interview with Wayne Muller conducted by Sue Mosteller, csj on October 31, 2004 at the San Damiano Retreat Centre in Danville, CA. Themes present in Muller's interview include death, grief, Buddhism, fundamentalism and Nouwen's legacy

    La pace di Agostino: non astrazione ma ordine e armonia viva nella società

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    Il testo riflette sul pensiero di sant’Agostino alla luce del pontificato di papa Leone XIV, primo pontefice agostiniano, mettendo in rilievo l’attualità della sua visione della pace e dell’unità. Per Agostino, la pace non è mera assenza di conflitti, ma tranquillitas ordinis: armonia generata da giustizia e carità. È un cammino che parte dal cuore umano e si riflette nella vita comunitaria ed ecclesiale. Il testo esplora come la pace agostiniana sia tanto interiore quanto sociale, e come il suo fraintendimento – quando diventa pretesa individuale – sia causa di divisione. In questo orizzonte, l’esperienza monastica e l’ecclesiologia agostiniana diventano paradigmi per una Chiesa sinodale: non chiusa su sé stessa, ma comunione di diversità, capace di accogliere, ascoltare e camminare con tutti. L’autrice propone la figura di Agostino come guida spirituale e teologica per un rinnovato impegno ecclesiale nel segno della pace, della riconciliazione e della missione universale

    Tra la storia e l'eterno: il Dante profeta di Raffaello Morghen

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    Tenendo presenti il 'medioevo cristiano' e il tema dell’escatologia, è possibile individuare i caratteri della lettura di Dante-profeta fatta dal Morghen. Morghen intende la ‘profezia’ in prospettiva escatologica, considerandola l’annuncio, la predicazione in una dimensione temporale di un futuro decisivo per la vita del singolo, ma anche della collettività. Un futuro di salvezza che diventa possibile dopo una svolta, una trasformazione radicale. Per Morghen, Dante stesso si presentò ai suoi contemporanei, come Profeta proteso verso l’avvenire per una missione ricevuta dall’alto, annunciatore di una speranza di riscatto religioso e civile . Morghen porta a sostegno della propria tesi, secondo cui l’Alighieri ebbe la coscienza di aver avuto dall’alto l’autorità di parlare ai grandi della terra e a tutto il popolo cristiano col tono ammonitore del profeta, la lettera di Dante ai cardinali italiani, di cui propone anche una critica testuale corredata da un’esegesi storica. Per decenni considerato, con Buonaiuti, riferimento imprescindibile, Morghen è stato però di recente retrocesso a testimone di stagioni storiograficamente conclus

    Variations on the Author

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    “Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship

    La vera bellezza non chiede possesso ma ci conduce all'amore autentico

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    L’articolo esplora il concetto agostiniano di bellezza come esperienza che unisce sensibilità e intelletto, orientando l’anima verso Dio. Partendo dalla celebre confessione “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova...”, l’autrice mostra come Agostino passi dall’attrazione per le bellezze sensibili alla scoperta di una pulchritudo autentica, intellegibile e ordinata, che rimanda all’eterna Bellezza divina. La bellezza del creato è segno e voce che parla solo a chi l’ama disinteressatamente; non è fine a sé stessa, ma via verso verità e bene. Agostino lega la bellezza a principi ontologici come armonia, proporzione e unità, presenti in ogni creatura. Essa ha anche una dimensione soteriologica: risveglia dal torpore e orienta all’Assoluto, pur essendo ambigua e soggetta a idolatria se ridotta a mero fascino sensibile. La piena rivelazione della Bellezza è in Cristo, la cui gloria paradossale culmina nella croce: bellezza redentiva fondata sull’amore che salva. In un contesto contemporaneo che spesso riduce la bellezza a gusto soggettivo, Agostino propone una visione esigente e trasformante: la bellezza vera è apertura, comunione e cammino verso Dio, capace di educare lo sguardo e il desiderio, e di far cogliere l’invisibile nel visibile

    Introduzione. Ridere e piangere tra Medioevo e Rinascimento.

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    L’introduzione al volume Ridere e piangere tra Medioevo e Rinascimento propone un’ampia e articolata ricognizione storico-filosofica delle manifestazioni del riso e del pianto nella cultura occidentale tra tardoantico, Medioevo e Rinascimento, con particolare attenzione ai presupposti biblici, patristici, scolastici e umanistici. Lungi dall’essere semplici reazioni emotive, riso e pianto vengono qui analizzati come gesti densi di significato etico, teologico, antropologico e persino epistemico, in cui si riflette la tensione propria dell’umano tra razionalità e passione, tempo e eternità, limite e trascendenza. Muovendo da un inquadramento scritturistico e patristico che distingue tra riso derisorio e riso gioioso, tra lacrime di contrizione e lacrime mondane, il saggio evidenzia come la tradizione cristiana medievale abbia costruito una complessa semantica del riso e del pianto, oscillando tra condanna ascetica e riconoscimento del loro valore spirituale e formativo. In ambito monastico si sviluppano pratiche di regolazione del riso e ritualizzazione del pianto; la risibilitas è talora negata come eccesso corporale, talaltra riconosciuta come segno distintivo dell’umano. Analogamente, il pianto assume nel tempo una valenza mistica e redentiva, divenendo espressione di compunzione e strumento di elevazione interiore. Con il Rinascimento si assiste a una nuova stagione di riflessione su entrambi i fenomeni, in cui riso e pianto non solo convivono, ma si intrecciano in una dialettica profonda, come mostra la fortuna del topos Democrito/Eraclito. In tale contesto, il riso acquista funzione critica, educativa e persino terapeutica (Erasmo, Joubert), mentre il pianto si carica di significati affettivi e culturali che ne estendono l’uso anche in ambito laico. La categoria della gélodacrye, la compresenza di riso e lacrime in una medesima esperienza emotiva, si afferma come chiave di lettura della complessità dell’animo umano. L’introduzione si configura così come un itinerario attraverso testi, autori e tradizioni che, da Agostino a Dante, da Francesco d’Assisi a Rabelais, da Montaigne a Vives, esplorano le molteplici valenze di due gesti solo in apparenza opposti, ma in realtà complementari nella loro capacità di esprimere, plasmare e interrogare l’esperienza umana.The introduction to Laughter and Tears between the Middle Ages and the Renaissance offers a comprehensive philosophical and historical survey of the affective expressions of laughter and weeping in Western culture from Late Antiquity through the Renaissance. Far from being merely emotional reactions, laughter and tears are examined as meaningful gestures, laden with ethical, theological, anthropological, and even epistemic significance. They emerge as expressions of the human tension between reason and passion, temporality and eternity, limitation and transcendence. Beginning with biblical and patristic foundations—which distinguish between derisive and joyful laughter, and between worldly and penitential tears—the essay traces the development of a nuanced Christian semantics of affect. In the monastic tradition, practices of regulating laughter and ritualizing weeping reflect broader concerns with bodily discipline and spiritual formation. Risibilitas, the capacity for laughter, is at times rejected as corporeal excess, at others recognized as a uniquely human trait; similarly, tears become signs of mystical transformation and inner contrition. With the Renaissance, a new philosophical attention emerges, in which laughter and weeping are no longer strictly opposed but dialectically intertwined, as exemplified in the enduring contrast between Democritus and Heraclitus. Laughter assumes a critical, pedagogical, and even therapeutic function (in figures such as Erasmus and Joubert), while weeping acquires new cultural and affective meanings that extend beyond religious contexts. The notion of gélodacrye—the coexistence of laughter and tears within the same emotional experience—becomes emblematic of the complexity of human interiority. This introduction thus unfolds as an intellectual journey through texts and traditions—from Augustine to Dante, from Francis of Assisi to Rabelais, from Montaigne to Vives—that illuminate the multiple dimensions of two gestures that are not merely opposed, but fundamentally complementary in their capacity to express, shape, and question the human condition

    Che cos'è la felicità? Una promessa (che sa attendere) nella ricerca

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    L’articolo esplora il pensiero di Agostino sul desiderio universale di felicità, intesa non come semplice benessere terreno, ma come compimento dell’uomo nell’ordine del cuore, nella verità e nella comunione con Dio. Nei dialoghi giovanili, Agostino distingue una felicità “debole”, legata alla vita ordinata e razionale, e una “forte”, identificata con la conoscenza e il godimento di Dio, summus modus di verità, bene e bellezza. La via della ragione e quella della fede non si oppongono, ma si integrano; la filosofia prepara e illumina la fede, mentre la fede rende possibile la beatitudine piena. Con il maturare del pensiero, soprattutto dopo le Quaestiones ad Simplicianum e nel De civitate Dei, la felicità viene collocata nell’orizzonte escatologico: segnata dal peccato, l’umanità non può salvarsi da sola; la beatitudine è dono esclusivo della grazia divina, concesso secondo disegni misteriosi. Agostino propone così un’idea di felicità realistica e controcorrente: non possesso di tutto, ma cammino verso il tutto; non illusione di assenza di problemi, ma presenza di senso; non conquista autonoma, ma vocazione e grazia accessibile a chi cerca e spera. Nel presente frenetico e performativo, questa visione invita a riscoprire una felicità inquieta ma solida, radicata nell’attesa fiduciosa dell’eterno

    Toward a multicolor chromosome bar code for the entire human karyotype by fluorescence in situ hybridization

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    A colored banding pattern for human chromosomes is described that distinguishes each chromosome in a single fluorescence in situ hybridization with a set of subregional DNA probes. Alu/polymerase chain reaction products of various human/rodent somatic cell hybrids (fragment hybrids) were pooled into two probe sets that were labeled differentially and detected by red and green fluorescence. Chromosome regions hybridized by DNA present in both pools appeared yellow. The result was a multi-color set of 110 distinct signals per haploid chromosome set for the human karyotype. Each individual chromosome showed a unique sequence of signals, a result termed the "chromosome bar code". The reproducibility of the hybridization pattern in various labeling and hybridization experiments was analyzed by computer densitometry. We have applied the chromosome bar code both in diagnostic cytogenetics and in genome studies. The approach allows the rapid identification of chromosomes and chromosome rearrangements. Although not yet showing the resolution of classical banding patterns, the present experiments demonstrate various applications in which the present multi-color bar code can significantly add to the spectrum of cytogenetic techniques

    Che cos'è il tempo? Agostino e la misura del nostro vivere

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    L’articolo prende le mosse dalla domanda delle Confessioni XI, “Che cos’è dunque il tempo?”, per mostrare come Agostino lo comprenda non come un oggetto esterno, ma come esperienza interiore. Il tempo, per Agostino, è distensio animi: tensione dell’anima tra memoria del passato, attenzione al presente e attesa del futuro. Questa visione ha un forte valore antropologico: l’uomo non “scorre” soltanto nel tempo, ma lo abita narrativamente, tenendo unito ciò che è stato e ciò che sarà. La memoria non è deposito passivo, ma grembo della coscienza, indispensabile per dare continuità e identità al sé. Il tempo umano si comprende in rapporto all’eternità divina: Dio è il “sempre ora”, immutabile e fuori dal tempo, ma sceglie di entrare nella storia con l’Incarnazione. Così il tempo diventa luogo della redenzione, spazio di libertà in cui il passato può essere redento, il futuro affidato e il presente abitato. La conversione è l’atto decisivo del presente, ma nutrito da memoria e speranza. La riflessione si rivela attuale in un’epoca frenetica e frammentata: se il tempo è nell’anima, la vera sfida è viverlo come apertura all’eterno, non come flusso da subire. Per Agostino, ciò significa misurarlo su ciò che conta: riconoscere la presenza del bene nel tempo che fugge, trasformandolo in sapienza e cammino verso Dio

    «Tardi ti amai...»: desideriamo davvero Dio che viene?

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    L’articolo approfondisce il tema dell’Avvento come tempo educativo del desiderio, alla luce del pensiero di sant’Agostino. In un contesto culturale che teme l’attesa e privilegia l’immediatezza, l’autrice riscopre il desiderio come forma autentica dell’attesa cristiana: non mancanza da colmare, ma tensione vitale verso il Bene. Per Agostino il desiderio è il respiro dell’anima e coincide con la preghiera stessa; non va represso, ma purificato e orientato. L’Avvento appare così come una palestra interiore che dilata il cuore, educa al discernimento e rovescia la prospettiva dell’attesa: non siamo solo noi ad attendere Dio, ma è Dio che attende l’uomo. Tra memoria delle venute già compiute e apertura a quella futura, la vita cristiana si configura come “esercizio del desiderio”, capace di dare senso al tempo presente e di trasformare l’attesa in pienezza dinamica e speranza viva
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