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Nota dei curatori
ll Padiglione del Brasile alla Esposizione Universale di Osaka del 1969, in Giappone, è un’opera esemplare di un importante progettista di oltreoceano, il Pritzker Prize Paulo Mendes da Rocha. Il Padiglione è un progetto che, nella sua semplicità e astrazione - una grande copertura rettangolare appoggiata, in soli quattro punti, su un suolo artificiale dalle morbide linee - riassume molti temi dell’architettura del suo autore e di quella brasiliana che, nelle sue migliori espressioni, ha saputo trovare una felice sintesi tra artificio, tecnica e natura. L’opera è documentata nella Mostra “Il Padiglione del Brasile a Osaka”. Tra terra e cielo, lo spazio, a cura di Carlo Gandolfi e Mirko Russo, allestita nell’ambito delle iniziative culturali promosse dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II
Il Padiglione del Brasile a Osaka. Tra terra e cielo, lo spazio. Paulo Mendes da Rocha
ll Padiglione del Brasile alla Esposizione Universale di Osaka del 1969, in Giappone, è un’opera esemplare di un importante progettista di oltreoceano, il Pritzker Prize Paulo Mendes da Rocha. Il Padiglione è un progetto che, nella sua semplicità e astrazione - una grande copertura rettangolare appoggiata, in soli quattro punti, su un suolo artificiale dalle morbide linee - riassume molti temi dell’architettura del suo autore e di quella brasiliana che, nelle sue migliori espressioni, ha saputo trovare una felice sintesi tra artificio, tecnica e natura. L’opera è documentata nella Mostra “Il Padiglione del Brasile a Osaka”. Tra terra e cielo, lo spazio, a cura di Carlo Gandolfi e Mirko Russo, allestita nell’ambito delle iniziative culturali promosse dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II
Torri come sistema.
Il saggio indaga criticamente le linee teoriche e progettuali del lavoro di Carlo Moccia sul tema dell’edificio a torre. L’opera è inserita in una linea di tendenza che aspira alla definizione di un’architettura civile.
Questi progetti per edifici alti mostrano le grandi possibilità di trasformazione e consolidamento dell’assetto urbano delle città. Nei progetti, le torri non sono viste solo come edifici isolati, emergenze monumentali, punti di riferimento o fuochi prospettici, ma anche come alternanza e variazione del costruito.
Le torri sono pensate soprattutto come grandi complessi di torri, che segnano il paesaggio urbano e annunciano da lontano le parti e i frammenti di città proposti, esse sono utilizzate “in successione” e ”in gruppi”. Le torri determinano le variazioni necessarie per costruire ritmo, alternanza e gerarchie nel progetto, sono essenziali nel riproporre senso urbano ai luoghi, alla città. Vi è un aspetto inedito ma riconoscibile nelle forme adottate. Le figure rimandano a configurazioni conosciute, nel tentativo di evocare immagini necessarie al loro riconoscimento
KEEL meets KNIME
We propose an approach to integrate the KEEL software
tool for knowledge discovery within the KNIME Analytics
platform. The integration approach is non-invasive as it does not
require the modification of source code in neither of the tools.
As a result of the integration, it is possible to use the algorithms
provided with KEEL — including many fuzzy methods —
directly in KNIME workflows, thus taking the advantages of both
tools. We report two simple integration examples, which show the
effectiveness of the proposed approach in building data analysis
workflows involving KEEL methods, possibly along with methods
provided by other knowledge discovery tools like WEKA
Architettura è far brillare la costruzione
Mendes da Roche e il tema della costruzione attraverso il progetto per il padiglione del Brasile a Osak
Disegno e progetto per un Laboratorio su Mies
Le attività didattiche che si promuovono
all’interno dei Laboratori di Sintesi Finale
in Progettazione architettonica, previsti
nel corso di Laurea Magistrale in Architettura-
Progettazione Architettonica del Dipartimento
di Architettura dell’Università
di Napoli Federico II, assumono una valenza
formativa di particolare rilevanza.
Gli studenti sono chiamati, nella fase di
completamento della propria esperienza
universitaria, a rispondere agli interrogativi
formulati dalle questioni inerenti il progetto
di architettura, letto ed elaborato in
una condizione di pertinenza riferibile sia
agli aspetti della forma e dello spazio, sia
a quelli della costruzione e della funzionalità.
Una esperienza immersiva all’interno
di una triade vitruviana sempre più aperta,
ma sempre più attuale e necessaria
Tettonica e architettura. Procedure compositive e modalità costruttive dell’architettura argentina tra gli anni '50 e '70 del Novecento
La ricerca indaga le relazioni tra procedure compositive e modalità costruttive dello spazio in particolare all’interno della produzione architettonica Argentina dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del Novecento. In termini più generali la ricerca parte dalla riflessione sui temi della tettonica e del linguaggio, qui inteso come modo di espressione visibile delle forme a definire il carattere dell’edificio, indagandone l’accezione contemporanea e la relazione con le questioni relative al decoro e alla riconoscibilità delle forme. A partire dall’impostazione del problema teorico, che ha alimentato il dibattito intellettuale nel corso del XVIII e XIV secolo sulla ricerca di un linguaggio moderno in architettura, si propone un percorso atto a individuare i caratteri di una parte dell’architettura argentina del XX secolo. La ricerca linguistica del Movimento Moderno, influenzata dal dibattito ottocentesco, si è riverberata sulla generazione di architetti di tutto il mondo che nei primi decenni del Novecento si andava formando, innescando, in paesi anche molto lontani dall’Europa, la ricerca di un nuovo linguaggio dell’architettura che potesse essere espressione di una nuova cultura. L’Argentina è sicuramente tra i paesi con i quali la cultura del moderno ha stabilito una forte relazione,
come tutta l’America Latina, è stata fortemente influenzata dal pensiero e soprattutto dall’opera di grandi maestri, tra i quali Le Corbusier. La relazione tra architettura e costruzione ha sempre rivestito, senza soluzione di continuità, un ruolo fondamentale per la disciplina fino ai nostri giorni quando la frammentazione del sapere disciplinare, prima organico ora suddiviso in molti, forse troppi specialismi, ha prodotto sovente una frattura tra
architettura e costruzione come sua modalità non solo realizzativa ma anche espressiva e rappresentativa. La produzione architettonica contemporanea, o almeno una parte consistente di
questa, sembra aver rinunciato alla costruzione come fondamento epistemico/ontologico del fare, sottostando a logiche o istanze eteronome del tutto diverse da quelle interne all’architettura, come il mercato, la pubblicità o il design. La produzione di “immagini dell’architettura” ha reso concreta l’idea che Rem Koolhaas illustrava, ormai vent’anni fa, della bigness: l’architettura si smaterializza a favore di un tecnicismo esasperato che controlla il nucleo dell’edificio, completamente slegato dall’involucro che offre alla città l’apparenza di un oggetto autoreferente e che affida la sua
espressività a ipertrofismi formalistici e tecnologici. L’approccio “morfologico” al tema della costruzione, implica la comprensione, all’interno dell’opera, contemporaneamente delle ragioni “tecnico-costruttive” e della volontà “estetico-rappresentativa” delle forme, ribadendo l’appartenenza ineludibile della costruzione alla disciplina dell’architettura e la capacità dell’architettura stessa di renderne intellegibili le forme.
Le straordinarie possibilità tecniche offerte dai nuovi sistemi costruttivi hanno inoltre determinato la nascita di atteggiamenti a volte ambigui sfocianti in derive storiciste, legate a linguaggi derivanti da
altre epoche, per contro, in derive tecniciste in cui si rende protagonista l’elemento tecnico a discapito di una accorta economia formale che dovrebbe investire l’opera architettonica. Il tema è parte del dibattito architettonico da tempo: Antonio Monestiroli nella prima metà degli anni Novanta sintetizzava così questa tendenza «Viviamo un momento difficile di formalismo imperante, in cui la
costruzione è assunta o come fatto tecnico da rappresentare in sé – pensate a tutta l’architettura tecnicista o cosiddetta hi-tech – che punta sull’enfatizzazione del fatto costruttivo, del dato
tecnologico; oppure il rifiuto di questa tendenza, il punto di vista diametralmente opposto, che è quello dello storicismo, cioè del linguaggio architettonico pensato come linguaggio evocativo, che non crede di potere rappresentare un valore presente, un valore della costruzione assunta nel presente»
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