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"CHANGE THE SYSTEM FROM WITHIN". PARTICIPATORY DEMOCRACY E RIFORME ISTITUZIONALI NEGLI STATI UNITI DEGLI ANNI SETTANTA
La tesi è stata intitolata “Change the System From Within”. La participatory democracy e le riforme istituzionali negli Stati Uniti degli anni Sessanta e si compone di cinque capitoli.
Nel primo capitolo si riprende l’idea di participatory democracy emersa in seno alla New Left e ai movimenti sociali dei lunghi anni Sessanta. In questo contesto il concetto di participatory democracy assunse due principali accezioni: da una parte rappresentava la rivendicazione politica di un maggior coinvolgimento attivo della cittadinanza nelle politiche - locali, statali e federali - frutto della crisi di legittimità che la democrazia americana stava attraversando in quegli anni; dall’altra, il concetto venne adottato come principio organizzativo all’interno dei gruppi stessi di attivisti, con la funzione di prefigurare quelle riforme politico-istituzionali cui gli stessi militanti aspiravano. Dalla stessa temperie di contestazione sorse del resto anche la critica che alcuni studiosi mossero alla teoria liberale pluralista e alla sua esemplificazione nella coeva democrazia americana. Nel primo capitolo si mostra proprio come da quelle rielaborazioni critiche degli anni Sessanta emerse anche il primo modello di participatory democracy in seno alla teoria politica, sviluppato pienamente negli anni Settanta e Ottanta da Carole Pateman, Crawford B. Macpherson e Benjamin Barber. Questa parte del lavoro di tesi si propone quindi di accostare alle pratiche partecipative introdotte dai movimenti anche la ricostruzione dello sviluppo graduale di una teoria politica della participatory democracy. Tale riflessione è completata da un’analisi storica di ampio raggio, necessaria a meglio contestualizzare il fenomeno e ad includere le nuove richieste democratiche nell’ambito di una tradizione democratico-rappresentativa già dotata di istituti partecipativi di democrazia diretta.
Chiarito il quadro storico-politico degli anni Sessanta, il secondo capitolo analizza la ricezione dell’idea di participatory democracy nelle politiche federali. A questo proposito si illustra come il principio di citizen participation fosse stato recepito già con la War on Poverty promossa da Lindon B. Johnson alla metà degli anni Sessanta e fu mantenuto, con esiti istituzionali differenti, almeno fino alla fine della presidenza Carter. Si dimostra inoltre che, malgrado il dettato legislativo federale fosse spesso approssimativo sulle modalità operative, quel principio ebbe in realtà un notevole impatto sulle relazioni intergovernative. Tale principio favorì ad esempio l’intraprendenza di molti amministratori locali nel promuovere il decentramento amministrativo e politico su base di quartiere.
Nel terzo capitolo l’analisi affronta le principali trasformazioni in senso partecipativo avvenute nei sistemi di governo statali e locali negli anni Settanta, mettendole in relazione anche alle dinamiche intergovernative di più lungo periodo. Il capitolo è strutturato in modo tale da evidenziare il tendenziale recupero e rafforzamento di istituti già esistenti, come l’initiative, i public hearing e gli school district come strumenti di rivendicazione del community control in alcune città di grandi dimensioni. Mentre il secondo e terzo capitolo tendono a osservare le riforme istituzionali degli anni Settanta in senso partecipativo in seno al governo federale, statale e locale, i due successivi capitoli mirano ad osservare l’impatto della participatory democracy nel confronto tra attivismo militante e pratiche amministrative tradizionali degli anni Settanta.
Il quarto capitolo è infatti dedicato all’ingresso della nuova generazione di politici progressisti nelle amministrazioni locali e statali fra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta. Per analizzarlo si è deciso di analizzare come principale caso di studio la Conference on Alternative State and Local Policy (CASLP), una organizzazione e forum nazionale che mirava proprio ad unire alle istanze dei progressisti una expertise di governo. Nell’ambito della CASLP, la cosiddetta Coalizione progressista di Berkeley, CA, fornì un caso esemplare di strategia di confronto con le istituzioni locali e per questo il capitolo le dedica una attenta disanima. La pluriennale esperienza di azione collettiva dei progressisti di Berkeley nell’arena istituzionale è infatti rilevante sia per l’innovazione nella strategia istituzionale, sia per attestare una evoluzione dell’idea di participatory democracy nel tempo.
Il quinto capitolo ricostruisce ed analizza la carriera politica di Tom Hayden negli anni in cui passò dall’attivismo alla politica istituzionale, con la campagna elettorale per diventare Senatore della California in Congresso (1975-1976) e la successiva Campaign for Economic Democracy (1976-1982), confermando la spiccata propensione del leader all’innovazione istituzionale in senso partecipativo. In particolare, nella campagna elettorale per il Senato del Congresso del 1976 Hayden riuscì a implementare forme di decision-making partecipato in seno allo staff. Nella gestione del personale cercò inoltre di favorire l’empowerment di volontari e cittadini senza perdere di vista i requisiti essenziali per la sopravvivenza della campagna: fundraising e propaganda. In linea con la sua battaglia contro le distorsioni economiche del big business, scelse di non accettare fondi da corporation e banche e riuscì nell’intento di essere sostenuto per gran parte da small donors. Hayden dunque introdusse pratiche di participatory democracy in seno alla campagna elettorale e continuò a rivendicare la sua fiducia nella forza dei movimenti grass-roots. L’analisi storica, ad ogni modo, evidenzia anche le criticità che derivavano dall’uso di pratiche partecipative nella governance della campagna elettorale.
Atttraverso l’analisi teorica e politico-istituzionale della democrazia partecipativa americana fra gli anni Sessanta e Settanta su vari livelli istituzionali (federale, statale e locale), questo progetto di ricerca tenta quindi di colmare un vuoto storiografico e, al tempo stesso intende contribuire alla definizione storico-istituzionale della participatory democracy in seno alla democrazia rappresentativa degli Stati Uniti. Infine, la presente ricerca mira a inserirsi nel dibattito pubblico contemporaneo sulla participatory democracy, offrendo una visione storico-istituzionale importante per meglio comprendere il fenomeno e che, finora, non ha ricevuto l’attenzione che meriterebbe.Chapter 1 retrieves the idea of participatory democracy stemmed from the Long 1960s New Left and the following social movements. Indeed, the concept of participatory democracy mainly acquired two slightly different shapes in that historical framework. From one hand, it meant the broad political call for common citizens’ greater involvement in the policy-making - at the local, state and federal level. That request was in fact a reply to the ongoing crisis of the American democracy, in terms of political legitimacy and social representation of minorities and poor people. In the other hand, participatory democracy represented the organizing principle adopted by most of the grass-roots groups of that period, with a clear prefigurative function. Indeed, making the activist groups’ inner decision-making participatory was a way for the collectives to anticipate the institutional changes they aspired to. In the meantime, because of the same disaffection against the raising social and political inequalities, some political science scholars elaborated a critique to the pluralist version of the liberal democracy - then the most praised one, as well as credited as it was embodied in the American democracy. Those 1960s critiques were eventually used to conceive the first political theory of participatory democracy in the 1970s and 1980s, as Chapter 1 shows. The participatory democracy’s canon was in fact mostly developed by Carole Pateman, Crawford B. Macpherson and Benjamin Barber.
Beside the intellectual history of participatory democracy from 1960s to 1980s, Chapter 1 allows to contextualize ideas and practices of common citizens’ participation into the wider history of the American Political Development. According to that, chapter 1 also provides a detailed analysis of the participatory political institutions that were traditionally part of the United States representative democracy.
Chapter 2 verifies whether the 1960s idea of participatory democracy actually affected the federal public policies of the late 1960s and 1970s. Indeed the principle of “citizen participation” was introduced in some of the War on Poverty legislations, promoted by Lyndon B. Johnson since the mid-1960s. Although the heterogeneous institutional effects, that principle was maintained in some grant-in-aid projects until the end of the Carter administration, through the Nixon and Ford administrations. Therefore, the political meanings assumed by the idea of “citizen participation” and its institutional consequences from 1964 to 1980 are carefully analyzed in chapter 2. Moreover, chapter 2 shows that the principle of citizen participation had such a strong impact on the intergovernmental relations. It thus brought forward, for instance, the local public officers’ entrepreneurship towards the local devolution, shifting the administrative and political power base from the center to the neighborhood.
Chapter 3 deals with the 1970s main institutional reforms aimed at introducing the common citizens’ participation in the government decision-making at the state and local levels. Those reforms are deeply related to some long-lasting intergovernmental dynamics and this relationship is also argued. The same chapter’s lay-out is vowed to underline the 1970s general trend of retrieval and enhancing of traditional institutions, such as the initiative (direct democracy), the public hearings and the school districts. The school board was indeed reevaluated and reshaped as a means of community control in the biggest cities.
As chapters 2 and 3 aim at exploring the implementation of participatory reforms in the federal, state and local level of government, chapters 4 and 5 aim at inquiring the participatory democracy’s impact on the 1970s boundary of polity - the space where activism meets political institutions.
Chapter 4 inquires the new generations of progressive politicians entering the local and state administrations from the late 1960s to the mid-1970s. To frame that national phenomenon, the historical analysis use the Conference of Alternative States and Local Policies (CASLP) as a case study. CASLP was indeed a national organization born in 1975 to give voice to the progressive public officers around the country and allowed them sharing their government experiences for a more effective institutional impact. Inside CASLP, the progressive coalition of Berkeley, CA (called Berkeley Citizens’ Action, BCA) was especially spotted for its exemplary strategy to confront local political institutions. The 1970s BCA’s political actions are thus specifically analyzed. In fact, the institutional approach of the Berkeley progressive coalition resulted to be innovative in terms of strategy as well as successful in introducing new forms of participatory democracy into the local government, assessing the 1970s evolution of the participatory democracy political theory and practices.
Chapter 5 retraces the political career of the former New Left leader Tom Hayden during the years of turning from activism to institutional politics. Especially, the analysis focuses on the 1975-1976 U.S. Senate Campaign and the following Campaign for Economic Democracy (CED), a coalition project and organization led by Hayden with the goal of mobilizing activists and public officers around the issues of economic justice, environmental and economic public policies (1976-1982). That period - just before Hayden was elected representative at the California Legislature in 1982 - is thus analyzed as a testing ground to verify his long-lasting commitment towards participatory democracy.
The historical and political analysis, based on original archival findings, confirms Hayden’s inclination for institutional innovation in the participatory realm. In particular, during the 1975-1976 electoral campaign for the U.S. Senate in California Hayden introduced participatory forms of decision-making involving staff people, volunteers and supporting grass-roots groups. Moreover, that campaign’s staff and people management was conceived in order to directly empower citizens and volunteers, without losing track of the campaigning basic requirements (e. g. fundraising and propaganda). As he stood against big business and economic inequalities, he chose to reject fundings from corporations and banks. Therefore his electoral campaign was mostly sustained by small donors. Hayden successfully made the campaigning more open, accountable and participatory and kept on sponsoring his trust in community organizing and grass-roots social movements even in his following political endeavour, CED. Eventually, the investigation casts lights on the strengths, as well as the critical issues, produced by the Hayden’s participatory governance of campaigning.
By the means of analysing the intellectual history and the institutional implementation of participatory democracy during late 1960s-1970s United States, this research project firstly aims at making up the lack of historiography about the topic. In the second stance, grounding the institutional and political history of participatory democracy in the United States representative democracy - where the concept was born - this research project intends to provide a first genealogy of the participatory democracy’s institutional implementation. In this sense, the research projects wants also to contribute to the contemporary debate on the participatory democracy. It is indeed a compelling and popular issue in many worldwide political arenas, but it is still rarely defined by its historical and institutional terms
BUSINESS AND HUMAN RIGHTS: TOWARDS GREATER RESPONSIBILITY OF BUSINESS ENTERPRISES AND ACCESS TO REMEDIES IN A LEGALLY BINDING TREATY?
La tesi esamina questioni relative alla responsabilità delle imprese e all'accesso alla giustizia per vittime di violazioni dei diritti umani, commesse da imprese, per suggerire misure e proposte da inserire in un trattato giuridicamente vincolante in materia di imprese e diritti umani, la cui negoziazione è attualmente in corso sotto l'egida del Consiglio per i Diritti Umani. Conformemente alla Risoluzione 26/9 del Consiglio per i diritti umani, un gruppo di lavoro intergovernativo è stato incaricato di elaborare uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per regolamentare, nel diritto internazionale dei diritti umani, le attività delle imprese multinazionali e altre imprese.
Ricostruendo il background storico (Capitolo 1) e il percorso che ha condotto all’adozione della Risoluzione 26/9 (Capitolo 2), la tesi analizza alcune delle questioni ancora aperte in materia, partendo dalla responsabilità delle imprese e se queste possiedano personalità giuridica internazionale e di conseguenza se le imprese possono essere considerate duty-bearers nel futuro trattato (Capitolo 3). In secondo luogo, la tesi analizza la questione di come migliorare l'accesso alla giustizia per le vittime di violazioni dei diritti umani e superare ostacoli esistenti (Capitolo 4). Infine, sono proposte alcune alcune misure e modelli di riferimento da considerare nel futuro trattato, al fine di colmare alcune delle lacune ancora esistenti in materia.The thesis examines key issues relating to the responsibility of business entities and access to justice for victims of business-related human rights violations, to suggest measures and proposals to be incorporated in a prospective legally binding treaty on business and human rights, whose negotiation and drafting is in progress under the aegis of the UN Human Rights Council. Under the terms of Human Rights Council Resolution 26/9, an Open-Ended Intergovernmental Working Group was mandated to elaborate an international legally binding instrument to regulate, in international human rights law, the activities of transnational corporations and other business enterprises.
After recalling the historical background (Chapter 1) and the process leading to the adoption of Resolution 26/9 (Chapter 2), the thesis analyses the outstanding issues regarding the responsibility of business enterprises and whether corporations may potentially be considered as duty-bearers in the prospective binding treaty (Chapter 3). The thesis turns to the question about how to overcome existing barriers and improve access to justice and judicial remedies for victims of business-related human rights abuses (Chapter 4). The thesis concludes with measures and models of reference to be considered in the prospective treaty, to close the so called “accountability and governance” gaps
Note preliminari sulle analisi degli impasti ceramici di Grotta Continenza (Trasacco-AQ).
High-Technology Manufacturing of 5th Millennium B.C. Pottery in Italy
The study of some samples of Italian Neolithic pottery (5th millennium B.C.) have put into evidence that high-level standardized techniques
were adopted in the production of a peculiar ware decorated with red and black bands. High firing temperatures were a standard, aiming to obtain
surface sintered layers and possibly a sort of “glaze.” The red pigments were basically “ochre” (Fe3+-oxides and clay). The nature of the black
pigment is still uncertain, but it suggests that Fe2+ and not Mn-oxides were used
L’ATTIVITÀ DI TUTELA E RICERCA BIOARCHEOLOGICA NELL’AREA DELLA SABAP PER LE PROVINCE DI LUCCA E MASSA CARRARA: CASI DI STUDIO E SPUNTI DI RIFLESSIONE A PARTIRE DALLE “LINEE GUIDA PER IL TRATTAMENTO DEI RESTI UMANI”
Negli ultimi vent’anni il territorio delle province di Lucca e Massa Carrara ha visto nascere, in collaborazione tra Soprintendenza e Università, vari progetti di ricerca dedicati allo scavo di sepolture e allo studio di resti umani.
I cantieri di scavo nei siti di Benabbio (LU), Badia Pozzeveri (LU) e San Caprasio ad Aulla (MS) hanno costituito non solo un laboratorio scientifico e metodologico per l’archeologia funeraria e la bioarcheologia ma hanno permesso di sviluppare, in sinergia tra Università e Soprintendenza, nuove strategie di approccio dal punto di vista della comunicazione col pubblico e della valorizzazione del bene culturale costituito dai resti scheletrici umani.
Nel trattare di questi tre casi studio non ci soffermeremo sui risultati scientifici di ambito bioarcheologico o sulle metodologie archeologico-funerarie, tafonomiche e antropologiche applicate sul campo e in laboratorio, che sostanzialmente convergono con quelle enucleate nelle linee guida del 2022, piuttosto cercheremo di evidenziare quale rapporto con gli enti locali e le comunità è stato sviluppato nelle fasi di progettazione, svolgimento e valorizzazione degli interventi sui resti umani. Ci sembra che un simile approccio possa offrire spunti di riflessione interessanti su un principio presente nella convenzione di Faro ratificata dall’Italia il 23 settembre 2020:
“Oggetti e luoghi non sono di per sé ciò che è importante del patrimonio culturale. Essi sono importanti per i significati e gli usi che le persone attribuiscono loro e per i valori che rappresentano”1.
1 FARO CONVENTION 2005.
1
ISTITUTO CENTRALE PER L’ARCHEOLOGIA
ANTONIO FORNACIARI*, NEVA CHIARENZA**, MARTA COLOMBO**
L’ATTIVITÀ DI TUTELA E RICERCA BIOARCHEOLOGICA NELL’AREA
DELLA SABAP PER LE PROVINCE DI LUCCA E MASSA CARRARA:
CASI DI STUDIO E SPUNTI DI RIFLESSIONE A PARTIRE
DALLE “LINEE GUIDA PER IL TRATTAMENTO DEI RESTI UMANI”
PROTECTION AND BIOARCHAEOLOGICAL RESEARCH IN THE SABAP-LU AREA:
CASE-STUDIES AND INSIGHTS FROM THE MINISTRY OF ITALIAN CULTURE “GUIDELINES FOR THE TREATMENT OF THE HUMAN REMAINS”
ISTITUTO CENTRALE PER L’ARCHEOLOGIA
ISTITUTO CENTRALE PER IL CATALOGO E LA DOCUMENTAZIONE
Workshop
A un anno dalle “Linee guida per il trattamento dei resti umani”
5 luglio 2023; Roma, Complesso Monumentale del San Michele
PRE-ATTI / PRE-ACTS
Troviamo particolarmente appropriato in relazione ai resti umani, che sono allo stesso tempo bene culturale, reperto bioarcheologico e “resti di umanità”2, il concetto espresso dalla Convenzione3.
Il caso di Benabbio (fig. 1) costituisce un unicum in Italia quale indagine archeologica di un contesto cimiteriale del XIX secolo. Lo scavo, svoltosi negli anni 2007-2011, ha interessato 43 sepolture risalenti alla pandemia colerica che nell’estate del 1855 investì questo paese della montagna lucchese4. La peculiarità del progetto, dal punto di vista del rapporto con la comunità locale, risiede nella cronologia recente delle inumazioni, e nel fatto che sulla base dello scavo, dello studio antropologico e dell’integrazione con le fonti archivistiche è stato possibile in molti casi risalire all’identità dei singoli individui inumati, dando loro nome e cognome e quindi collegandoli, anche genealogicamente, ai discendenti che oggi vivono ancora nel paese di Benabbio.
Il secondo caso studio riguarda lo scavo estensivo delle aree cimiteriali pertinenti alla chiesa di San Pietro di Pozzeveri (anni 2011-in corso), sede di una canonica e di un monastero tra XI e XV secolo, quindi chiesa parrocchiale della comunità di Badia Pozzeveri fino alla seconda metà del Novecento (fig. 2). In questo caso lo scavo ha riguardato una cospicua serie di inumazioni che vanno, quasi senza soluzione di continuità, dall’XI al XIX secolo5.
Questi due cantieri sono nati come scavi in accordo con la Soprintendenza per poi diventare scavi su concessione. In entrambi i casi la concessione è stata ottenuta dai Comuni e la direzione scientifica affidata alla Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, che li ha utilizzati come cantieri scuola riservati agli studenti dei corsi di Archeologia Funeraria e Paleopatologia.
Infine, il caso di San Caprasio di Aulla (fig. 3), sede di un’importante abbazia benedettina in età medievale, già oggetto di approfonditi scavi dell’Iscum, che ha visto nel 2021 una ripresa delle indagini, in questo caso specificatamente rivolte alle stratificazioni cimiteriali medievali, sotto la direzione scientifica della Sabap di Lucca e Massa Carrara6.
La sinergia sviluppata tra Soprintendenza e Università ha portato a instaurare un proficuo rapporto con le istituzioni religiose (proprietarie dei terreni interessati dagli scavi) e con le amministrazione locali. Un ruolo non secondario, tuttavia, è stato svolto dalle comunità locali, che sono state partecipi della ricerca fin dalla fase di progettazione degli interventi, fattore che ha assicurato un supporto logistico e pratico straordinario durante l’attività sul campo, ma soprattutto ha costituito la base su cui costruire il coinvolgimento progressivo di tutti i membri della comunità nella fase di valorizzazione dei risultati. Il processo di “riappropriazione” dei beni bioarcheologici è stato un processo del tutto naturale. Gli scavi, che non sono mai stati chiusi alla vista del pubblico, hanno goduto di una forte visibilità, implementata dallo sviluppo dei social media.
Emblematico il caso di Benabbio, dove fin dalla prima campagna del 2007 la costruzione di un giornale di scavo quotidiano pubblicato on line sul sito della Divisione di Paleopatologia (www.paleopatologia.it) ha permesso un’amplissima circolazione delle informazioni e una divulgazione efficacie dei risultati progressivi anche ai membri della comunità che fisicamente non potevano presenziare al cantiere, riannodando i fili con la popolazione dei discendenti dei migranti residenti all’estero.
2 FAVOLE 2005.
3 BELCASTRO, MANZI et al. 2022.
4 FORNACIARI 2023.
5 FORNACIARI et al. 2016; FORNACIARI et al. 2022.
6 BOGGI, GIANNICHEDDA 2021.
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ISTITUTO CENTRALE PER L’ARCHEOLOGIA
A. FORNACIARI et al., Tutela e ricerca bioarcheologica nella SABAP-LU
3
ISTITUTO CENTRALE PER L’ARCHEOLOGIA
A un anno dalle Linee Guida
Ad Aulla, il ruolo della parrocchia e dell’associazione “Amici di San Caprasio” è stato fondamentale, dal momento che l’intervento si è inserito nell’ambito di un progetto complesso di valorizzazione dell’abbazia, che ha portato già anni fa (2012) alla fondazione di un museo e all’istituzione di un ostello per pellegrini. L’associazione stessa ha poi deciso di finanziare analisi archeometriche isotopiche sui resti scheletrici per ricavare informazioni di ampio respiro su alimentazione, mobilità e più in generale stile di vita degli antichi abitanti della Lunigiana.
Lo studio dei resti umani pertanto, nella nostra esperienza, non ha costituito un ostacolo alla creazione di un’archeologia partecipata dalle comunità, ma è stato semmai un fattore che ha incrementato interesse e volontà di riappropriazione della storia attraverso gli “archivi biologici” resi finalmente parlanti grazie all’archeologia e alla bioarchaeologia
Infilling processes of large pit features at Catignano – Neolithic (Italy)
The excavations in the large Neolithic village of Catignano (Pescara, Abruzzo, Italy) have shown several features types.
This paper aims to an ordered explanation and interpretation of the infilling of all the features found and excavated in the village. In
some cases their primary use is rather clear, but in other cases it is still enigmatic
Orbit design for future SpaceChip swarm missions in a planetary atmosphere
The effect of solar radiation pressure and atmospheric drag on the orbital dynamics of satellites-on-a-chip (SpaceChips) is exploited to design equatorial long-lived orbits about the oblate Earth. The orbit energy gain due to asymmetric solar radiation pressure, considering the Earth's shadow, is used to balance the energy loss due to atmospheric drag. Future missions for a swarm of SpaceChips are proposed, where a number of small devices are released from a conventional spacecraft to perform spatially distributed measurements of the conditions in the ionosphere and exosphere. It is shown that the orbit lifetime can be extended and indeed selected through solar radiation pressure and the end-of-life re-entry of the swarm can be ensured, by exploiting atmospheric drag
Oltre la diaspora. Donne afrodiscendenti in Italia.
The contribution concerns the biographical paths of Afro-descendant women in Italy, marked by traces and legacies of Italian colonialism. The analysis adopts a post-diasporic approach, with two declinations: that of M. S. Laguerre (2006) and that of S. Scafe (2019), which emphasizes inhomogeneity and power relations within African diasporas.
The presentation of some results of a qualitative survey (2022-23), based on 16 life tales of women of different generations from the Horn of Africa, and residing in different cities in Northern and Central Italy, is part of this interpretative framework. Thanks to the biographical analysis, the connections between meanings of diaspora, life stages, territorial affiliations and forms of engagement for social change are reconstructed, also from an intersectional perspective. The result is a variety of forms of political, social, educational/cultural, professional and peace engagement in relation to the local and transnational links of the interviewees with the Horn of Africa
Development of the hub port of Colombo, Sri Lanka
The Port of Colombo, Sri Lanka, is an important hub port in the Indian Ocean. A hub port is a port with mainly transhipment (and in this case container) throughput, which means that most of the cargo is not for the country itself, but for countries in the region. The yearly container throughput at the Port of Colombo reached its full capacity of 1.7 million TEU per year in 1997. Increasing waiting times for ships calling at the port are a result of this. Because of the costs of a waiting ship, shipping lines will choose other ports in the region such as Singapore, Salalah (Oman) or Dubai (United Arab Emirates) for their ships to go to. The aim of this study is to develop a plan for a New Container Terminal, which will give the Port of Colombo enough container throughput capacity for the next 25 years: till the year 2025.Hydraulic EngineeringCivil Engineering and Geoscience
Combinazione di spazzolino e portaspazzolino
È descritta una combinazione di uno spazzolino (1) e di un portaspazzolino (2); lo spazzolino comprende un sensore (14) atto a rilevare oscillazioni dello spazzolino e mezzi di trasmissione (13) atti a trasmettere i dati rilevati dal sensore ed il portaspazzolino comprende mezzi di ricezione (21) dei dati trasmessi dallo spazzolino
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