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La caduta. Antropologie dei tempi inquieti
Cosa hanno in comune Tuvalu, Taipei, la Val Di Fiemme, Taranto, il Salento, i territori Sami al Nord della Norvegia o, piuttosto, la città di Milano in preda all’emergenza pandemica? Il filo rosso che lega questi contesti è proprio l’esperienza della caduta, che spinge forzatamente le nostre società a vivere, agire e immaginare la fine possibile dei propri orizzonti di senso. Il tempo inquieto della crisi può presentarsi nella veste di una minaccia epidemica oppure di un evento “naturale”, di un cambiamento ambientale o climatico. Questo libro raccoglie esperienze antropologiche in cui il senso di inquietudine che accompagna la caduta si palesa in modo dirompente. Alla paura di precipitare e all’incertezza fanno da contrappunto i modi di immaginare possibili modalità di atterraggio e strategie di sopravvivenza. L’antropologia viene così assunta come una pratica di conoscenza che può contribuire a costruire modi alternativi per immaginare e abitare il mondo, storicizzando la catastrofe, rileggendo l’urgenza climatica come questione culturale, attraversando narrative altre sull’attuale pandemia o guardando ai futurismi indigeni quali meccanismi di resilienza planetaria
Martino Jasoni tra luogo d’immigrazione e luogo d’origine. Il viaggio migratorio come duplice rito di passaggio
Postfazione. Rileggendo Mario Turci: se non è dinamica non è coerenza (o della pelle levigata della coerenza)
Covid-19 e lo svelamento dell’implicito. Il ruolo dell’antropologia nel ripensamento dei servizi socio-sanitari
I saperi antropologici trovano la loro dimensione critica nel restituire all’azione umana ambiti che culturalmente ammantiamo di naturalità. Nel contesto specifico della salute, della malattia e delle loro cura, tale esercizio critico si svolge con l’intento di mettere in luce tanto la natura storico-culturale dei nostri saperi a tale riguardo, quanto gli effetti che essi producono a livello sociale. L’obiettivo di tale esercizio critico non è solo quello di guadagnare una maggiore consapevolezza dell’umano, ma anche quello di evocare possibili alternative a partire proprio dall’esplorazione etnografica delle zone d’ombra proiettate dalle costruzioni culturali indagate. Quello che qui si intende proporre è una possibile lettura antropologica delle risposte istituzionali all’emergenza sanitaria da Covid-19, a partire da uno specifico contesto di osservazione, con l’obiettivo di formulare possibili linee di ragionamento e di azione nel più ampio campo della promozione della salute
Apocalissi e rigenerazioni culturali. Nutrire l’immaginario del cambiamento nella crisi globale
Viviamo in tempi di molteplici crisi ecologiche, sanitarie, economiche, politiche, culturali. E allo stesso tempo ci manca una cultura e una visione adeguata di queste crisi. Ci troviamo in effetti al cospetto di una congerie di crisi che non sembrano aprire ad alternative di sistema, ovvero a possibili “decisioni” capaci di separare ciò che abbiamo imparato e guadagnato da ciò che abbiamo sbagliato e che ci ha portato sul limitare del baratro. Piuttosto il senso di emergenza suggerito dalle crisi è sempre più utilizzato per imporre soluzioni che rafforzano le risposte tradizionali. L’immaginario catastrofico e apocalittico diffuso dall’industria culturale più che stimolare una revisione critica delle premesse culturali che hanno prodotto il disastro sembra piuttosto rafforzare una logica fatalistica e l’immaginario della lotta per la sopravvivenza. In termini antropologici affrontiamo quella Ernesto De Martino chiamava una “crisi di presenza”, la crisi di un senso dell’esserci nel mondo. In questo contesto il lavoro culturale sull’immaginario resta un terreno di confronto fondamentale per accompagnare persone e comunità in un’epoca di radicali discontinuità con un atteggiamento critico e riflessivo ma anche aperto, creativo, sperimentale. Seguendo De Martino occorre ricordare che la fine di un mondo, di un sistema non significa la fine del mondo. La fine di “un” mondo può anche essere un’esperienza salutare e feconda nella misura in cui rappresenta una risposta ad una condizione di alienazione. Occorre dunque raccogliere la sfida e provare a culturalizzare e politicizzare questo passaggio in maniera più profonda e radicale, ovvero incorporarlo in una prospettiva di senso, di valore, assumendo il rischio del cambiamento
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