1,721,063 research outputs found
Digital versus analog procedures for the prosthetic restoration of single implants: A randomized controlled trial with 1 year of follow-up
Aim. To compare the outcome of digital versus analog procedures for the restoration of single implants. Methods. Over a two-year period (2014-2016), all patients who had been treated in a dental center with a single implant were randomly assigned to receive either a monolithic zirconia crown, fabricated with digital workflow (test group), or a metal-ceramic crown, fabricated with analog workflow (control group). All patients were followed for 1 year after the delivery of the final crown. The outcomes were success, complications, peri-implant marginal bone loss (PIMBL), patient satisfaction, and time and cost of the treatment. Results. 50 patients (22 males, 28 females; mean age 52.6±13.4 years) were randomly assigned to one of the groups (25 per group). Both workflows showed high success (92%) and low complication rate (8%). No significant differences were found in the mean PIMBL between test (0.39±0.29mm) and control (0.54±0.32mm) groups. Patients preferred digital impressions. Taking the impression took half the time in the test group (20±5min) than in the control (50±7min) group. When calculating active working time, workflow in the test group was more time-efficient than in the control group, for provisional (70±15min versus 340±37min) and final crowns (29±9min versus 260±26min). The digital procedure presented lower costs than the analog (277.3 versus 392.2). Conclusions. No significant clinical or radiographic differences were found between digital and analog procedures; however, the digital workflow was preferred by patients; it reduced active treatment time and costs. The present study is registered in the ISRCTN (http://www.isrctn.com/ISRCTN36259164) with number 36259164
Palermo anni '20: i cinematografi di Salvatore Caronia Roberti
Nel rileggere, attraverso il lavoro di ridisegno e ricostruzione degli edifici del passato, le produzioni architettoniche relative alle trasformazioni urbane della Palermo Liberty ci si accorge che, molto più della città storica intra-moenia, il volto della città relativo
a questo momento della sua storia è oggi irrimediabilmente trasformato e compromesso rispetto a quella che era la sua “vocazione” originaria. È accaduto, in altre parole, un processo di trasformazione urbana molto più repentino e radicale di quelli che hanno interessato la superficie del centro più antico: e, dettaglio non irrilevante, tutto ciò è avvenuto (a differenza delle precedenti mutazioni) senza grandi stravolgimenti dei tracciati viari o dei grandi sistemi urbanistici. Nello studio qui condotto ci si è soffermati su due progetti di S. Caronia Roberti per cinematografi: il Modernissimo (1914) e il Nuovo Excelsior Supercinema (1924), che ben riflettono la storia e la sorte di queste architetture
Histologic evaluation of bone response to a new geometric surface configuration in non-human primates
Scaffolds seeded with stem cells: research and clinical application in bone regeneration
The Beatles
La scelta di questo oggetto d’analisi è legata a un approfondimento semiotico sul tema del simbolo e in particolare su quando qualcosa diventi un simbolo. La domanda iniziale è: in che senso, e grazie a quali condizioni i Beatles sono considerati simboli? IIl mito dei Beatles è stato costruito lentamente attraverso configurazioni testuali, che dalle canzoni si sono progressivamente estese al cinema, alla moda, alla politica, pervadendo l’intera società. Lo studio approfondito sull’evoluzione cronologica dell’identità dei Beatles ha consentito di evidenziare quanto siano stati rilevanti le fonti testuali nel definire, modificare, e poi addirittura talvolta negare, le letture che della vicenda dei Beatles erano state fornite. Differenti narrazioni dei Beatles si sono succedute nel tempo, confermando una delle ipotesi di partenza: i simboli (altrimenti definibili icone, per adoperare il linguaggio dei media contemporanei) funzionano quando costituiscono una sintesi di vari aspetti culturali, sia in senso sincronico, sia in senso diacronico
Falcone e Borsellino
La costruzione dell’immaginario antimafia successivo alle stragi del 23 maggio e del 19 luglio 1992, in cui muoiono Falcone e Borsellino, è profondamente legato a un apparato iconografico (Puccio-Den 2009, 2022) che ruota intorno a un’immagine particolare: lo scatto del fotografo Toni Gentile. La fotografia, in bianco e nero, ritrae i giudici insieme, a mezzobusto, piegati l’uno verso l’altro nell’atto intimo di scherzare, sottraendosi temporaneamente al contesto istituzionale che la scrivania e i microfoni dietro ai quali sono seduti suggerisce. Questa immagine è indicata unanimemente come uno dei principali simboli della cultura della legalità, dell’onestà e del coraggio. A questo titolo, dalla prima pagine de Il messaggero su cui è apparsa per la prima volta, dopo la morte di Borsellino, è stata oggetto di innumerevoli riprese: negli striscioni delle manifestazioni organizzate dalle associazioni del Comitato dei lenzuoli e Palermo Anno Uno dopo le stragi; nei numerosissimi documentari che e reportage che hanno immediatamente conferito il carattere di “presente storico” agli eventi; in opere di arte pubblica, a Palermo e altrove, per la commemorazione del 23 maggio; in infinite rimediazioni, sui social e come nello spazio urbano, che riprendono la struttura plastica e figurativa della fotografia trasferendo il legame che vi è rappresentato su figure di altri attori, sostituendo Falcone e Borsellino o mostrando simultaneamente l’immagine fonte e quella derivata. Tuttavia, la “simbolicità” (Eco 1984) di questa foto, nei suoi usi politici, memoriali, pedagogici, non ha ancora ricevuto spiegazioni convincenti. La più in voga, tanto presso la pubblicistica (Scianna 2017) che nel discorso accademico (Ravveduto 2019: 146-147), è la sua capacità di condensazione di un “momento storico”. In questo intervento, nel rintracciare una genealogia della proliferazione di queste immagini su supporti e contesti discorsivi diversi, cercheremo di dimostrare il contrario: che non è la storia a fare le immagini, ma la proliferazione e la rimediazione (Bolter e Grusin 1999) delle immagini, nonché la loro stratificazione nella “memoria visiva” di una cultura (Mitchell 2015), che determinano le letture storiche degli eventi e dei personaggi che vi hanno partecipato. Nel proporre questa genealogia, oltre a evidenziarne alcune caratteristiche formali (Goodman 1977; Barthes 1980; Floch 1986, 1995) e la permanenza di temi e motivi visivi (Panofsky [1955] 2010; Calabrese [1986] 1992; Marrone 1995), cercheremo anche di differenziare gli ambiti semantici – politici, memoriali, pedagogici – che dominano in ciascuno contesto d’apparizione dell’immagine, mostrando come la sua “aura” e i suoi effetti di sacralità (Benjamin [1935] 1968; Otto [1917] 1923), saldino il testo visivo a particolari forme di circolazione dell’immagine nell’economia simbolica del discorso antimafia
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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