1,721,245 research outputs found
Comments on: De Luca C., et al.: Biological definition of multiple chemical sensitivity... Toxicol Appl Pharm.l epub ahead of publication, 2010, 20 April
The paper presented by Korkina and colleagues1 on Multiple Chemical Sensitivity (MCS) gives interesting insights into this poorly defined syndrome. The hypothesis that the intolerance is due to genetic defects has been rejected, while altered redox and cytokine patterns in affected subjects suggest an inflammatory, and perhaps autoimmune mechanism. However, the epidemiological design of the study is extremely weak, and this may raise many doubts about the validity of these conclusions.
More information should be provided on recruitment methods. A fuller explanation of recruitment criteria is needed with explicit reference to the Authors’ blindness regarding cases and controls. The Authors should make it clear that patients were recruited with the help of patients’ associations and clarify their relationship with these organizations.
Patients were selected on the basis of a self-completed symptom scale, the QEESI, in a modified and non-validated Italian version, and Cullen’s clinical criteria2, which explicitly exclude any known organic disease. However, the concurrence of concomitant diseases was obtained only by anamnestic evaluation, and did not lead to the exclusion of patients suffering from other inflammatory or autoimmune diseases. No diagnostic test was performed to exclude any other undiagnosed diseases. Moreover, approximately half of the observed sample did not correspond to the aforementioned, highly inclusive criteria. Selection bias may explain the observed findings
Work-Related Psychological Injury Is Associated with Metabolic Syndrome Components in Apparently Healthy Workers.
Objective
The aim of this study was to evaluate the association between psychological damage
caused by common occupational trauma and metabolic syndrome (MES).
Method
571 workers from 20 small Italian companies were invited to fill in the Psychological Injury
Risk Indicator (PIRI) during their routine medical examination at the workplace.
Results
Compared to workers with no psychological injury, workers with a high PIRI score had a significantly
increased risk of having at least one metabolic syndrome component (adjusted
hazards ratio, 1.8; 95% confidence interval, 1.2 to 2.6). There was a significant increase in
the risk of hypertriglyceridemia in male workers (OR 2.53 CI95%1.03-6.22), and of hypertension
in female workers (OR 2.45 CI95% 1.29-4.66).
Conclusion
Psychological injury related to common occupational trauma may be a modifiable risk factor
for metabolic syndrome
Industrial mass psychogenic illness: The unfashionable diagnosis
Two previously unpublished outbreaks of Mass Psychogenic Illness (MPI) in Italy are reported. The first outbreak involved 427 female workers at an electro-mechanical plant. Workers complained of work-related stressors, and high levels of conflict between their job and home duties. We conclude that the episode resulted from the interaction of environmental and work-related factors, the persons and the social organization of the workplace. The second case is one in which risk of MPI developing seems to have been successfully prevented. An effective stress coping strategy, coupled with workplace improvement, may have succeeded in eliminating cases of illness and preventing an outbreak of MPI
Strumenti per la valutazione dei rischi psicosociali sul lavoro
QUESTIONNAIRES FOR PSYCHOSOCIAL RISK
ASSESSMENT AT WORK. The aim of this review is to describe
the state of the art of the assessment of psychosocial risk at work
in Italy. Questionnaires for such assessment can be divided into
four broad categories: a) those aimed at identifying work-related
stress factors and assessing work organization; b) those that
investigate the individual’s perception of stress; c) those
assessing mediating factors; and d) those that measure the
effects of stress.
For a complete picture of psychosocial risk at work, all these
factors should be taken into account. However, lack of time
and resources available for the practice of occupational medicine
imposes the choice of simple questionnaires that are quick
and easy to administer. A vast range of options is available
in the literature. This gives rise to the need for multicenter trials
to be set up and for research methods to be standardized.
It is strongly recommended to use questionnaires published
in the international literature which have a validated Italian
version with adequate psychometric validity index and
standardized methods of administration
Stalking in ambito lavorativo.
Stalking is a form of interpersonal victimization that
can have irrevocable effects on the lives of victims but is frequently misunderstood
and minimized.
This article presents a case study of a woman who was stalked in the
workplace by a 39-year-old male colleague, and offers recommendations
for occupational health clinicians charged of medical surveillance of
workers (so-called “Competent Physicians”) who have to cope with
stalking at the workplace.
The prevalence of stalking provides many opportunities for Competent
Physicians to intervene, but first they must recognize and understand
the problem.
The study underlines the inadequacy of the current legal and medical
responses to the needs of these victims
La svalutazione del rischio.
Erano le dodici di sabato 4 dicembre 2010. Dopo quattro
giornate di congresso, i medici del lavoro avevano finalmente
raggiunto l’orario fissato per ottenere i crediti formativi,
e con la scheda delle risposte ai quiz diligentemente
compilata si erano messi in fila davanti all’addetto al rilascio.
Centinaia di medici, forse più di un migliaio, avevano
rapidamente riempito la stanza, il corridoio, le scale, deragliando
in una fila caotica e interminabile fino al piano superiore.
Le dodici e trenta. Nella fila praticamente immobile,
schiacciati in un corridoio senza finestre, già col soprabito
e con la borsa da viaggio, i più vagotonici cominciavano
a dare segni di deliquio.
Cosa poteva averli ridotti in quello stato?
Non era facile trovare una risposta.
Certo che il caos, il disagio, lo spreco di energie non erano
esperienze nuove per nessuno di loro. Anzi, l’inattesa
conclusione del 73° Congresso Nazionale era quasi emblematica
dello stato della disciplina, soffocata da interessi
contingenti e costretta a percorsi obbligati da un delirio
normativo che non ha riscontri nel mondo.
Nei giorni immediatamente precedenti al Congresso, ad
esempio, il Ministero aveva espresso le proprie indicazioni
sulla valutazione dello stress da lavoro, su conforme parere
della Commissione consultiva permanente per la salute e
sicurezza sul lavoro (2).
Il lavoro della Commissione consultiva era stato lungo e
molto, ma proprio molto faticoso.
Del resto è quasi sempre così. Nel nostro paese, le commissioni
che si occupano di medicina del lavoro sono composte
in prevalenza da non medici. E se poi proprio càpita
che tra i componenti ci sia un medico del lavoro, si ha cura
che non abbia qualificazione accademica né esperienza come
medico competente e non abbia mai pubblicato nulla
sull’argomento. Nella commissione sullo stress c’era di tutto,
anche un esperto di mineralogia, fuorché un esperto di
stress.
Il problema, poi, richiedeva un difficile bilanciamento di
interessi. Gli psicologi avevano drizzato le antenne con
l’emanazione del D.Lgs 81/08, e rivendicavano un ruolo da
protagonista nel processo di valutazione del rischio. Le
aziende ricordavano che c’è la crisi e che non avrebbero potuto
sobbarcarsi ulteriori oneri. I Servizi di prevenzione, finora
impegnati non senza difficoltà (3) nella valutazione
dei rischi fisici, chimici e biologici, chiedevano insistentemente
lumi.
Il Legislatore dal canto suo aveva già reso le cose più
difficili che in tutto il resto del mondo, imponendo sanzioni
penali non solo sul globale processo di prevenzione, ma
anche su ogni suo singolo passo.
Dunque, come misurare lo stress, un fenomeno soggettivo
e variabile nel tempo, scrivendo il risultato una volta per
tutte su un documento cartaceo da tutti sottoscritto, magari
con “data certa”?
Se il quesito fosse stato rivolto ad un qualunque medico,
anche appartenente a quella infima categoria priva di specializzazione
una volta indicata come “medico di fabbrica”,
questi avrebbe proposto il metodo che la medicina, da
Esculapio in poi, prevede per i disturbi soggettivi: chiedere
agli interessati.
Ma, per l’appunto, le Commissioni procedono in un
modo diverso.
Il pericolo di una legione di psicologi arruolati in tutta
fretta per testare i lavoratori o, ancora più grave, quello degli
ingegneri muniti di test psicologici, era da scongiurare.
Ed è stato scongiurato, con un vero colpo del genio italico:
l’invenzione degli indicatori obiettivi.
Chi mai, infatti, avrebbe pensato a misurare un fenomeno
soggettivo mediante un indicatore obiettivo? Certonon
un medico.
Nessun medico misurerebbe la frequenza del mal di testa
sulla base della vendita di analgesici nella farmacia comunale.
Ma è proprio quello che è stato deciso per quanto
riguarda lo stress lavoro-correlato.
La Commissione difatti stabilisce che la valutazione
consista “nella rilevazione di indicatori oggettivi e verificabili,
ove possibile numericamente apprezzabili”, e propone
un elenco lungo, ma non esaustivo, di tali “indicatori”, nel
quale si incontrano eventi-sentinella, fattori di contenuto,
fattori di contesto. Nulla di male, se non fosse che quelli
proposti non sono indicatori, ma (forse) effetti, (forse) concause di stress. Non sono obiettivi, perché generalmente
mancano le prove scientifiche di una relazione con lo stress.
Dobbiamo considerarli variabili da correlare allo stress da
lavoro, proprio per obiettivare l’eventuale relazione tra lo
stress da lavoro e questi eventi-sentinella o questi fattori.
Dopo la Circolare, nei tempi ristretti ancora rimasti,
molti servizi di prevenzione si sono affrettati a raccogliere
dati sulle assenze per malattia e sugli infortuni e hanno buttato
giù due paginette per dire che il problema dello stress è
sotto controllo. Altri, meno zelanti, hanno espresso il proponimento
di tenere conto degli indicatori obiettivi, ma solo
dal 31 dicembre in poi. Altri infine si sono affaticati nella
compilazione di una check-list computerizzata che comprende
le istanze giudiziarie per licenziamento, la possibilità
di utilizzare una navetta aziendale, le visite su richiesta al
medico competente, la prevalenza del part-time, la diffusione
dell’organigramma aziendale, le ferie non godute, il microclima
ed altri 70 fattori ambientali ed organizzativi e
contiene un magico algoritmo che trasforma questa accozzaglia
di dati in un indicatore colorato: verde, non c’è stress;
giallo, sì, c’è un pochino di stress, rosso, ahi ahi pericolo, c’è
tanto stress (1). In questi casi, niente paura, la Commissione
permanente ci avverte che il datore di lavoro dovrà intraprendere
“misure di correzione”, quali e quante siano lo deciderà
lui stesso con la sua innata conoscenza dello stress e
dei problemi organizzativi, e quindi, ma solo nel caso che
questo intervento sia (dallo stesso datore di lavoro) ritenuto
inefficace, sarà possibile attivare la “fase eventuale” di valutazione
della soggettività dei lavoratori.
Cosa può fare il medico del lavoro in tutto ciò?
Apporre come al solito la firma sul Documento di Valutazione
dei rischi, che gli viene presentato già stampato,
con tante scempiaggini? È la scelta più semplice. Gli organi
di vigilanza sanzionano la mancanza di firma del medico,
come gli occhiuti gendarmi del paese di Acchiappacitrulli,
ma generalmente non vanno oltre un’occhiata alla prima e
all’ultima pagina del Documento. Che già contiene, in
troppi casi, valanghe di frasi generate col sistema del “copia-
incolla” al solo scopo di renderne indigesta la lettura.
Oppure far valere la propria competenza, rafforzata in
un Congresso nel quale ben 43 relazioni trattavano di stress
e 24 del ruolo del medico competente, per rivendicare un
ruolo attivo nell’analisi dei dati soggettivi e nella valutazione
del rischio, secondo le buone prassi di medicina del lavoro?
(4, 5).
Ai posteri, l’ardua sentenza. Intanto è bene mettersi in
fila, e riscuotere i crediti. È uno stress anche questo
Workplace violence and occupational stress in health care workers: a chicken and egg situation - Results of a 6-year follow-up study
Objectives: Violence at work (WV) is an important occupational hazard for
health care workers (HCWs). A number of surveys addressing the causes and
effects of WV have shown that it is associated with work-related stress. However,
it is not clear what direction this relationship takes, that is, whether job
strain facilitates aggression against HCWs or WV is the cause of job strain.
Methods: From 2003 to 2009, HCWs from a public health care unit were
asked to self-assess their level of work-related stress and to report aggression
that occurred in the 12-month period preceding their routine medical examination.
In 2009, physical and mental health and job satisfaction were also
assessed. A total of 698 out of 723 HCWs (96.5%) completed the study.
Findings: Job strain and lack of social support were predictors of the occurrence
of nonphysical aggression during the ensuing year. HCWs who experienced
WV reported high strain and low support at work in the following year.
The experience of nonphysical violence and a prolonged state of strain and
social isolation were significant predictors of psychological problems and bad
health at follow-up.
Conclusions and Implications: The relationship between work-related distress
and WV is bidirectional. The monitoring of workers through questionnaires
distributed before their periodic examination is a simple and effective
way of studying WV and monitoring distress.
Clinical Relevance: The findings of the present study may facilitate the subsequent
design of participatory intervention for the prevention of violence in
healthcare facilities. This should always be accompanied by measures designed
to reduce strain and improve social support
Work-related symptoms in indoor environments: a puzzling problem for the occupational physician
Purposes People who work indoors often manifest
symptoms related to the work environment. Sick building
syndrome (SBS) is a condition closely associated with
sealed, air-conditioned workplaces and is especially frequent
in countries with a cold climate. However, it is also
present in Mediterranean countries where artificial ventilation
accompanies the natural one. The significance of
personal factors, air quality perception, and psychosocial
work conditions in relation to SBS and other work-related
symptoms needs to be clarified.
Methods Workers from 28 companies in the Latium
region of Italy were invited to answer a questionnaire
during their routine medical examination at the workplace.
A total of 4,029 out of 4,129 took part in the survey, giving
a response rate of 97.6 %.
Results A high percentage of workers (31.9 %) reported
symptoms related to work, and two-thirds of the employees
(65.4 %) complained of environmental problems. In
logistic regression models, personal factors (gender,
smoking habit, age, and atopy), anxiety and depression,
environmental discomfort and job strain were associated
both with symptoms of SBS and other work-related
symptoms. There was a significant association between the
perception of stuffy air, dry air, and electricity and cases of
SBS. Some associations between symptoms and the work
environment lacked biological plausibility.
Conclusions The occupational physician’s task is to
systematically monitor workers’ symptoms and their perception
of the work environment in order to analyze this relationship and indicates the best mode of preventing illness/
discomfort. This paper provides a method and reference
values
Invecchiamento della forza-lavoro. L’importanza del work engagement e dell’ergonomia partecipativa
I cambiamenti della società e degli ambienti di lavoro richiedono un cambiamento dei metodi della medicina del lavoro. Il work engagement e l’ergonomia partecipativa sono le modalità attraverso cui si può realizzare, in una prospettiva olistica, la promozione della salute dei lavoratori anzian
The unhealthy physician
Background: Physicians, if affected by transmissible or impairing diseases, could be hazardous for third
persons.
Aim: To solve the apparent chasm between patient’s and sick worker’s rights, a consensus-building process
leading to hospital-wide policies is the better alternative to individual decision making.
Conclusions: Policies have to balance the rights of the sick worker, the right of the other workers, patients and
customers, and society’s expectations
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