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    Lo spazio, il tempo e la norma

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    Le profonde trasformazioni che stanno investendo il nostro modo di pensare la città e il territorio stanno mettendo in crisi il grande progetto normativo ereditato dalla modernità con cui abbiamo cercato in quest’ultimo secolo di regolare i rapporti tra l’uomo e lo spazio. Queste trasformazioni stanno infatti erodendo gli stessi presupposti che avevano reso possibile il grande progetto moderno. E’ all’interno di queste premesse che si colloca il libro. Il contributo che esso intende dare muove dal presupposto che per rispondere a queste trasformazioni non sia sufficiente operare attraverso semplici aggiustamenti dei vecchi apparati normativi o mediante un parziale miglioramento delle tecniche, ma occorra invece mettere mano ad un rinnovamento profondo dei presupposti, su cui essi stesse si fondano. Alla base del modo di pensare la norma che abbiamo ereditato esiste infatti un ordine di significati e di valori taciti che non ha niente di “naturale”, ma che al contrario è espressione di una ben precisa visione del mondo che troppo spesso diamo per scontata. Una visione del mondo che ha modellato il nostro modo di guardare le cose da diventare talmente connaturata al nostro modo d’essere e di pensare, da essere esclusa da ogni forma di problematizzazione, di interrogazione e di riflessione. Lungi da ogni determinismo funzionale in questa visione si celano infatti alcune idee fondanti, in cui siamo profondamente invischiati, che affondano radici in uno spesso sostrato culturale che ha condizionato in maniera pesante il nostro stesso modo di pensare la pianificazione e che forse varrebbe la pena rimettere in discussione. Proprio per “denaturalizzare” questa visione del mondo il lavoro di ricerca mira in primo luogo a disseppellire criticamente le origini, i significati simbolici e i valori da cui questa idea di norma ha preso origine. Per capire in che modo, attraverso quali passaggi, quali soglie, quali punti di discontinuità, essa si sia sviluppata nel tempo. Ciò che si è inteso fare è dunque, in un certo senso, ripercorrere la genealogia di questo progetto normativo per capire come si è arrivati nel tempo, attraverso diverse fasi e diversi passaggi, a pensare che la norma possa essere intesa come un dato acontestuale - elaborato da una mente esterna sulla base di principi astratti e di valori ritenuti indiscussi - imposto sul corpo del territorio. L’idea è stata quella non tanto di ricostruire una storia evolutiva di questo modo di pensare la norma, ma piuttosto quella di determinarne “i rapporti di filiazione” da cui il progetto normativo moderno ha avuto origine. Il nostro intento è stato quello di riesaminare il passato non in quanto passato trascorso, abolito, esaudito, ma riaprire il passato in direzione dell’avvenire, in quanto tradizione vivente, tempo in cui il presente affonda le sue radici; riaprirlo per riflettere su di esso con lo scopo di comprendere – attraverso il ritorno alla memoria del cammino percorso – in quale modo oggi siamo arrivati ad essere quello che siamo. Per poter poi scegliere con consapevolezza se continuare a seguire la strada che abbiamo intrapreso o decidere se imparare a pensare altrimenti. Alla base di questo modo di intendere la ricostruzione storica, non per passaggi lineari, ma piuttosto per successioni, salti e discontinuità c’è l’idea che il tempo non abbia una semplice direzione lineare e progressiva, ma piuttosto un andamento spiraliforme e stratificato. Dopo aver ricostruito i fondamenti storici ed epistemologici che stanno alla base del progetto normativo della modernità ed averne analizzato criticamente gli sfondi impliciti e spesso taciuti che ne orientano lo sguardo, la ricerca si è volta ad esplorare, a partire dalla presa d’atto dei mutamenti che sembrano affermarsi nella contemporaneità, se e in che modo sia possibile, ripensare un nuovo rapporto fra norma, territorio, individuo e società. Nell’esaminare la crisi della sovranità dello Stato e l’emergere delle nuove modalità di abitare e di pensare lo spazio ed il tempo, si è giunti alla prima conclusione che il territorio non possa essere più inteso come quel “disincantato” meccanismo territoriale configurato nel moderno, retto in forma piramidale da uno stato impersonale astratto e lontano. Facendo propria allo stesso tempo l’idea che il “tempo non possa essere separato dalla materia”, seguendo gli stessi sviluppi del pensiero scientifico e filosofico, il lavoro punta a rimettere in discussione l’idea che un progetto normativo possa, in qualche modo, precedere la vita che lo produce ed essere pensato al di fuori del tempo e da un contesto, sulla base di un’idea di ordine a priori, definitivo e universale in grado di produrre il fondamento della norma. Poiché non esiste infatti nessun fondamento ontologico su cui si può fare affidamento, ma piuttosto una decisione arbitraria che ne fonda la sua stessa esistenza, non ci si può sottrarre alla “tremenda responsabilità” dell’istituzione della norma affidandosi al semplice determinismo funzionale della tecnica, né tantomeno immaginare di poter calare un progetto normativo astrattamente pensato da una “mente esterna” su un territorio pensato come una superficie senza vita e senza storia. Nei diversi saggi che affrontano il tema secondo differenti chiavi interpretative emerge molto chiaramente la convinzione che sia necessario dedicare una particolare attenzione non tanto e non solo alla stesura dei contenuti cristallizzati della norma, quanto alla cornice che regola i processi attraverso cui pervenire alla definizione dei valori e dei fondamenti, niente affatto naturali e scontati, da cui far scaturire molteplici progetti normativi che devono venir fuori da processi autoorganizzativi a varie scale e a vari livelli. La “rottura del cemento che legava una comunità ad un luogo” determinata dai nuovi modi di usare lo spazio e il tempo ci pone infatti di fronte ad un territorio che sempre più assume i caratteri uno spazio in continuo divenire, difficilmente cartografabile perchè esito di rapporti che si stabiliscono nell’ambito di pluriappartenenze disparate e discontinue anche nel tempo. Venuto meno il valore cogente della tradizione i valori, “infondati ma fondanti” su cui poggiare il progetto normativo, devono pertanto essere costruiti nel presente. Questo pone nuove domande a cui occorre dare risposta. Dopo aver tracciato ed analizzato alcune questioni e problemi emergenti, e indicato alcune delle posizioni che emergono nel dibattito disciplinare, i diversi autori si interrogano sulle questioni più urgenti che si delineano nel ripensare il progetto normativo moderno: In che modo è oggi possibile costruire processi capaci di far emergere campi relazionali, accordi a diversi livelli da cui far scaturire i valori sulla base dei quali costruire diversi progetti normativi? Come ritornare a far si che la norma, anziché essere separata dalla vita, possa ridiventare parte di un processo più complesso di costruzione della città e dei territori? Se in passato la costruzione dello spazio urbano era l’esito di un insieme di pratiche interagenti e esito dell’uso di diverse razionalità è oggi ancora pensabile affidare invece alla norma e al disegno formale la produzione della qualità della città? E’ oggi possibile rimettere in discussione la separatezza della norma dalla vita, operata già con il pensiero greco e portata avanti con la modernità, e ragionare in termini più problematici su queste questioni? Di fronte alla difficoltà di individuare valori unitari e condivisi su cui poggiare la costruzione di un progetto normativo è possibile pensare più che alla definizione di schemi rigidi e sostanzialmente prefigurati alla elaborazione ed alla costruzione di spazi cornice all’interno dei quali creare la possibilità della vita comune e non il progetto predeterminato della vita comune? Può essere affidato ad essa il compito di proiettare sul terreno un progetto di territorio pensato come congelato nel tempo per far si che esso si realizzi come è stato pensato senza che nessuna modifica possa in qualche modo alterarlo, o il dispositivo normativo può e deve essere immaginato come uno schema aperto capace di favorire ulteriori passaggi di interpretazione creativa? Attorno a queste questioni comuni si confrontano i diversi autori

    "L'organizzazione dell'uso del suolo tra coazione e volontarietà",

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    Nel corso della seconda metà del novecento, il problema della costruzione dei processi di policy, ossia delle modalità attraverso le quali attori pubblici e privati si trovano coinvolti in processi decisionali per la fornitura dei servizi, è stato oggetto di analisi e di riflessione teorica. Chi, nel corso degli anni novanta, si è occupato di ‘processi politici’ ha oggi piena consapevolezza che non si possono ottenere cambiamenti radicali negli esiti delle politiche territoriali a partire da sole azioni normative e/o fiscali (via PRG). Tali azioni non bastano a garantire che l’azione pubblica di erogazione dei servizi pubblici avvenga in maniera efficiente, efficace ed equa, perché, da sole, non sono sufficienti a veicolare quei processi istituzionali attraverso cui le politiche si trasformano in azioni amministrative. Riteniamo perciò di qualche importanza rimettere al centro del ragionamento le ragioni costitutive dei processi di policy, esplorando quali possano essere oggi ‘nuovi’ approcci istituzionali attraverso i quali si possano innescare profondi processi di cambiamento nelle politiche territoriali. Non si tratta perciò di escludere lo Stato dal campo dei servizi, ma, piuttosto, riflettere sulle implicazioni di modelli alternativi che vedono una sostanziale ridefinizione dei ruoli del pubblico e del privato. Obiettivo del paper è mettere in discussione l’approccio tradizionale di erogazione dei servizi pubblici, che vede lo stato con un ruolo esclusivo (o, comunque, dominante), per esplorare forme alternative di fornitura di servizi e infrastrutture, fondate sull’azione di soggetti privati. In quest’ottica, gradi progressivi di volontarietà possono essere introdotti in modelli di fornitura alternativi e/o complementari a quello coattivo esercitato dal soggetto pubblico. Verranno in particolare presentati e analizzati due modelli privatistici – che denominiamo ‘comunità proprietaria’ e ‘associazione comunitaria’ – valutandone pregi e difetti. Per ognuno dei due modelli verranno esaminati e discussi criticamente alcuni casi studio esemplari focalizzati soprattutto su servizi e infrastrutture di carattere territoriale. Come si cercherà di mostrare, l’esistenza di rendite differenziate in ambito territoriale è non tanto il problema, quanto, piuttosto, l’opportunità che consente di risolvere il problema dei beni pubblici in un’ottica volontaristica. Il paper si conclude proponendo una rivisitazione del ruolo dello stato entro un approccio più complesso e articolato che riconosce la necessità di forme miste e plurime di garanzia di beni pubblici

    Imperfetta liberalizzazione e insostenibile perequazione nel settore del commercio: fatti, ragioni e strategie

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    Il settore del commercio rappresenta oggi una quota rilevante del prodotto interno lordo nazionale. Tra i vari settori e tuttora quello piu dinamico e innovativo. Il Decreto "Bersani" (D.lgs. 114/1998) ha, come noto, introdotto un processo di liberalizzazione del settore commerciale, rinviando alle Regioni la definizione normativa di alcuni aspetti in materia. Il decreto Bersani stabilisce unicamente un insieme di principi generali volti a favorire la concorrenza e la liberta d'impresa, la tutela del consumatore e la trasparenza del mercato, lasciando al livello legislativo regionale la precisazione delle regole di programmazione del settore. Nel faticoso tentativo di perseguire una strada inusitata, le amministrazioni regionali hanno cercato di introdurre vari contrappesi per mitigare i presunti attesi effetti distorsivi della concorrenza di mercato. In particolare, alcune Regioni italiane (tra le quali, il Piemonte, l'Emilia Romagna e il Veneto) hanno di recente previsto forme di perequazione per compensare gli effetti esterni prodotti dai grandi insediamenti commerciali. L'idea di fondo e che senza un meccanismo perequativo gli esercizi di vicinato siano destinati a soccombere alla grande distribuzione, con conseguenze indesiderate anche per le realta urbane. A questo proposito, sono stati definiti criteri specifici per orientare le azioni perequative: criteri che consentano di individuare l'entita monetaria del contrappeso necessario e i destinatari che dovrebbero beneficiare della redistribuzione. L'intento del paper e di interrogarsi su tre questioni fondamentali in proposito: la prima questione e di carattere ‘empirico' e riguarda l'esistenza o meno di una contrapposizione frontale tra grande distribuzione e piccolo commercio (tale contrapposizione e data tradizionalmente per scontata, ma l'analisi dei dati piu recenti suggerisce quantomeno di rivedere - e riformulare in maniera piu articolata - questa consolidata convinzione); la seconda questione e di carattere ‘etico' e riguarda le ragioni a sostegno di un intervento pubblico compensativo a seguito di effetti di concorrenza (piu in particolare, il problema sollevato concerne quali effetti esterni di determinate attivita siano da ritenersi collettivamente indesiderabili, nell'ipotesi che solo una qualificazione valoriale coerente possa consentire una valutazione selettiva e giustificabile); la terza questione e di carattere ‘operativo' e riguarda l'efficacia dei criteri di perequazione introdotti rispetto agli obiettivi presupposti (troppo spesso infatti i criteri impiegati si rivelano semplicistici e disattenti alla dimensione territoriale, con conseguenze controproducenti). Affrontare le tre questioni precedenti vuol essere anche un modo per ridiscutere del significato territoriale ed economico del settore commerciale (in fase di progressiva espansione in molte aree del nostro paese) e del ruolo pubblico in questo campo (in fase di ridimensionamento solo apparente

    RECURSION AND RENORMALIZATION METHODS IN THE ELECTRONIC-STRUCTURE OF SOLIDS

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    The recursion and renormalization methods have emerged as precious tools for treating a variety of electronic systems, when their complexity is so high to prevent direct diagonalization of the corresponding Hamiltonian. The two formalisms, introduced in the literature in independent contexts, are here shown to be algebraically equivalent. Moreover the discussion of their foundation is completed by a brief historical overview of other closely related methods: the Lanczos method, the moment method, the Mori method, and the equation of motion method. Finally we consider a number of detailed applications of the recursion and renormalization methods, and their perspectives in the electronic structure of lattices, superlattices, surfaces and coupled electron-phonon systems

    Reptation quantum Monte Carlo: A method for unbiased ground-state averages and imaginary-time correlations

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    We introduce a new stochastic method for calculating ground-state properties of quantum systems. Segments of a Langevin random walk guided by a trial wave function are subject to a Metropolis rejection test performed on the time integral of the local energy. The algorithm-which is as simple as variational Monte Carlo-for bosons provides exact expectation values of local observables, as well as their static and dynamic (in imaginary time) response functions, without mixed-estimate nor population-control biases. Our method is demonstrated with a few case applications to (4)He

    Do malls contribute to the privatisation of public space and the erosion of the public sphere? Reconsidering the role of shopping centres

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    Shopping malls are often criticised as a cause of the privatisation of public space and the erosion of the public sphere. Some authors argue that to fight these negative processes, shopping malls should be considered equivalent to public spaces, and therefore entail the same rules enforced in public spaces (for instance, the right to free admission and to free speech). In our opinion these approaches are unsound. In this paper we argue that: 1) shopping malls do not necessarily entail a privatisation of public space, nor necessarily any erosion of the public sphere; 2) because they are not public spaces, they cannot be considered equivalent to them; 3) they are highly open access (compared to many other kinds of both private and public spaces), and the limits they impose on some political activities are, under certain conditions, acceptable. This does not mean that the owners of private spaces are completely free to act as they choose; it means that they cannot be equated with public entities that manage spaces that belong to the public
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