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    Ortodossia greca ed Europa. Un rapporto ambivalente e fecondo nell’analisi di uno studio recente.

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    L’articolo prende in esame lo studio di Demetrios Keramidas sul rapporto tra l’Ortodossia greca e l’Europa, pervenendo, al riguardo, a due acquisizioni. La prima riguarda una pacifica accettazione della dimensione ormai meta-cristiana del continente, nel quale vige stabilmente un intenso pluralismo religioso, nel quale le Chiese cristiane, come quella ortodossa, devono inserirsi con una testimonianza non solo individuale, ma anche collettiva relativa cioè al modo di esistere, di pensare e di agire cristiano, che è quello eucaristico-liturgico. La seconda riguarda invece l’apporto peculiare dell’Ortodossia greca, che – in una prospettiva non di contrapposizione ma di integrazione con l’Occidente cristiano – deve consistere nella massima valorizzazione delle specificità proprie del cristianesimo orientale – della sua genialità, per così dire –, quali la dimensione mistica della teologia, il carattere misterico della liturgia, la pe¬renne giovinezza della tradizione patristica e il respiro monastico del¬la spiritualità

    É vicina l'unità tra cattolici e ortodossi? Le scomuniche del 1054 e la riconciliazione del 1965

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    Il volume si propone di considerare in un a molteplicità di prospettive (storica, canonica ed ecclesiologica) lo scambio di scomuniche tra le due sedi episcopali di Roma e di Costantinopoli, avvenuto nel 1054, e parimenti, le conseguenze della loro cancellazione, da parte delle rispettive autorità ecclesiastiche, avvenuta nel 1965. Dopo avere cercato di sfatare il mito storiografico che quell’evento abbia segnato l’inizio dello scisma tra le due Chiese, cattolica ed ortodossa, l’autore considera partitamente le questioni disciplinari e teologiche che vennero alla luce, in quella circostanza, nel contenzioso tra le due Chiesa, oltra a ricostruire, ovviamente il quadro storico nel quale l’avvenimento si colloca. Dopo avere ricostruito, sulla scorta delle fonti, lo svolgimento dei fatti, considera i precedenti momenti di tensione e di rottura della comunione tra le due Chiese, in particolare lo scisma di Fozio, nonché i motivi, sempre ricorrenti, di queste tensioni, primo fra tutti la questione del “Filioque”. Nel considerare tutti questi momenti, dallo scisma acaciano, al monotelismo-monoenergismo ed all’iconomachia, rileva come il filo conduttore, pur nella molteplicità delle occasioni di dissenso, sia la diversa ecclesiologia delle due Chiese, che viene sempre più divaricandosi, in occidente con le Decretali-pseudo-isidoriane e con la riforma “alsaziano-lorenese” di papa Leone IX ed in oriente con l’ ipertrofia della primazialità costantinopolitana. Si sofferma poi sull’evento della cancellazione delle scomuniche alla conclusione del Concilio Vaticano II, ricostruendo anche la rete di contatti che portarono a questo evento, e conclude poi illustrando alcune prospettive finalizzate a superare lo scisma, il quale, non essendo stato determinato dalle predette scomuniche, non poteva essere riassorbito dalla loro cancellazione

    Patriarcati, concili, imperatore. Ricerche storico-ecclesiologiche tra Oriente e Occidente

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    Il volume raccoglie una serie di contributi dell'Autore, relativi ai complessi rapporti tra il cristianesimo greco e quello latino, in età tardo-antica e medioevale, in un’analisi storica che non vuole trascurare l’ecclesiologia e in una prospettiva ecclesiologica che non vuole prescindere dalla storia. Gli aspetti emergenti da questi studi sono il ruolo teologico dell’imperatore romano cristiano – pur nell’assenza di una sua qualifica sacerdotale –, il perenne valore, anche se metastorico, della Pentarchia dei patriarchi, la presenza nella Chiesa del primo millennio di un consapevole pluralismo ecclesiologico, l’indiscutibile realtà di un patriarcato romano, nonché la possibilità, ravvisata dall’autore sulla base della propria analisi storico-ecclesiologica, di un’auspicata integrazione tra le due ecclesiologie

    Il Filioque nella crisi foziana e negli avvenimenti del 1054

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    La prima parte del contributo prende in esame i documenti nei quali verrà articolandosi in Oriente, nel corso del IX secolo, la polemica contro l’inserzione nel simbolo di fede niceno-costantinopolitano, in alcune chiese occidentali, dell’addizione “Filioque”, per esprimere la relazione d’origine dello Spirito Santo anche dal Figlio, oltre che dal Padre. Il primo di essi, l’horos del concilio di Santa Sofia dell’879-880, viene riconosciuto come autentico e l’autore ritiene che esso condanni sia l’addizione al Credo sia la dottrina in sé della processione dello Spirito ab utroque. Lo fa tuttavia in termini generici, in primo luogo per non turbare lo spirito conciliante di questo “concilio d’unione” e poi anche con il probabile intento di favorire nella Chiesa romana la reazione contro le tendenze “filioquiste” della sua componente filo-franca (in termini quasi paradossali, Fozio, l’anima di quel concilio, sottostimava l’impatto dottrinale del “Filioque” in Occidente, perché evidentemente sovrastimava il peso, sempre in Occidente, del primato romano. Quando il rifiuto romano di inserire l’addizione nel Credo verrà meno, cioè verosimilmente all’inizio del secondo decennio dell’XI secolo, verrà meno anche la comunione gerarchica e sacramentale tra le due Chiese (si parla a questo proposito dello “scisma dei due Sergi”, perché in quel momento il papa ed il patriarca di Costantinopoli portavano questo stesso nome). Dai documenti relativi allo scontro del 1054 si deduce poi che proprio questa alterazione della professione di fede comune era stata la causa della divisione che, all’inizio del secolo XI, aveva rotto l’unità della Chiesa. Anche la corrispondenza irenica del patriarca Pietro III di Antiochia diretta ai protagonisti dello scontro, mentre assolve i Latini da molte delle accuse rivolte loro dal patriarca Michele Cerulario, ammette che la sola colpa dei Latini, assolutamente imperdonabile, è proprio l’addizione del “Filioque” al Simbolo. L’autore sostiene la tesi che la dottrina del “Filioque” sia un theologoumenon, cioè una legittima opinione teologica, ma non una verità di fede, in quanto non dogmatizzata dalla Chiesa unità del primo millennio, e conclude auspicando – nello spirito pacificatore a suo tempo testimoniato da Pietro di Antiochia – che entrambe le Chiese, cattolica ed ortodossa, riconoscano come VIII concilio ecumenico quello di S. Sofia dell’879-880, perché esso, con la solenne dichiarazione della liceità per le due Chiese di seguire ciascuna le sue consuetudini, le autorizza implicitamente a seguire le proprie diverse tradizioni teologiche, ritornando ad esprimere l’unità della fede, nella recita comune del testo originale della professione di fede di Nicea-Costantinopoli, senza l’incriminata addizione

    La canonizzazione di Cirillo Loukaris da parte del patriarcato di Alessandria

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    The canonization of the patriarch Cyril III Loukaris (then Cyril of Constantinople) by the Greek-Orthodox Patriarchy, in 2009, could appear surprising, not only for the fact that this 17th century bishop was considered a follower of Calvinism, but, above all, because his doctrine and belief were condemned by three pan-Orthodox synods organized in Constantinople (1638, 1642) and in Iaşi (Moldavia, 1642). This paper aims to analyze the requisites on which Loukaris’ sanctification was based on, in the light of official documents (patriarchal and synodal Act of canonization, Report of the Metropolitan bishop Macario of Kenya at the patriarchal Synod, Life of the new saint and liturgical Officiation). Those requisites are: his pastoral zeal (expressed through the commitment for the reform of morality and for the intellectual and spiritual growth of the clergy), his defense of orthodoxy and his violent death at the hands of the Turkish, assimilated to martyrdom. For what concerns the main point of the debated patriarch’s Confession of Faith (of Calvinist type), Greek-Orthodox scholars who supported the possibility of Loukaris’ canonization proposed two solutions. For some of them, it was a falsification, made by Loukaris’ enemies in order to depose him; according to others, it would have been an autonomous initiative of the Calvinists from Geneva, which would had been disowned by the patriarch only informally and not officially. Nevertheless, the title of orthodoxy protector is bestowed to him because of his tireless fight against the aggressiveness of Catholic missions in the Orient, and, above all, against the so called phenomenon of the Uniate, which was arising exactly in that period in the Polish-Lithuanian Rus’

    Il patriarcato melchita di Antiochia tra XVI e XVIII secolo: partecipazione alla comunione ortodossa e rapporti con la Chiesa di Roma

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    Il contributo si propone di esaminare i rapporti del patriarcato melchita di Antiochia (cioè quello calcedoniano, facente parte della comunione ortodossa) con Roma tra XVI e XVIII secolo. L’autore rileva come in questo periodo si sia verificato un singolare fenomeno, che egli definisce “di doppia appartenenza”, in quanto un numero rilevante di patriarchi melchiti di Antiochia sottoscrisse una personale unione con Roma, senza per questo interrompere i rapporti di comunione gerarchica e sacramentale con tutte le altre Chiese ortodosse, anzi risultando pienamente coinvolti nelle vicende ecclesiali dell’Ortodossia. Tutto questo avvenne prima che, nel 1724, si verificasse la duplicazione della sede patriarcale melchita di Antiochia, divisa – com’è ancora oggi – tra ortodossi e greco-cattolici. I casi più significativi, al riguardo, sono quelli di Gioacchino IV ibn Daou (1581-1592), che visitò le Chiese ortodosse della Polonia-Lituania e dell’impero moscovita e partecipò a Costantinopoli ad importanti concili pan-ortodossi, e di Macario III al-Zaim (1647-1672), che si recò due volte a Mosca, passando per i principati romeni nel viaggio di andata e per la Georgia in quello di ritorno, e che, la seconda volta, rappresentò a Mosca il patriarca di Costantinopoli nel concilio che depose il patriarca Nikon nel 1666. L’autore propone una chiave di lettura di questo fenomeno, che lo riconduce all’interno di una dinamica allora comune a tutta la Chiesa ortodossa. L’episcopato locale, che ravvisava la profonda necessità di una riforma della vita ecclesiastica, che elevasse il livello morale e culturale del clero come premessa indispensabile ad una rinascita spirituale dei fedeli ortodossi, vedeva nella Chiesa cattolica post-tridentina, con il suo rigore morale e la sviluppata strumentazione culturale, un fattore decisivo per promuovere, anche nell’Oriente ortodosso, l’auspicato rinnovamento

    L’iconografia della nascita della Vergine: un modello di femminilità (Gli affreschi di Mistrà, XIV-XV secolo)

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    L’episodio della nascita della Vergine non è menzionato nei Vangeli canonici, ma raccontato nel testo degli Apocrifi che tuttavia non descrive la scena e lo spazio in cui si verifica l’evento; l’iconografia, quindi, non attinge da un modello letterario, ma, probabilmente, trae origine da immagini precristiane che mostrano la stanza del parto in occasione della nascita di un personaggio importante. Le raffigurazioni più antiche – archetipiche - che trattano il soggetto della nascita della Vergine, sono costituite da un dittico del secolo VI conservato a San Pietroburgo e da un affresco della chiesa di Santa Maria Antiqua nel Foro Romano. La festa è di origine romano-orientale; la data della festa fu fissata all'8 settembre agli inizi del VII secolo, ma sino al secolo IX non venne riconosciuta in modo ufficiale. La quasi totalità dei despoti sposò principesse franche. La donna nobile, la principessa, rivaluta, in questa realtà geostorica, la fiera consapevolezza del suo ruolo politico. Non solo il diritto pubblico e privato, quindi, sancisce il ruolo della donna (il diritto di primogenitura include anche la figlia femmina, ma il diritto “feudale” bizantino già aveva codificato l’assoluta parità tra i figli - sia maschi che femmine – per questioni ereditarie), ma l’iconografia, veicolo didattico dell’ideologia politica, interpreta e propone le figure femminili di riferimento. Anna e Maria, Maria e Anna, Regina e Principessa, salvano il mondo dai nemici

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Variations on the Author

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    “Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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