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    Riuso02 Dossier

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    Dossier Ri.U.So. 2015, a cura del Consiglio nazionale degli Architetti PPC. Un’analisi approfondita delle buone pratiche di progettazione urbana in Europa che contiene una serie di riflessioni e la presentazione di alcuni casi di studio, da Lione a Gõteborg, da Nantes ad Amburgo e Anversa. Uno strumento di approfondimento di grande utilità per ragionare sulla situazione italiana, mettendo a confronto le buone pratiche europee nel governo del territorio con la situazione italiana, La sfida di Göteborg e la rigenerazione della Norra Älvstranden, l’Île de Nantes, HafenCity e la Amburgo sostenibile, oltre al Piano strutturale di Anversa – dove le problematiche delle città sono state superate con il ‘progetto’, non solo di tipo urbano, ma anche architettonico, economico, fiscale e sociale – sono la vera risposta che gli italiani aspettano per uscire dalla crisi. Per rimettere a posto gli otto milioni di edifici che si avviano a fine vita, per risparmiare venticinque miliardi all’anno di energia sprecata, per mettere le case in sicurezza da sismi e inondazioni, per realizzare spazi pubblici che ridiano il senso delle comunità, per creare le condizioni perché fioriscano idee, innovazione e impresa. La sostenibilità economica verificata con le operazioni di marketing urbano che hanno caratterizzato il programma Millenaire 3 di Grand Lyon, così come quelle di Île de Nantes e di Amburgo, traccia un percorso sicuro verso nuove visioni, strategie e strumenti in grado di dare concrete prospettive

    La città creativa

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    Il saggio analizza, attraverso un caso di studio in Germania, le intrinseche potenzialità di un approccio basato sulla creatività, sulle politiche per la sostenibilità e in particolare sull’attenzione agli spazi pubblici, sull’arte, sulla cultura, e sull’innovazione, finalizzato a promuovere una nuova immagine della città e a migliorarne la qualità urbana. Si sofferma, inoltre, anche sui side effects che proprio le azioni creative contribuiscono a determinare e che non di rado alimentano processi di frammentazione e di esclusione

    9 Eyes di Jon Rafman: Google Street View nella voragine del reale

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    9 Eyes è l’opera, assimilabile all’ambito della “Post-Internet art”, che ha reso celebre Jon Rafman sul finire del decennio scorso. Immagini rubate al sistema di georeferenziazione globale Google Maps, nella sua sotto-applicazione Street View che si propone di mappare e rendere disponibile in visuale soggettiva 1:1 l’intero pianeta, dunque isolate dal flusso attraverso screenshots e trasformate in tableaux. 9 Eyes è un lavoro denso di sottotesti e significati, non ultima la scelta di entrare in un “non visto” della società diurna (Street View non comprende mai immagini notturne), fatto di situazioni borderline di degrado urbano – che richiamano i vecchi topos della fotografia sociale –, ma anche di una visione completamente inedita dei luoghi che, sebbene avvicinati dalla sicurezza dei browser, rappresentano una soluzione assimilabile ad un desiderio psicogeografico, situazionista e contestualmente di ricognizione antropologica, che aggiorna all’era dell’ubiquità digitale l’antica tradizione della flânerie. Termine coniato da Baudelaire, il flâneur si presenta come un esploratore degli spazi urbani, non affrettato, libero ed analitico come un “botanico del marciapiede”, in grado di interrogarsi coscientemente sul rapporto intimo che si genera tra l’individuo, i luoghi e le popolazioni che li abitano, percorrendo i bordi della società dei consumi lontano da ogni spettacolarità funzionalista. Sarà interessante collocare l’opera di Rafman, propria di una selezione esclusivamente creativa, in un complesso rapporto tra il flusso infinito e moltiplicabile delle immagini ed il rimosso sociale dei luoghi fatto emergere dall’automazione algoritmica di Google
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