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    Agire sul costruito, tra esigenze di trasformazione e ostacoli normativi

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    La definizione di principi, approcci e metodi per agire sul costruito costituisce da secoli una questione di grande rilevanza che richiama a ragionare su quale rapporto la disciplina della tutela, della progettazione architettonica e della pianificazione urbanistica debbano instaurare con le testimonianze tangibili e intangibili del passato. Si tratta di un tema spesso ricondotto all’interno della dialettica antico-nuovo, sviluppatasi su due quesiti fondamentali: cosa dobbiamo conservare e perché; come dobbiamo conservare. In Italia, la disciplina della conservazione del patrimonio costruito storico è stata caratterizzata da approcci differenti e continua ad essere ancora oggi materia di grande discussione per ragioni di tipo culturale, sociale, economico e ambientale. La consapevolezza circa l’importanza di perseguire modelli di sviluppo sostenibile anche attraverso la realizzazione di progetti architettonici in grado di limitare gli impatti ambientali, di rispondere alle nuove esigenze abitative legate agli stili di vita contemporanei e di garantire la qualità degli ambienti urbani, richiede sempre più l’introduzione di politiche orientate a promuovere e guidare la trasformazione del patrimonio edilizio esistente, dai nuclei antichi alle espansioni più recenti. Il tema è particolarmente rilevante se si considera che il Paese è investito dal fenomeno dell’urban shrinkage, ossia da quell’insieme di dinamiche che concernono non solo un significativo calo demografico ma anche una sovrabbondanza di manufatti edilizi vuoti e obsoleti che richiedono la definizione di strategie di riuso del costruito e di rigenerazione dei contesti alle diverse scale. Dopo una prima presentazione delle caratteristiche della produzione edilizia presente nel territorio italiano, il contributo si sofferma sui contenuti dei più recenti testi normativi che, in molti casi, sembrano non considerare le nuove esigenze scaturite dai grandi cambiamenti intercorsi negli stili di vita e nei modelli abitativi, rallentando di fatto il perseguimento degli obiettivi di qualità architettonica, abitativa e ambientale, oltre a frenare gli investimenti e un intero mercato da sempre strategico per la tenuta economica del Paese

    Trade shocks, product mix adjustment and productivity growth in Italian manufacturing

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    In this paper, we use firm-level data on the universe of Italian manufacturing multi-product exporters to test whether demand shocks in export markets lead multi-product exporters to increase their productivity. The main mechanism behind the documented productivity gains is the reallocation of resources across products within firms (American Economic Review, 104, 2014 and 495; National Bureau of Economic Research Working Paper Series No. 22433, 2016). Intuitively, the increased demand stemming from foreign markets will induce firms to adjust their product mix by moving inputs from low to high productive/profitable uses. We find that these productivity gains are significant and can explain between 1/10 and 1/2 of aggregate productivity growth in the manufacturing sector

    The relationship between total factor productivity growth and employment: some evidence from a sample of European Regions

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    This paper provides a structural estimation of an equilibrium matching model with exogenous productivity growth on a sample of European Regions for the period 1976–2000. Using a three-stage least squares procedure, I estimate a simultaneous equation model for employment, wages and capital stock. The importance of the study of the relationship between growth and employment is due to the fact that the sign of this connection is not clear-cut. Theoretical models imply that the impact of productivity on employment is ambiguous. Furthermore, the empirical contributions are still not so many to reach a strong conclusion on the sign of the relationship above. This paper finds that the impact of productivity growth on employment is negative in the short-run and this effect remains negative even in the long-run. The implication of my results is that all new technology is embodied in new jobs and job creation plays no role in the employment dynamics of the sample I have considered
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