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Il pesce spada e la leonessa: celebrazione di Venezia nelle Epistole VI e XV di Albertino Mussato
"Talento m'è preso di ricontare l'insegnamenti dei phylosophi". Osservazioni sulla prosa dottrinale a Firenze nell'età di Dante
La consolazione della retorica: "dolcezza di sermone" e "parlare di sé" in Dante
L’articolo in primo luogo si propone di analizzare la funzione cruciale della Consolatio
philosophiae come modello retorico alla base dell’opzione del prosimetro, che Dante
inaugura con la Vita nuova, e ripete un decennio piú tardi con l’incompiuto Convivio; in
secondo luogo aspira a evidenziare come, di fronte alla conclamata riluttanza degli auto-
ri della letteratura medievale ad esporre nel testo la propria identità, Dante escogiti per
parlare di sé strategie retoriche che rinviano ancora all’archetipo intellettuale della Con-
solatio. Infine, questa riconsiderazione del paradigma retorico dantesco suggerisce di
prendere in esame da una specola interdiscorsiva il contributo di alcune potenziali fonti
riconducibili a quel contesto intellettuale fiorentino, che negli ultimi decenni del XIII
secolo aveva trasposto in volgare la lezione retorica e filosofica di Boezio.The article firstly aims to analyze the crucial function of Boethius’ ‘Consolatio philosophiae’ as a
rhetorical model at the basis of the option of the prosimetrum, which Dante inaugurates in the ‘Vita
nuova’, reiterating it a decade later in the incomplete ‘Convivio’; secondly it aspires to highlight how,
in the face of an objective reluctance of the author to expose himself in medieval literature, Dante im-
plements rhetorical strategies that once again go back to the intellectual archetype of the ‘Consolatio’.
Finally, this reconsideration of Dante’s rethorical background suggests to contemplate the contribution
of some potential sources within the interdiscursive perimeter of that Florentine intellectual context,
which in the last decades of the thirteenth century had transposed into the vernacular the rhetorical and
philosophical lesson of Boethius
Guido da Pisa e la «Consolatio philosophiae»
L’articolo considera le occorrenze della Consolatio philosophiae di Boezio nelle Expositiones di Guido da Pisa, rilevando il carattere sistematico e l’originalità dell’approccio
del frate carmelitano al prosimetro tardoantico rispetto ai commenti danteschi precedenti.
Oltre a sottolineare la predilezione guidiana per gli excursus boeziani di contenuto mito-
logico, l’autore si sofferma sull’impiego retorico-stilistico della fonte tardoantica da parte
di Guido, che pare cogliere notevoli convergenze macrostrutturali tra la Consolatio e la
Commedia, sin dall’accostamento intertestuale proposto per Inf. II, 7-9. Parte dell’indagine
è rivolta poi a precisare la definizione di Boezio come poeta lirico, che Guido formula in
relazione alla varietà dei ritmi e alla dolcezza del suono che a suo giudizio contraddistin-
guono tanto il prosimetro quanto l’opera dantesca. Emergono inoltre non sporadici casi
nei quali è dimostrato come la ricezione guidiana della Consolatio venisse filtrata dal for-
tunato commento del domenicano inglese Nicola Trevet, del quale sono tracciati i percorsi
culturali e di essi l’indubbia contiguità con l’esegesi guidiana.The article considers the occurrences of Boethius’ Consolatio philosophiae in Guido
da Pisa’s Expositiones, noting the systematic nature and the originality of the approach of
the Carmelite friar to the Late Antique prosimetro as compared to other of Dante’s previous
commentators. In addition to emphasizing Guido’s predilection for a boethian overview
of mythological content, the author dwells on the rhetorical and stylistic use of the Late
Antique source by Guido, who seems to capture remarkable macro-structural
convergences between the Consolatio and the Commedia, starting from the intertextual
combination proposed at Inf. II, 7-9. Part of the investigation is then directed to clarify the
definition of Boethius as a lyric poet, expressed by Guido in relation to the variety of
rhythms and the sweetness of sound that, in his judgment, characterize the prosimetro as
well as Dante’s work. Cases also emerge in which it is shown that Guido’s reception of
the Consolatio was filtered by the widespread commentary of the English Dominican
Nicholas Trevet; the undoubted cultural contiguity between this work and Guido’s own
exegesis are explored
Oltre il silenzio di Dante: Giovanni del Virgilio, le epistole metriche di Mussato e i commentatori danteschi antichi
«Me contempne: sitim frigio Musone levabo» (Eg III 88-89). Con queste parole Gio-
vanni del Virgilio promette che non esiterà a dissetarsi alle acque del fi ume Musone
se il destinatario della sua seconda egloga, Dante Alighieri, non vorrà raggiungerlo a
Bologna ed esercitarsi nella composizione di versi latini: l’immagine del torrente che
scorre nelle vicinanze di Padova s’intende come allegorica allusione al poeta Albertino
Mussato (Padova, 1261 – Chioggia, 1329), esponente principale del cosiddetto “preu-
manesimo padovano”, che Giovanni, fautore di un ritorno alla tradizione classica, qui
indirettamente sembra lodare per i suoi componimenti in lingua latina, in manifesta con-
trapposizione con l’autore della Commedia, tenace sostenitore dell’uso del volgare. Al
di là dell’oggetto della corrispondenza tra Giovanni e Dante, il quale nella successiva
risposta trascura la presunta allusione allo scrittore padovano, quest’ultima denota di
per sé la centralità della fi gura di Mussato nella vita culturale italiana del primo Trecen-
to, e, soprattutto, impone una riflessione circa la relazione tra lo stesso Mussato e Dante,
sulla quale gli studiosi si sono a lungo interrogati, ritenendo improbabile che i due poeti
contemporanei fossero l’uno sconosciuto o indifferente all’altro, ma altresì dovendo regi-
strare il silenzio che entrambi si destinarono reciprocamente nelle rispettive opere. Anche
per questa assenza di espliciti rapporti tra i due poeti, assenza tanto sorprendente quanto
sospetta, l’interesse del lettore è stuzzicato dall’implicito rimando alla poesia di Mussato
entro la corrispondenza bucolica tra lo stesso Dante e Giovanni Del Virgilio. L’analisi
di alcuni confronti testuali inediti tra le opere del poeta fi orentino e di quello padovano,
nonché la testimonianza dei primi commentatori della Commedia costituiscono l’apporto
originale del presente articolo alla questione dei rapporti tra Dante e Mussato, mettendo
meglio in luce la mediazione svolta tra i due dal bolognese Giovanni.«Me contempne: sitim frigio Musone levabo» (Eg III 88-89). With these words, Gio-
vanni del Virgilio promises that he will not hesitate to drink the waters of the river Mu-
sone if the recipient of his second eclogue, Dante, won’t join him in Bologna and practice
the composition of Latin verse: the image of the stream fl owing nearby Padua is intended
as an allegorical allusion to the poet Albertino Mussato (Padua, 1261 - Chioggia, 1329),
leading exponent of the so-called “preumanesimo padovano”. Giovanni, advocating a
return to the classical tradition, here seems to indirectly praise Mussato for his composi-
tions in Latin, in fl agrant contrast with the author of the Commedia, tenacious supporter
of the use of the vernacular. The correspondence between Giovanni and Dante, who in
his reply ignores the alleged allusion to the writer from Padua, denotes the centrality of
the fi gure of Mussato in the early fourteenth-century Italian cultural life, and requires a
re-assessment of the way in which scholars have questioned or considered the relation-
ship between Mussato and Dante. The silence that both kept about each other in their re-
spective works has led scholars to allege that the two poets did not know or ignored each
other. Yet, despite the absence of explicit references to each other, the reader’s interest is
aroused by the implicit reference to the poetry of Mussato within the bucolic correspond-
ence between Dante and Giovanni del Virgilio. This essay analyses some unpublished
texts and the comparison between the works of the Florentine poet and Mussato’s, (with
a particular emphasis on his metrical epistles), as well as the testimony of the early com-
mentators of the Commedia to question and re-assess the relationship between Dante
and Mussato, shedding further light on the mediatiory function of Giovanni del Virgilio
L'edizione critica delle "Epistole" metriche di Albertino Mussato: il testo, i temi, le fonti (con un'appendice 'dantesca')
The article presents the first critical edition of the metric Epistles by Albertino
Mussato, twenty poems of varying lengths (for a total of 1.570 verses) addressed
to several recipients, which have so far been available to readers only through an
edition printed in Venice in 1636 and based on a lost manuscript. Whilst illus-
trating the textual tradition of the text, the author also addresses the main philo-
logical problems raised by the constitutio textus. The article also displays the the-
matic areas covered by the Epistles in a variety of styles and tones. The overall aim
is to outline a comprehensive framework for intellectual Mussato’s program by
unearthing the classical and late antique sources that emerge from the entire cor-
pus. The last part of the article focuses on some of the Epistles, the least known to
the readers, which are unified by the theme of exile; the final point of focus is an
Epistle very similar in content and metaliterary implications to the narrative tex-
ture and the poetic reasons that distinguish Dante’s Divine Comedy
Una nota sulla "seconda morte" di "Inferno" I, 117
L’articolo prende in esame il passo del canto proemiale della Commedia, nel quale, illustrandosi la triplice scansione oltremondana del viaggio dantesco, la materia infernale è
compendiata nell’immagine degli «spiriti dolenti» che gridano alla «seconda morte». L’irrisolta ambiguità che caratterizza quest’ultima espressione ha dato luogo, sin dagli antichi
commenti, a interpretazioni diverse e apparentemente inconciliabili: annichilimento dell’anima; morte spirituale o inferno; dannazione eterna derivante dal Giudizio universale. A
partire dall’Apocalisse (20, 14 e 21, 8), che costituisce l’archetipo culturale delle numerose
trattazioni tardo-antiche e medievali sulla «seconda morte», il presente articolo ambisce a
una più ampia contestualizzazione storica del passo dantesco, riconsiderando i testi che svelano in quali modi la stessa immagine scritturale potesse essere avvertita da un lettore medievale. Da questa specola interdiscorsiva prende forma una lettura di Inf. I, 117, che, posta
alla prova del raffronto con altri luoghi dell’Inferno e con fonti inedite, rinvia a un’accezione
umanistica della «seconda morte» come l’oblio della fama che segue alla morte corporale.The article takes into consideration the passage from the proemial canto of the Commedia, in which, within the triple super-mundane subdivision of Dante’s journey, the infernal
argument is summarized in the image of the “spirits disconsolate” who cry out for the “second death”. The unresolved ambiguity that characterizes this last expression has given rise,
since the early commentators, to different and apparently irreconcilable interpretations: annihilation of the soul; spiritual death or hell; eternal damnation deriving from the Last Judgment. Starting with the Apocalypse (20, 14 and 21, 8), which constitutes the cultural
archetype of the numerous late ancient and medieval treatises on the “second death”, this
article aims to a broader historical contextualization of the Dante passage, reconsidering
those texts that reveal in what different ways the same scriptural image could be perceived
by a medieval reader. From this interdiscursive lens a reading of Inf. I, 117 is developed,
which, put to the test of comparison with other passages in Inferno and unpublished sources,
refers to a humanistic meaning of the “second death” as the oblivion of the fame that follows
bodily death
Dante del Duecento. Per una storia intellettuale del giovane Alighieri
Il volume indaga, da una prospettiva storico-metodologica unitaria, il cruciale apporto che la “cultura del Duecento” ha procurato alla costituzione del paradigma intellettuale di Dante, non solo rispetto ai processi di concepimento e di stesura delle opere giovanili (Rime e Vita nova), certo legate a un’esperienza di formazione fiorentina, ma anche in rapporto al portato ideologico e linguistico della cui sopravvivenza è traccia nelle più mature opere in volgare dell’esilio (Convivio e Commedia). Da tale specola, i contributi raccolti in questo volume ripercorrono in primo luogo le traiettorie, sia pure incerte, seguite dalla formazione intellettuale dei laici nella Firenze della seconda metà del Duecento, laddove l’Alighieri dovette maturare i propri studi superiori, negli stessi ambienti in cui veniva impartita un’educazione retorica e filosofica al ceto giuridico-notarile cittadino. Ai titoli dei libri che, sulla base delle testimonianze manoscritte superstiti, poterono essere impiegati a tali scopi da maestri di ars dictaminis e di ars notariae, come Brunetto Latini, è rivolto un approfondimento sui volgarizzamenti nella potenziale disponibilità di Dante. Al Convivio, in particolare, si deve la testimonianza della lettura dantesca della Consolatio philosophiae, intorno alla cui fortuna nella Firenze del Duecento è dedicata una riflessione specifica: proprio del principale lettore di Boezio nel contesto fiorentino, quel Bono Giamboni vissuto negli stessi luoghi della città frequentati dall’Alighieri, si indagano i possibili rapporti con l’opera dantesca. Un ulteriore approfondimento è dedicato a un’analisi di tipo intratestuale di quei luoghi della Commedia che sembrano comporsi in un discorso metaletterario, imperniato sulla storia della poesia giovanile di Dante e, in particolare, sulla memoria fiorentina della Vita nova
«Quasi come sognando». Dante e la presunta rarità del «libro di Boezio» (Convivio, II XII 2-7)
L’articolo prende in esame un noto passo del Convivio, nel quale Dante ricorda le circostanze del proprio accostamento agli studi filosofici, in particolare rivelando quali letture lo hanno indotto, all’indomani della morte di Beatrice (1290), a cominciare a frequentare le «scuole delli religiosi» e le «disputazioni delli filosofanti»: la Consolatio philosophiae di Boezio e il De Amicitia di Cicerone, cui l’Alighieri si era inizialmente accostato con lo scopo di trovare rimedio al dolore per la perdita della donna amata, scoprendovi poi un ‘tesoro’ scientifico di maggior pregio. Interesse precipuo dell’articolo è l’analisi della controversa perifrasi che designa la Consolatio come «quello non conosciuto da molti libro di Boezio» (Convivio II XII 2), il cui significato arrovella da sempre la critica. Il carattere problematico di questa definizione risiede nella sua contraddizione oggettiva con la indubbia popolarità di cui la Consolatio godeva al tempo in cui Dante stendeva il Convivio, testimoniata dalla vasta tradizione manoscritta dell’opera boeziana e dai numerosi commenti che sin dall’Alto Medioevo erano fioriti attorno ad essa. A quale genere di rarità allude dunque l’Alighieri, quando designa la Consolatio come opera conosciuta da un esiguo numero di lettori? Prendendo in carico tale quesito, l’articolo adduce testimonianze letterarie coeve al Convivio (Nicola Trevet e Jean de Meung), ipotizzando in conclusione che l’affermazione dantesca alluda al carattere elitario di un accesso filosoficamente dotto al libro di Boezio, precluso ai molti lettori inadeguati per difetto d’ingegno e riservato ai pochi dotati di una intelligenza speculativa matura (quale Dante si ritiene all’altezza del Convivio)
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