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La nozione di (protero)semema di Belardi. Un capitolo (poco noto) di storia del pensiero linguistico
Il contributo intende presentare la nozione di (protero)semema elaborata da Walter Belardi all’interno della sua teoria del segno. La riflessione di Belardi intorno alla tipologia della struttura formale della parola, sviluppata a partire dagli insegnamenti, soprattutto orali, di Antonino Pagliaro, e dalle considerazioni di Mario Lucidi si inserisce in una più ampia discussione sul segno linguistico cui presero parte anche Émile Benveniste e André Martinet
«La forza de l’ornato parlare». Varianti redazionali nelle epistole di Felice Feliciano
This essay intends to analyze firstly what meaning the humanist Felice Feliciano from Verone (1433-1479?) attributes to the notion of "word" in the dedicatory epistles of his four handwritten collections of letters; secondly, it intends to demostrate, by reading some extracts from three epistles in multiple attestations, how the "word" is for him a resource submitted to a continuous process of reworking, which gives rise, depending on the context, to "micro" or "macro" editorial variants
"Molestare il mastino che dorme": testualità e pragmatica della metafora galileiana
L’articolo prende in considerazione il problema delle metafore nella scrittura galileiana, un argomento spesso toccato nella storia degli studi, ma mai tematizzato in modo esclusivo. Dopo una breve rassegna sullo stato dell’arte sono catalogate alcune metafore galileiane, secondo una progressione che dal livello sintagmatico giunge fino a quello discorsivo. La metafora risiede in una violazione della coerenza concettuale che avviene al livello sintagmatico e frasale: p. es. nel sintagma l’oro della verità (o nella corrispondente predicazione la verità è oro) sono accostati due concetti eterogenei e non coerenti (oro = materiale, verità = astratto). Uno stesso campo metaforico può essere utilizzato in modo ricorrente in una porzione ampia di testo. Nell’articolo si dà particolare attenzione alle metafore connotative, che hanno un ruolo nell’organizzazione pragmatica del discorso. Nei testi latini e volgari di Galilei si osservano infatti metafore impiegate con fini encomiastici o, viceversa, polemici; in quest'ultimo ambito, un ruolo importante è svolto dai riferimenti marziali
Valutare le parole: la dimensione lessicale nelle certificazioni di italiano L2
Obiettivo del presente contributo è riflettere sui modelli e i metodi di valutazione della dimensione lessicale che le certificazioni di italiano come lingua straniera adottano nei propri esami (Vedovelli 2005). Secondo Read «Vocabulary is such an integral part of language use that to some degree any form of assessment is a measure of vocabulary» (Read 2013: 1) e pertanto ci pare di particolare rilevanza riflettere sul ruolo che il lessico assume nei processi di verifica e valutazione certificatori, come elemento centrale di tali processi. Le domande cui ci si propone di rispondere in seno al presente contributo sono le seguenti: quale peso assume il lessico nell’economia generale degli esami di certificazione di italiano L2, quale costrutto viene specificato dalle certificazioni, quali dimensioni della competenza lessicale sono oggetto di valutazione e, infine, quali criteri sono adottati per la valutazione del lessico nelle produzioni scritte e orali. A partire dal confronto tra le scelte teoriche e metodologiche delle certificazioni analizzate nel presente contributo si cercherà dunque di comprendere come, e in che misura, la complessità del lessico sia affrontata negli esami di certificazione dell’italiano lingua straniera
«Con una voce sua propria». Parola e pensiero in Dino Provenzal
Dino Provenzal (Livorno, 1877 – Voghera, 1972) fu intellettuale, insegnante e scrittore italiano. Le sue numerose opere sono per la maggior parte dedicate alla riflessione sulla lingua italiana o rivolte al mondo della scuola. La sua carriera scolastica, prima di insegnante e poi di preside, si dipanò in tutto il territorio italiano: da qui Provenzal poté acquisire una profonda conoscenza della realtà scolastica e linguistica del paese, di cui si sentiva orgogliosamente cittadino, maturando e nutrendo un vivissimo interesse per la questione dell’educazione linguistica scolastica e nazionale. Già allievo di Giovanni Pascoli, intrattenne, come testimoniato da un epistolario nutritissimo, rapporti di amicizia e corrispondenza con intellettuali del calibro di Giuseppe Lombardo Radice e Giovanni Gentile, alla cui elaborazione della riforma del sistema scolastico partecipò con interesse e serietà, ma anche di Bruno Migliorini, col quale scambiò accorte riflessioni linguistiche, e dell’editore Ettore Formiggini, col quale condivise le origini ebraiche e il dramma della persecuzione negli anni del regime fascista in Italia. Visse, infatti, intensamente, nella sua esperienza di uomo e di educatore, questo periodo storico, da cui scaturirono opere biografiche e di denuncia nei confronti delle ingiustizie e della manipolazione calcolatrice della lingua attuata dal regime.
Provenzal fu sempre animato da una grande passione per la lingua e per il suo insegnamento. Si impegnò per la promozione di un uso linguistico consapevole in tutta la nazione, scegliendo come pubblico per le sue opere non solo gli studenti, ma anche «gente di media, e anche meno che media, cultura, ragazzi, artigiani, persone che di linguistica sanno poco o nulla». Per lui, infatti, la parola rappresenta il pensiero e, per quanto tale rappresentazione possa risultare imperfetta e parziale, è l’unico strumento che distingue l’uomo dagli animali e lo solleva dalla brutalità. Meglio si conosce la lingua, dunque, meglio si può esprimere ciò che si pensa; meglio si parla, meglio si scrive. Da qui l’importanza di uno studio della grammatica e degli autori che vada oltre il puro nozionismo.
Un percorso, questo, che però richiede di essere affrontato anche al contrario: la conoscenza della lingua è l’arma più efficace contro il cattivo uso della parola stessa, contro i tentativi fuorvianti di chi la manipola per cercare consenso o mascherare soprusi. Saper usare la parola permette di padroneggiarne le enormi potenzialità senza restare sopraffatti: la parola rende liberi. Meglio si parla, dunque, meglio si pensa
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