1,721,117 research outputs found

    Il paesaggio al centro

    No full text
    Il paesaggio al centro delle discussioni sul nostro futuro permea il presente. Il paesaggio è una componente fondamentale del nostro patrimonio culturale: conforma le identità delle popolazioni e contribuisce al loro benessere fisico e psicologico. Il paesaggio realmente è un’entità viva e mutevole nel tempo, una nozione che concilia la dimensione scientifica con quella percettiva profondamente legata all’esperienza culturale dei luoghi. Il paesaggio è sintesi di natura e cultura (lo spazio fisico, con i suoi segni stratificati). Le politiche urbane, la pianificazione, le contingenti necessità affrontate, nel secolo scorso, nelle città italiane hanno di fatto, spesso isolato ed escluso i sistemi naturali dallo spazio pubblico e quindi dalla vita cittadina. Quei sistemi naturali che, di fatto, furono loro stessi le ragioni principali dell’esistenza degli insediamenti umani (per esempio: la presenza dei corsi d’acqua, la disponibilità di risorse, il suolo fertile, ecc.) sono stati in quest’ultimo secolo progressivamente elusi, relegati a ruoli secondari nella vita della città e dei suoi abitanti. Oggi viceversa, dopo la presa d’atto di questa discontinuità città-natura, stiamo assistendo ad un processo dove la città, con i propri nuclei storici, con le trasformazioni del dopoguerra, con gli innesti contemporanei, con gli spazi aperti, rurali anche residuali, riconosce proprio nei frammenti di natura il principio, l’incipit, fondante per ricercare una nuova rete che, dalla presenza dei sistemi idrografici (laghi, fiumi, lagune...), orografici (montagne, colline...), della vegetazione spontanea e coltivata (boschi, prati e campi agricoli....), trae le ragioni per ripensare e rifondare lo spazio della città abitata dall’uomo partendo dal ragionare sull’unità paesaggio-città. E così i progetti urbani in Europa ricercano un modello di spazio abitato, fondato non più soltanto sulla dimensione antropocentrica consolidata ma piuttosto aperta e strutturata su una pre-visione biocentrica. Come progettisti siamo motivati a ridurre, a correggere, a migliorare il degrado, ma siamo anche motivati e nutriti dall’abbondanza, dalla meraviglia e dalla bellezza. L’esperienza della bellezza e l’esito formale di un progetto dovrebbero rientrare nel dibattito sulla sostenibilità tanto quanto il discorso dei sistemi ecologici. La conservazione degli ecosistemi, la rivelazione dei processi e il risanamento dei luoghi costruiscono un progetto che, in coloro che lo vivono, può indurre una coscienza responsabile delle proprie azioni sull’ambiente, rilevando l’importanza dell’impulso al cambiamento, riformulando priorità e valori che hanno ripercussioni ed esiti sul benessere fisico e psicologico. Attraverso questa pubblicazione penso sia importante far conoscere al pubblico la necessità di un patto, di un accordo, una sorta di alleanza fondata su alcuni principi tra coloro che lavorano sul paesaggio e sulla città: - dapprima la centralità del progetto, - le responsabilità dei progettisti in relazione alla limitatezza delle risorse, - la sfida intrapresa per negoziare tra i sistemi ambientali e quelli culturali - la necessità di costruire nuove alleanze tra differenti figure professionali, - l’importanza di tessere relazioni capaci di costruire spazi aperti di qualità per migliorare la comunità e l’ambiente dei luoghi che abitiamo. In questo lungo tempo dell’elaborazione abbiamo avuto l’occasione per discutere con un certo ottimismo per dare forma a una visione germinativa per il nostro tempo consapevoli che stiamo ragionando su uno dei paradigmi interpretativi del futuro, una risorsa strategica che confidiamo ci aiuterà a superare le aporie del presente

    Vivere la periferia / Costruire dalla periferia

    No full text
    La questione delle periferie si è trasformata non più solo in un problema generale di piano, di gestione, di riuso, di dotazione di servizi, di creazione di nuove opportunità e di rafforzamento delle connessioni; il contributo intende riesaminare le risposte particolari che alcuni architetti italiani hanno fornito per tre grandi città del nostro paese. Milano: la periferia nord ovest e il nuovo quartiere Gallaratese; Roma: l’agro romano e la linea lunga un chilometro; Palermo: la periferia agricola a settentrione e un quartiere come città di fondazione. Queste architetture testimoniano il contributo originale dell’architettura italiana alla rielaborazione dell’eredità moderna, restituiscono ricerche e teorie delle scuole di Venezia, Roma, Milano e si pongono nel loro essere compiute costruzioni come ultimi punti certi di partenza per un necessario cambiamento di direzione. Negli esempi citati, a fronte di soluzioni tipo-morfologiche completamente diverse, appare l’incapacità collettiva di utilizzare gli spazi ideati per l’uso pubblico, esclusivo o parziale: i portici, i tetti abitati, il teatro, il vuoto dei piani, le botteghe, i servizi di quartiere. Risulta evidente non tanto l’incapacità dell’architettura italiana nel progettare soluzioni coerenti, ma piuttosto quella dell’intero Paese nel realizzare soluzioni architettoniche ad una scala maggiore di quella della piccola o media iniziativa privata. La dialettica tra spazio pubblico e spazio privato si rivela, di conseguenza, totalmente inefficace ed esprime una questione sociale che si voleva superare, ma che ancora permane in un’evoluzione negativa. La dimensione periferica sociale, personale e familiare è talmente profonda da non venire, generalmente, intaccata da una costruzione collettiva, peraltro oggi opzione sempre più impraticabile. Le città europee e nordamericane si sono sperimentate da decenni sulla “nuova dimensione pubblica” del vuoto (inteso come spazio aperto), nella sua definizione progettuale, per ri-centrare le periferie sugli spazi aperti, per porre così le periferie, la loro diversa umanità, al centro

    La natura pubblica del paesaggio può curare la periferia?

    No full text
    La ricerca indaga la condizione della città_paesaggio attraverso alcuni recenti progetti di spazi aperti efficacemente costruiti nei nodi delle periferie europee, luoghi che appaiono, oggi, come sistemi polifunzionali permeati dalla dimensione spazio-temporale, nuovi centri che non ambiscono più ad essere riconosciuti solo per la loro unità di forma, quanto piuttosto per la loro capacità di accogliere nel progetto e anche nella sua realizzazione la categoria dell’inaspettato, dell’indefinito, quali luoghi della democrazia aperti ad un cambiamento inclusivo di socialità, etnie e nuovi programmi funzionali. I progetti prescelti in queste pagine si presentano sempre come soluzioni volte a migliorare la vita dei cittadini e in qualche caso anche a migliorare la qualità dell’ambiente, in un processo di sintesi tra uomo e natura, sempre più auspicabile perché necessario. Occorre sottolineare come da alcuni anni, nei processi di trasformazione della città, i temi tradizionali (strada, piazza e parco...) hanno subito un processo di mutazione accogliendo significati differenti in relazione alla variabilità dei programmi funzionali, della società in movimento, della contrazione di investimenti economici e della limitatezza delle risorse naturali
    corecore