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    Value Theory: between Husserl's Phenomenology and Moore's Intuitionism

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    Although the ethical intuitionism and the phenomenological theory of value have been considered to be in some way incompatible, both acknowledge the distinction between facts and value. Starting from this basic assumption in this paper I focus on the ethical accounts proposed respectively by G.E. Moore and E. Husserl referring to the psychological-ethical model proposed by F. Brentano. Accordingly I argue that (a) Moore’s ethical intuitionistic approach is not able to clarify, within ethical considerations, the fundamental difference between axiology and deontology and that the (b) Husserlian distinction between technical and practical dimension of moral reasoning represent a valid response to the difficulties arising from the fact-value distinction

    Das Schreckbild des Psychologismus: Husserl, Lotze e «l’inesauribile scrigno» del mondo delle idee

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    Il fine di questo articolo è duplice: da una parte è rivolto a mettere in evidenza la rilevanza teorica della critica di Husserl alle logiche «psicologistiche» e a determinare, alla luce delle contemporanee proposte interpretative, ciò che psicologismo significhi dal punto di vista epistemologico; dall’altra si focalizza sul decisivo ruolo ricoperto da H. Lotze nello sviluppo dell’ideale di una «logica pura» – questo debito non è stato ancora sufficientemente delineato. Inoltre, una definizione univoca di «psicologismo» rappresenta un passaggio fondamentale al fine di definire in che modo la correlazione fenomenologica tra ideale e reale sia possibile. Dal punto di vista tematico la funzione primaria sottesa all’anti-psicologismo husserliano risiede infatti nel suo aspetto «generativo» riguardante l’identificazione delle condizioni di possibilità dell’intuizione categoriale e delle leggi della logica pura.The purpose of this article is twofold: on one hand it is aimed to highlight the theoretical significance of the Husserlian criticism toward the psychologistic-logical accounts according to the most contemporary interpretive proposals – through the resulting determination of what «psychologism» means from the epistemological point of view – on the other hand it is focused on the decisive role played by H. Lotze in the development of the phenomenological idea of a pure logic: this debt has not yet been sufficiently emphasized. In addition the identification of an univocal definition of «psychologism» represents a fundamental step in order to define in which way the phenomenological correlation between ideal and real realm is possible. Thematically speaking the primary function underlining the Husserlian anti-psychologism lies especially in its generative aspect dealing with the identification of the conditions of possibility of the categorial intuition and of the pure logical laws

    Profili e densità temporali. Edmund Husserl e la forma della coscienza (1890-1918)

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    All’interno del progetto husserliano, la temporalità non è solo una componente fondamentale per legittimare la declinazione trascendentale di un’analisi del momento sensibile, in quanto essa è implicata anche nel processo in cui vengono tematizzati “oggetti di ordine superiore” come categorie, stati di cose, essenze. Tale “contaminazione temporale” richiede di essere analizzata da vicino poiché una sua non corretta interpretazione porterebbe necessariamente a domandarsi se la validità incondizionata che Husserl attribuisce alla sfera concettuale non venga meno qualora si affermi che il carattere intenzionale della coscienza risente della temporalità. Ugualmente, però, una tale attribuzione è strutturalmente condivisibile se si tiene conto che la validità concettuale è garantita, nella prospettiva husserliana, da un processo di fondazione che assume l’intuizione sensibile come momento imprescindibile – ogni intuizione categoriale è necessariamente fondata su un’intuizione sensibile. Non si tratta quindi soltanto di determinare quante e quali accezioni di tempo siano rintracciabili all’interno della fenomenologia di Husserl, ma di mostrare il rapporto di fondazione esistente tra sensi differenti e parallelamente individuare in quale relazione si trovino i livelli costitutivi ad essi connessi.Tale centralità costitutiva appare con più nitidezza se si astrae, in misura parziale, dalle riflessioni che canonicamente sono assunte come il momento iniziale della problematica – Vorlesungen zur Phänomenologie des inneren Zeitbewusstseins – e se si intraprende un percorso trasversale, che ha inizio nella Philosophie der Arithmetik. In questo modo risulta evidente come l’esigenza di chiarire quale rapporto intercorra tra le categorie logiche e il tempo sia effettivamente una questione di preistoria della fenomenologia. La relazione non è tuttavia a due termini in quanto non si deve parlare di un rapporto logica-tempo ma di una relazione logica-tempo-coscienza. Con il presente lavoro s’intende dunque cercare di rendere evidente come il progetto husserliano di una fenomenologia della coscienza interna del tempo non debba essere analizzato soltanto da una prospettiva interna. Esso mira ad approfondire in che misura, e a quali condizioni, la coscienza possa preservarsi come fenomeno unitario alla luce dell’impossibilità costitutiva di astrarre dalla propria natura temporale. Tale possibilità si è tradotta in una ricerca del rapporto intercorrente tra la temporalità dei contenuti coscienziali (costituiti) e la temporalità costituente propria del flusso di coscienza considerata insieme come forma di unificazione e di temporalizzazione. Il tempo non è, infatti, una forma della coscienza tra le altre ma è una forma sui generis, senza la quale niente potrebbe apparire. Il presente lavoro è rivolto così a mostrare secondariamente – attraverso l’analisi di una serie di problematiche che apparentemente non sembrerebbero connesse con lo studio fenomenologico della coscienza interna del tempo – l’effettiva convergenza fenomenologica esistente tra la definizione delle condizioni di possibilità di un processo coscienziale unitario e la determinazione del ruolo svolto dal tempo in tale processo

    Per una fenomenologia della valutazione. Il problema del valore in Brentano, Meinong, Husserl

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    Il presente studio è rivolto a delineare contorni e contenuti della riflessione sul problema della valutazione nella filosofia austro-tedesca della seconda metà del diciannovesimo secolo e dei primi decenni del ventesimo mostrando come l’individuazione dell’intenzionalità, quale carattere specifico della coscienza, permetta una più precisa analisi e comprensione delle stratificazioni che caratterizzano i fenomeni valoriali ed emotivi. Ciò ha aperto la strada all’elaborazione di una teoria scientifica dei valori, o assiologia, capace, almeno a livello programmatico, di superare le aporie che caratterizzano le operazioni valutative considerandole non più semplici funzioni soggettive bensì procedimenti dotati di validità oggettiva. All’interno di questo quadro problematico la riflessione sul valore proposta da Brentano, Meinong e Husserl presenta delle specificità costitutive che la diversificano sia dalla filosofia dei valori di impostazione neokantiana, sia dalla filosofia personalistica proposta da Scheler facendone un passaggio fondamentale per comprendere il ruolo centrale ricoperto dalla fenomenologia nel processo novecentesco di ridefinizione dei saperi

    Identità e normatività: il personalismo di Max Scheler

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    Nella storia delle idee Max Scheler è noto per aver individuato nel concetto di persona il punto di partenza e di arrivo di ogni considerazione di natura morale, ne è conferma il sottotitolo del Formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori (1913-1916) che qualifica l’opera come un “nuovo tentativo di fondazione di un personalismo etico”. In virtù della specificità del metodo fenomenologico scheleriano, è possibile superare tanto le aporie a cui conducono le posizioni naturalistico-riduzioniste (Fletcher, Tooley, Singer) che, ricercando i cosiddetti indicatori dell’essere persona, invitano a distinguere tra “essere umano” e “persona”, quanto le posizioni definite come personalistiche e che, in maniera in parte limitante, riconducono il principium individuationis personale a un fondamento trascendente (Honnefelder). Seppur non del tutto scevro di elementi trascendenti, il personalismo scheleriano e il modello antropologico da esso derivato rappresentano un utile e fecondo punto di incontro tra queste due tendenze, in quanto hanno l’evidente merito di legittimare l’intrinseca natura normativa dell’essere persona mediante l’individuazione di alcuni elementi necessari e fenomenologicamente accertabili – salute mentale, sviluppo cognitivo, padronanza del proprio corpo, autonomia. Dal punto di vista pratico-sociale ciò non conduce però a un atteggiamento escludente nei confronti delle “non-persone” – nelle quali siffatte caratteristiche non sono ancora presenti, o sono venute meno –, bensì a una forma di tutela delle stesse derivante dal senso di corresponsabilità proprio dell’essere persona. A ogni “persona singola” pertiene, secondo Scheler, una “persona comune” la quale non coincide con il mero collettivo artificiale di persone singole ma si fonda sulla capacità, propria di ogni soggetto, di cogliere il valore dell’altro individuo. Nonostante l’essenza personale non sia in ultima istanza coglibile nella sua totalità, nell’economia del paradigma scheleriano, il fenomenologo possiede gli strumenti concettuali per “formare l’umano” permettendo lo sviluppo di quella sensibilità morale considerata come condizione necessaria per orientarsi e risolvere i dilemmi morali. Dopo aver richiamato gli aspetti descrittivi e normativi maggiormente rilevanti del personalismo di Max Scheler l’obiettivo del presente saggio è mostrare come la non-definibilità ultima del concetto di persona non rappresenti necessariamente un ostacolo teorico inaggiràbile: in questo senso l’accezione scheleriana di “persona comune”, radicata nel concetto etico di corresponsabilità, può fornire utili spunti di riflessione al dibattito bioetico contemporaneo
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