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    "Un fremito percosse l'aria". Elogio dell'isegoria

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    Nel mondo greco il termine isegoria designava l'eguale possibilità di prendere la parola nelle pubbliche assemblee. Il saggio mostra come questa prerogativa alla base della democrazia ateniese fosse fin dall'origine una componente essenziale della cultura teatrale. I grandi tragici - Eschilo ed Euripide - celebrano infatti la pratica assembleare della isegoria, mostrando di considerare il teatro un luogo in cui il drammaturgo poteva rivolgersi alla polis prendendo la parola su questioni fondamentali e urgenti. Le tragedie in cui Eschilo ed Euripide si diffondono sulla pratica assembleare della isegoria, presentano argomenti diversi e uno stesso titolo: Supplici. Non è un caso. Supplicanti erano infatti coloro che, portando rami avvolti in candida lana e graffiandosi a sangue le guance, rivolgevano, individualmente o riuniti in gruppi, specifiche richieste agli dei oppure a sovrani ai quali chiedevano di tutelare valori comunque protetti dal mondo olimpico. Nelle Supplici (463 a. C.) di Eschilo, Danao e le sue cinquanta figlie, in fuga dall'Egitto, chiedono a Pelasgo, re degli Argivi, ospitalità e difesa dai loro inseguitori. In quelle di Euripide (423 a. C.), le sette madri degli eroi morti a Tebe per sostenere Polinice, domandano a Teseo, re di Atene, d'imporre al sovrano tebano, l'inflessibile Creonte, di dare sepoltura ai loro cari

    Da Metastasio a Vacis. Gli spazi del teatro d'opera fra pratiche e concetti

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    The opera show entrust the management of space and time dimensions to several orders of roles and artistic skills, wich evolve with the changing time. The space dimesion management, in particular, moves from the integrated planning by the libretist and stage designer to the director's inventiveness who, coming from different theatrical contexts, often conveys cultural concepts foreign to the repertoire conservative logic. Hence, the paper examines the theory of experience; the spectacular level linguistc cohesion; the different contents attributed to the inside and outside of the theater space

    Drammaturgia

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    Diretta da Siro Ferrone e da Stefano Mazzoni, la rivista annuale «Drammaturgia» n.s. è la continuazione dell’omonima prestigiosa testata multidisciplinare fondata nel 1994 da Ferrone ed edita con rigorosa puntualità sino al 2003: dieci numeri monografici e otto quaderni, per un totale di oltre 4500 pagine. La nuova serie è pubblicata da Firenze University Press, sia a stampa sia in formato digitale. I contenuti di «Drammaturgia» (saggi originali, documenti, testi, repertori bibliografici, ricerche in corso) sono disponibili in accesso aperto. La rivista indaga un arco diacronico di lunga durata – dal mondo antico a oggi – in una prospettiva storico-filologica attenta alle dinamiche interculturali e alle differenze tra le cristallizzazioni letterarie del teatro e gli specifici contesti e processi di produzione, realizzazione e fruizione del teatro in azione

    La nera "Turandot". Postumi della guerra e avvisaglie di totalitarismo nell'ultima opera di Giacomo Puccini.

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    La "Turandot" di Giacomo Puccini non è soltanto un'opera incompiuta perché mancante della musica del duetto e dell'ultimo finale, ma anche un dramma incompleto perché il testo non basta spiegare il mutamento della protagonista. Puccini stesso pensò di cambiarlo fino all'ultimo momento. Nel caso della "Turandot", il compositore non ebbe mai fra le mani né un "canovaccio" comleto nè il testo definitivo. Sia Puccini che i librettisti navigarono a vista senza riuscire a risolvere i problemi aperti dalle loro modifiche alla fiaba gozziana. Il saggio esamina la trasformazione di Turandot da Gozzi all'Opera ipotizzando che le scelte di Puccini riflettano la sua timorosa visione della crisi italiana e del nascente fascismo. "Turandot", in questa prospettiva, sarebbe un'allegoria involontaria dell'anomalo sistema di potere fascista. Altoum (Vittorio Emanuele III) regna, ma Turandot (Mussolini) comanda. La folla ondivaga riflette l'instabilità del potere. I tre ministri "buffoncelli" lamentano l'esaurimento e la crisi della "razza divina", facendo riferimento a un concetto ossessivamene ripetuto dalla retorica interventista e poi fascista. Difficile che la parola "razza" non abbia suggerito a Puccini l'esistenza di un legame fra il nero mondo di Turandot e l'emergere d'un nuovo potere

    Portatori d’acqua lungo la via di Damasco. Note intorno al progetto De-generazioni

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    Partendo dall'osservazione d'una significativa campionatura di contemporanee realtà teatrali, il saggio di Guccini esamina alcune caratteristiche ricorrenti: le trasformazioni del concetto di “tecnica”; i passaggio da una prassi di formazione precostituite alle pratiche dell'autoformazione; il restuaro delle relazioni fra la scrittura per la scena e gli ensemble teatrali. Il superamento dell'opposizione fra “i teatri che lavorano per i testo” e “i teatri che lavorano con il testo”, da parte dei teatri che identificano la scrittura fra le proprie interne funzioni e producono testi

    Marco Baliani, Tutte le volte che si racconta una storia

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    La recensione connette "Ogni volta che si racconta una storia" ai precedenti testi sulla narrazione di Marco Baliani, evidenziando le connessioni e le distinzioni fra gli uni e gli altri. Benché la trilogia non fosse progettata, i tre volumi, se messi in rapporto reciproco, evidenziano idee e poetiche del narrare che si modificano assieme alle emergenze del teatro e della vita civile

    La musa meticcia. Materiali d'autore per la conoscenza e lo studio della regia lirica

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    Il saggio distingue dalla nozione deteriore di Regietheater la cultura registica novecentesca, mostrando come la regia lirica contemporanea stia restituendo all'opera quanto l'opera stessa ha rilasciato ai Maestri dell'innovazione (in particolare: Craig, Appia, Stanislavskij, Mejerchol'd). Fra gli effetti della regia lirica figura inoltre l'emergere di nuovi protagonisti teatrali che si sono imposti in quest'ambito senza essere passati attraverso l'automo esercizio della sperimentazione teatrale. I dossier sono dedicati a due di questi artisti che dimostrano le potenzialità del teatro lirico. Si tratta di Damiano Michieletto e di Stefano Vizioli. Del primo, si documenta la formazione nel quadro dell'azione pedagogica di Gabriele Vacis; del secondo si segue l'ideazione di un' “opera euroasiana” ancora in pieno divenire che scaturisce dall'incontro fra diverse civiltà e culture: l'opera barocca e i rituali bhutanesi; Mozart e le culture teatrali cambogiane; Monteverdi e le tradizioni performative del Giappone

    Elfriede Jelinek "scrivente"

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    The author's biographical ego avoids emerging in the foregroud as narrator or narrative topic, yet it infiltrates the writing through the interposed identity og "the one who's writing" that, on the contrary, gives herself unlimitedly to words as the doesn't exist but inside then."The one who's writing" expression does not imply an actual identity. On the one hand, it is about the metaphor of the writing process, whilw on the other, "the one who's writing" is, compared to the author's biographical ego, a vital part thereof and not inclusive, manifesting herself in the act of writing. In order not to be expressed (petrified) throught her, Elfriede Jelinek systematically eliminates any authorial comment; she hides her stregh in admission of faillure and self-inflicted injuries; she defers the lyrical reflection of her own gaze transmuting everyting into writing to the one who's writing

    Dilettevole ma non troppo, il mito della Donna serpente fra Gozzi, Lodovici e Casella

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    Il saggio analizza le tre fasi attraversate dalla fortuna storica del teatro di Carlo Gozzi: quella settecentesca, polemica e mitopoietica, quella romantica, immaginaria e fiabesca, quella novecentesca, d'avanguardia e metateatrale. Nel 1932, quando debutta La donna serpente di Casella, la fase trainante delle avanguardie è ormai superata. La loro azione, allora, presegue all'interno del cultura del regime fascista, adattandosi alle sue indicazioni. Così, la scelta di Gozzi, da parte di Casella, si motiva con l'italianità dell'argomento e con la disponibilità del testo a decantarsi in una fantasmagoria sganciata da riferimenti reali. Il saggio confronta la drammaturgia della Donna serpente agli scritti teorici di Casella, distinguendo, sulla base di due diverse redazioni del libretto, la drammaturgia di Lodovici, disposto a recuperare il tono satirico e le allusioni alla contemporaneità di Gozzi, da quella del compositore, che sostituisce psicologie e contenuti espressivi con manifestazioni puramente sonore e prossime all'astrazione

    Prove di drammaturgia

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    La rivista viene fondata nel 1995 da Claudio Meldolesi e Gerardo Guccini. Scopo iniziale di «Prove di drammaturgia. Rivista di inchieste teatrali» è fornire un contesto di riflessione e uno strumento di testimonianza a formazioni e artisti operanti nell'area dell'innovazione. Vengono così approfonditi, attraverso interviste, contributi e dossier, percorsi originali e differenti processi di composizione. Nei primi anni, la rivista si presenta in quanto organismo deputato alla documentazione delle riflessioni e dei processi condotti dagli uomini teatro. Angolazione che, a partire dal 1998, viene applicata, non più a casi specifici, ma a tematiche emergenti come il teatro e narrazione, la nuova performance epica, i rapporti fra teatro e giornalismo, la performance pop, il ritorno dell'autore, il nuovo nō, le interazione fra dramma e postdrammatico, gli intrecci fra autorialità e performance, le riflessioni sulla scrittura (scenica, drammatica e performativa). La particolare attenzione dedicata alle dinamiche trasformative del teatro contemporaneo ha fatto di «Prove di drammaturgia» un forum documentario e critico fondamentalmente dedito alla storicizzazione delle realtà contemporanee. Finalità che intreccia i saperi e le metodologie della discipline storiche alle ricognizioni e agli approfondimenti della «storia immediata» (Jean La Couture) alla quale lavorano scrittori, giornalisti, reporter e gli stessi teatranti. Sempre più frequentemente, infatti, la performance combina alla concretezza delle azioni in presenza processi cognitivi e rielaborazioni del vissuto, che precipitano nel fare teatro le trasformazioni del mondo reale originando percorsi, linguaggi, opere. A questi esiti si rivolge con particolare attenzione «Prove di drammaturgia»
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