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Innocenzo XI, un innovatore tradizionalista. Riforme austere e audaci compromessi per la Santa Sede
The article tries to highlight the change in direction of the papacy’s internal and
foreign policy which occurred following the election of Innocent XI. Indeed, Pope
Odescalchi has adopted a series of measures aimed to moralizing and rationalizing
the Curia and the pontifical institutions choosing a perspective in stark opposition to
the path traced by his Baroque predecessors. After internal reforms, Benedetto Odescalchi
was the author of some decisions that allowed Rome to play a central role in
international political-diplomatic dynamics questioning traditionalist positions of the
Curia, as in the case of the negotiation for the peace congress in Nijmegen or on the
occasion of the dialogue with Moscow
Recensione al volume "Le crociate. L’idea, la storia, il mito"
Recensione al volume "Le crociate. L’idea, la storia, il mito" di Antonio Musarr
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Nobili inquieti. La lotta politica nel regno di Napoli al tempo dei ministri favoriti (1598-1665)
Risultato di un lungo e proficuo percorso di ricerca – già avviato con la precedente monografia sul cardinale Filomarino (Ascanio Filomarino. Nobiltà, Chiesa e potere nell’Italia del Seicento, Roma, Viella, 2017) – il volume di Giu seppe Mrozek si propone di offrire nuove prospettive e riflessioni sull’articolato e dialettico sistema del mondo aristocratico napoletano, tra XVI e XVII secolo, in relazione all’affermarsi di un fenomeno cruciale per la storia spagnola ed europea quale fu quello del valimiento. Nella sua premessa all’opera di Mrozek, Francesco Benigno, da un lato, for nisce un quadro complessivo della riflessione storiografica sul tema in questione, evidenziando l’importanza ma anche i limiti insiti nella tradizionale prospettiva storicista e statalista offerta da Giuseppe Galasso e dai suoi allievi, mentre, dall’al tro, pone in risalto gli elementi portanti e innovativi dello studio di Giuseppe Mrozek, sottolineandone la capacità di collocare la vicenda napoletana in una più puntuale ottica europea. Alla «nota a mo’ di prologo» di Benigno, segue un’ampia introduzione in cui Mrozek delinea alcune coordinate di lungo periodo necessarie per comprendere la sua interpretazione dei fatti presi in esame rispetto alla lettura datane dalla storiografia di riferimento, volta, secondo l’autore, a concepire la vicende insurrezionali di Napoli «come eventi caotici e privi di un chiaro progetto politico, o come specchio delle contrapposizioni sociali» tra un compatto ceto aristocratico e la massa popolare. Al contrario, rimarcando il carattere composito e tutt’altro che coeso della nobiltà napoletana, delineatosi già nel corso del Medio evo con le contese tra francesi e aragonesi, Mrozek inquadra profilo e funziona mento delle principali istituzioni del regno di Napoli la cui struttura sociopolitica si fondava sulla dialettica opposizione tra aristocrazia, togati e popolo. In base a questo assetto la storiografia attuale – influenzata da una consolidata tradizione riconducibile ai lavori di Benedetto Croce, Giuseppe Galasso, Rosario Villari e di altri storici – ha avallato una fisionomia della nobiltà napoletana come entità sostanzialmente omogenea e unita, preferendo concentrarsi sull’analisi di singole famiglie osservate da punti di vista specifici e circoscritti. È il caso di numerosi studi – come quelli condotti da Hernando Sánchez, Giovanni Muto, Gérard Labrot, etc. – emersi soprattutto negli ultimi decenni e focalizzati, ad esempio, sulla dimensione artistico-culturale, sul cerimoniale, o sull’attività militare dei nobili del regno. Giuseppe Mrozek, invece, rilevando l’importanza della natura plurale e conflittuale dell’aristocrazia di Napoli, in linea, del resto, con i molteplici e contrastanti processi evolutivi del mondo napoletano, si propone di dimostrare al progressivo consolidamento dell’autorità spagnola né, tantomeno, ha svolto un ruolo passivo nei numerosi episodi di tensione e insurrezione verificatisi tra XVI e XVII secolo. Su tali premesse, il volume di Mrozek si spinge ad analizzare, secondo una prospettiva incrociata, l’attività dell’aristocrazia napoletana e quella della classe dirigente spagnola, evidenziando sovrapposizioni e divergenze tra queste due complesse entità. Seguendo un arco cronologico preciso – che va dal 1598, anno dell’ascesa al potere del duca di Lerma, al 1665, momento che vide la morte di Filippo IV e l’esaurirsi della lunga stagione del valimiento – l’argomentazione centrale del volume si sviluppa in quattro capitoli che, sondando proprio le complesse relazioni tra nobiltà del regno di Napoli e autorità madrilene, rivelano le mutevoli articolazioni interne dell’aristocrazia napoletana e di quella spagnola, nonché i loro reciproci rapporti di alleanza e contrapposizione. Attraverso un’in dagine condotta su un’ampia documentazione politico-diplomatica, sia edita sia inedita, conservata, tra gli altri, nell’Archivio Apostolico Vaticano, nell’Archivo General de Simancas, negli archivi di Stato di Napoli e di Firenze o, ancora, nelle biblioteche Apostolica, Marciana e Nazionale di Spagna, Mrozek mette in evidenza quanto il composito universo nobiliare di Napoli fosse estremamente sensibile alla conflittuale dialettica politica della corte spagnola approfondendo, così, una pista di ricerca che John Elliot aveva soltanto dischiuso in alcuni suoi lavori sulla Spagna della prima Età moderna. Lo studio di Giuseppe Mrozek, dunque, proprio perché sostenuto da un notevole apparato documentario, innovato – rispetto alla tradizionale prospettiva d’indagine di questo complesso settore di ricerca – da un’analisi comparativa di fonti italiane ed estere, spagnole in particolare, riesce a inserirsi con consapevolezza e originalità all’interno di un ambito ampiamente dibattuto in sede storiogra f ica. Difatti, benché il tema preso in esame sia stato oggetto di varie riflessioni da parte di una letteratura illustre e solida, Giuseppe Mrozek cerca e riesce a individuare ed evidenziare elementi di novità proponendo una lettura originale ma, al contempo, ben integrata con il quadro bibliografico di riferimento. In tal senso, l’autore modifica la consueta prospettiva d’interpretazione delle vicende napoletane della prima Età moderna armonizzando le posizioni tradizionali con le innovazioni da lui proposte che offrono una conoscenza più precisa e realistica dei fatti, osservati attraverso un filtro nuovo. Ne sono una chiara dimostrazione le vicende relative alla rivolta del 1647-1648 che l’autore rilegge quale punto di arrivo di una lunga serie di frizioni accumulatesi tra patriziato napoletano e istituzioni spagnole, sottolineando il ruolo attivo avuto nella ribellione da alcuni aristocratici e smentendo, di conseguenza, quella visione di una classe nobiliare completamente schierata contro i ribelli. Dall’analisi di Mrozek, infatti, emerge un consapevole coinvolgimento nei progetti insurrezionali, motivato da eterogenei interessi politici, di aristocratici di primo piano, come Diomede Carafa, duca di Maddaloni, il cardinale Ascanio Filomarino, o il marchese di Acaya Vincenzo Delli Monti, i quali, almeno nella fase iniziale, hanno ricoperto il ruolo di fautori e ideatori della rivolta, successivamente sfuggita al loro controllo con l’assassinio di Giuseppe Carafa, fratello del duca di Maddaloni, e sfociata in un violento estremismo filopopolare. L’argomento centrale del volume è rappresentato, quindi, dall’osservazione dei molteplici processi evolutivi che hanno plasmato la frastagliata fisionomia sociopolitica della nobiltà napoletana, un ceto tutt’altro che omogeneo e coe so, dotato di facies differenti e contrastanti che lo rendono una realtà plurale e complessa, come l’autore mette in evidenza attraverso l’analisi degli eventi svoltisi nel periodo dominato dalla presenza dei validos. Con l’ascesa del duca di Lerma al ruolo di ministro favorito, infatti, si sarebbe aperta una nuova fase della politica spagnola che avrebbe avuto conseguenze fondamentali non solo per la realtà napoletana ma per tutta l’Europa. È proprio a partire da questo passaggio che Giuseppe Mrozek entra nel vivo della sua riflessione sul regno di Napoli, osservato non più secondo un’ottica monofocale ma, appunto, po licentrica, europea che non vuole sostituirsi o smantellare la cosiddetta «via napoletana allo stato moderno», indicata da Aurelio Musi, bensì arricchirla e corroborarla rendendola più credibile attraverso l’analisi di fonti essenziali, quelle spagnole in primo luogo, sinora osservate in modo discontinuo e parziale dagli storici che si sono occupati di questo tema. La complessa operazione di riflessione storiografica e di scavo archivistico, effettuata da Mrozek, permette, dunque, di seguire le molteplici e contrastanti anime del mondo aristocratico di Napoli in un contesto molto dinamico che vede equilibri e logiche di potere in continua evoluzione. Così, la conflittuale dialettica interna alla corte spagnola si intreccia e influenza le altrettanto articolate trame che innervano il regno napoletano, dove il patriziato locale agisce secondo coordinate di dinamicità e contrapposizione che lo vedono soggetto a continue fratture e ricomposizioni degli equilibri interni, con esiti spesso inattesi, in funzione dei fermenti insiti nelle varie fasi di evoluzione del valimiento. Tale tendenza appare nitida, oltre che nei sopracitati moti insurrezionali degli anni 1647-1648, con i fatti svoltisi nel 1620, giudicati cruciali da Giuseppe Mrozek e denominati, alla fine del primo capitolo, «la rivolta sfiorata». In quell’occasione, le tensioni maturate negli anni precedenti avevano rischiato di travolgere il viceré Pedro Téllez Girón, III duca di Osuna, il quale era espressione di una fazione politica avversa a quella del decaduto valido di Filippo III. Difatti, come ha osservato l’autore, lo stra volgimento dei rapporti di potere interni alla corte spagnola, sancito dall’ascesa del duca di Uceda e del confessore Aliaga, aveva portato alla sostituzione a Napoli del VII conte di Lemos, leale al duca di Lerma, con Osuna, fautore di una politica opposta rispetto a quella del suo predecessore, poiché in linea con la direttrice tracciata dai suoi protettori a Madrid, e fortemente avversata dai numerosi aristocratici napoletani rimasti fedeli a Lemos. Un quadro, questo, che conferma sia il fatto, evidente, che i viceré fossero incarnazioni delle anime di fazioni contrapposte a corte sia complessità e variabilità delle dinamiche politico-sociali alla base dei rapporti tra governo spagnolo e nobiltà napoletana. Quindi, adoperando il valimiento come prisma interpretativo e conoscitivo dei fatti svoltisi nel Regno di Napoli tra Cinquecento e Seicento, Giuseppe Mro zek dimostra che, nei rapporti di interconnessione tra “centro” e “periferia”, la nobiltà di Napoli risulta essere protagonista del discorso politico assumendo, nei confronti dell’autorità vicereale, varie posizioni, principalmente di concordia o di opposizione, che tuttavia si declinano in una pluralità di azioni e reazioni, spesso molto differenti anche all’interno di una stessa famiglia. Dall’analisi delle dinami che interne alla nobiltà napoletana, particolarmente osservate attraverso l’incrocio di fonti italiane e spagnole, emerge, difatti, un quadro di incontro-scontro tra una notevole varietà di punti di vista, in termini sia sincronici sia diacronici, che rilascia un’immagine plurale del mondo aristocratico, non esclusivamente focaliz zato sulla tutela dei propri interessi e privilegi bensì particolarmente sensibile al mutare delle variabili e dei contesti sociopolitici sul piano internazionale. Questo eterogeneo modus operandi, dimostrato dai nobili nei confronti delle istituzioni iberiche, viene riscontrato dall’autore anche nelle relazioni con gli altri corpi della società napoletana, togati e popolo, categorie verso le quali l’aristocrazia si era divisa in funzione tanto di esigenze momentanee o di contingenze speci f iche quanto seguendo traiettorie di lungo periodo. A loro volta, infatti, questi rapporti interni alla società napoletana risultano condizionati dalle intersezioni e dalle articolate relazioni di potere tra sovrani, favoriti, viceré e fazioni politiche del complesso sistema imperiale spagnolo. In un simile intreccio di molteplici dimensioni, Giuseppe Mrozek non si limita a ricostruire un profilo più esaustivo del patriziato di Napoli ma esplicita, grazie a un’ampia indagine documentaria, gli eterogenei aspetti delle dinamiche politiche relative alla penisola italiana e al più generale contesto europeo di Età moderna
L'ascesa di papa Odescalchi. Il "nuovo corso" della Santa Sede.
Questo articolo offre una panoramica dell'elezione al soglio pontificio di Benedetto Odescalchi e della profonda azione moralizzante e di rinnovamento amministrativo intrapresa dal nuovo papa. Inoltre, lo studio si concentra sugli obiettivi di politica estera perseguiti da Innocenzo XI: la pacificazione dei principi cristiani, impegnati nella guerra d'Olanda, e l'organizzazione di un'alleanza europea volta ad eliminare definitivamente la minaccia ottomana. In questa prospettiva è stato analizzato lo sforzo diplomatico compiuto da Roma, tramite i suoi nunzi a Vienna, Madrid e Parigi, che ebbe la finalità precipua di realizzare il progetto di Papa Odescalchi dopo la sua elezione
Papato e politica internazionale nel Seicento. Il nunzio Francesco Buonvisi alla corte di Leopoldo I d’Asburgo imperatore e re d’Ungheria
Nel corso del XVII secolo, i delicati equilibri geopolitici e religiosi dell’Europa conoscono dei mutamenti profondi che ridefiniscono completamente la fisionomia del continente. In tale contesto, alcune delle trasformazioni in atto sono espressione di processi evolutivi di lungo periodo costituitisi precedentemente, nel passaggio dall’Età medievale a quella moderna. È il caso del Papato che, come ha evidenziato Paolo Prodi, tra Quattrocento e Cinquecento, rielabora sé stesso attraverso il duplice e parallelo sviluppo delle sue intrinseche anime, quella di istituzione spirituale, universale e quella di entità temporale, statuale. Il crescente processo di secolarizzazione del mondo europeo, la paralizzante rivalità franco-asburgica per l’egemonia sul continente, l’avvento della Riforma e la conseguente conflittualità religiosa dilagata in quella che ancora, benché sempre più irrealisticamente, veniva denominata Respublica christiana avevano determinato una progressiva e irreversibile circoscrizione dell’autorità e del potere di Roma sullo scenario globale, giungendo ad un esito drammatico con la tappa cruciale rappresentata dai trattati di Westfalia. In risposta a questo evidente arretramento del proprio peso internazionale, la Santa Sede aveva moltiplicato i suoi sforzi, profondi e di lungo periodo, volti al rilancio e al rafforzamento del suo ruolo, sempre rivendicato, di primo piano nei rapporti tra i paesi della compagine euro-cristiana. Infatti, nonostante l’isolamento politico-diplomatico, patito in modo particolare dalla seconda metà del XVII secolo, la Curia pontificia non aveva affatto rinunciato alla sua autorità spirituale sovranazionale e alla sua pretesa funzione di guida e coordinamento della Cristianità anche secondo coordinate politiche e diplomatiche. Proprio in questo contesto si colloca il presente volume che, in linea con una prolifica direttrice storiografica europea, e non solo, sviluppatasi negli ultimi due decenni, vuole analizzare e porre in evidenza le modalità e le possibilità concrete d’azione del Papato sullo scenario internazionale di Età moderna nonché i loro effetti sia rispetto al lungo percorso di costruzione e sviluppo del mondo europeo in ambito politico-diplomatico e religioso sia nei confronti del percorso di ridefinizione della fisionomia e del ruolo della stessa Sede pontificia.
La risorsa centrale e più efficace di cui Roma potesse avvalersi per attuare le sue strategie e finalità era rappresentata dall’istituto delle nunziature apostoliche che, in pieno Seicento, costituiva lo strumento privilegiato con cui i pontefici intervenivano a livello internazionale per realizzare i loro ambiziosi obiettivi e, proprio sull’attività svolta da un nunzio, il lucchese Francesco Buonvisi (1626-1700), si focalizza il presente lavoro. Anche questo personaggio è stato oggetto di recente attenzione da parte di quella storiografia modernista che ha indagato le relazioni tra la Curia papale e l’Europa centro-orientale al tempo di Luigi XIV. La regione danubiano-balcanica, infatti, aveva una funzione centrale nei complessi disegni geopolitici perseguiti dal “Re Sole”, volti ad estendere l’egemonia francese sul continente a scapito della corte di Vienna dove l’imperatore Leopoldo I guardava tanto con preoccupazione quanto con interesse a quei territori, in modo particolare all’Ungheria, dominati dal Turco con cui Luigi XIV, come già Francesco I nel Cinquecento, intratteneva mal celati rapporti d’intesa proprio in funzione antiasburgica.
Le suddette dinamiche erano, ovviamente, al centro degli interessi e delle strategie di Roma che, tra Medioevo ed Età moderna, non aveva mai rinunciato alla possibilità di riportare l’Europa orientale all’interno dei confini della cristianità strappandola alla dominazione “infedele”. Tale obiettivo sarebbe stato in buona parte raggiunto durante il pontificato di Innocenzo XI, attraverso le note imprese realizzate dalle Leghe Sante degli anni Ottanta del Seicento e ampiamente sondate dalla ricerca scientifica di settore. Ma il successo di papa Odescalchi è strettamente correlato agli eventi verificatisi nel corso degli anni Settanta, poi culminati nella pace di Nimega, che avevano visto il Papato impegnato in prima linea attraverso i suoi nunzi apostolici, ordinari e straordinari, tra i quali si era particolarmente distinto Francesco Buonvisi.
Per queste ragioni, la presente ricerca si è concentrata sull’attività svolta dal prelato lucchese fino al 1678, con un focus specifico sulla prima parte della sua nunziatura presso la corte imperiale. In tal senso, l’incarico ricoperto da Buonvisi a Vienna è stato esaminato in relazione alle precedenti missioni da lui compiute, sempre in veste di nunzio, a Colonia (1670-1672) e a Varsavia (1672-1675) cercando di mostrare come l’azione svolta dal Buonvisi rappresentasse e rispondesse alle esigenze e alle strategie della Santa Sede dopo il 1648. Infatti, della prima nunziatura, quella di Colonia, si è posto in risalto l’impegno del lucchese nella gestione e risoluzione di tensioni politiche, diplomatiche e religiose che attraversavano la delicata area dell’Europa di centro, con un’attenzione particolare ai difficili rapporti tra cattolici e riformati e tra autorità secolare e spirituale in quella delicata giurisdizione. Allo stesso modo, l’attività svolta dal nunzio Buonvisi alla corte polacca è stata analizzata in funzione del progetto pontificio di recupero dell’Europa centro-orientale attraverso una convergenza di interessi geopolitici tra Varsavia e Vienna, compito reso arduo dall’avversa prospettiva della politica di Luigi XIV il quale, al contrario, proprio nella Polonia vedeva un alleato da utilizzare contro Leopoldo I d’Asburgo.
In entrambi gli incarichi, Buonvisi si era distinto per abilità diplomatica e acume politico che, insieme al suo non comune pragmatismo, lo avevano condotto alla prestigiosa nunziatura presso la corte imperiale, dove il lucchese era stato destinato da Clemente X Altieri per coadiuvare gli sforzi papali indirizzati a pacificare Asburgo e Borbone e ad indurre l’imperatore a dirigere le sue forze ad est contro gli ottomani, possibilmente insieme ai polacchi. Eppure, sarà con l’ascesa di Innocenzo XI, che la politica pontificia verrà ripagata dei suoi sforzi a livello internazionale e, in questo contesto, il Buonvisi si confermerà essere una risorsa preziosa a disposizione della Santa Sede. Questa prospettiva è stata avvalorata dall’analisi dell’attività compiuta da Francesco Buonvisi in comparazione con quella svolta dai suoi colleghi, ordinari e straordinari, operativi presso altre corti europee, attraverso un’elaborata operazione di studio della documentazione d’archivio custodita, in primo luogo, presso l’Archivio Apostolico Vaticano e presso l’Archivio di Stato di Lucca, dove sono custodite le carte private della famiglia Buonvisi. Così, la corrispondenza del fondo Segreteria di Stato, Germania è stata studiata e confrontata con il materiale di altre nunziature come quello dei fondi Segreteria di Stato di Spagna, di Francia, di Venezia, di Polonia e Nunziatura delle Paci. Grazie a questa analisi di documenti, in parte inediti, si è ricavata una più esaustiva e precisa conoscenza dell’effettivo ruolo avuto da Francesco Buonvisi, ma anche da altri nunzi, all’interno delle strategie papali e, allo stesso tempo, si è ottenuta, attraverso il prisma delle nunziature, un’immagine più chiara di quali fossero le direttrici, le modalità operative, le finalità e gli effetti del complesso processo di ridefinizione e rilancio del Papato nel secondo Seicento
Charles Quint. Un rêve impérial pour l’Europe
Per quanto oggetto di una copiosa ed eterogenea riflessione storiografica, inaugurata dall’opera ancora paradigmatica di Karl Brandi e recentemente innovata, tra gli altri, dai lavori di Elena Bonora („Aspettando l’imperatore. Principi italiani tra il papa e Carlo V“, 2014), di Denis Crouzet („Charles Quint. Empereur d’une fin des temps“, 2016), di Geoffrey Parker („Emperor. A New Life of Charles V“, 2019) e di Heinz Schilling („Karl V. Der Kaiser, dem die Welt zerbrach“, 2020), la figura dell’imperatore sui cui domini non tramontava mai il sole continua a stimolare interrogativi alimentati da nuove prospettive d’indagine e dall’osservazione critica di consolidate tradizioni storiografiche. Il volume „Charles Quint. Un rêve impérial pour l’Europe“, di Juan Carlos D’Amico e Alexandra Danet (Perrin, 2022), si inserisce proprio in questo ambito mirando, con successo, a restituire un’interpretazione originale di Carlo V, volta ad indagare „le phénomène européenne‟ (p. 8) incarnato dall’Asburgo, mettendo in discussione sia l’immagine stereotipica dell’imperatore come individuo „brouillé avec son temps‟ (p. 8) sia giudizi storiografici di impostazione nazionale che, spesso, hanno letto il personaggio in questione entro coordinate troppo riduttive. L’opera si articola in 34 capitoli raggruppati in quattro sezioni le quali – supportate dall’analisi di un’ampia varietà di fonti conservate, tra gli altri, negli archivi di Simancas e Siena, negli archives nationales, nelle biblioteche Apostolica, Nazionale di Francia e di Madrid – sono unite dal filo rosso rappresentato dalla prospettiva con cui i due studiosi sostengono l’aderenza e la coerenza dell’Asburgo rispetto alle dinamiche e alle logiche del suo tempo, respingendo l’idea che l’imperatore fosse il colpo di coda di un’epoca storica aliena alle nuove direttrici dell’età moderna.
Dopo aver osservato la genesi della figura di Carlo d’Asburgo, svolgendo una premessa di lungo periodo sulle sue complesse vicende familiari per inquadrare le molteplici anime che contribuirono a forgiare la peculiare fisionomia di Carlo quale „prince destiné‟, i due studiosi, nella seconda sezione, esaminano l’ascesa del giovane principe prestando un’attenzione specifica alla costruzione del suo progetto politico. Gli ambiziosi obiettivi di Carlo – sottomettere l’Italia settentrionale, impedire l’espansione francese, riformare la Chiesa e imporre l’egemonia della Casa d’Austria nel contesto euro-mediterraneo conseguendo la pax Christianitatis e la vittoria contro gli infideli – trovarono una sintesi organica nel disegno della monarchia universale elaborato da Mercurino Arborio di Gattinara. Di questo snodo cruciale, nel processo di sviluppo del „phénomène‟ Carlo V, D’Amico e Danet esaltano il valore innovativo, non riducibile a un paradigma medievale, di un progetto capace di coniugare eterogenei elementi sociopolitici, amministrativi, economici e culturali, intrecciando piano ideologico e materiale attraverso la ricerca di un complesso equilibrio tra prospettiva locale e universale. Verificando in che modo, nella logica dell’imperatore, il modello tracciato da Gattinara fosse sopravvissuto alla sua stessa morte, in linea con alcune riflessioni di Manuel Rivero Rodríguez, gli autori scardinano le stringenti definizioni attribuite dalla storiografia angloamericana all’assetto politico-istituzionale dei domini dell’Asburgo. Proprio in opposizione alle immagini di monarchia composita, di confederazione o di agglomerato geopolitico, alimentate da lavori illustri quali il saggio „Imperial Spain (1469-1716)‟ di John H. Elliot, i due studiosi sottolineano l’originalità delle soluzioni politiche messe in atto dal governo asburgico definendo l’impero di Carlo V un autentico „laboratoire de la politique moderne‟ (p. 167). Il progetto, propugnato da Gattinara e rielaborato dall’imperatore, viene indagato all’interno della terza sezione del volume, dove D’Amico e Danet, osservando i molteplici fattori che avevano ostacolato gli intenti dell’Asburgo, analizzano la dimensione ideologica e gli esiti materiali della strategia carolina, proiettata alla formazione di uno Stato sovranazionale, unito sotto l’autorità asburgica e amalgamato da un moderno apparato amministrativo-diplomatico, il cui obiettivo era l’unità della Respublica christiana. In tal senso, l’analisi del trionfo celebrato da Carlo V dopo l’impresa di Tunisi, è un passaggio nevralgico dell’opera perché esplicita concretamente i propositi dell’Asburgo, non riducibili all’utopia o all’anacronismo ma espressione di istanze ed esigenze radicate nella logica coeva e confluite in una precisa strategia in cui idealità e realtà erano inscindibilmente intrecciate. L’imperatore, dunque, incarnava davvero „ce nouveau héros chrétien capable de redonner tout son lustre à l’Empire romain, dicter de nouveau ses lois au monde entier et accomplir le triomphe de la religion chrétienne‟ (p. 375). D’altro canto, gli autori hanno ben delineato la natura ossimorica del disegno carolino, diviso tra anelito pacificatore e costante ricorso alla guerra in una continua tensione che, soprattutto con la pace di Augusta, avrebbe segnato „la défaite du projet politique de Charles‟ (p. 556). Nell’ultima sezione, infatti, l’analisi dei principali passaggi del noto testamento politico, lasciato dall’imperatore al futuro Rey prudente, evidenzia i limiti della prospettiva politica di Carlo V tracciando un bilancio della parabola carolina in cui, non a caso, le vicende di Carlo e Filippo vengono presentate entro una cornice antitetica. Il tramonto del disegno dell’Asburgo non compromette, però, l’immagine di „prince machiavélien‟ attribuitagli da Juan Carlos D’Amico e Alexandra Danet per i quali il fenomeno Carlo V, dunque, è diretta espressione del suo tempo poiché capace di tradurre aspettative e necessità condivise all’interno del mondo euro-cristiano rinascimentale. Non si trattò affatto „d’un homme surgi du passé‟ (p. 623) ma di un individuo coerente con la sua epoca, una figura complessa, tormentata e spesso contraddittoria proprio come lo furono alcune sue scelte, a loro volta espressioni della continua ed esasperata ricerca di un equilibrio tra un obiettivo preciso e le contingenze, tra dimensione ideale e fattuale
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