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    LA DIVERSITÀ INEVITABILE. LA VARIAZIONE LINGUISTICA TRA TIPOLOGIA E SOCIOLINGUISTICA

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    Il tema della diversità linguistica è al centro di numerose ricerche, soprattutto di ambito sociolinguistico e tipologico. Eppure nell’area delle scienze del linguaggio pare mancare, ancora, una vera teoria della diversità, che possa ricondurre ad un quadro omogeneo ed unitario le sue numerose accezioni e tutte le prospettive nelle quali può essere osservata. La diversità linguistica, in effetti, può indicare sia la differenza tra lingue, sia la differenza tra strutture linguistiche. Esse può essere poi rilevata sia in prospettiva ‘orizzontale’, cioè nello spazio fisico, sia in prospettiva ‘verticale’, quindi all’interno di una singola comunità e degli strati sociali in cui è organizzata. In più, alla maggior o minore divergenza tra strutture linguistiche i parlanti possono attribuire valori diversi e questo ci porta a considerare anche il rapporto tra diversità reale e diversità percepita. In questo contributo vorrei proporre alcune considerazioni che possano contribuire a ricondurre a un quadro unitario le varie accezioni che può assumere, nell’area delle scienze del linguaggio, il termine diversità (linguistica), nel quadro di una possibile integrazione delle prospettive tipologica e sociolinguistica

    VARiazione di genere in un prestito recente

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    L'articolo si occupa dell'analisi di un recente prestito in italiano, l'acronimo VAR (Video Assistant Referee), in una prospettiva che è sia microdiacronica, sia sociolinguistica. La sigla VAR si è diffusa rapidamente nel giro di pochi mesi (luglio - novembre 2017 circa), a seguito dell'introduzione nel campionato di serie A dell'assistente video all'arbitro di campo. Dal punto di vista linguistico, la forma ha oscillato tra il genere maschile (ufficialmente corretto, visto che Video Assistant Referee designa un arbitro; e visto che il maschile è il genere di default dei prestiti dall'inglese in italiano) ed il genere femminile (assegnato per attrazione di moviola nel momento in cui VAR viene reinterpretato come strumento e dunque non come agente). Dal punto di vista sociolinguistico, questa microdiacronia rivela una coesistenza di spinte dall'alto e dal basso, dal momento che la distribuzione dei due generi ricalca abbastanza fedelmente la natura dei testi analizzati. E rivela una progressiva espansione del femminile a scapito del maschile che mostra come in questo fenomeno le spinte dal basso, popolari, siano probabilmente destinate ad avere la megli

    Dialoghi sulle lingue e sul linguaggio

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    Il ciclo di conferenze Dialoghi sulle lingue e sul linguaggio ha avuto l'obiettivo primario di offrire agli studenti dei corsi di laurea magistrale dell'Ateneo ed alla comunità scientifica nazionale ed internazionale un’occasione per approfondire tematiche di rilievo nell’attuale dibattito, ma raramente trattate nella pubblicistica divulgativa, nella letteratura scientifica e nella didattica avanzata. In questa ottica, il ciclo di incontri è stato incentrato su tematiche di ordine linguistico, ma caratterizzate da un taglio fortemente interdisciplinare. Ogni incontro si è articolato in un dialogo tra un linguista ed un'altra personalità che, pur non avendo una formazione prettamente linguistica, abbia comunque manifestato, nella propria attività (editoriale, ma non solo), interesse per l'universo delle lingue. Il ciclo di incontri Dialoghi sulle lingue e sul linguaggio (patrocinato dall'editore Patron e dalle due società di riferimento, la Società di Linguistica Italiana e la Società Italiana di Glottologia) si svolto, sotto la supervisione di chi scrive, tra ottobre 2009 e marzo 2010 con questo programma: Lingue d'Europa, lingue in Europa Dialogo tra Emanuele Banfi e Diego Marani Venerdì 30 ottobre ore 11 Diversità linguistica e biodiversità Dialogo tra Maurizio Gnerre e Emilio Padoa-Schioppa Venerdì 6 novembre ore 11 Le parole tra forma e sostanza Dialogo tra Michele Prandi e Stefano Tassinari Lunedì 30 novembre ore 15 Lingue, linguaggio e cervello Dialogo tra Patrizia Tabossi e Laura Calzà Martedì 15 dicembre ore 11 Stratificazioni linguistiche e stratificazioni genetiche Dialogo tra Joseph Brincat e Alberto Piazza Giovedì 28 gennaio ore 15 Evoluzione delle lingue, evoluzione delle specie Dialogo tra Domenico Silvestri e Telmo Pievani Lunedì 8 febbraio ore 15 Etimologia e psicanalisi Dialogo tra Cristina Vallini e Antonio Vitolo Mercoledì 3 marzo ore 1

    Dataset del progetto UniverS-Ita

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    Il dataset contiene il quadro complessivo dei metadati dei testi raccolti nell'ambito del Progetto PRIN 2017 UniverS-Ita. L'italiano scritto degli studenti universitari: quadro sociolinguistico, tendenze tipologiche, implicazioni didattiche. Il progetto aveva lo scopo di mappare le competenze nella scrittura formale della popolazione universitaria italiana, attraverso un campione di 2.137 studentesse e studenti di 44 atenei, rappresentativo per aree geografiche e disciplinari. I/le partecipanti hanno redatto un testo (di 250-500 parole) su una traccia comune e compilato un questionario sociobiografico di 58 domande (non tutte compaiono nel dataset in quanto alcune non hanno ottenuto un numero statisticamente rilevante di risposte). I testi prodotti sono poi stati analizzati sia quantitativamente, sia qualitativamente. Grazie a questo strumento è possibile individuare correlazioni sistematiche tra caratteristiche dei testi e profili degli e delle scriventi

    Fattori sociolinguistici e costruzione del campione tipologico. Su alcune possibili interazioni tra tipologia e sociolinguistica

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    Una delle distorsioni che occorre evitare nella costruzione di un campione tipologico è legata al numero dei parlanti di una lingua. È ovvio che il successo o l’insuccesso di una lingua non dipendono da alcun tratto strutturale. Nella grammatica di una lingua, cioè, non c’è nulla che possa orientarne i destini. Molto meno ovvio è che il numero dei parlanti non possa influenzare la struttura del sistema di una lingua e che, quindi, non possa essere considerato come un parametro pertinente per un’indagine tipologica. In questo contributo cercherò di mostrare come la dimensione e l’articolazione interna delle comunità linguistiche possano in effetti condizionare la configurazione tipologica, focalizzando tre situazioni. La prima riguarda il rapporto tra diversità inter- e intralinguistica. La seconda concerne la tendenza dei tipi più rari o ‘recessivi’ a stabilizzarsi in comunità ridotte e isolate. La seconda si riferisce invece alle possibili peculiarità della varietà standard-normativa all’interno di diasistemi complessi in uso in comunità molto numerose e internamente articolate

    L’italiano scritto all’università: prime elaborazioni statistiche di dati linguistici e sociobiografici

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    Il contributo presenta alcune correlazioni statisticamente rilevanti tra le caratteristiche qualitative e quantitative dei testi prodotti da studenti e studentesse nell'ambito del progetto Univers-ITA e i dati sociobiografici, ricavati dai questionari abbinati ai testi. L'analisi mostra innazitutto come vi siano corrispondenze sistematiche tra particolari classi di studenti e sudentesse e alcune caratteristiche dei testi (es. chi legge di più usa un lessico più vario; chi ha studiato lingue classiche produce testi più prossimi all'italiano standard normativo; ecc.). Inoltre rivela come alcune delle caratteristiche dei testi stessi tendano a concorrere. Nello specifico, emerge una co-occorrenza significativa dei tratti che denotano una certa difficoltà nelle attività di pianificazione dei testi

    La famiglia delle lingue tai

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    La famiglia delle lingue tai costituisce il raggruppamento più consistente all’interno della macrofamiglia kam-tai, in termini sia di numero di lingue, sia di quantità complessiva di locutori, che, stando a stime risalenti ai primi anni novanta del secolo scorso, pare ammontino complessivamente a 60-70 milioni di individui, l’85% circa dei quali collocato in Thailandia. Una percentuale non irrilevante di parlanti è poi concentrata in Cina. Si tratta di una famiglia dalla complessa articolazione interna e dai confini talvolta sfumati, come d’altra parte dimostra chiaramente la storia estremamente intricata delle ipotesi classificatorie delle lingue in questione proposte nella letteratura scientifica a partire, approssimativamente, dal XIX secolo. L’attuale articolazione interna del gruppo tai è tuttavia abbastanza confusa, a seguito, soprattutto, delle numerose contaminazioni tra lingue diverse. Esso è convenzionalmente suddiviso in quattro rami: ramo sud-occidentale; ramo centrale; ramo settentrionale; saek. Il contributo in questione si ripromette di tracciare un quadro esaustivo dei tratti peculiari della famiglia in questione, relativamente ai livelli fonetico-fonologico, morfologico (in riferimento sia alla configurazione tipologica che ai processi di formazione di parola) e sintattico. In chiusura, un paragrafo dedicato al particolare sistema di scrittura tai, alfasillabico e di impostazione orizzontale destrorsa, di probabile derivazione sanscrita, mediata dallo khmer

    La “famiglia” delle lingue indo-pacifiche (papuane)

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    Comprendente oltre 700 lingue differenti, collocate principalmente sull’isola di Nuova Guinea e su altre isole circostanti, la famiglia delle lingue indo-pacifiche (o papuane) costituisce uno dei raggruppamenti numericamente più poderosi del globo (ad essa, in effetti, afferisce più del 10% delle lingue del mondo). Allo stesso tempo, però, con soli 2.800.000 parlanti complessivi, la famiglia delle lingue indo-pacifiche si caratterizza per il numero medio estremamente ridotto di locutori associabili ad ogni singolo idioma (poco meno di 5.000). Sull’isola di Nuova Guinea lo spazio fisico di pertinenza di ciascuna lingua ammonta a circa 900 km2; la cifra scende sensibilmente, arrivando ad appena 200 km2, nella regione solcata dal fiume Sepik, dove la concentrazione di parlate differenti è elevatissima. Questi dati bastano a inquadrare il nocciolo essenziale della questione: siamo di fronte ad una famiglia in cui la diversità ha largamente la meglio sull’uniformità. A ciò si aggiunge il fatto che l’interesse della comunità scientifica per le lingue in esame è relativamente recente (risale più o meno alla metà del secolo scorso) e che la documentazione scritta disponibile – sia per lo stato attuale delle lingue, sia in prospettiva diacronica – nella quasi totalità dei casi è assolutamente insufficiente per poter avere un inquadramento davvero esaustivo delle problematiche linguistico-generali e sociolinguistiche connesse ad una zona del globo vasta quanto intricata. In definitiva, date le premesse, le difficoltà nella ricostruzione dei rapporti interni alla famiglia e nella discriminazione tra tratti dovuti a comune filiazione genetica e tratti propagatisi per contatto paiono, allo stato attuale dell’arte, talvolta insormontabili. In sostanza, ci si trova di fronte ad una situazione del tutto atipica (se comparata al quadro con il quale un parlante occidentale è abituato a rapportarsi) alla quale è stata data l’etichetta di “plurilinguismo egualitario”. Sul fatto che le lingue papuane siano tutte effettivamente imparentate permane ancora qualche dubbio che la summenzionata carenza di documentazione con una sufficiente profondità temporale non aiuta a fugare. Sulla base delle attuali conoscenze risulta sostanzialmente impossibile tracciare una rete di relazioni genetiche in grado di includere le oltre 700 lingue della famiglia e, di conseguenza, ricostruire un’unica protolingua. Nella letteratura sul tema, ci si limita di norma a raggruppamenti di minor estensione (oltre 60), ciascuno con una propria lingua madre e con una profondità temporale piuttosto limitata. In definitiva, il tratto davvero comune a tutti gli idiomi in esame è quello di essere parlati nella medesima regione (l’isola di Nuova Guinea e altre isole finitime) e di non afferire alla famiglia austronesiana (tanto che alcuni studiosi ritengono che la denominazione davvero corretta per la famiglia sarebbe quella di “lingue del Pacifico non austronesiane”). Sul piano formale, ciò si riflette nella difficoltà a produrre descrizioni omogenee della “famiglia” in questione: il fatto che l’appartenenza alla famiglia non venga sancita in base a comprovate relazioni di parentela su vasta scala rende quasi superfluo rimarcare come chi intenda produrre una descrizione in chiave non tanto tipologica, ma anche solo comparativa dei tratti peculiari della famiglia rispetto ai singoli livelli di analisi sia destinato ad incontrare non pochi ostacoli. Il presente contributo, che contiene anche un aggiornata rassegna delle lingue papuane attualmente parlate, presenta i tratti ricorrenti tra le lingue della “famiglia”, in riferimento ai livelli fonetico-fonologico, morfologico (con attenzione particolare per i verbi seriali, particolarmente attestati nelle lingue in questione) e sintattico

    Complex -éō verbs in Ancient Greek: A case study at the interface between derivation and compounding

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    The article aims to analyze Ancient Greek complex verbs in –éō from a constructionist perspective. These verbs are usually accounted for as the effect of a conversion from adjectival and/or nominal compounds in –os (and, eventually, -on). However, this account does not explain why in complex -éō verb formations there seem to be two parallel morphological processes which ‘feed into’ each other: nominal/adjectival compounds in –os can generate complex –éō verbs, but also complex –éō verbs can generate compound nouns or adjectives ending in –os. Moreover, both of these complex formations can give rise to new free simple words (both nouns and verbs) by means of a process of reanalysis. Construction morphology allows us to provide a single picture describing these processes, exploring and explaining all possible interrelations

    Che tipo, l’italiano neostandard!

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    Il contributo ha lo scopo di analizzare con gli strumenti offerti dalla tipolo-gia linguistica l’italiano neostandard, con un duplice obiettivo. Innanzitutto,quello di individuare quali correlazioni tra i tratti del neostandard siano piùfrequenti. In secondo luogo quello di capire se queste correlazioni corrispon-dano a pattern tipologici frequenti. In sostanza, si cercherà di identificarequali tratti caratterizzino tipicamente il neostandard e quali tratti lo descri-vano tipologicamente. In termini generali, emerge una evidente tendenzadell’italiano neostandard a conformarsi a pattern tipologici più frequenti di quelli che contraddistinguono l’italiano standard normativo (ad esempionella marcatura del genere nel sistema pronominale e dei gradi di remotenessnelle forme passate del verbo). L’italiano neostandard, dunque, sarebbe unalingua meno ‘esotica’ rispetto all’italiano standard normativo
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