694 research outputs found

    A 'triste cometa'. Disclocations of the 'Mary Queen of Scots' Myth in Vittorio Alfieri's 'Maria Stuarda'

    No full text
    Nel 1778, a pochi mesi di distanza dal suo incontro con Luisa Stolberg d’Albany, giovane sposa dell’anziano Carl Edward Stuart, Vittorio Alfieri avviò la composizione di una tragedia intitolata a Maria Stuarda, la sovrana scozzese già consacrata come personaggio letterario attraverso le rivisitazioni di numerosi letterati e librettisti attivi in tutta Europa. Il testo, che avrebbe finito per scontentare l’autore stesso (e proprio per la debolezza che viziava la figura della protagonista) è tuttavia molto interessante soprattutto per la strategia compositiva non affatto scontata, che pone al centro del dramma non lo scontro fatale con Elisabetta e la fine di Maria sul patibolo, bensì la morte del suo secondo marito, Henry Darnley, ucciso a tradimento da lord Bothwell assetato di potere. L’intervento propone una nuova lettura critica dell’opera alfieriana, incentrata sull’insolita interpretazione del ‘mito’ della sventurata sovrana: interpretazione sicuramente debitrice alle opere storiografiche di Hume e Robertson, ma frutto anche di un giudizio molto personale sulle vicende della dinastia Stuart. All’interesse di Alfieri per quel momento convulso e cruento della storia britannica sembrano infatti aver contribuito sia l’ammirazione già consolidata per la moderna monarchia parlamentare inglese, sia l’estrema delicatezza della sua posizione rispetto al partito stuardista, tradizionalmente protetto dai Savoia, cioè dalla dinastia regnante a Torino, da cui proprio in quell’anno 1778 Alfieri prese definitivamente le distanze, rinunciando ai suoi diritti di feudatario e lasciando per sempre la patria

    La modernità come assenza. Caratteri della rivoluzione leopardiana

    No full text
    Il saggio fornisce un’introduzione complessiva alla lettura delle opere cosiddette ‘maggiori di Giacomo Leopardi (“Canti”, “Operette Morali”Discorso sopra lo stato presente dei Costumi degli Italiani” e “Pensieri”), riproposte nel volume edito da Treccani in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La sede editoriale ha in un certo senso sollecitato una proposta critica incentrata sul concetto di ‘modernità’, da intendersi però in una duplice accezione. Da un lato infatti Leopardi è oggetto di una diffusa percezione e di un giudizio critico ampiamente condiviso che gli attribuiscono la responsabilità di avere rinnovato felicemente la tradizione poetica, dando inizio in Italia proprio alla modernità letteraria. D’altro canto non si può dimenticare come al centro stesso della poetica leopardiana si collochi la percezione di un distacco incolmabile tra la condizione dell’io lirico e il «secol morto», gravato da un’insoffribile «nebbia di tedio». Rispetto al suo tempo e alla società contemporanea Leopardi si proclama del resto, in una celebre lettera del marzo 1826, indirizzata a Gian Pietro Vieusseux, irrimediabilmente absent: e appunto nell’absence della sua prospettiva è possibile individuare il carattere centrale, e profondamente innovatore, della sua espressione poetica e filosofica

    Giuseppe Parini, ovvero dell'educazione

    No full text
    Gli scrittori dei primi decenni dell’Ottocento (Monti, Foscolo, Leopardi, Rovani, Nievo) presentarono Giuseppe Parini (scomparso nel 1799) come icona del letterato povero ma di solida tempra morale, sdegnoso di ogni compromesso, maestro di virtù e modello d’impegno civile, di dedizione agli studi e alle istituzioni. Ad accrescere la fama e il magistero postumi di Parini aveva già del resto contribuito la tempestiva pubblicazione in sei tomi delle sue Opere (1801-04), per cura dell’allievo Francesco Reina. Sulla scorta di una consolidata tradizione di studi e delle più recenti edizioni, il saggio intende ricostruire il percorso poetico pariniano, dalla prima raccolta del 1752 alle odi di ispirazione neoclassica, passando per le stagioni dell’impegno civile (in cui si colloca la stesura del Mattino e del Mezzogiorno) e della prolungata elaborazione del "Giorno" (opus magnum mai giunto a compimento)

    Una pastorale europea

    No full text
    Il saggio propone un'ampia lettura critica dell'opera pastorale in dialetto siciliano di Giovanni Meli, medico e poeta, figura di spicco nella stagione del riformismo illuminista, letterato noto in Europa e apprezzato anche da Herder e da Goethe. La “Buccolica” (pubblicata in una prima redazione nel 1787 e poi – accresciuta – nel 1814) è forse la sua opera più celebre, e si configura come una raccolta poetica che comprende 18 testi, distribuiti (a parte due sonetti introduttivi) nelle quattro parti intitolate canonicamente alle Stagioni. Adottando questo pattern Meli aveva scelto di guardare alla tradizione classica, certamente, per rifarsi con orgoglio al retaggio del siciliano Teocrito; ma dimostrò di avere assimilato bene anche la più recente lezione di Alexander Pope e di James Thomson. Nella “Buccolica” infatti trovano spazio molti temi filosoficamente cruciali e anche questioni di forte ‘attualità’: in primo luogo un’idea di natura che interpretava Newton – per così dire – dal lato di Epicuro, e non di Platone, cioè rilanciando il concetto lucreziano dell’amore come forza attrattiva, capace di riprodurre in scala, agendo sugli esseri viventi dal più grande al più insignificante, il meccanismo fondamentale dell’universo. Inoltre l’involucro poetico della pastorale si piegava bene a ‘velare’ e a rendere fruibili anche altre argomentazioni di peso: per esempio un’istanza ‘pacifista’ in nome della quale perfino l’autorità di Omero, poeta sovrano, veniva messa in discussione: e questo proprio nel secolo e in un contesto (quello della cultura meridionale) in cui le «favole antiche» del ciclo troiano erano oggetto di una interpretazione allegorico-naturalistica e rivendicate come patrimonio dell’antica sapienza italica. L’obiettivo di Meli, però, è soprattutto quello di scalzare il primato dell’epica (poesia della guerra e della morte) nella scala dei generi illustri, opponendo alla tromba omerica l’umile zampogna di Teocrito, e al paradigma della forza quello della saggezza (Idillio IV, Teocritu: a chiusura de La stati). Estremamente interessante nell’opera poetica di Meli, è infine la prospettiva economica, nella misura in cui l’insistenza sulla necessità di assecondare l’ordine naturale sottende anche un’apologia diffusa delle teorie fisiocratiche. Nell’isola prediletta da Cerere, dove Vulcano aveva forgiato il primo aratro, il riscatto dopo secoli d’inerzia e povertà non poteva venire se non dall’agricoltura, fonte di ogni ricchezza e presupposto di tutte le altre attività produttive, come si legge chiaramente nell’egloga intitolata I monti Erei. Andava infatti in questa direzione anche il tentativo riformista promosso dal viceré Caracciolo, amico e mentore di Meli, sostenitore convinto della necessità di incardinare comunque sull’agricoltura il piano complessivo di interventi di cui la Sicilia aveva disperatamente bisogno

    ‘Piste inglesi’ per la lettura settecentesca di Machiavelli

    No full text
    Il saggio intende esaminare il ruolo che le reti diplomatiche svolsero nella nuova diffusione dell’opera di Machiavelli in area italiana, nel secolo XVIII. Le due piste cui il titolo allude partono rispettivamente dall’Olanda degli anni Sessanta, dove Vittorio Alfieri fu iniziato alla lettura dell’opera machiavelliana dal ministro portoghese Da Cuhna, e dalla Toscana:qui, nel corso del Settecento, il retaggio del Segretario fu progressivamente recuperato e la damnatio che pendeva su di lui riscattata, fino alla pubblicazione delle Opere complete per iniziativa granducale (1782-1783) e alla realizzazione del monumento funebre in Santa Croce (1787). La tesi, sostenuta da numerosi indizi e da rare, ma evidenti prove documentarie, punta a mostrare l’importanza delle iniziative assunte dai diplomatici britannici (o filo-britannici), soprattutto dopo la pace di Utrecht, per promuovere una specifica interpretazione ‘inglese’ dell’opera di Machiavelli: quella che celebrava in lui il teorico del governo misto, avversario del dispotismo e cultore della Roma repubblicana della quale la moderna Inghilterra, anzi il Regno Unito, puntava a proclamarsi erede in Europa.The essay investigates the role which the diplomatic networks played in the new dissemination of Machiavelli’s works in Italy during the eighteenth century. The two ‘paths alluded to in the title, respectively depart from Holland, where in 1768 the Portuguese Minister Da Cunha introduced Vittorio Alfieri to Machiavelli’s work. The second path starts in Tuscany, where in the eighteenth century the legacy of the ‘Secretary’ was gradually recovered, redeeming him from the damnatio hanging over his head: ‘redemption’ eventually resulting in the publication of the complete Work sat the initiative of the Grand Duke (1782-1783) and the consecration of a funeral monument in Santa Croce (1787). The argument purported by a consistent number of clues, and few, yet strong, documentary evidence, aims to show how effectively British (or pro-British) diplomats managed to promote, especially after the Treaty of Utrecht, a specific 'English' interpretation of Machiavelli: one that celebrated him as the theoretician of mixed government, adversary of despotism and fond admirer of that Roman republic, of which Britain, in fact the United Kingdom, proclaimed itself the successor in modern Europe

    Premessa / Forward

    No full text
    Abstract non disponibil

    Itinerari del "Riccio rapito". Satira e nuova scienza nell'Italia dei Lumi

    No full text
    La straordinaria fortuna europea del "Rape of the Lock" di Alexander Pope (‘this whimsical piece of work’, come lo definì l’autore stesso) non si spiega se non alla luce della sua straordinaria disponibilità a caricarsi di contenuti satirici diversi, aggiornati man mano che la crisi progressiva della società di ancien régime portava alla luce nuovi obiettivi polemici. Concepito come un lusus destinato a divertire, ma anche a far riflettere gli aristocratici inglesi sulla necessità della Pace di Utrecht, il poemetto fu piegato infatti via via – attraverso le traduzioni anche italiane (di Antonio Conti e di Andrea Bonducci) e le strategie di promozione editoriale – alla polemica contro le censure e i fraintendimenti del Newtonianismo, all’apologia del gruppo di letterati fiorentini e diplomatici britannici minacciati dall’attacco – da parte della Santa Sede – alla prima loggia massonica italiana, perfino all’ambigua disamina delle posizioni rosacrociane.The extraordinary European success of Alexander Pope's "Rape of the Lock" ('this whimsical piece of work', as the author himself referred to it) can only be explained in light of his extraordinary proclivity to acquire fresh satirical contents, attuned to the novel polemical objectives which the ongoing crisis of Ancien Régime society brought to light. Conceived originally as a lusus aimed to entertain, but also to make the English aristocrats reflect on the necessity of the Peace of Utrecht, once translated – e.g. the Italian versions by Antonio Conti and Andrea Bonducci - the poem was fitted to play a part in different controversies, as the censorships and misunderstandings of Newtonianism, the apology of the group of British Florentine writers and diplomats threatened by the attack - by the Holy See - on the first Italian Masonic lodge, or even on the ambiguous reception of the Rosicrucian positions

    Machiavelli e la maschera di Momo

    No full text
    Il saggio propone una prima indagine sulla matrice lucianea dell’autoritratto che Niccolò Machiavelli compone attraverso l’epistolario e alcuni paratesti, e sulla possibile mediazione esercitata in questo senso dall’opera di Leon Battista Alberti. Soprattutto nel Prologo della Mandragola e nel I capitolo dell’Asino, ma anche nella precedente, celeberrima epistola a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, l’autore esibisce infatti una maschera molto somigliante a quella del Momo albertiano: irriverente, schiavo della sua stessa vocazione al ‘dir male’, vittima dell’ingratitudine dei potenti e capace di assumere – dalla distanza imposta con l’esilio – punti di vista dissacranti e rivelatori sulla realtà contemporanea.The essay proposes a first critical enquiry on the Lucian archetype of the self-portrait that Machiavelli fashions in his letters and in some paratextual writings, and on the possible mediation exercised in this sense by the work of Leon Battista Alberti. Especially in the Prologue of the Mandragola and in the first chapter of L’Asino, but also in the previous, famous epistle to Francesco Vettori of 10 December 1513, the author wears a ‘mask’ very similar to that of the Albertian Momo: irreverent, enthralled to his own compulsion to slander, victim of the ingratitude of the powerful and able to adopt – from the distance imposed with exile – a desecrating, yet revealing, point of view on contemporary reality
    corecore