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Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
ASCESSO CEREBRALE PRIMITIVO DA ACTINOMYCES MEYERI IN GIOVANE DONNA IMMUNOCOMPETENTE.
PREMESSA
L’actinomicosi è una rara malattia granulomatosa, lentamente progressiva, causata da batteri anaerobi Gram positivi della famiglia Actinomycetetaceae, appartenenti alla flora endogena del cavo orale, tratto alimentare e delle vie genitali femminili. Essi acquisiscono patogenicità quando superano le normali barriere anatomiche, facilitando l’invasione dei tessuti profondi, con localizzazioni in diversi siti (orocervicale, toracica, addominale, pelvica) e possibile disseminazione a distanza dell’infezione.
OBIETTIVO
Rare sono le descrizioni di casi di actinomicosi cerebrale, e di questi solo alcuni individuano in Actinomyces meyeri l’agente eziologico, responsabile invece di forme disseminate soprattutto nell’immunocompromesso.
Riportiamo il caso di una giovane donna affetta da ascesso cerebrale talamico, causato da A. meyeri trattato con successo con terapia medica e chirurgica.
RISULTATI
All’esordio il quadro era dominato da febbre (38°C), cefalea, vomito, confusione e segni di iniziale disfunzione cognitiva. In anamnesi si segnalava unicamente intervento odontoiatrico scarsamente invasivo, pochi mesi prima dell’esordio dei sintomi.
Gli esami ematici mostravano leucocitosi neutrofila (WBC 11840/mmc, N 10510) e aumento degli indici di flogosi (PCR 7.50 mg/dl). Una TC encefalo rivelava una lesione talamica espansiva, con ampia necrosi centrale ed edema perilesionale, suggestiva di secondarismo neoplastico, possibile tumore della serie gliale o ascesso cerebrale, confermata successivamente da RM encefalo. RX torace, ecografia addominale e ecocardiogramma trans-toracico risultavano nella norma. Emocolture, test per lue, Tubercolina, Quantiferon , HIV e toxoplasma negativi.
Gli esami colturali sul materiale intraoperatorio da drenaggio chirurgico della lesione, risultavano positivi per A. meyeri, confermati dall’esame istologico, che evidenziava la presenza di colonie actinomicotiche.
Veniva quindi instaurata, sulla base dell’ABG, terapia con ampicillina 5 g x 4/die e rifampicina 600 mg x 2/die (associata inizialmente a metronidazolo 500 mg x 3/die), proseguita a domicilio con ceftriaxone 2 g x 2 /die e poi con amoxicillina 1 g x 3/die, con scomparsa della febbre e normalizzazione del quadro neurologico. Il trattamento, dopo oltre 6 mesi, è tuttora in corso; una RM encefalo eseguita a 3 e 6 mesi di terapia ha mostrato scomparsa pressoché totale della lesione ascessuale.
CONCLUSIONI
L’actinomicosi è una patologia rara, ma severa, che va differenziata da altre condizioni come TB, nocardiosi (soprattutto in caso di HIV), ascessi batterici, neoplasie. I pochi casi descritti in letteratura riportano soprattutto forme orocervicali, addominali o disseminate, con coinvolgimento solo secondario del SNC e A. israelii è il patogeno più frequentemente isolato.
In questo caso la localizzazione primitiva, in assenza di focolai infettivi di partenza documentati, risulta particolarmente atipica, soprattutto in assenza di immunocompromissione.
Nonostante la disponibilità di diverse opzioni terapeutiche, la più efficace prevede l’utilizzo di dosi elevate di beta-lattamici (ampicillina 12-16 g/die) a cui abbiamo addizionato, per amplificarne l’effetto, la rifampicina, dotata anche di buona diffusione a livello del SNC.
A. meyeri, deve essere sempre investigato in presenza di fattori di rischio . La tempestività della diagnosi e la terapia appropriata, evitano la disseminazione e garantiscono l’outcome positivo
ERITEMA DI BAZIN E TB LINFONODALE: UN LUNGO PERCORSO DIAGNOSTICO
PREMESSA: L’eritema induratum di Bazin è una rara condizione clinica cronica caratterizzata da noduli sottocutanei dolorosi, con tendenza all’ulcerazione, recidivanti, a carico delle gambe, prevalente nel sesso femminile, che pare essere associata ad una reazione di ipersensibilità ad antigeni micobatterici e quindi a pregressa infezione tubercolare.
OBIETTIVO: Descriviamo il caso di una donna di 76 anni, affetta da grave obesità, ipertensione arteriosa e coxartrosi, che giungeva alla nostra osservazione nel Gennaio 2011 per recidiva di Eritema di Bazin diagnosticato in altro centro (biopsia cutanea delle lesioni agli arti inferiori), come dermatite granulomatosa gigantocellulare. Dal 2006, la paziente aveva effettuato 3 cicli di terapia antitubercolare (2006: Isoniazide (INH) + Etambutolo (EMB) per 6 mesi; 2008 Pirazinamide (PZA)+Rifampicina (RMP)+ EMB+ INH interrotto per intolleranza a RMP; 2009, INH+ Prulifloxacina+ EMB per 5 mesi) a dosaggi adeguati, con risoluzione temporanea del quadro e recidiva al termine di ogni ciclo. All’ingresso nel nostro DH, la paziente presentava lesioni nodulari eritematose dolorabili ed edemi improntabili alle gambe bilateralmente, in assenza di sintomi sistemici. La restante obiettività era nei limiti. L’anamnesi familiare era positiva per TB (padre deceduto per TB polmonare).
Gli esami di laboratorio, peraltro nei limiti, mostravano lieve rialzo di PCR (1.80 mg/dl) e positività ad alto titolo (1:640) di Anticorpi anti-Nucleo. I markers neoplastici, le sierologie per HBV, HCV, HIV e test IGRA erano negativi. Nel tentativo di confermare la diagnosi di Eritema di Bazin, si sottoponeva la paziente a biopsia cutanea (che confermava il precedente quadro istologico, con negatività degli esami microbiologici per ricerca di micobatteri), e a TC del torace con riscontro di nodularità periferica polmonare sinistra, su cui non si eseguiva campionamento trans-toracico per le sue piccole dimensioni. La fibrobroncoscopia risultava negativa per cellule atipiche e agli esami microbiologici. Dopo l’esecuzione, per ulteriore approfondimento, di PET total body che documentava “iperaccumuli confluenti ascellari profondi a sinistra”, si procedeva a biopsia linfonodale, con successiva diagnosi istologica di TB linfonodale (esame microscopico e colturale negativo).
RISULTATI: La diagnosi di Eritema di Bazin, sulla base dei dati rilevati, veniva da noi confermata, come espressione di una risposta immunologica secondaria a TB linfonodale (benché non dimostrata dall’isolamento colturale). Veniva pertanto instaurata terapia antitubercolare a 4 farmaci con INH, PZA, EMB e levofloxacina (LVF) nella fase di induzione (2 mesi) passando a 2 farmaci (INH+ LVF) nella fase di mantenimento, associata per alcuni periodi a terapia steroidea sistemica, con remissione totale del quadro clinico.
CONCLUSIONE: L’eritema di Bazin, benché raro, deve essere sospettato in presenza di lesioni cutanee nodulari croniche e differenziato da quadri clinici similari (es. eritema nodoso, panniculite lupica). A differenza dalla TB cutanea, non vi sono bacilli nelle lesioni. In questi casi è importante ricercare la TB sottostante ed intraprendere la terapia specifica associata a corticosteroidi, che spesso può essere prolungata anche per 9-12 mesi per la lenta risoluzione delle lesioni
DESCRIZIONE DI 3 CASI DI EPATITE ACUTA C ITTERICA IN ADULTI IMMUNOCOMPETENTI AD EVOLUZIONE SPONTANEA FAVOREVOLE.
L'epatite acuta C, asintomatica nel 70-80% dei casi e, per questo, usualmente non diagnosticata, presenta un tasso elevato di cronicizzazione. Un trattamento precoce con alfa-interferon di 12-24 settimane previene la cronicizzazione nella maggioranza dei pazienti trattati. Tuttavia la tossicità della terapia non la rende sicura per tutti i pazienti.
Descriviamo tre casi di epatite acuta C osservati presso il reparto di degenza e il Day-Hospital della nostra U.O.C negli ultimi 9 mesi.
Si tratta di 2 F e 1 M di età compresa tra 40 e 50 anni, tutti senza segni di significativa immunocompromissione, esorditi con malessere, dispepsia e ittero. In 2 casi per la gravità dei sintomi è stato necessario un breve ricovero in degenza.
Comorbosità: in tutti i casi osservati era presente comorbosità psichiatrica con prevalenti sintomi di tipo depressivo ed in 2 casi era già stato iniziato, da tempo, trattamento farmacologico. Le 2 donne avevano avuto nelle settimane precedenti l'esordio, rapporti sessuali non protetti con partner maschi tossicodipendenti affetti da Epatite Cronica C, non seguiti presso il nostro centro, il M , invece, riferiva rapporti sex promiscui non protetti e faceva uso sporadicamente sostanze illecite. Diagnosi: in tutti i casi non era stato controllato nei 6 mesi precedenti lo stato sierologico per HCV; tuttavia, in aggiunta al quadro clinico di epatite acuta, erano presenti, nei tre casi, ALT oltre 10 volte i limiti normali, iperbilirubinemia e segni di infezione da HCV (anticorpi e genoma), in assenza di altre cause, infettive e non, di danno epatico acuto. In tutti i casi si è assistito ad una evoluzione spontanea favorevole nei 4 mesi successivi alla diagnosi, con remissione dei sintomi, normalizzazione degli indici di danno epatico e negativizzazione dell'HCV-RNA.
Conclusioni: all'alba di una nuova era per il trattamento dell'epatite C esiste ancora una prevalenza significativa di portatori in alcune categorie a rischio come i tossicodipendenti, che rappresentano una potenziale fonte di infezione per i partner sex, specie in caso di rapporti non protetti. I casi osservati recentemente presso la nostra UO, tutti adulti immunocompetenti, appartenenti ad una fascia di età sensibilizzata da tempo riguardo ai rischi del sesso non protetto, avevano tuttavia frequenti comportamenti ad alto rischio.
Qualora l'evoluzione clinica non fosse stata favorevole, il trattamento con alfa-interferone di questi pazienti sarebbe stato più difficile a causa della loro "HCV-RNA
Infezione cutanea disseminata da Mycobacterium Kansasii in paziente con leucemia linfatica cronica
Premesse: Mycobacterium kansasi è un micobatterio atipico responsabile di quadri polmonari anche gravi, soprattutto in pazienti compromessi (BPCO) o immunocompromessi (HIV, neoplasie, chemioterapie).
Obiettivo: riportiamo il caso di un paziente affetto da leucemia linfatica cronica (LLC), con infezione disseminata cutanea da M. kansasii associata ad interessamento polmonare.
Risultati: il paziente giungeva alla nostra osservazione per la comparsa da alcuni mesi di una lesione ulcerata, secernente e dolente a livello della coscia sinistra, associata a tosse poco produttiva. Dall'anamnesi emergeva puntura di insetto nella sede della lesione e storia di leucemia linfatica cronica plurirefrattaria, in trattamento con steroide a basse dosi. Gli esami ematici mostravano linfocitosi assoluta, PCR <0.4 mg/dl. Il paziente era apiretico e in discrete condizioni generali; negative sierologie per HIV, toxoplasma, lue, CMV. Test QuantiFERON positivo.
L'esame istologico della lesione mostrava tessuto fibroso e macrofagi a citoplasma zaffato da bacilli PAS positivi e Ziehl-Neelsen positivi mentre le colture dalla lesione e dall'escreato risultavano positive per M. kansasii, resistente a isoniazide. RX torace e TC torace erano negativi.
Si iniziava pertanto terapia con Rifampicina (600 mg die), Claritromicina (500 mg x 2 die) ed Etambutolo (400 mg x 3 die), con guarigione completa dell'ulcera e scomparsa della tosse. Durante il ricovero si è assistito anche a riacutizzazione della LLC, per cui si riprendeva terapia immunosoppressiva con Ibrutinib. Attualmente il paziente ha completato 6 mesi di terapia (durata prevista del trattamento, 12-18 mesi), con ottima tollerabilità.
Conclusioni: le micobatteriosi non tubercolari rappresentano patologie ubiquitarie, sostenute da microrganismi il cui serbatoio è prevalentemente ambientale. Nel paziente immunocompromesso non è raro riscontrare forme disseminate da M. kansasii, contraddistinte soprattutto da un coinvolgimento polmonare. Nel nostro caso tuttavia, la localizzazione cutanea è stata predominante, mentre il quadro polmonare, del tutto secondario. Rari sono i casi di coinvolgimento cutaneo da M. kansasii riportati in letteratura: Ad oggi, le descrizioni di localizzazione extrapolmonare da M. kansasii, riguardano in prevalenza forme settiche ed osteo-articolari in pazienti con patologie reumatiche (borsiti, tenosinoviti), mentre solo 4 (dal 2003), pazienti HIV positivi o con co-morbidità ematologica. Nel nostro caso resta da chiarire se l'interessamento cutaneo sia stato conseguente alla puntura di insetto contaminatasi con le secrezioni respiratorie infette, o se esso stesso sia stato fonte di successiva disseminazione ematogena al polmone. L'infezione da M. kansasii dovrebbe sempre sospettata in paziente ematologici, anche in caso di quadri clinici non usuali, come quello cutaneo
PLASMABLASTIC LYMPHOMA OF ORAL CAVITY WITH GASTRIC AND BONE-MARROW INVOLVEMENT IN A YOUNG PATIENT WITH MOTHER-TO-CHILD TRANSMITTED HIV
Introduction: Incidence of non-Hodgkin lymphoma (NHL) is 200 times higher in HIV-positive patients than otherwise healthy persons. Plasmablastic lymphoma (PBL) accounts for less than 3% of all NHL in HIV patients and it’s associated with very poor prognosis. Immunodeficiency and HIV viremia are major risk factors for developing cancers, and high adherence to highly active antiretroviral therapy (HAART) has a protective role.
Case: We report here a case of 21-year-old HIV positive boy, presented to our Emergency Room for persisting dysphagia, vomit and weight-loss. He had a history of mother-to-child HIV transmission and multiple virological failures due to his poor HAART-adherence. On oral examination a mass in mandibular gingiva and one in hard palate were detected in association with oral candidiasis. Blood test revealed T-CD4+ cells 16/μl and HIV viral load 161.000 copies/μl. An esophagogastroduodenoscopy showed a 70 mm diameter mass on gastric small curvature. Total body CT scan documented also bilateral expansive lesions of maxillary sinus. Biopsies of gingival, palatine and gastric lesions were performed and all showed CD138+, CD20-, Epstein-Barr-virus (EBV)-associated PBL. Osteomedullary biopsy was positive for bone marrow involvement. The patient (classified as IV/B Ann-arbor stage) re-started HAART and initially underwent 2 CHOP regimens without benefits, thus DHAP chemotherapy was started, but also this proved ineffective. The patient received radiotherapy combined to corticosteroids and gemcitabine until his death, that occurred during a hospitalization for febrile neutropenia 6 months after PBL diagnosis.
Conclusions NHL is the most common HIV related cancer after Kaposi’s sarcoma. AIDS-related NHLs are predominantly aggressive high-grade B-cell lymphomas, such as PBL. This, like in our case, is characterized by weak/absent expression of conventional B-cell markers (CD20,CD45), by strong expression of plasma cell marker(CD138) and by EBV-relationship. Recognition of this entity by pathologists and clinicians is not easy but mandatory in order to start correct and early treatment. This lymphoma shows a tropism to the oral cavity, but involvement of areas other than head and neck (such as gastrointestinal tract) is rarely described. In literature, the apparent rarity of extra-oral sites and of such an advanced stage, as our patient, may be due to a closer follow up of HIV patients (among whom this lymphoma is more common) in addition to a lack of recognition. To the best of our knowledge, this is the first report of this entity in a vertically transmitted HIV-positive young man. This case highlights the increased risk of NHL in young people with vertical HIV infection, because of persistent immunodeficiency and viremia. Indeed low adherence to HAART, typical in this group of patients, might represent an emerging problem and NHL screening should be offered, in association with intervention to improve adherence, such as HAART simplification, if possible
SUCCESFULL TREATMENT OF PULMONARY NOCARDIOSIS WITH LINEZOLID
Nocardiosis is an opportunistic infection, with high mortality especially in immunocompromised patients. Up to one-third of patients with nocardiosis, however, are immunocompetent and the occurrence of the disease in these patients especially with chronic obstructive pulmonary disease (COPD) as the present case, can delay diagnosis and lead to rapidly respiratory failure.
A 82-years-old men, affected by COPD and chronic HBV-related hepatitis, was admitted in November 2012 to a regional hospital because of fever and cough (July 2012), with temporary benefit from a previously prescribed antibiotic treatment. He underwent chest High-Resolution-TC (HRTC) which showed lower left lobe pneumonia and was treated with ceftriaxone, with subsequent apyrexia. After discharging fever and cough relapsed and he was again admitted in hospital. HRTC showed widespread focal areas of pneumonia and a bronchoscopy was performed. Bronchial washing culture showed Nocardia spp colonies, but microbial identification was not done. A therapy with trimethoprim-sulphamethoxazole (TMP-SMX, TMP 240 mg-SMX 1200 mg TID) intravenously (i.v) was started, with initial slow improvement of clinical conditions, followed by relapse of fever and increasing values of white blood cells and reactive-C-protein (RCP, 15.2 mg/dl). The patient was thus admitted at our Institution in January 2013 and antibiotic therapy was intensified (TMP 240 mg-SMX 1200 mg QID plus amikacin 1 g QD i.v). Clinical conditions improved and WBC and RCP values decreased. A lung TC showed no differences with the previous one. After 2 weeks he developed respiratory failure; a chest x-rays showed a significant widespread pneumonia and RCP values increased; amikacin was ended and meropenem 4g daily i.v was started. One week after, no clinical, laboratory or radiologic improvement was observed; TMP-STX was discontinued and Linezolid 1200 mg daily i.v was started. Respiratory failure rapidly disappeared. After two weeks of treatment, clinical conditions markedly improved, RCP values decreased and radiological findings were less extended. Therapy is still ongoing. This will be switched orally and continued for 4-6 months, according to clinical and radiological findings.
Optimal antimicrobial treatment regimens for nocardiosis have not been firmly established. Moreover, as described for N. farcinica in Northern Italy, resistance to first-line regimens can occur, but most laboratories are not able to identify species and perform antibiogram, thus therapy can be quite empiric. TMP-SMX resistance, as this case remarks, can develop in vivo after initial effective treatment. Linezolid administration has been successfully reported for brain abscess and pneumonia caused by different Nocardia spp, because of its efficacy and good penetration in lung and CNS. Oral formulation is useful for long-lasting treatment as required, although bone-marrow and neurologic toxicity must be carefully evaluated
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
Appropriate Similarity Measures for Author Cocitation Analysis
We provide a number of new insights into the methodological discussion about author cocitation analysis. We first argue that the use of the Pearson correlation for measuring the similarity between authors’ cocitation profiles is not very satisfactory. We then discuss what kind of similarity measures may be used as an alternative to the Pearson correlation. We consider three similarity measures in particular. One is the well-known cosine. The other two similarity measures have not been used before in the bibliometric literature. Finally, we show by means of an example that our findings have a high practical relevance.information science;Pearson correlation;cosine;similarity measure;author cocitation analysis
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