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    Importazioni di anfore orientali nell’Adriatico tra primo e medio impero

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    Il contributo prende in esame le anfore di produzione orientale rinvenute in quattro diversi contesti, pressoché inediti, all’estremo sud e all’estremo nord dell’Adriatico occidentale: due a Brindisi, via S. Chiara e Atrio Cattedrale , uno a S. Foca (Le) ed uno a Trieste, dai recenti scavi di via Crosada nel cuore della Cittavecchia. Particolare attenzione è stata riservata alle forme più significative a livello quantitativo e ad alcune produzioni particolari, meno note

    La circolazione delle anfore in Adriatico tra V e VIII sec. d.C.

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    La redazione di carte di distribuzione ed una valutazione delle reciproche incidenze per le varie produzioni trovano limiti significativi in una serie di fattori, peraltro variamente sottolineati negli studi teorici dell’archeologia spaziale: la difformità, quantitativa e qualitativa, delle ricerche e delle pubblicazioni, che genera vari coni d’ombra e di luce: i comparti in luce sono quelli dell’arco adriatico veneto, giuliano e istriano, il medio Adriatico abruzzese, la Puglia; la difficoltà di identificazione, derivante dal livello non sempre puntuale delle pubblicazioni; il campione inquinato e parziale mutuabile dall’edito; il problema della visibilità e riconoscibilità di alcune produzioni; la mancanza di analisi archeometriche; l’assenza, o, nel migliore dei casi, la disomogeneità di criteri e procedure di quantificazione. Seppur sommariamente, considerata l’ampiezza del bacino geografico e temporale in esame, si è proceduto con un tentativo di analisi contestuale: si è realizzata cioè come base e premessa del lavoro una schedatura dei siti del comprensorio adriatico costiero e subcostiero tenendo conto degli aspetti specificatamente archeologici dei contesti (abitato, abitato/porto, postazione militare/fortificazione/presidio, villa tardoantica, relitto, discarica portuale, ancoraggio, area di necropoli, corredo funerario, luogo di culto, ecc.) come elementi condizionanti i valori quantitativi assoluti dei materiali e la variabilità delle tipologie. Particolare attenzione merita l’archeologia subacquea, per il contributo indubbiamente significativo soprattutto laddove si è realizzato un censimento della documentazione; pochi, però, sono i relitti di questa fase, quasi tutti concentrati lungo le coste orientali e poco o nulla indagati. Fecondo spunti di discussione vengono dalla restituzione della rete di porti principali e secondari o dei sistemi portuali (si pensi quello altoadriatico, con la moltiplicazione di approdi dopo il declino di Aquileia a seguito della guerra greco-gotica) e, ovviamente in parallelo, i circuiti preferenziali; dopo la cessazione della leadership di Aquileia nell’alto Adriatico si rileva un commercio di redistribuzione a breve o medio raggio; è sicuramente preminante l’asse est-ovest Costantinopoli, Salona, Ravenna, come indicano con chiarezza le fonti, ma sono frequentemente battuti anche tratti minori, trasversali e verticali. La raccolta di dati vecchi e nuovi, in taluni casi inediti, conferma a grandi linee tendenze che già C. Panella e P. Arthur avevano messo in evidenza, sebbene a scala maggiore rispetto a quella adriatica. In primo luogo il rapporto privilegiato con l’interlocutore orientale; i prodotti orientali seguono da presso e in taluni casi superano quelli africani; la loro “tenuta”, anche dopo la definitiva cessazione – attorno alla metà o nella seconda metà del VII - del commercio transmarino, è ovviamente connessa agli interessi di Bisanzio e della Chiesa. Nei contesti tardoantichi e altomedievali dei recenti scavi di Tergeste è schiacciante, quanto prevedibile, la prevalenza di contenitori vinari orientali sulle quantità ridotte delle anfore suditaliche; sebbene sia maggioritaria la presenza dei prodotti africani, olio e salse di pesce, l’incidenza delle produzioni orientali nella fase di V-VII sec. d.C.è considerevole, pari al 25 %. Ad Aquileia, nei contesti di scavo di due insulae del quartiere nord-orientale, relativi ad un arco cronologico compreso tra inizi IV e inizi VI sec. d.C., le anfore orientali sono attestate quanto le italiche(18.8 %), mentre le africane raggiungono indici del 60 %. Conferme più esplicite della tendenza adriatica a gravitare sul bacino orientale del Mediterraneo anche nella tarda antichità ci vengono da altri contesti adriatici, ubicati in prossimità o lungo la costa: nella villa di Agnuli, presso Mattinata, sul litorale garganico, i contenitori orientali rappresentano il 50 %, cioè quasi il doppio delle produzioni africane; un dato analogo – da leggere con le opportune cautele – viene dal corpus dei rinvenimenti subacquei del Salento; anche ad Otranto, nei vari contesti tardoromani (IV – VI secolo) che denunciano la grande vitalità del sito in questa fase, si nota una preminenza dei contenitori orientali (52 %) su quelli nordafricani (46 %); le importazioni orientali nei livelli tardoantichi di Brioni costituiscono il 55 % del complesso del materiale anforario. Nel medio adriatico, invece, sembrerebbero protagoniste assolute le importazioni africane, mediate comunque da centri di ridistribuzione, come appare nei contesti di Crecchio e di Casali di Nocciano. Si registra, soprattutto per gli arrivi dall’Oriente, una sensibile discrasia tra centri costieri e centri interni, sia urbani che rurali: per esempio, i dati di Agnuli sono opposti a quelli di Ordona e Canosa, che invece collimano, con il predominio delle produzioni africane, ma anche a quelli di ville e villaggi come S. Giovanni di Ruoti in Basilicata, o di Posta Crusta e S. Giusto in Daunia, in cui sono protagoniste le produzioni locali. La stessa dicotomia è evidente anche nell’area nordadriatica orientale: dalla seconda metà – fine del V secolo, con il disfacimento del sistema difensivo dei Claustra Alpium Iuliarum che comportava il rifornimento regolare delle truppe impegnate nella difesa in profondità, si rilevano importazioni solo nelle città costiere e nel loro immediato hinterland: Capodistria, Pirano, Isola. Questo scenario contrasta con i dati degli scavi dei castra bizantini del Friuli, dove le anfore orientali sono ben documentate, a indizio di una notevole capacità di penetrazione dalla costa. Sporadici i rinvenimenti di produzioni del Mediterraneo occidentale; si registra qualche presenza iberica soprattutto nell’Adriatico nord-orientale, ovviamente per quanto concerne il V secolo. E’ particolarmente interessante il fenomeno delle produzioni locali: ad Otranto (ma anche, forse, nella Puglia settentrionale), nella Val Pescara e nel ravennate; non si esclude un’attività manifatturiera anche nei siti albanesi, per esempio a Shkodra e a Paleokastra. Tutti i dati, comunque, convergono a ribadire la contrazione di produzioni e importazioni, anche nelle città costiere, al più tardi attorno alla metà del VII secolo; nelle fornaci idruntine di Mitello le anfore da trasporto costituiscono solo l’8% dei materiali di manifattura locale

    Produzione e circolazione di anfore in Adriatico tra III e IV secolo: dati da contesti emblematici

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    Lo studio delle anfore da trasporto rinvenute nei contesti dell’alto e del basso Adriatico qui presentati permette di delineare, per il III e il IV sec. d.C., linee di tendenza e aspetti comuni, individuabili nella contrazione delle produzioni italiche cui fanno da contrappunto l’egemonia delle anfore orientali e il progressivo incremento delle importazioni nordafricane. Queste dinamiche rientrano in una koiné adriatico-padana, che riflette il modello del commercio di redistribuzione, di cui sono protagonisti grandi ports of trade, come Aquileia e Brindisi lungo la costa occidentale, cui si affianca una serie di approdi minori satelliti. The study of transport amphorae from some northern and southern Adriatic sites shows common features and trends. During III-IV century A.D., the supremacy of eastern Mediterranean amphorae and the increase of importations from North Africa occur, while the Italic productions vanish almost completely. These dynamics are part of an Adriatic Sea/Po Valley koiné that reflects a redistribution pattern, where the protagonists are big ports of trade – for instance, Aquileia and Brindisi along the western coast – with some others satellite landing-places

    Importazioni di anfore orientali nel Salento tra primo e medio Impero

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    Nell’Adriatico, insieme spartiacque e sutura dei due Mediterranei, il Salento si caratterizza per il suo privilegiato e costante rapporto con la pars orientalis . Lo dimostra il quadro delle produzioni anforarie orientali, che costituiscono il flusso ‘dominante’ delle importazioni: ne offriamo una prima bozza, delineata con i significativi dati degli scavi pressoché inediti di Brindisi-v. S. Chiara (1985) e di S. Foca, Lecce (1974 – 75), insieme a quelli di altri contesti pubblicati e dei rinvenimenti subacquei, estrapolati dalla Forma Maris del Salento. Dopo una premessa di carattere metodologico (riflessione sulle difficoltà di identificazione, derivanti dal livello non sempre puntuale delle pubblicazioni; problematiche relative ai criteri di quantificazione adottati; limiti della carte tematiche elaborate, per il campione inquinato e parziale mutuabile dall’edito; problema della visibilità e riconoscibilità di queste produzioni, ecc.), si offre una prima analisi – con dati quantitativi e quadro comparativo degli indici di presenza dei due contesti principali - per aree di produzioni : l’Egeo insulare, Creta, l’Asia Minore, l’Egeo settentrionale e il Ponto, e, infine, l’ambito egeo in generale per i tipi che sfuggono ad una più precisa identificazione circa la provenienza. Si passa quindi alla rassegna delle varie presenze nel Salento con la discussione delle forme e dei tipi, la sintesi dello stato delle conoscenze e l’aggiunta di precisazioni derivanti dall’analisi morfologica e degli impasti. Quest’ultima parte è integrata da carte di distribuzione, sia del Mediterraneo che della penisola salentina

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Variations on the Author

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    “Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship

    Appropriate Similarity Measures for Author Cocitation Analysis

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    We provide a number of new insights into the methodological discussion about author cocitation analysis. We first argue that the use of the Pearson correlation for measuring the similarity between authors’ cocitation profiles is not very satisfactory. We then discuss what kind of similarity measures may be used as an alternative to the Pearson correlation. We consider three similarity measures in particular. One is the well-known cosine. The other two similarity measures have not been used before in the bibliometric literature. Finally, we show by means of an example that our findings have a high practical relevance.information science;Pearson correlation;cosine;similarity measure;author cocitation analysis

    Dispelling the Myths Behind First-author Citation Counts

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    We conducted a full-scale evaluative citation analysis study of scholars in the XML research field to explore just how different from each other author rankings resulting from different citation counting methods actually are, and to demonstrate the capability of emerging data and tools on the Web in supporting more realistic citation counting methods. Our results contest some common arguments for the continued use of first-author citation counts in the evaluation of scholars, such as high correlations between author rankings by first-author citation counts and other citation counting methods, and high costs of using more realistic citation counting methods that are not well-supported by the ISI databases. It is argued that increasingly available digital full text research papers make it possible for citation analysis studies to go beyond what the ISI databases have directly supported and to employ more sophisticated methods

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