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Danza e schermi. Tra parole e formati
L’ambito creativo interessato alle reciproche contaminazioni tra danza e schermo continua ad avere esiti mutevoli, la cui varietà attesta ancora oggi la fertilità della più ampia relazione tra corpo e tecnologia. La danza si confronta oggi con uno schermo inteso non come supporto neutro, ma come elemento imprescindibile della creazione, che informa di sé il progetto coreografico e la sua realizzazione e che inevitabilmente ne ridefinisce quindi forme, temporalità e spazialità, per arrivare a generare quelli che sono stati definiti video-corpi o corpi-schermo, se non video-mondi. Il saggio si occupa di delineare sinteticamente, ma in modo inedito, il problema terminologico che connota questo ambito di azione e quindi di studi, ponendo una particolare attenzione al contesto italiano.The creative field concerned with the mutual contamination between dance and screen continues to have changing outcomes, the variety of which still testifies to the fertility of the broader relationship between body and technology. Dance today is confronted with a screen understood not as a neutral support, but as an inescapable element of creation, which informs the choreographic project and its realisation and which therefore inevitably redefines its forms, temporality and spatiality, leading to the generation of what have been defined as video-bodies or screen-bodies, if not video-worlds. The essay deals with outlining synthetically, but in a novel way, the terminological problem that connotes this field of action and therefore of study, paying particular attention to the Italian context
Il balletto a Leningrado tra avanguardia e ideologia
La tesi di dottorato dal titolo Il balletto a Leningrado tra avanguardia e ideologia si pone come intento quello di analizzare il passaggio dal clima russo rivoluzionario degli anni Venti del Novecento al periodo dell’ideologia stalinista, prendendo come oggetto specifico il genere teatrale del balletto nella sua intersezione con le altre arti e impostando come delimitazione geografica la città di San Pietroburgo-Leningrado, già culla del balletto zarista.
Prendendo come base gli spunti offerti dalla recente letteratura scientifica internazionale, la ricerca mira innanzitutto a inquadrare l’attività coreografica di Fedor Lopuchov e gli influssi che quest’ultimo recepì dal musicologo Boris Asaf’ev e dall’artista Aleksandr Benois. Diviene pertanto chiaro come l’eredità del “sinfonismo” di Petipa fu da Lopuchov riletta sotto la lente delle più recenti conquiste dell’Avanguardia. Inoltre, attraverso l’esplorazione del rapporto tra La danzasinfonia di Lopuchov e la sua restante produzione coreografica, ci si comincia a interrogare sulla reale natura dei due rami dell’arte coreografica (la “danza pura” e la “danza drammatica”) sviluppando le idee racchiuse dalla studiosa Christina Ezrahi nel suo recente testo Swans of the Kremlin (University of Pittsburgh Press, 2012) attraverso il confronto con la produzione letteraria, teatrale, musicale e visiva delle Avanguardie russe oltre che con gli scritti dello stesso Lopuchov.
La parte centrale della tesi si focalizza come già anticipato sul passaggio dal clima rivoluzionario all’ideologia del realismo socialista. Di fondamentale importanza diviene qui rintracciare le ragioni della costituzione del paradigma del drambalet (“balletto drammatico”), riflettendo in parallelo sulla revisione dei balletti classici in epoca sovietica. Traendo spunto da fonti diverse, di cui la più rilevante è la trascrizione conservata nell’archivio CGALI di una discussione avvenuta in seno al Dipartimento di Teoria del Teatro e della Musica dell’Accademia Statale di Scienze delle Arti in congiunzione con l’Unione dei Compositori Sovietici, si comprenderà in ultima analisi come il drambalet non fosse altro che una rivisitazione dell’eredità coreografica del maître de ballet francese Marius Petipa.
La parte conclusiva della tesi si sposta infine all’epoca del “disgelo” sovietico per osservare il modo in cui il modello del balletto classico accademico e quello del drambalet confluirono in un’unica forma, dando vita al fenomeno del “nuovo sinfonismo coreografico”. Il dilemma cui tenta di rispondere la produzione coreografica dell’epoca del “disgelo” si muove tra il polo dello sviluppo della pantomima in stretta unione con la musica (obiettivo perseguito dal coreografo Jakobson nello spettacolo Spartacus attraverso l’ideazione di una particolare “plastica coreografica”) e il polo della liberazione della danza pura di derivazione sinfonica, arricchita però dalle lezioni sovietiche (obiettivo perseguito dal coreografo Jurij Grigorovič, allievo di Fedor Lopuchov, nello spettacolo Il fiore di pietra). In sintesi, entrambe le strade erano valide, ma se si preferì il linguaggio più astratto della danza classica fu soprattutto perché in essa non si vide più solo una componente ornamentale, ma un elemento atto ad “esprimere” l’interiorità e l’essenza del personaggio. Come aveva affermato in campo teatrale il regista Mejerchol’d, era la marionetta con i suoi gesti espressivi, con il gesto inventato, con il movimento convenzionale a creare la realtà e a dar vita alla maschera, in un processo dall’esteriore all’interiore che accomunava il Dottor Dappertutto all’ultimo Stanislavskij, quello delle azioni fisiche. Attraverso Grigorovič trionfava dunque la rilettura del balletto tradizionale à la Petipa offerta inizialmente da Lopuchov tramite la vicinanza con l’Avanguardia, ma ora rimodulata attraverso le lezioni del realismo socialista
Rodin e la danza del nostro tempo: connessioni e suggestioni nella coreografia dal secondo Novecento a oggi
Il saggio, inserito nel catalogo della mostra "Rodin e la danza", realizzata dal Museo delle Culture (MUDEC) di Milano (25 ottobre 2023-10 marzo 2024), mette in luce le relazioni che legano alcune sculture di Auguste Rodin e le creazioni di coreografe e coreografi attivi a partire dalla seconda metà del Novecento, come, ad esempio, Anne Teresa De Keersmaeker o Anna Halprin. Sicuramente, le forme trovate da Rodin sono ben visibili nella maggior parte degli spettacoli a lui ispirati, ma emerge pure un desiderio di cogliere e riproporre l'energia che pare prorompere dall’interno delle creazioni dello scultore e che è intimamente connessa con la ricerca di un’interiorità generatrice di movimento che interessa profondamente tanti protagonisti delle rivoluzioni del corpo messe in atto tra fine Ottocento e inizio Novecento, alcuni dei quali sono a vario titolo vicini allo stesso Rodin.The essay, included in the catalog of the exhibition "Rodin and Dance," organized by the Museum of Cultures (MUDEC) in Milan (Oct. 25, 2023-March 10, 2024), highlights the relationships that link some of Auguste Rodin's sculptures and the creations of choreographers active since the second half of the twentieth century, such as, for example, Anne Teresa De Keersmaeker or Roberto Zappalà. Undoubtedly, the forms found by Rodin are clearly visible in most of the performances inspired by him, but there also emerges a desire to capture and re-propose the energy that seems to burst forth from within the sculptor's creations and that is intimately connected with the search for a movement-generating interiority that profoundly interests so many protagonists of the body revolutions enacted in the late nineteenth and early twentieth centuries, some of whom are in various ways close to Rodin himself
Rodin e la danza contemporanea
Introduzione al catalogo della mostra "Rodin e la danza" (Milano, MUDEC, 25 ottobre 2023-10 marzo 2024).Introduction to the catalog of the exhibition "Rodin e la danza" (Milan, MUDEC, October 25, 2023-March 10, 2024)
Auguste Rodin e la danza cambogiana: un aller-retour con interludio tragico
Nel 1906 August Rodin assiste a Parigi a uno spettacolo del Balletto Reale della Cambogia e rimane profondamente colpito dalle piccole danzatrici che gli svelano una qualità di movimento mai osservata in precedenza. Precipitosamente le segue a Marsiglia e nei giorni che seguono realizza circa 150 disegni che diverranno, unitamente alle sculture, tra le sue opere più note. Le danze osservate da Rodin subiranno un destino tragico sotto il regime dei khmer rossi (1975-1979), sia per l’ostracismo nei confronti dell’arte di corte, sia soprattutto per lo sterminio sistematico degli insegnanti e dei danzatori operato dai seguaci di Pol Pot. Nel periodo postbellico i pochi insegnanti sopravvissuti o tornati dall’esilio riusciranno faticosamente a ricostruire parte del repertorio, e daranno vita successivamente anche a nuove produzioni coreografiche, tra le quali Danse de Rodin di Norodom Buppha Devi, che celebra il centesimo anniversario della visita ufficiale in Francia del re Sisowath nel 1906 e rappresenta un omaggio all’artista che in quell’anno aveva incontrato le danzatrici cambogiane
Ricostruire lo spettacolo musicale: la vicenda artistica di Maria Callas alla Scala fra tradizione e innovazione
Il saggio ricostruisce il percorso di Maria Callas alla Scala, mettendo in luce il suo contributo al rinnovamento della scena lirica italiana nel secondo dopoguerra. Attraverso collaborazioni con registi come Wallmann e Visconti, Callas promuove una nuova idea di opera come arte totale, fondendo canto, recitazione e regia in un equilibrio espressivo ancora oggi esemplare.This essay retraces Maria Callas’s artistic journey at La Scala, highlighting her crucial role in renewing Italian opera after World War II. Through collaborations with directors such as Wallmann and Visconti, Callas championed a new concept of opera as a total art form, blending singing, acting, and stage direction in a balance that remains exemplary today
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Il cappotto di Drosselmeyer: lo Schiaccianoci di Rudol’f Nureev nell’Archivio Storico del Teatro alla Scala di Milano
Attraverso lo studio di cinque capi firmati da Nicholas Georgiadis - legati ai personaggi principali del balletto "Schiaccinoci" di Rudol'f Nureev conservati presso l'Archivio Storico del Teatro alla Scala di Milano - il contributo riflette su come i costumi teatrali dialogano con la coreografia partecipando, al contempo, alla costruzione dell’identità scenica di chi li indossa. La riflessione si estende all'evoluzione dei costumi di Georgiadis nella versione scaligera del balletto e culmina nella presentazione della piattaforma per la realtà estesa Augmented Alma, sviluppata dal VARLab dell’Università di Bologna. Il contributo intende stimolare il dialogo tra ricerca storica, archivistica e tecnologie immersive, proponendo nuovi strumenti per lo studio e la trasmissione del patrimonio coreutico
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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