187,023 research outputs found

    Introduzione / Introduction

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    Silvia Cecchini e Patrizia Dragoni introducono e presentano i saggi pubblicati in "Musei e mostre tra le due guerre". Silvia Cecchini and Patrizia Dragoni present the papers published in "Museums and exhibitions between WWI and WWII"

    Musei locali e mitografia artistica: Matteo da Gualdo

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    Nel difficile e controverso rapporto che si instaura, all’indomani dell’Unità nazionale, tra la grande e le piccole patrie, la nascita dei musei civici costituisce uno snodo fondamentale per l’affermazione di un’identità locale che, molto spesso, si incardina intorno alla celebrazione del massimo artista cittadino, cui il museo stesso viene intitolato. In un’area di confine come Gualdo Tadino, a cavallo dell’Appennino umbro-marchigiano, questo processo verrà costruito nel nome di Matteo di Pietro di Ser Bernardo, pittore notaio, capostipite di una dinastia di artisti, operante nella metà del XV secolo ed esponente di una cultura di confine caratterizzata da una cifra “espressionistica” ed eccentrica che si sviluppa lungo un asse che unisce Padova, con la scuola dello Squarcione, a Foligno, passando per le Marche dei Crivelli. Alla sua figura, oltre al museo, tra la fine dell’800 e l’inizio del’900, allorchè la prima mostra dedicata all’Antica Arte Umbra (1907) ne definirà per la prima volta i caratteri precipui, si legherà infatti l’orgoglio civico di Gualdo Tadino, che a Matteo dedicherà lapidi, affreschi, alberghi e legherà la fortuna anche economica delle scuole ceramiche locali. La costruzione del mito di Matteo costituisce, dunque, un episodio probante del ruolo svolto dal museo nel clima culturale della tarda stagione ottocentesca, allorchè la questione della destinazione delle opere d’arte seguita alle demaniazioni divenne parte integrante ed emblematica del trauma complessivo sia istituzionale e amministrativo che sociale ed economico determinato dall’applicazione alla realtà regionale della legislazione piemontese

    Recupero Parco Villa Vitali di Fermo

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    Il Progetto, che vede la collaborazione dell'Università degli Studi di Macerata (E. Stortoni, P. Dragoni) con il Comune di Fermo, intende realizzare una ricerca storiografica sulla storia della famiglia dei conti Vitali di Fermo, con la catalogazione dell’archivio storico-fotografico donato dalla famiglia al Comune di Fermo e ricerche di carattere archeologico sull’area esterna del giardino e del parco in coerenza con la Missione 1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, Componente 3 – Cultura 4.0 (M1C3) del PNRR Italia. Lo studio storico-archeologico in particolare intende perseguire tali azioni: ricostruzione dello stato dell’arte della fase antica della Villa, dall’età preromana al tardo-antico; studio delle testimonianze archeologiche ancora presenti in Villa; studio della collezione archeologica Vitali attraverso l’esame del materiale fotografico reso disponibile dagli eredi; produzione di testi di sintesi che verranno utilizzati - nel rispetto del copyright – per la realizzazione del materiale informativo che verrà utilizzato per la segnaletica e per il portale web (entro il 30.09.2024); produzione elaborato scientifico finale per la pubblicazione che verrà realizzata a cura del Comune di Fermo in conclusione del progetto entro il 30.06.2025

    Tradizione e rivoluzione: le Jardin Elysée nel Musée des Monuments Français di Alexandre Lenoir

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    Nel 1799 Alexandre Lenoir inaugurava, nel chiostro del convento dei Petits Augustins, sede del Musée des Monuments Français, il Giardino Eliseo, dedicato alla memoria delle grandi figure della storia francese, di cui intendeva celebrare la virtù. In questo luogo alcuni dei concetti già cari al museo, almeno nelle sue forme archetipiche, come fama, virtù, memoria, eredi del clima culturale proprio del volgere del secolo dei Lumi, troveranno una concretizzazione visiva, un appello al sentimento e all’immaginazione e un impatto emozionale che, partendo dalla Rivoluzione, apriranno la strada alla nuova epoca del romanticismo e si espanderanno in buona parte del territorio europeo con esiti inaspettati. L’esaltazione delle figure degli uomini illustri era stata difatti una grande affermazione dello spirito illuminista, che aveva spostava il sistema dall’onore al valore. Già il conte D’Angiviller, nel 1775, aveva iniziato a realizzare nella Grand Galerie del Louvre una sala dedicata alle glorie nazionali attraverso commissioni reali, e prima di lui un esponente della borghesia parigina, fedele alla monarchia, Evrard Titon du Tillet (1677 – 1762) aveva concepito l’idea di un grandioso monumento, un “Parnaso francese”, del quale aveva fatto realizzare un modello in bronzo dallo scultore L. Garnier, allievo di Girardon. Con la Rivoluzione la forma di consacrazione pubblica dei grandi troverà soluzione nell’aprile del 1791, con la trasformazione della chiesa di Sainte-Genevieve in Pantheon, presto però trasformato in tempio delle glorie militari. Riprendendo un modello legato alla cultura classica e alla poesia sepolcrale, sarà proprio Lenoir a riallestire nel Jardin Elysée un luogo esemplare di funzione civica e morale: un luogo di raccoglimento, che contribuiva attraverso l’esempio dei grandi - di cui erano allestite tra la vegetazione tombe e cenotafi - a istruire coloro che lo visitavano e a costruire l’identità comunitaria dei cittadini. A questa visione escatologica non era disgiunta quella di trasmutazione interiore propria della massoneria, fortemente legata al clima rivoluzionario e della quale Lenoir era uno dei massimi esponenti. A questo contesto possono essere legati anche alcuni esempi di realizzazioni italiane, specialmente toscane, come il Pantheon di Scornio presso Pistoia

    La valorizzazione nei musei locali: proposte di intervento per l’adeguamento degli istituti marchigiani agli standard dotazionali e prestazionali

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    E’ a tutti noto che le raccolte della maggior parte dei musei italiani musei , nati fra il 1798 e l’età umbertina, e soprattutto a seguito delle demaniazioni postunitarie per fronteggiare l’urgenza di dare ricovero ad opere tolte dalle loro sedi, sono frammentarie, locali, storicamente necessitate e non programmaticamente collezionate, solitamente di tipologia mista, e che le loro sedi sono esse stesse oggetto di demaniazioni e raramente hanno un valore monumentale. L’equivoco esiziale in cui incorrono tali musei è di assumere per sé i modelli di organizzazione, di funzionamento e di comunicazione al pubblico tipici dei grandi stabilimenti stranieri costituiti per effetto di una selettiva attività collezionistica di capolavori delle più diverse provenienze. Indicativo, difatti, è che anche i meno dotati di un patrimonio artistico eclatante pensino ai propri visitatori come ad una folla di esteti e di connoisseurs. Il risultato di un simile approccio si configura come un vero e proprio antimarketing, che spiega bene la difficile sopravvivenza dei piccoli impianti. Il superamento di questo fondamentale ostacolo passa attraverso l’adozione di strategie con le quali conferire corpo di azione tecnica ad una politica museale rispondente alla nozione sistemica di bene culturale, così come definita a partire dagli anni’70 del Novecento, e finalizzata alla soddisfazione di un diritto di cittadinanza alla cultura esteso all’intero corpo sociale come richiesto dalla Costituzione stessa
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