306,388 research outputs found

    La collezione di Enrico: formazione, gusto, dispersione dell’eredità ebraica

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    Patrizia Dragoni and Caterina Paparello address the issue of the dispersion of Jewish collections through the case of the collections of Ernico Pellegrino Milano, including the collection of drawings by Tommaso Minardi, formerly Ovidi, and the appendix publication of the list of assets claimed by the heirs on the occasion of the Mauerbach benefit sale on behalf of the Federation of Jewish communities, a philanthropic initiative philanthropic initiative, organised in 1996 by the Vienna office of Christies's International

    Musei locali e mitografia artistica: Matteo da Gualdo

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    Nel difficile e controverso rapporto che si instaura, all’indomani dell’Unità nazionale, tra la grande e le piccole patrie, la nascita dei musei civici costituisce uno snodo fondamentale per l’affermazione di un’identità locale che, molto spesso, si incardina intorno alla celebrazione del massimo artista cittadino, cui il museo stesso viene intitolato. In un’area di confine come Gualdo Tadino, a cavallo dell’Appennino umbro-marchigiano, questo processo verrà costruito nel nome di Matteo di Pietro di Ser Bernardo, pittore notaio, capostipite di una dinastia di artisti, operante nella metà del XV secolo ed esponente di una cultura di confine caratterizzata da una cifra “espressionistica” ed eccentrica che si sviluppa lungo un asse che unisce Padova, con la scuola dello Squarcione, a Foligno, passando per le Marche dei Crivelli. Alla sua figura, oltre al museo, tra la fine dell’800 e l’inizio del’900, allorchè la prima mostra dedicata all’Antica Arte Umbra (1907) ne definirà per la prima volta i caratteri precipui, si legherà infatti l’orgoglio civico di Gualdo Tadino, che a Matteo dedicherà lapidi, affreschi, alberghi e legherà la fortuna anche economica delle scuole ceramiche locali. La costruzione del mito di Matteo costituisce, dunque, un episodio probante del ruolo svolto dal museo nel clima culturale della tarda stagione ottocentesca, allorchè la questione della destinazione delle opere d’arte seguita alle demaniazioni divenne parte integrante ed emblematica del trauma complessivo sia istituzionale e amministrativo che sociale ed economico determinato dall’applicazione alla realtà regionale della legislazione piemontese

    Introduzione / Introduction

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    Silvia Cecchini e Patrizia Dragoni introducono e presentano i saggi pubblicati in "Musei e mostre tra le due guerre". Silvia Cecchini and Patrizia Dragoni present the papers published in "Museums and exhibitions between WWI and WWII"

    Antonio Dragoni tra Udine e Cremona: ricerca antiquaria e falsi d'autore

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    Il contributo delinea la figura e l’attività del cremonese Antonio Dragoni (1768-1860), appartenente a un ramo della famiglia nobiliare friulana dei Caimo Dragoni, inserito nel quadro della ricerca antiquaria di fine Settecento. Il Dragoni fu noto falsario di documenti, e trasse materia per i suoi interessi dal rapporto con uomini e documenti del Triveneto. Il contributo riporta un esempio di manipolazione dei documenti storici da parte del Dragoni, in relazione alla storia di Cremona; per convalidare l’antichità del Capitolo cremonese mise in contatto personaggi appartenenti ad opere letterarie quali l’Adelchi del Manzoni e personaggi di sua invenzione, alterando la realtà storica

    Introduzione

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    Il volume ricostruisce attraverso documenti inediti le attività di protezione del patrimonio artistico umbro e marchigiano durante la seconda guerra mondiale. Articolato in quattro sezioni, analizza inizialmente il contesto internazionale e nazionale del tempo in cui maturarono le linee guida per la salvaguardia delle opere d’arte in caso di conflitto armato. Patrizia Dragoni, attraverso lo spoglio della rivista «Mouseion», organo dell’Office International des Musées, illustra infatti come i paesi membri della Società delle Nazioni, a partire dall’inizio degli anni’30 del Novecento, avessero iniziato a discutere tale tematica fino ad arrivare, dopo l’esperienza della guerra civile spagnola, alla redazione di un manuale sulla protezione del patrimonio artistico ed architettonico durante la guerra, apparso nel 1939. Carmen Vitale, invece, esamina lo specifico caso dell’Italia, dove le Soprintendenze regionali vennero incaricate di predisporre i piani protezione, di classificare le opere d’arte in base alla loro rilevanza e di metterle in sicurezza in luoghi preventivamente individuati, lontani da possibili obiettivi militari e preferibilmente in località eccentriche. La seconda parte del testo illustra le figure dei soprintendenti che guidarono le operazioni nei territori loro affidati delle Marche e dell’Umbria. Caterina Paparello analizza puntualmente l’attività delle Soprintendenze marchigiane, dai piani preventivi di salvaguardia alle operazioni di protezione poste in essere per il patrimonio regionale. Il contributo illustra inoltre l’attivazione nelle Marche dei ricoveri interregionali, presentando documenti inediti sull’operato di Pasquale Rotondi e chiarendo pertanto l’organizzazione, le tempistiche e l’effettiva consistenza del patrimonio posto in sicurezza a Sassocorvaro e Carpegna. Al territorio di Zara, affidato in base alla legge di riordino delle Soprintendenze del 1923 alla tutela delle Marche, è dedicato il saggio di Serena Brunelli, che analizza le attività di protezione preventiva dei beni artistici e archeologici messe in atto nella città dalmata prima dello scoppio della guerra. In Umbria Achille Bertini Calosso, oltre a ricoverare la maggior parte dell’ingente patrimonio regionale, si occupò anche della messa in sicurezza di numerosi oggetti della Lombardia dapprima in località individuate nella campagna umbra e poi, dopo l’armistizio, nella neutrale basilica di San Francesco di Assisi divenuta, dopo le norme del Concordato, di proprietà del Vaticano. Si dà poi conto, nella terza sezione, del ruolo svolto dagli “alleati”, dai membri del Kunstschutz agli ufficiali americani della Monuments and Fine Arts & Archives Sub-Commission. Al Kunstschutz sono dedicati i saggi di Susanne Adina Meyer e di Andrea Paolini. La prima, anche attraverso un attento spoglio della letteratura tedesca, generalmente poco conosciuta in Italia, analizza il lavoro svolto dagli ufficiali tedeschi che agirono in stretta collaborazione con gli uffici di tutela prima e anche dopo l’8 settembre 1943. Ugualmente Andrea Paolini, che esamina il caso specifico delle Marche, pur senza negare alcune operazioni discutibili, contribuisce a mitigare il luogo comune che descrive i tedeschi come predatori e mette invece in luce l’attività di “protezione del Reich” su un patrimonio culturale del quale conoscevano ubicazione e ricoveri. Della Monuments and Fine Arts & Archives Sub-Commission si occupa dapprima Ilaria Dagnini Brey, che ne descrive accuratamente l’origine e la formazione, con particolare attenzione ai momenti di formazione accademica dei membri che avrebbero dovuto operare in Italia. Caterina Paparello e Ruggero Ranieri, invece, puntualizzano l’attività dei monument officers nelle Marche e in Umbria, dove agirono in stretta collaborazione con gli uffici di tutela per le operazioni di primo intervento, cercando di evitare le dispersioni e di recuperare gli oggetti trafugati, come nel caso di alcuni oggetti della collezione perugina del noto storico dell’arte olandese Raimond Van Marle, asportati dalle ville di San Marco e Solomeo (Perugia) nel giugno 1944 dalle truppe tedesche in ritirata. La collezione Van Marle, per la prima volta, è ricostruita da Maria Cecilia Mazzi che, oltre a documentare la vicenda, cerca di far luce sui rapporti del critico con il mercato collezionistico del tempo per aggiungere informazioni ad un momento carico di luci ed ombre nella storia della conservazione del patrimonio artistico italiano negli anni’30. Contraltare a questa dispersione è invece il caso di un dipinto del Cavalier d’Arpino, proprietà della Galleria Nazionale dell’Umbria, che si credeva trafugato dai tedeschi e che invece Patrizia Dragoni, sulla scorta di nuova documentazione, riconduce all’ambito alleato. Il volume si chiude con un’ultima sezione dedicata all’analisi del diritto internazionale di tutela del patrimonio in caso di conflitti armati. Carmen Vitale offre un contributo critico in cui documenta, dalla convenzione dell’Aja del 1954 alla recentissima istituzione dei Caschi Blu per la Cultura, il lavoro compiuto per tentare di salvaguardare un patrimonio che anche i più recenti avvenimenti confermano essere costantemente a rischio Infine, Patrizia Dragoni e Caterina Paparello presentano note e spunti per la ricerca in relazione ai diari di Pasquale Rotondi, per cui si attende una riedizione critica e contestualizzata

    Recupero Parco Villa Vitali di Fermo

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    Il Progetto, che vede la collaborazione dell'Università degli Studi di Macerata (E. Stortoni, P. Dragoni) con il Comune di Fermo, intende realizzare una ricerca storiografica sulla storia della famiglia dei conti Vitali di Fermo, con la catalogazione dell’archivio storico-fotografico donato dalla famiglia al Comune di Fermo e ricerche di carattere archeologico sull’area esterna del giardino e del parco in coerenza con la Missione 1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, Componente 3 – Cultura 4.0 (M1C3) del PNRR Italia. Lo studio storico-archeologico in particolare intende perseguire tali azioni: ricostruzione dello stato dell’arte della fase antica della Villa, dall’età preromana al tardo-antico; studio delle testimonianze archeologiche ancora presenti in Villa; studio della collezione archeologica Vitali attraverso l’esame del materiale fotografico reso disponibile dagli eredi; produzione di testi di sintesi che verranno utilizzati - nel rispetto del copyright – per la realizzazione del materiale informativo che verrà utilizzato per la segnaletica e per il portale web (entro il 30.09.2024); produzione elaborato scientifico finale per la pubblicazione che verrà realizzata a cura del Comune di Fermo in conclusione del progetto entro il 30.06.2025

    Tradizione e rivoluzione: le Jardin Elysée nel Musée des Monuments Français di Alexandre Lenoir

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    Nel 1799 Alexandre Lenoir inaugurava, nel chiostro del convento dei Petits Augustins, sede del Musée des Monuments Français, il Giardino Eliseo, dedicato alla memoria delle grandi figure della storia francese, di cui intendeva celebrare la virtù. In questo luogo alcuni dei concetti già cari al museo, almeno nelle sue forme archetipiche, come fama, virtù, memoria, eredi del clima culturale proprio del volgere del secolo dei Lumi, troveranno una concretizzazione visiva, un appello al sentimento e all’immaginazione e un impatto emozionale che, partendo dalla Rivoluzione, apriranno la strada alla nuova epoca del romanticismo e si espanderanno in buona parte del territorio europeo con esiti inaspettati. L’esaltazione delle figure degli uomini illustri era stata difatti una grande affermazione dello spirito illuminista, che aveva spostava il sistema dall’onore al valore. Già il conte D’Angiviller, nel 1775, aveva iniziato a realizzare nella Grand Galerie del Louvre una sala dedicata alle glorie nazionali attraverso commissioni reali, e prima di lui un esponente della borghesia parigina, fedele alla monarchia, Evrard Titon du Tillet (1677 – 1762) aveva concepito l’idea di un grandioso monumento, un “Parnaso francese”, del quale aveva fatto realizzare un modello in bronzo dallo scultore L. Garnier, allievo di Girardon. Con la Rivoluzione la forma di consacrazione pubblica dei grandi troverà soluzione nell’aprile del 1791, con la trasformazione della chiesa di Sainte-Genevieve in Pantheon, presto però trasformato in tempio delle glorie militari. Riprendendo un modello legato alla cultura classica e alla poesia sepolcrale, sarà proprio Lenoir a riallestire nel Jardin Elysée un luogo esemplare di funzione civica e morale: un luogo di raccoglimento, che contribuiva attraverso l’esempio dei grandi - di cui erano allestite tra la vegetazione tombe e cenotafi - a istruire coloro che lo visitavano e a costruire l’identità comunitaria dei cittadini. A questa visione escatologica non era disgiunta quella di trasmutazione interiore propria della massoneria, fortemente legata al clima rivoluzionario e della quale Lenoir era uno dei massimi esponenti. A questo contesto possono essere legati anche alcuni esempi di realizzazioni italiane, specialmente toscane, come il Pantheon di Scornio presso Pistoia

    La valorizzazione nei musei locali: proposte di intervento per l’adeguamento degli istituti marchigiani agli standard dotazionali e prestazionali

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    E’ a tutti noto che le raccolte della maggior parte dei musei italiani musei , nati fra il 1798 e l’età umbertina, e soprattutto a seguito delle demaniazioni postunitarie per fronteggiare l’urgenza di dare ricovero ad opere tolte dalle loro sedi, sono frammentarie, locali, storicamente necessitate e non programmaticamente collezionate, solitamente di tipologia mista, e che le loro sedi sono esse stesse oggetto di demaniazioni e raramente hanno un valore monumentale. L’equivoco esiziale in cui incorrono tali musei è di assumere per sé i modelli di organizzazione, di funzionamento e di comunicazione al pubblico tipici dei grandi stabilimenti stranieri costituiti per effetto di una selettiva attività collezionistica di capolavori delle più diverse provenienze. Indicativo, difatti, è che anche i meno dotati di un patrimonio artistico eclatante pensino ai propri visitatori come ad una folla di esteti e di connoisseurs. Il risultato di un simile approccio si configura come un vero e proprio antimarketing, che spiega bene la difficile sopravvivenza dei piccoli impianti. Il superamento di questo fondamentale ostacolo passa attraverso l’adozione di strategie con le quali conferire corpo di azione tecnica ad una politica museale rispondente alla nozione sistemica di bene culturale, così come definita a partire dagli anni’70 del Novecento, e finalizzata alla soddisfazione di un diritto di cittadinanza alla cultura esteso all’intero corpo sociale come richiesto dalla Costituzione stessa
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