784 research outputs found

    2. Progetto Doimo : Santa Maria Roccella a Catanzaro

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    Progetto per il concorso nazionale per inviti “Progetto-Pilota 2000”, indetto dalla Conferenza Episcopale Italiana, per la progettazione del complesso parrocchiale di Santa Maria della Roccella, Diocesi di Catanzaro Squillace. Autore progetto: M. Doimo; collaboratori: Francesco Cappellotto, Gianni Talamini; Consulente artistico: Romano Abate; Consulente liturgico: Don Roberto Tagliaferri; Strutture: Paolo Negro, Giovanni Negr

    Clear-span buildings : architettura e democrazia

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    Il volume Clear-span buildings. Architettura e democrazia, curato dal sottoscritto, approfondisce gli interventi al seminario “Clear-Span Buildings. Gli spazi a luce libera di Mies”, a cura di Martino Doimo, tenutosi all'Università Iuav di Venezia il 28 settembre 2020, all'interno del ciclo di incontri (a cura di Luca Monica) del Dottorato in Architettura, città e design dell'Università Iuav di Venezia, ambito di ricerca Composizione architettonica. Il volume è aperto dagli interventi introduttivi di Armando Dal Fabbro, Mies spazioso, e di Martino Doimo, Clear-span buildings. Il volume contiene inoltre gli interventi di: Benno Albrecht, Renato Capozzi, Armando Dal Fabbro, Martino Doimo, Maria Cristina Loi, Marco Mannino, Carlo Moccia, Luca Monica, Raffaella Neri, Piercarlo Palmarini, Gundula Rakowitz, Salvatore Russo, Federica Visconti. Il volume costituisce la prima pubblicazione della collana: Taccuini di lavoro del dottorato in Composizione architettonica, Dottorati coinvolti: Scuola di Dottorato dell'Università Iuav di Venezia, Dottorato di ricerca in Culture del Progetto, ambito di ricerca “Composizione architettonica”; Dottorato di ricerca in Architettura e Costruzione dell'Università degli studi di Roma “La Sapienza”; Dottorato di ricerca in Architettura dell'Università degli studi di Napoli “Federico II”, area tematica “Il progetto di architettura per la città, il paesaggio e l’ambiente”; Dottorato di ricerca in Conoscenza e Innovazione nel Progetto per il Patrimonio del Politecnico di Bari. Direzione della collana: Armando Dal Fabbro. Comitato scientifico della collana: Venezia: Benno Albrecht, Armando Dal Fabbro, Agostino De Rosa, Antonella Gallo, Giovanni Marras, Mauro Marzo, Maurizio Meriggi, Bruno Messina, Luca Monica, Patrizia Montini Zimolo, Raffaella Neri, Claudia Pirina, Gundula Rakowitz. Roma: Giulio Barazzetta, Alessandra Capanna, Renato Capozzi, Paolo Carlotti, Domenico Chizzoniti, Anna Irene Del Monaco, Luisa Ferro, Luca Lanini, Vincenzo Latina, Marco Maretto, Antonello Monaco, Tomaso Monestiroli, Dina Nencini, Pisana Posocco, Manuela Raitano, Federica Visconti. Napoli: Roberta Amirante, Angela D'Agostino, Ferruccio Izzo, Pasquale Miano, Giovanni Multari, Lilia Pagano, Adelina Picone, Carmine Piscopo, Maria Rosaria Santangelo, Paola Scala. Bari: Francesco Defilippis, Giuseppe Fallacara, Loredana Ficarelli, Anna Bruna Menghini, Carlo Moccia. --- Abstract del volume a cura di Martino Doimo, Clear-span buildings. Architettura e democrazia: Il titolo del seminario "Clear-Span Buildings. Gli spazi a luce libera di Mies" (riportato nel volume Clear-span buildings. Architettura e democrazia, con successivi sviluppi e approfondimenti) si riferisce all’adozione di strutture a luce libera, mentre il sottotitolo allude alle implicazioni spaziali di questa specifica soluzione che Mies sviluppa in particolare negli Stati Uniti, sostanzialmente a partire dalla seconda metà degli anni ’40. Il tema specifico comporta l'apertura a un confronto più ampio rispetto alla specifica esperienza miesiana, che riguarda la riflessione americana coeva al processo di sviluppo delle grandi aule a luce libera di Mies negli USA, tra gli anni '50 e '60 e fino alla realizzazione della Neue Nationalgalerie a Berlino: le tematiche dei grandi spazi pubblici continui e indivisi, in rapporto al dibattito sulla questione "architettura e democrazia", condotto in particolare negli Stati Uniti

    Mostre e concorsi. La 5. Biennale Architettura di Francesco Dal Co, 1988-1991

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    Il volume Fare mostre. Italia, 1920-2020: colpi di scena e messinscena (curato dal sottoscritto e Marko Pogacnik), nel quale è pubblicato il mio contributo Mostre e concorsi. La 5. Biennale Architettura di Francesco Dal Co, 1988-1991, fa parte della collana: Quaderni della ricerca del Dipartimento di Eccellenza: Dipartimento di Culture del progetto, Università Iuav di Venezia, Infrastruttura di Ricerca. Integral Design Environment – IR.IDE, Centro Editoria – Publishing Actions and Research Development – PARD. Responsabile scientifico IR.IDE: Laura Fregolent. Comitato scientifico PARD: Sara Marini (responsabile dello sviluppo del progetto), Angela Mengoni, Gundula Rakowitz, Annalisa Sacchi. Comitato scientifico della collana Quaderni della ricerca: Maria Antonia Barucco, Fiorella Bulegato, Giuseppe D’Acunto, Martino Doimo, Mario Lupano, Carlo Magnani, Carmelo Marabello, Anna Marson, Marko Pogacnik, Gundula Rakowitz, Alessandra Vaccari, Margherita Vanore. --- Abstract contributo Martino Doimo, Mostre e concorsi. La 5. Biennale Architettura di Francesco Dal Co, 1988-1991: La Quinta Mostra Internazionale di Architettura de La Biennale di Venezia del 1991, diretta da Francesco Dal Co, è l’esito conclusivo della sua direzione del Settore Architettura de La Biennale nel quadriennio 1988-91. Fin dall’inizio del suo incarico, la direzione Dal Co è in primo luogo caratterizzata dalla scelta di ritornare a considerare la Biennale Architettura quale occasione per promuovere la sperimentazione progettuale su una serie di aree critiche veneziane, attraverso lo strumento dei concorsi. I tre concorsi banditi nell’ambito della V Biennale Architettura – che giungono a conclusione rispettivamente nel 1988, 1990 e 1991 – sono pensati per luoghi concreti al fine di giungere alla realizzazione dei progetti premiati, in occasione del centenario de La Biennale di Venezia del 1995. Purtroppo tuttavia per nessuno dei tre concorsi banditi nell’ambito della V Biennale Architettura si giunge alla effettiva realizzazione del progetto vincitore: di Francesco Cellini, per il Concorso Nazionale di progettazione a inviti per la ristrutturazione del Padiglione Italia ai Giardini della Biennale di Venezia; di Rafael Moneo, per il Concorso Internazionale di progettazione a inviti per il nuovo Palazzo del Cinema al Lido di Venezia; di Jeremy Dixon ed Edward Jones, per il Concorso Internazionale “Una Porta per Venezia”, per la ristrutturazione dell’area di Piazzale Roma. Oltre a bandire una serie di concorsi, la V Mostra di Dal Co si propone la costruzione di nuove architetture per La Biennale, permanenti o effimere, che vengono in parte realizzate in occasione della mostra del 1991: la prima opera realizzata è il Padiglione del libro Electa, su progetto di James Stirling, Michael Wilford and Associates, con Tom Muirhead; la seconda opera è propriamente una scultura, apparentemente effimera, che rappresenta un “aliante” ligneo, realizzata su progetto di Massimo Scolari e posta a contrassegnare l’ingresso alla sede delle Corderie per la V Biennale (poi trasferita alla sede IUAV del Cotonificio); la costruzione di un’ulteriore architettura, tra effimero e permanente, è inizialmente prevista per la V Biennale Architettura ma essa non viene realizzata per problemi economici: si tratta della “Porta” per l’ingresso principale alla mostra ai Giardini di Castello, progettata da Aldo Rossi. Le sezioni principali della mostra della V Biennale Architettura sono ospitate ai Giardini: la sezione italiana “Quaranta architetti per gli anni ‘90” al Padiglione Italia, le partecipazioni internazionali nei Padiglioni nazionali dei singoli Paesi stranieri de La Biennale Arte (per la prima volta coinvolti in una Biennale Architettura). Un’altra sezione innovativa della V Mostra del 1991 è ospitata alle Corderie dell’Arsenale: si tratta di “Venice Prize”, ampia occasione di confronto accademico, che vede la partecipazione di quarantatré tra le più importanti scuole di architettura del mondo. Va sottolineato che Dal Co è il primo storico dell’architettura, studioso e critico – non impegnato operativamente come architetto, né quale protagonista e/o promotore di specifiche “tendenze” architettoniche – cui viene affidata la direzione di una Biennale Architettura. La Biennale diretta da Dal Co mostra una evidente maggiore distanza critica rispetto ai senz’altro autorevoli e brillanti precedenti: un nuovo atteggiamento, in un certo senso più asettico, meno direttamente coinvolto nel fare architettura o nel discorso teorico sull’architettura e la città sviluppato dagli architetti, inevitabilmente con finalità operative. In questo quadro, si capisce come nella V Mostra diretta da Dal Co manchi programmaticamente un indirizzo tematico centrale, fissato dal curatore, scelta resa evidente dal fatto che si tratta dell’unica edizione della Biennale Architettura a non avere alcun titolo o sottotitolo, a non essere identificata da una serie di parole chiave tematico/programmatiche, riconoscibili quale slogan della mostra. La Mostra del 1991 espone una selezione qualitativa accurata, quanto poco tendenziosa-ideologica, al fine di presentare in modo ordinato e articolato una vasta rassegna dell’architettura che si sta elaborando e discutendo in quegli anni nella professione, nelle Università, nelle occasioni di incontro ed esposizione a livello internazionale, introducendo alcuni nuovi protagonisti degli anni Novanta e successivi, italiani e stranieri

    Navi urbane

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    Il volume Glossario di Miserabilia (a cura di Sara Marini, Alberto Petracchin, Jonathan Pierini), nel quale è pubblicato il mio contributo, fa parte della collana: Cahiers di miserabilia. (Diretta da Sara Marini, Università Iuav di Venezia), Vol. 1. Progetto dell’Unità di ricerca dell’Università Iuav di Venezia nell’ambito del PRIN “MISERABILIA. Spazi e spettri della miseria. Epicentro di studi, ricerche, teorie e progetti per lo sviluppo di una immagine e di una realtà per la città italiana contemporanea”. Call Mur 2022, SH5, CUP: F53D23007730006. Unità di ricerca: Università Iuav di Venezia (coordinamento), Università degli Studi “Roma Tre”, Università degli Studi di Genova. Comitato scientifico: Alberto Bertagna Università degli Studi di Genova Francesco Careri Università degli Studi Roma Tre Felice Cimatti Università della Calabria Giuseppe D’Acunto Università Iuav di Venezia Martino Doimo Università Iuav di Venezia Dario Gentili Università degli Studi Roma Tre Esther Giani Università Iuav di Venezia Massimiliano Giberti Università degli Studi di Genova Andrea Guerra Università Iuav di Venezia Annalisa Metta Università degli Studi Roma Tre Ivelise Perniola Università degli Studi Roma Tre Federico Rahola Università degli Studi di Genova Elettra Stimilli Università degli Studi Roma Tre Tamara Tagliacozzo Università degli Studi Roma Tre Alessandro Valenti Università degli Studi di Genova. --- Abstract contributo Martino Doimo, Navi urbane: Attualmente si realizzano complessi edilizi a carattere temporaneo/emergenziale per il ricovero di indigenti ed emarginati, comunque collocati in posizioni distanziate dalle parti propriamente urbane delle città, chiusi entro recinti impermeabili, ove confinare “gli spazi altri” della miseria, senza ricercarne alcuna forma di rappresentatività architettonica. I "miserabili" contemporanei sono coloro che si trovano in una condizione di pressoché totale "sradicamento": senzatetto, rifugiati, recenti immigrati, disoccupati, lavoratori precari/nomadici, vecchi poveri e, per alcuni aspetti, studenti universitari fuorisede non facoltosi. Ci sono state nella modernità concrete realizzazioni di autenticamente nuove architetture rappresentative per alloggiare la miseria, che abbiano in particolare ricercato un vitale inserimento nel tessuto delle città, tali da potere suggerire indicazioni per la condizione strettamente contemporanea? Quali figure architettoniche-urbane hanno assunto? Lo schizzo del 1929 di Le Corbusier Le navire/le palais/le paquebot/SDN/le gratte-ciel/la colline artificielle mostra la sezione di una grande nave a fianco di un palazzo monumentale parigino, nonché il profilo laterale della stessa nel confronto con quello del progetto di Le Corbusier per il concorso per la Società delle Nazioni a Ginevra del 1927. Se, come già nel profilo del piroscafo Aquitania sullo sfondo degli edifici monumentali parigini in Vers une Architecture, Le Corbusier evidenzia la radicale differenza di scala delle moderne navi rispetto ai più rappresentativi edifici dell'architettura della città premoderna, nel confronto con il proprio progetto del 1927 viene viceversa evidenziata la similitudine dimensionale. Ma ciò che soprattutto appare evidente è l'analoga autonomia delle due costruzioni e la natura atopica che le connota; l'edificio di Le Corbusier si confronta infatti con il terreno di un luogo specifico in indifferente distacco, dal momento che risulta sospeso tramite pilotis su di uno strato altro: la figura dello sradicamento. Il grande piroscafo, il transatlantico notoriamente rappresenta per Le Corbusier – come per molti suoi contemporanei – il riferimento utopico cui deve tendere la nuova architettura della metropoli. D'altro canto secondo Foucault, se le utopie sono senza luogo, in ogni società ed epoca esistono tuttavia utopie che giungono a concretizzarsi in spazi concreti, “gli spazi altri” delle eterotopie: “E se si pensa che la nave, il grande bastimento del XIX secolo, è un pezzo di spazio vagante, un luogo senza luogo che vive per se stesso, chiuso in sé... si comprende perché la nave sia stata per la nostra civiltà... l’eterotopia per eccellenza.” Si capisce come la nave possa divenire la figura autenticamente rappresentativa del moderno abitare, nella condizione di sradicamento che caratterizza la metropoli del nostro tempo. Proprio sull'architettura finalizzata a fornire riparo a chi vive in uno stato di più o meno totale sradicamento – in condizioni di miseria, emarginazione o precarietà – si concentrano alcune radicali sperimentazioni lecorbusieriane sulle navi per abitare, realizzate tra gli anni '20 e '30 a Parigi: le prime tre sono commissionate dall'Armée du Salut e anche la quarta risponde in un certo senso a problematiche analoghe, fornendo alloggio a studenti universitari fuorisede. Se la nave per Le Corbusier è l’immagine utopica dell’architettura dell'abitare sradicato della nuova epoca, tuttavia essa non può che ricercare nuove forme di rapporto con i luoghi concreti, in collocazioni ben visibili all'interno della città. Così il frammento di nave sospesa del Dortoir du Palais du Peuple del 1926 risulta comunque inserito in un'area urbana centrale, mentre l'Asile Flottant del 1928-30 – letteralmente un'imbarcazione – sceglie di ormeggiare durante l'inverno di fronte al Palais du Louvre. E se la grande nave del Pavillon Suisse alla Cité Universitaire del 1930-33 mette a punto la forma della sospensione atopica dal terreno, proponendo il primo vero e proprio suolo artificiale lecorbusieriano, sollevato su monumentali pilotis, nel complesso della Cité de Refuge del 1929-33 si definisce una più dialettica e articolata ipotesi: la porzione basamentale – frammentaria choisyana composizione “acropolica”– sembra manifestare continuità nel confronto con la scala e i principi di formazione del tessuto urbano storicamente consolidato, mentre la grande nave in elevazione appare portatrice di misure e nuove leggi formali proprie della moderna dimensione metropolitana. A partire dal tema del rifugio per la miseria, queste opere costituiscono le prime sperimentazioni lecorbusieriane di inserimento nella città preesistente di architetture, in forma di atopiche navi più o meno frammentarie e sospese dal suolo, che in senso più ampio sembrano suggerire la nuova figura appropriata all'architettura della moderna metropoli, nella inevitabile condizione di sradicamento che coinvolge tutti gli abitanti del nostro tempo

    Bruno Morassutti, con Aldo Favini (strutture), Villa von Saurma a Termini di Sorrento, 1962-64.

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    - 2011 - Contributo in Atti di convegno DOIMO M (2011). Bruno Morassutti, con Aldo Favini (strutture), Villa von Saurma a Termini di Sorrento, 1962-64. In: AA VV. Il progetto di architettura fra didattica e ricerca. Atti - Architectural design between teaching and research. Proceedings. Atti del Primo Congresso Internazionale di "ReteVitruvio". vol. 5, Sessione 4 - La costruzione, pp. 2029-2038, BARI: PolibaPress / Arti Grafiche Favia, ISBN: 978-88-95612-79-9, Bari, 2-6 maggio 2011. ABSTRACT: Lo studio già svolto sulla Baukunst miesiana - Martino Doimo, Arte muraria Spazio Tettonica: Mies, Bacardi Building Cuba. Elementi della costruzione/figure della composizione, con prefazione di G.B. Fabbri, Canova, Treviso, 2009: deriva da tesi Scuola di dottorato Iuav/ Dottorato di ricerca in Composizione architettonica - ha consentito di mettere in luce un interessante capitolo della ricerca architettonica italiana tra gli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso, che appare molto vicino alle specifiche tematiche proprie della coeva riflessione sperimentale elaborata da Mies, che attraversano altre esperienze americane ed europee contemporanee. Il lavoro di ricerca inedito, che viene qui presentato, si è in particolare concentrato su un’opera che costituisce un fondamentale capitolo della originale sperimentazione condotta da Bruno Morassutti - la villa von Saurma realizzata a Termini di Sorrento nel 1962-64 - e si è sviluppato nel quadro delle iniziative di studio e confronto recentemente avviate all'interno dell'Unità di ricerca Iuav "Arte del costruire" (responsabili prof. Roberto Masiero, prof. Marko Pogacnik), sul tema del rapporto tra architettura e ingegneria, tra le quali la partecipazione al PRIN 2008 "La concezione strutturale. Ingegneria e architettura in Italia negli anni ’50 e ‘60", coordinatore scientifico prof. Carlo Olmo (Politecnico Torino, Politecnico Milano, Università Roma Tre, Università IUAV, Università Udine). L’indagine si è quindi potuta approfondire in particolare attraverso il lavoro di archivio (l’archivio dell’architetto Bruno Morassutti è stato recentemente acquisito dall’Archivio Progetti dell’Università Iuav di Venezia). Tale approfondimento è stato anche l’occasione per raccogliere la documentazione utile a ricostruire le soluzioni strutturali adottate, in relazione alla forma architettonica. I primi risultati della ricerca sono stati illustrati al Seminario di studio "Architettura e innovazione strutturale in Italia tra gli anni ’50 e ‘60", tenutosi all'Università IUAV di Venezia nel 2009. Come nel libro citato, l’analisi viene sviluppata attraverso tre piani di lettura, definiti in riferimento alla radicale revisione teorica otto-novecentesca delle tradizionali categorie dell’arte del costruire: tettonica, spazio e arte muraria. Questi autonomi "strati" interpretativi sembrano trovare una esplicita distinta enunciazione nella composizione dei differenti elementi, adottati nella costruzione della casa per vacanze sulla penisola sorrentina. In quest'opera Bruno Morassutti, con Aldo Favini (strutture), sviluppa infatti la sperimentazione condotta con Angelo Mangiarotti nella realizzazione della chiesa Mater Misericordiae a Baranzate, del 1956-58, nella direzione di una più complessa articolazione dei rapporti tra l’elemento del riparo tettonico - con le connesse schermature di "rivestimento" spaziale smaterializzate - e le sostruzioni e recinti di natura muraria. La villa sorge su di un terreno scosceso, sistemato tramite una serie di terrazzamenti, con muri di contenimento in pietrame, che stabiliscono una stretta continuità con le tradizioni costruttive del luogo. Su questa sorta di strato archeologico, di rudere-frammento di una costruzione più antica, si fonda il nuovo edificio. Analogamente a molte opere di Mies - e in particolare al progetto per il Bacardi Building, a Cuba (di pochi anni precedente) - le costruzioni murarie basamentali si estendono al di sopra del podio, a recintare e includere parzialmente due monumentali strutture tettoniche in calcestruzzo armato - come due grandi tavoli - costituite ciascuna da un gruppo di quattro colonne, che sostengono una leggera vela aggettante a pianta quadrata. Le murature in pietrame non giungono mai a toccare il tetto a velario, a sottolineare la natura di pre-esistenza progettata delle costruzioni murarie. Va notato come quest’opera presenti molte analogie con la coeva Boissonnas House II, realizzata in Costa Azzurra nel 1964 da Philip Johnson, nella quale in particolare i recinti murari delle case a corte miesiane sono sviluppati in edifici profondi, subordinati rispetto ad una “pensilina”/ baldacchino emergente, che si configura come esplicita evocazione di un antico megaron

    Spazio

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    Il volume Teorie dell’architettura. Affresco italiano (a cura di Sara Marini), nel quale è pubblicato il mio contributo, rappresenta la prima pubblicazione esito del lavoro svolto dall'Unità di ricerca Tedea. Teorie dell’architettura. Immagini del reale e latenze figurate, (coordinatrice Sara Marini), Dipartimento di Culture del progetto Università Iuav di Venezia. Comitato scientifico della pubblicazione: Martino Doimo, Marco Ferrari, Paolo Foraboschi, Esther Giani, Luigi Latini, Sara Marini, Mauro Marzo, Valerio Paolo Mosco, Marko Pogacnik, Gundula Rakowitz, Micol Roversi Monaco, Alberto Bertagna, Davide Tommaso Ferrando, Michelangelo Pivetta, Luka Skansi. Il volume è stato realizzato con fondi del Dipartimento di Culture del progetto, Università Iuav di Venezia. --- Abstract dell'intervento di Martino Doimo, Spazio: Nel progetto del 1924 di una villa in mattoni per Potsdam, Mies van der Rohe sperimenta una nuova forma di spazialità continua, definita da delimitazioni che si presentano come pure superfici, qui corrispondendo però nel contempo a veri e propri muri (differentemente dalle astratte ma nel contempo ambiguamente portanti pareti delle "contro-costruzioni" De Stijl), in stretto riferimento ai principi della "architettura del rivestimento" di Hendrik Petrus Berlage. Se il progetto di Mies del 1924 è stato spesso specificamente avvicinato al dipinto di Theo van Doesburg “Danza russa” del 1918, meno spesso è stato d'altro canto ricondotto alle ancor più immediate ascendenze schinkeliane, nella composizione estremamente dinamica, costituita da L disposte in complesse simmetrie bilanciate, che si estendono nel paesaggio a circoscrivere spazi a corte aperta definiti da setti murari liberi. Tuttavia la villa in mattoni di Mies del 1924 è prima di tutto un approfondito ragionamento sull'architettura e riflessione teorica di Berlage, il maestro elettivo cui Mies inizia a fare riferimento già prima di lasciare lo studio di Behrens nel 1912. Notoriamente la concezione spaziale e tettonica di Berlage – pur parlando per tutta la vita di Gottfried Semper e di "architettura del rivestimento" – si differenziava rispetto alla teoria semperiana in quanto, pur aderendo al principio di definizione dello spazio tramite pure "superfici" essenzialmente bidimensionali, tali superfici dovevano nel contempo rimanere "muri", mostrando esplicitamente l'apparecchiatura costruttiva muraria. Berlage rileggeva infatti le implicazioni spaziali delle pareti di rivestimento della teoria semperiana sostanzialmente in riferimento alla critica a Der Stil da parte di August Schmarsow che aveva criticato la teoria della Bekleidung di Semper in quanto, a suo parere, risultava insufficientemente interessata alla profondità dello spazio, ponendo un’enfasi eccessiva sulla gli attributi decorativi delle superfici fittamente ornate con motivi tessili dell’arte del rivestimento, sottovalutando la capacità astratta dell’architettura di “creare lo spazio”. Alla fine degli anni Venti, Mies giunge a precisare l'aspirazione a una nuova libera concezione spaziale, che era emersa in particolare nel progetto della villa in mattoni del 1924, alla luce del modello dell’edificio “pelle e ossa”, che egli stesso aveva enunciato nei testi correlati ai progetti per i grattacieli per Berlino dei primi anni Venti, tuttavia prevalentemente in relazione al rapporto tra involucro smaterializzato di "rivestimento" spaziale e intelaiatura strutturale di sostegno, più che dal punto di vista della conformazione dello spazio interno. Per la prima volta, nel padiglione di Barcellona (1928-29) e nel piano di soggiorno della casa Tugendhat a Brno (1928-30), Mies può realizzare, in edifici interamente di nuova costruzione, una compiuta nuova architettura dialettica, nella quale compare una rivoluzionaria – ma antichissima – libera spazialità interna orientaleggiante, definita da "tappeti sospesi" atettonici di evidente ascendenza semperiana, che si affiancano a un riparo di natura tettonica che rende possibile il dispiegarsi di questa nuova concezione spaziale; si tratta di pure superfici, più o meno immediatamente leggibili come pareti tessili: elementi senza oneri di sostegno costruttivo, autonomamente dediti a dare forma e carattere allo spazio interno. E' il compiuto ritrovamento nell'architettura occidentale dello stesso concetto di "spazio" come valore architettonico autonomo – come l'aveva definito Semper nel paragrafo del suo trattato incompiuto Der Stil, del 1860-63, che si intitola “Il principio formale più antico fondato sul concetto di spazio nell’architettura è indipendente dalla costruzione” – che nella Baukunst miesiana avviene tuttavia non cancellando l'antica spazialità residuale-interstiziale dei podi e recinti di natura muraria, che continuano ad affiancarsi all’edificio "pelle e ossa", proprio del Neues Bauen. A partire da queste esperienze, Mies svilupperà la propria ricerca teorico-sperimentale sulla casa a corte durante gli anni Trenta, in particolare attraverso le relative esercitazioni didattiche assegnate agli studenti al Bauhaus, che troveranno continuità anche nel suo successivo insegnamento all'IIT a Chicago. L'indagine teorico-sperimentale di Mies sulla casa a corte implica una nuova forma di composizione di autonomi elementi fondamentali: l'elemento di natura stereotomica del podio-terrapieno plasticamente modellato e del recinto murario (Mauer); l'elemento di natura propriamente "tettonica" dell'intelaiatura di sostegno del riparo "pelle e ossa", nella conformazione essenziale del "tavolo"; l'elemento tendente alla smaterializzazione delle pareti "atettoniche" di articolazione e delimitazione spaziale, connesse al "tetto con colonne" (Säulendach): pure superfici tessili (Wand) di rivestimento. Si tratta di figure della composizione proprie del Neues Bauen, ovvero connesse alla permanenza di più antiche tradizioni costruttive e insediative, con le relative complesse relazioni dialettiche tra differenti componenti della costruzione e connesse diverse forme di spazialità. In Mies si può leggere tutta la complessità dialettica dei quattro distinti elementi della Baukunst nella teoria semperiana, che – nel tentativo di trovare un nuovo compimento in forma artistica per rispondere alla crisi ottocentesca, indotta dall'imporsi materiale del "Nuovo Costruire" – non mira in modo reazionario a restaurare alcun "centro" perduto, inscindibile "unità", "sintesi" o "superamento", né tanto meno a imporre un'univoca forma di spazialità. Confronti: Schinkel, Semper, Schmarsow, Chicago School, Wright, Behrens, Berlage, Loos, De Stijl, Reich, Häring, Behrendt, Zevi, Sedlmayr, Kahn, Tafuri, condizione strettamente contemporanea

    Mies van der Rohe: Cuba 1957 - Berlin 1968 : il compimento della “nuova” arte del costruire = Mies van der Rohe: Cuba 1957 - Berlin 1968 : the fulfillment of the “new” art of building

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    L’arte del costruire (Baukunst) del nostro tempo trova fondamento nella ricerca di una nuova forma di composizione dei differenti autonomi elementi costruttivo/figurativi, nei quali risulta originariamente frammentata e stratificata: l’elemento plastico murario, che si occupa della fondazione del suolo, come massa stereotomica topograficamente modellata in rapporto alla conformazione del luogo, con la connessa antica spazialità residuale-interstiziale di natura muraria; l’elemento propriamente tettonico della struttura di sostegno del riparo, strettamente riferibile ai procedimenti di montaggio di elementi finiti; l’elemento, portatore di motivi tessili, dell’involucro che dà forma a una nuova forma di spazialità interna, composta in modo libero e continuo: pura superficie di rivestimento (Bekleidung) tendente alla smaterializzazione, come anticipato dalla riflessione di Gottfried Semper in Der Stil, poco dopo la metà dell'Ottocento. Questi elementi si sono infatti definiti attraverso un lungo processo di formazione, a partire dalla radicale revisione teorica delle tradizionali categorie tettoniche, nel corso dell’Ottocento. Essi sembrano trovare compimento nell’ultima fase della ricerca miesiana della “nuova” arte del costruire, nel progetto della Halle monumentale per Cuba/Berlino (1957-68) – considerato come un processo continuo e unitario – di cui si occupa principalmente il presente contributo, affrontando temi che ritornano costantemente negli interessi di ricerca principali dell'autore, che trovano qui occasione di approfondimento specifico, con aggiornamenti e integrazioni puntuali ma essenziali, rispetto a precedenti anche più ampie pubblicazioni. Il progetto per il Bacardi Building a Cuba costituisce un momento fondamentale nella ricerca miesiana: per la prima volta, da quando Mies si è trasferito negli USA (se si esclude il progetto didattico per il Museo per una piccola città del 1943, derivato da una tesi di laurea sviluppata all'IIT, in sostanziale continuità con l'esperienza europea), si può nuovamente riscontrare la complessa compresenza dialettica di tutti gli elementi fondamentali – murari, spaziali e tettonici ¬– che avevano caratterizzato la fase europea della sua riflessione e sperimentazione, a partire dalla realizzazione del Padiglione di Barcellona nel 1929 e dai progetti teorici per le case a corte degli anni Trenta, strettamente connessi all’insegnamento al Bauhaus. Tuttavia ciò avviene a partire da una radicalmente nuova ipotesi tettonica di fondo: la Halle "pelle e ossa" miesiana è ora divenuta un riparo a luce libera, non è più la "sala ipostila" della fase europea. Questa soluzione viene confrontata con alcune illuminanti riflessioni in merito al nuovo "principio di copertura dello spazio", implicito nelle profonde innovazioni dei materiali e tecniche costruttive dell’epoca, come individuato da Carl Bötticher, poco prima della metà dell’Ottocento. Ancora nel confronto con il dibattito sullo stile e la tettonica nell'Ottocento tedesco – in particolare in relazione alla riflessione teorica di Semper e Bötticher – si affronta infine il tema della traduzione berlinese in acciaio, a partire dall'originaria versione cubana in cemento armato, del compimento della ricerca miesiana volta al ritrovamento della pienezza artistico-culturale di un autentico "ordine architettonico" rappresentativo, appropriato alla nuova epoca. Il testo tratta la questione anche con particolare attenzione alle complesse specifiche soluzioni elaborate dagli ingegneri strutturisti che collaborano con Mies nelle varie fasi delle premesse e dello sviluppo del progetto cubano/berlinese: Myron Goldsmith, Sàenz-Cancio-Martin, Frank Kornacker, Hans Dienst

    Clear-span buildings

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    Il titolo del seminario "Clear-Span Buildings. Gli spazi a luce libera di Mies" si riferisce all’adozione di strutture a luce libera, mentre il sottotitolo allude alle implicazioni spaziali di questa specifica soluzione che Mies sviluppa in particolare negli Stati Uniti, sostanzialmente a partire dalla seconda metà degli anni ’40, nel passaggio dal tetto con colonne [Säulendach] in forma di sala ipostila della fase europea a una differente forma di Hallenbauten, caratterizzati dallo spostamento di tutte le strutture ai margini esterni, lasciando lo spazio interno completamente libero da strutture verticali. In una tavola del 1969 dello studio di Mies van der Rohe sono rappresentati in prospetto, alla stessa scala, i sette principali grandi o piccoli edifici che adottano la soluzione della Halle a luce libera progettati da Mies, a partire dalla Casa Farnsworth, per passare poi allo sviluppo applicativo di una struttura di riparo a luce libera per un grande spazio a sala, alla scala degli edifici pubblici: dal Teatro Nazionale di Mannheim alla Crown Hall all’IIT. Segue un secondo passaggio chiave nella sperimentazione miesiana sul riparo a luce libera, la cosiddetta Casa di 50x50 piedi, nella quale viene in particolare introdotta la nuova soluzione che condurrà alla fase conclusiva dello sviluppo della ricerca miesiana sul tema dell'aula a luce libera, cioè la struttura di copertura a due vie: una piastra nervata, a cassettoni, sospesa su sostegni verticali isolati perimetrali. Da qui si passa all'applicazione di questo principio alla grandissima scala della Convention Hall di Chicago. Quindi è rappresentato un progetto miesiano che dura ininterrottamente dal 1957 al 1968, sviluppandosi senza soluzioni di continuità attraverso differenti versioni successive: dal progetto per il Bacardi Administration Building a Santiago de Cuba, alla realizzazione nella Neue Nationalgalerie di Berlino. Sembra opportuno accennare brevemente a una questione che riguarda il tema specifico degli edifici a luce libera, soluzione che Mies adotta da un certo momento in poi negli USA. Se questo tema trova fondamento in molteplici sperimentazioni degli architetti e degli ingegneri dell’Ottocento, esso è stato anche in particolare anticipato in modo chiarissimo da un discorso di Carl Bötticher, allievo di Schinkel, che è noto per aver scritto un trattato che si intitola La tettonica degli Elleni (uno dei libri che Mies porta con sé negli Stati Uniti quando si trasferisce da Berlino): I principi dei modi di costruire ellenici e germanici, in rapporto alla loro applicazione al nostro attuale modo di costruire. In questo testo, Bötticher individua nella Halle con struttura in acciaio a grande luce libera, priva di sostegni interni – che, nella sua ipotesi, deve significativamente tendere a tradursi in una configurazione "analoga" alla tettonica trilitica classica, come avverrà nella Neue Nationalgalerie di Mies – la nuova soluzione paradigmatica per rispondere alla necessità di grandi spazi indivisi, appropriati ai nuovi compiti funzionali dell’epoca

    La nave utopica dell'abitare nel moderno

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    Il contributo, nel numero monografico della rivista “Viceversa” dedicato all'attualità dell'utopia, affronta il tema della "nave", quale figura archetipico/paradigmatica della condizione sradicata dell’abitare nel moderno, riferimento ineludibile nella riflessione teorica e sperimentazione progettuale di molti protagonisti dell'architettura dell'Ottocento e del Novecento. Se la nave è l’immagine utopica dell’architettura della metropoli del nostro tempo - essenza del non luogo, che giunge a concretizzarsi negli "spazi altri" dell’eterotopia - tuttavia essa non può che ricercare nuove forme di rapporto con i luoghi. Nel profilo del piroscafo Aquitania, posto a confronto con gli edifici monumentali parigini in Vers une Architecture, Le Corbusier evidenzia la radicale differenza di scala degli autonomi edifici-nave propri della nuova epoca. Nel Padiglione Svizzero alla Cité Universitaire di Parigi, come nelle Unitè d’habitation, tali grandi costruzioni manifestano indifferenza al contesto immediato già nel rapporto archeologico/distaccato con il terreno e le tracce storicamente stratificate; il suolo artificiale su cui si fondano è sospeso tramite pilotis su di uno strato altro: la figura dello sradicamento. L'intervento è affiancato da uno schizzo di Le Corbusier: "La nave/ il palazzo/ il transatlantico /Società delle Nazioni/ il grattacielo/ la collina artificiale", relativo alla conferenza tenuta a Buenos Aires nel 1929, pubblicato in: Id., Précisions sur un état présent de l'architecture et de l'urbanisme, Paris, 1930. Il contributo è inoltre accompagnato nello stesso volume da una scheda bibliografica relativa alla pubblicazione di una conferenza radiofonica tenuta da Michel Foucault nel 1966, Les hétérotopies, nella quale la nave – il grande bastimento del XIX secolo – è individuata quale «l’eterotopia per eccellenza per la nostra civiltà»
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