1,721,090 research outputs found
I territori marginali e i processi di urbanizzazione planetaria: verso la costruzione di nuovi paradigmi per interpretare i mutamenti
Il saggio intende sostenere l’idea che i territori marginali possono diventare un punto di osservazione privilegiato per traguardare i processi di urbanizzazione planetaria che stanno mutando radicalmente le nostre forme di organizzazione spaziale, rendendo desuete le categorie con cui abbiamo interpretato il mondo. Il processo di implosione-esplosione della città, infatti, nel non consentirci più di interpretare la città come insediamento agglomerato e circoscritto ci pone di fronte ad una idea di urbano in cui le stesse dicotomie città/campagna, centro/periferia non bastano più a circoscrivere i fenomeni in atto. Appare pertanto sempre più necessario elaborare nuove forme di concettualizzazione per mettere a punto strumenti innovativi di governo del territorio.
A tal fine l’autrice ricostruisce i passaggi chiave di quel processo ristrutturazione economica-socio-spaziale di scala planetaria, che ha profondamente riarticolato il rapporto città/campagna. Per arrivare a mettere in luce come all’interno di questo processo spesso anche zone selvagge che non appaiono urbane secondo un canone convenzionale, isolate dalle società locali e ricostituite come paesaggio simulato ed estetizzato, diventino urbane in quanto influenzate da un particolare modo di vivere urbano, mentre all’interno di questo stesso sistema alcuni luoghi vengono abbandonati. Ma non solo: quello che interessa particolarmente all’autrice è mettere in evidenza come all’interno di questo processo altri segnali rivelino l’emergere, proprio in queste terre scartate, di geografie alternative. Nel buio che le caratterizza è possibile intravedere alcuni barlumi: cantieri di sperimentazione che nell’appropriarsi in maniere inedite di questi spazi i, provano a delineare embrioni di altre forme di urbanità in cui proprio queste aree vengono ad assumere un ruolo di inedite centralità.
Nell’analizzare questi usi diversi e contraddittori usi che manipolano il territorio, ciò che il saggio intende mettere in risalto è l’emergere di una spazialità urbana non euclidea sempre più formata dal «mosaico di gerarchie scalari sovrapposte, intrecciate e mai del tutto coincidenti» (Brenner, 2016) e da una nuova forma di temporalità, lontana dalle categorie storiciste. Una temporalità che plasma il territorio mescolando strati di memorie che arrivano da passati lontani e progetti di futuro che aprono verso orizzonti inediti. Una spazialità dunque difficile da essere interpretata e governata secondo gli strumenti improntati sullo sguardo zenitale e cartografico utilizzato dalla pianificazione
La montagna al centro: andare a ritroso nella storia per scardinare una idea consunta di città e immaginare altre forme di urbanità
Il saggio per ripensare in una nuova chiave non dicotomica lo stesso rapporto fra città e montagna si propone di scardinare l’idea di città intesa come forma centralizzata e circoscritta e di contribuire a riformulare, sulla scia di una letteratura che affronta questo tema da angolature differenti (Lefebvre, 1973; Brenner 2014 e 2016), un’altra idea di urbano. Una idea di urbano in cui la montagna non è più pensata come qualcosa di esterno che si contrappone dialetticamente alla città, ma ne diventa parte integrante assumendo al suo interno un ruolo di inedita centralità. Per arrivare a queste conclusioni costruisce un percorso a ritroso nella storia: una sorta di piccola genealogia che, nel riprendere le teorie di Soja (Soja 2007) e di Scott (Scott 2018), decostruisce l’idea che il concetto di città sia assimilabile a quello emerso con la prima rivoluzione urbana, e mostra come siano esistite nel tempo altre modalità di organizzazione spaziale che lo hanno espresso. Sceglie per brevità di tempo, solo per fare intravedere alcuni esempi, due passaggi particolarmente significativi: il Neolitico urbano, riandando alle origini della storia della città e l’Alto Medioevo. Con l’intenzione non di ricostruirne la storia, ma piuttosto di liberare attraverso un'altra genealogia, delle immagini che possano aiutarci a disfare alcuni paradigmi consunti e a traguardare con occhi nuovi alcune fenomeni emergenti di cui oggi stentiamo forse ancora a comprendere il senso. Nel fare leva sulla genealogia proposta e nell’osservare i molti indizi contemporanei che fanno emergere come una ‘nuova corrente d’amore’ sembri legare le montagne alle città, il saggio ci invita a riconsiderare questi territori, non più come esterni e marginali, ma semmai come parti integranti di una città allargata, policentrica e polifonica, espressione di un nuovo rapporto di coappartenenza fra uomo e natura in cui, nell’accostarsi di addensamenti e di pause, di adagi e di veloci, di luoghi deserti e di nodi a forte densità, la montagna acquisisce un ruolo e un significato di inedita centralità
Emergenze di futuro: verso nuovi modi di abitare la terra. Il ripopolamento degli stazzi nei territori della Gallura
Il saggio prende spunto dagli studi sul periodo tardoantico. Un periodo anch’esso fortemente interessato da un ciclo di pandemie, alla cui comparsa sembra aver contribuito in maniera determinante la struttura del modello di urbanizzazione della città-mondo romana. Gli storici, che hanno analizzato in questa chiave quest’epoca, per molti aspetti simile alla nostra, nel porre attenzione ai minuti segnali di cambiamento, ci hanno rivelato come questo periodo sia stato non solo un momento di decadenza ma anche periodo di straordinaria vitalità culturale e spirituale da cui ha preso origine la civiltà medioevale. Utilizzando queste stesse lenti, attente agli indizi e alle storie minime, il saggio prova a traguardare alcuni fenomeni di ripopolamento in atto da alcuni anni nelle campagne della Gallura, una regione storica situata nel nord-est della Sardegna, oggi accellerati dalla comparsa della pandemia del Covid. Lo fa attraverso l’analisi di alcune delle tante interviste realizzate con una ricerca sul campo, mettendo in risalto come nelle pieghe di questo territorio uno sciame di nuovi abitanti, spesso provenienti dalle metropoli del continente, stia provando, in forme tutte ancora da comprendere e interpretare, a costruire nuovi modi di abitare la terra volti, oltreché a riaprire nuove relazioni vitali con la natura, a costruire altre maniere di essere insieme
Attraversare lo smarrimento
Di fronte alle mutazioni che stanno investendo la città contemporanea il saggio invita a non farsi ingabbiare negli orizzonti del già noto e nella nostalgia degli orizzonti perduti. Nella consapevolezza che, solo accettando questa fase di smarrimento, sia possibile rigenerare le nostre capacità percettive, ci esorta ad esplorare il paesaggio urbano che ci circonda e ci appartiene. Un paesaggio altamente diversificato e in continuo movimento, in cui sottotraccia spingono forze ed energie che non si vedono, ma che lavorano continuamente per produrre un incessante cambiamento. Nel proporre uno smarcamento da una nozione di reale appiattita sulla dimensione del visibile e su un’idea di contemporaneo schiacciata nella simultaneità del presente, ci spinge ad entrare in contatto con le memorie contenute nelle profondità del territorio e a muoverci al limite del figurabile per vedere se qualcosa di nuovo si muove e scintilla. È da questo prendere “coscienza di un esserci”, infatti, che può nutrirsi un progetto capace di rendere visibile e non riprodurre il visibile e di dar forma a quell’immagine inespressa di città che ancora non riesce a venire alla luce
Vendere le storie: capitali e processi estrattivi. I paesaggi del vino in Alta Gallura
Il contributo intende portare all’attenzione alcuni mutamenti in atto nella regione storica della Gallura dove in questi ultimi decenni diversi indizi raccontano di una lenta ripresa di forme di economia legate alla produzione vitivinicola. Quello che il saggio intende mettere in evidenza è quanto il racconto della storia delle relazioni che si sono intrecciate tra uomini e ambienti, producendo l’irripetibilità di questo contesto, abbia giocato un ruolo fondamentale, attraverso l’istituzione della denominazione del marchio di origine controllata, nella produzione e nella commercializzazione del vino. Attraverso l’analisi critica dello stesso concetto di terroir coniato dai francesi si intende mettere in luce tuttavia come questa leva, che ha rappresentato il motore della trasformazione dei paesaggi, porti con sé i pericoli di una mercificazione della memoria e della storia. Una mercificazione che rischia di trasformare questo territorio in un nuovo “bacino di arricchimento”, per quei flussi di capitale capaci, attraverso lo storitelling, di estrarre valore proprio dall’aura speciale che esso stesso emana.This paper aims to draw attention to some changes underway in the long-established Gallura region, where over recent decades a variety of signs have indicated a slow return to forms of economy linked with wine production. The article intends to highlight the extent to which storytelling about the history of the relations that have entwined man and environment in producing the unique quality of this context, has played a fundamental role - by creating the controlled designation of origin – in the production and marketing of wine. Through a critical analysis of the concept of terroir, coined by the French, we wish to emphasise however that this stimulus, while representing the engine of landscape transformation, has brought with it the dangers of commercialisation of memory and history. The kind of commercialisation that risks turning this territory into a new “profitable catchment area” for those flows of capital capable of extracting value for themselves from the special aura storytelling imparts
L’Atlante delle Trasformazioni Alta Gallura: un sito per dare espressione all’immagine latente della città-natura
Il saggio, nel presentare gli esiti di una ricerca compiuta in Alta Gallura, una sub regione storica situata nella parte nord-orientale della Sardegna, illustra la costruzione dell’Atlante delle trasformazioni Alta Gallura: un vero e proprio dispositivo di interazione, di comunicazione e di scambio attraverso cui sono state messe in luce le qualità patrimoniali e ambientali di questo contesto, fatti emergere i diversi filoni fini, molecolari di energie e le virtualità latenti sprigionate dalle storie dei nuovi abitanti e dei molteplici soggetti innovatori che animano il territorio. Attraverso questo insieme di indizi che l’Atlante raccoglie, mettendoli in connessione, sembra emergere, allo stato embrionale una figura territoriale inedita. Una ossimorica città-natura in cui si intrecciano diverse scale, città e campagna, natura e cultura. Proprio a partire dall’idea che il territorio non sia una tavola bianca su cui imporre delle forme, ma piuttosto un tessuto di ambienti e di luoghi in continuo divenire, in cui memorie, forze, energie, lavorano sottotraccia per produrre cambiamento e che il progetto debba intercettare la potenza nascosta del reale per dargli forma, l’Atlante viene immaginato come una sorta di cornice da cui partire per avviare un vero e proprio cantiere relazionale. Un cantiere attraverso cui mettere in moto un grande gioco collettivo o connettivo, che potrà poi svilupparsi solo nel tempo attraverso il coinvolgimento, la partecipazione, la concatenazione e la messa di relazione di attori, luoghi e situazioni differenti
Ogni cosa è illuminata. Decifrare le sopravvivenze del passato per ritornare a prendersi cura dei territori contemporanei
Il saggio, nel partire dalla constatazione della rottura delle relazioni fra uomo e ambiente determinata dai nuovi modi di vivere lo spazio e il tempo introdotti dalla modernità e accelerati dagli effetti della globalizzazione, ritiene che sia importante, per ritornare a prendersi cura degli ambienti e dei territori che ci circondano, compiere una nuova operazione di appaesamento: trasformare quel territorio che sentiamo estraneo, come un corpo da cui ci siamo separati, scollati, in un cosmo nuovo di cui riconoscerci e sentirci parte. È all’interno di questo orizzonte di “ritessi tura di senso” che i segni che la storia ha depositato sul territorio acquisiscono un ruolo importante. Proprio perché la loro presenza ci mette in contatto con lo spessore del tempo che il territorio contiene essi potrebbero aiutarci a capire che il territorio non è un suolo inanimato, ma un “ambiente intelligente”. Un ambiente che contiene memorie, qualità e aspetti sepolti che potrebbero aiutarci a ritrovare e liberare presenze nascoste che avevamo dimenticato; riaprire sorgenti che avevamo seppellito; estrarre perle preziose e rare, frammenti dal mucchio di rovine del passato, che potrebbero contribuire a nutrire, dissetare, ripensare il nostro presente. Nel saggio, tuttavia si sostiene che perché questo possa avvenire occorre trovare strumenti nuovi attraverso cui far rivivere rigogliosamente quei monumenti imbalsamati e chiusi su sé stessi, che oggi non sappiamo più interrogare; andare oltre le immagini e trasformare “questi segni muti” in veri e propri “segni parlanti” da decifrare, restituendogli quei significati che sono stati erosi, in quanto superflui o marginali, dall’usura dell’abitudine, dall’allentamento della memoria storica e dalla pratica delle generalizzazioni scientifiche. E soprattutto non limitarsi a costruire luoghi di imbalsamazione e di conservazione, ma realizzare situazioni e ambienti in cui creare forme di conoscenza vitali, capaci: di “accendere la miccia esplosiva riposta nel già stato”, di fornire risorse di senso, di darci energia e motivazioni, di lanciare metafore comunicative in grado di sgelare e di rimettere in moto la passione collettiva, di spingere ad amare, ad agire e a fare. È all’interno di questa cornice di riferimenti che si inquadra una particolare esperienza di ricerca-azione “la strada che parla”, che viene raccontata nel testo
Qualcuno è passato di là.Sintomi, tracce, segnali per accedere allo spessore del contemporaneo (parte I: metodi)
- …
