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[Recensione a:] Italia Romaní (vol. settimo). La condizione dei rom e dei sinti in Italia durante la pandemia da Covid-19, Stefania Pontrandolfo, Marco Solimene (a cura di),Roma, CISU, 2022
Possibilità e forme dell'abitare. Note per l'etnografia dell'insediamento in un campo fra retoriche dell'emergenza e politiche per i rom
Questo campo fa schifo. Un'etnografia dell'adolescenza rom fra periferie e scenari globali
I giovani rom alle fermate degli autobus o sui vagoni della metropolitana sono uno dei simboli della pericolosità associata agli “zingari”, ma sono ritratti anche come vittime del degrado dei campi-nomadi e di una “cultura” che non ne rispetterebbe diritti e desideri.Il volume, una ricerca etnografica di due anni in un campo nel quartiere Magliana a Roma, vuole sfidare queste rappresentazioni documentando la quotidianità, i sogni e le limitazioni di un gruppo di adolescenti. Questi giovani vivono il confronto con i coetanei nelle scuole, nelle cattedrali del consumo e del divertimento che costellano la periferia e nelle relazioni virtuali dei social network, ma la loro transizione verso l’adultità è segnata dal rapporto con le norme sociali improntate ai valori della “vergogna” e dell’onore che nello spazio separato del campo sono rinforzati dal controllo costante dei co-residenti. Mentre fra i container si nascondono desideri e storie d’amore clandestine, le loro traiettorie si costruiscono attraverso network comunitari che li avvicinano ad altre metropoli europee e agli Stati Uniti, senza alcun radicamento a Roma che non sia limitato allo spazio esclusivo del campo-nomadi
QUESTO CAMPO FA SCHIFO Un'etnografia dell'adolescenza rom fra campo-nomadi, periferia urbana e scenari globali
I giovani rom sono spesso ritratti come coloro che soffrono le condizioni di degrado nei campi-
nomadi, vittime di una “cultura” naturalmente criminogena che, nell'urgenza di renderli fonti di
reddito, non ne rispetterebbe diritti e desideri. Alle fermate degli autobus o sui vagoni della
metropolitana essi diventano così uno dei simboli della pericolosità associata agli “zingari”.
L'etnografia, costruita frequentando per due anni un gruppo di giovani che vive in un campo-
nomadi nel quartiere Magliana a Roma, si propone di sfidare tali rappresentazioni stereotipate,
documentando la loro vita quotidiana e dando voce ai sogni e alle limitazioni che caratterizzano la
loro crescita. La transizione verso l'adultità è segnata dal complesso rapporto con i genitori e le
norme sociali tradizionali improntate ai valori della “vergogna” e dell'onore che nello spazio chiuso
e separato del campo-nomadi vengono rinforzati dal controllo costante dei co-residenti. Al
contempo i giovani sperimentano il confronto con i coetanei gagè nelle aule di scuola, di fronte alle
vetrine e nelle cattedrali del divertimento che costellano la periferia romana e nelle relazioni virtuali
dei social network. Mentre fra i container si nascondono desideri e storie d'amore clandestine, il
futuro di questi giovani si costruisce in uno spazio transnazionale che attraverso network comunitari
li avvicina ad altre metropoli europee e agli Stati Uniti, limitando le possibilità di radicamento a
Roma entro il confine del campo-nomadi.Pictures of Roma youngsters at the bus stop or on the subway
represent one of the imagines through which the idea of “dangerous
gypsies” or “the gypsy problem” has been created and spread in
Rome as in many other European metropolis. At the same time,
western rhetorics and practices based on children's rights portray the
same Roma youngsters as victims: victims of the Roma culture in
which their rights and desires are not considered and their
exploitation legitimized; victims of the urban blight of the nomad
camp where they are forced to live.
This ethnographic research, carried out in a nomad camp located in the Magliana neighborhood in the
outskirt of Rome, aim at challenging these opposite but complementary representations, describing the every
day life of a group of Roma, the places where they life, where their dreams, chances and restrictions grow
up and are negotiated.
These Roma youngsters get in touch and experiment the comparison with Italians and foreigners of the same
age attending the schools, the streets, the cathedrals of consumption located in the outskirt of the city and
virtually in the social networks. Despite these experiences and the transformations they could inspire,
youngsters them selves tend to reaffirm a stricter version of the “honor and blame” moral code, the set of
traditional social rules defining gender and generational proper behaviors, from dress code to talk license.
Ethnographic data show that the nomad camp scenario increases the strength of the “honor and blame” moral
code because parents and relatives can easily monitor each single choice of the the youngsters, both within
the nomad camp, a separated area whose inhabitants belongs to a limited number of families coming from a
few cities in South West of Romania, and outside of it. Gossiping is one of the main tool of social control:
tales and moral judgments about youngsters behaviors move within the containers of the nomad camp but
also move through transnational connections reaching relatives in Romania, Belgium or United States.
Changes, new desires and forbidden love affairs secretly grow up between student's desks, shops windows or
in the back of the containers, sometimes overlapping boundaries between Roma and gagè, or between
diverse groups of Roma. But all of these experiences are restricted in a narrow stage of the life-course of the
youngsters, because their transition to adulthood is exclusively managed in a limited set of relations, the one
connecting nomad camp inhabitants and their transnational families, with any physic or symbolic root in the
city or in the neighborhood
Sono del campo e vengo dall'India. Etnografia di una collettività rom ridislocata
Nel settembre 2005 circa mille rom che da vent’anni vivevano nel campo di vicolo Savini, a pochi metri dalla Basilica San Paolo a Roma, sono stati trasferiti con grande clamore mediatico in un nuovo insediamento a 25 km dalla città. Il nuovo campo di Castel Romano, con i prefabbricati disposti a scacchiera, circondato da un parco naturale e da un muro di separazione, per le amministrazioni Veltroni e Alemanno rappresenta un modello per la “soluzione del problema rom”.
Nella prospettiva dell’antropologia critica della contemporaneità, questa vicenda si rivela esemplare: in prima istanza perché riattualizza termini come “zingaro” e “nomade”, con tutto il loro deposito di stereotipi e pregiudizi, quindi per il fatto di rappresentare emblematicamente i processi e gli esiti, perlopiù negativi, delle politiche di separazione ed espulsione dei rom dagli spazi urbani. Un modello innovativo di analisi etnografica, ridislocata nei due insediamenti e lungo le fasi del trasferimento, mette anche in luce come il confine fra i rom e i diversi “noi” – istituzioni, associazioni e società locale – funzioni come criterio ordinatore dei rapporti sociali, fino a produrre differenze, alleanze e forme inedite di potere
Padri in cerchio. Un’esperienza di parola al maschile nei servizi per la prima infanzia
Il testo racconta e analizza un’esperienza di parola al maschile all’interno di un servizio per l’infanzia
della provincia di Bergamo.
L’esperienza nasce dentro una traiettoria personale e professionale e incrocia dibattiti scientifici e politici sulla ridefinizione della genitorialità e della figura paterna. In questo spazio di parola emergono temi centrali per la riflessione delle scienze sociali e per la progettazione dei servizi, a partire dal silenzio e dalla solitudine che spesso accompagna il diventare padri, fino alla possibilità di contestare forme e ruoli della genitorialità patriarcale
Padri che parlano (dell’essere padri). Ragioni, bisogni e desideri nella costruzione di una paternità riflessiva = Talking fathers (about being fathers). Reasons, needs and desires in the making of a reflexive fatherhood
The article focuses on a group of fathers who participated in a fathers’ self-support group and offers an initial interpretation exploring their reflexivity.The ethnographic context is understood in the framework of the scientific de-bate on the concept of “new fatherhood” and within the transformations in kin-ship and families triggered by the second demographic transition.After a review of the broad debate on what is really new in contemporary fa-therhood, I propose that talking about fatherhood and the participation in these meetings are elements that clearly marks the novelty of these fatherhood.From this, ethnography offers an initial analysis of the reflexivity of these fa-thers, exploring two dimensions. I focus primarily on the kind of loneliness these men describe, which concerns the invisibility of fatherhood in social services, the absence of interlocutors in the family and friendship networks, and the deep-rooted difficulty of opening up spaces for sharing, even informally, among men.Following on from this, I explore their desire to experience fatherhood in all its possible dimensions, breaking away from the “traditional” model of fatherhood, opening up new paths for rebuilding fatherhood and, at least in some cases, re-thinking the whole experience of masculinit
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