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Le Rime di Girolamo Molin (1500-1569) e la poesia veneziana del Cinquecento. Edizione critica e commento
L’encomio ai margini. Sulle dediche ai Farnese
L’articolo intende proporre una prima riflessione sulle forme e sulle peculiarità delle lettere di dedica alla famiglia Farnese, spazio letterario imprescindibile per sondare la politica culturale della casata e, conseguentemente, le strategie di legittimazione. A partire da una prima ricognizione, è stato stilato un regesto, i cui estremi sono stati stabiliti fra il 1545, anno di fondazione del Ducato, e il 1628, anno in cui il giovane Odoardo divenne il quinto duca di Parma e Piacenza. Variamente interrogabile, questa mappatura consente di gettare luce sui poeti coinvolti, non tutti parte dello stretto entourage farnesiano, sui membri della famiglia più omaggiati, indizio forse di una maggiore inclinazione mecenatizia, sulle tipologie letterarie più gradite. Lo studio si propone dunque di passare in rassegna alcuni casi significativi, ragionando intorno alla fisionomia e alle funzioni assegnate a questo spazio di confine
Tra testo letterario e tradizione musicale: spunti veneziani
Approfondire la fortuna musicale dei testi lirici può rivelarsi una pista d’indagine proficua sia per delineare le dinamiche di un determinato ambiente culturale, sia per le sue implicazioni ecdotiche, laddove consente, in alcune circostanze, di imbattersi in varianti testuali e di suggerire un’ipotesi di datazione dei testi. Attraverso alcuni affondi sulla tradizione in musica di alcune rime di Domenico Venier, Sperone Speroni, Girolamo Fenarolo e Girolamo Molin, il saggio si propone di avviare una riflessione sul contesto veneziano di pieno Cinquecento, scena connotata da una fitta trama di intersezioni tra la sfera musicale e poetica
Girolamo Molin : Rime
Il poeta veneziano Girolamo Molin (1500 – 1569) rappresenta una delle voci più significative della scena lagunare di pieno Cinquecento. Particolarmente vicino a Domenico Venier e in contatto con pressoché tutti i principali esponenti della scena culturale veneta del periodo, Molin è autore di una poesia in cui la solida assimilazione dei modelli lirici, soprattutto Bembo e Trissino, convive con un sapiente recupero della tradizione classica. In un raffinato equilibrio tra sostenuta compostezza stilistica e sperimentalismo delle forme, le sue Rime (1573), pubblicate postume e scandite per blocchi tematici e metrici, danno voce a un discorso lirico capace di spaziare oltre le misure più consuete del petrarchismo cinquecentesco. La malinconica riflessione esistenziale, l’intenzione di assaporare appieno le gioie amorose nonché il forte impegno civile sono solo alcuni dei temi più ricorrenti della poesia moliniana, da leggere in costante dialogo con le coeve proposte liriche dei suoi sodali. L’edizione, corredata di un’ampia introduzione, intende approfondire l’esperienza poetica di Molin in relazione alla vivace cornice della Venezia cinquecentesca, vero e proprio mosaico di cenacoli, tipografie e accademie, e interpretarla alla luce delle principali trame di influenza che, da Pietro Bembo a Torquato Tasso, ne hanno contraddistinto il panorama letterario
Intorno alla lirica di Erasmo di Valvasone: scambi e influenze
Il saggio intende approfondire la produzione lirica di Erasmo di Valvasone alla luce della cornice culturale veneta di metà sedicesimo secolo. Lo studio si divide in due parti. La prima si propone di ripercorrere la partecipazione del poeta alle principali iniziative editoriali veneziane degli anni Sessanta, indugiando soprattutto sui suoi rapporti con l’ambiente ca’ Venier, Francesco Sansovino e Diomede Borghesi. La seconda parte, invece, si sofferma sull’analisi di alcuni testi, ritenuti rappresentativi per illuminare il rapporto di Erasmo di Valvasone con la cerchia veneziana, nei termini di una vicinanza tematica e di stile
In Medusa’s eyes: Petrification and Marble Portraits in Late Sixteenth-Century Poetry
The essay investigates literary representations of marble portraits in the late sixteenth century context, shedding light on the evolution of a Petrarchan theme up to the Renaissance period. By reshaping the meter, the identity of the marble subject, and the stylistic construction of these texts, such literary representations became increasingly detached from the original Petrarchan model. Over time, moreover, the predominant poetic device became that of the talking statue that retells its own story. This latter change invites questions about the uncertain boundary between art and reality, particularly in the case of the sculpture, and leads to a reconsideration of the late sixteenth-century enthusiasm for (and influence of) epigrams of classical and neo-Latin imprint
Schede sulle opere di Torquato Tasso (Alle signore principesse di Ferrara, Codice Chigiano, Rime estravaganti, Rime eteree, Rime. Parte prima, Tempio in lode di Flavia Peretti Orsini)
La Vita di Giuseppe di Lodovico Dolce: per una contaminazione di epiche
La Vita di Giuseppe (Venezia, Giolito, 1561) di Lodovico Dolce è l’unico caso,
ancora poco noto alla critica, in cui il poligrafo si cimentò con l’epica spirituale.
L’opera, contestualizzata nel recupero cinquecentesco della figura del patriarca,
consiste nella riscrittura dell’incompiuto poema latino Ioseph di Fracastoro, redatto
dal veronese su esortazione di papa Paolo III. In questa sede ci si propone di indagare
le influenze dell’epica classica e cavalleresca nella trattazione dolciana dell’argomento
biblico. Inoltre, non si trascurerà di discutere il reale significato della sua
rielaborazione, proposta nel pieno delle direttive controriformistiche in materia
di politica culturale e in seguito al processo per eresia subìto dall’autore nel 1558
Recensione a Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento, a cura di A. Comboni e T. Zanato, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2017
La recensione propone una riflessione a partire dalla pubblicazione dell’Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento, a cura di Andrea Comboni e Tiziano Zanato, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2017. Oltre a sottolineare i meriti del lavoro, la recensione colloca la pubblicazione all’interno di un risvegliato interesse per la poesia del quindicesimo secolo e delinea possibili piste di ricerca future
L’ombra inquieta nelle Rime di Celio Magno
Le Rime di Celio Magno, edite a Venezia nel 1600 per i tipi di Andrea Muschio, si connotano per un tono spesso cupo e meditativo, complice la centralità del pensiero mortuario presente fin dal sonetto proemiale. In questo intervento ci si propone di affrontare alcuni componimenti utili per approfondire i caratteri dell’inquietudine della poesia celiana. Questa, intesa come un’irrisolta angoscia dell’io, si manifesta attraverso
precise costanti stilistiche e tematiche, evidenziate nel corso del saggio. L’attenzione ai singoli testi, in una prospettiva piú ampia, si intreccia alla necessità di collocare l’ansia celiana in un filone solenne e riflessivo distintivo della poesia veneziana di pieno Cinquecento. Le peculiarità di ogni singolo componimento, quindi, sono messe in dialogo
con il contesto poetico dell’autore, che vede in poeti come Giacomo Zane, Girolamo Molin, Pietro Gradenigo e Domenico Venier spunti lirici imprescindibili
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