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    Recensione di Concetta Maria Pagliuca e Filippo Pennacchio (a cura di), Tempora, i tempi verbali nel racconto Vol.1 (Biblion, 2023) e Francesco De Cristofaro, Paolo Giovannetti e Giovanni Maffei (a cura di), Tempora, i tempi verbali nel racconto Vol. 2 (Biblion, 2024)

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    Review of Concetta Maria Pagliuca e Filippo Pennacchio (a cura di), Tempora, i tempi verbali nel racconto Vol.1. Biblion, 2023; Francesco De Cristofaro, Paolo Giovannetti e Giovanni Maffei (a cura di), Tempora, i tempi verbali nel racconto Vol. 2. Biblion, 2024.Recensione di Concetta Maria Pagliuca e Filippo Pennacchio (a cura di), Tempora, i tempi verbali nel racconto Vol.1. Biblion, 2023; Francesco De Cristofaro, Paolo Giovannetti e Giovanni Maffei (a cura di), Tempora, i tempi verbali nel racconto Vol. 2. Biblion, 2024

    Introduzione

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    «Ho allontanato per sempre da me l'invenzione». Realtà, memoria, fantasticheria in «Lessico famigliare» e «Vita immaginaria» di Natalia Ginzburg

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    «A grado a grado, mi sono accorta che amavo raccontare il vero, e nel vero mi muo- vevo con maggior libertà di quando costruivo e inventavo. Così ho allontanato per sempre da me l’invenzione», si legge in un’intervista rilasciata da Natalia Ginzburg poco dopo la pubblicazione di Lessico famigliare. Già nell’Avvertenza al romanzo si dichiarava, d’altronde, lo statuto di realtà dei «luoghi, fatti e persone» che vi ve- nivano narrati, sebbene il carattere soggettivo e parziale di quella verità apparisse già evidente nel riferimento, poche righe dopo, alla labilità e frammentarietà del ri- cordo. Ma come si coniuga la deliberata intolleranza nei confronti dell’invenzione e l’aderenza al vero con l’indomabile slancio verso l’immaginazione che caratterizza le diverse età della vita dell’uomo, e in particolar modo l’infanzia? Il contributo inten- de analizzare il complesso rapporto tra realtà, memoria e fantasticheria nell’opera di Natalia Ginzburg ponendo l’attenzione, in particolare, su Lessico famigliare (1963) e Vita immaginaria (1974), nelle cui pagine la riflessione su creatività e immaginazione si intreccia con l’interrogativo su come sia possibile indagare e narrare, oltre che la propria vita, quella degli altri

    La narrazione (del sé) in Biografia sommaria di Milo De Angelis

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    Sin da Il pubblico della poesia (1975), Milo De Angelis ha convissuto con l’etichetta di «orfico», «sismografo dell’essere» che fa della parola «una realtà spesso enigmatica, fondata sul principio della difficoltà comunicativa» (Testa). Ma a leggerlo nella sua effettiva complessità, più che la tradizione «dei mistici» o «degli stoici» è un generale «sentimento del tragico» la costante del suo mondo poetico (Zublena). Se da Somi- glianze (1976) a Distante un padre (1989) il dettato è certamente ambiguo, oscuro, a tratti indecifrabile, con Biografia sommaria (1999) «emerge una voce più lenta e distesa, per me nuova e credo irripetibile», che pure non rinuncia a lessemi, stilemi, temi già esperiti: «qualcosa si è offerto [...] alla possibilità di essere narrato», l’io po- etico approda a una dimensione in cui scrittura elegiaca e dimensione tragica si ar- monizzano toccando «punte di trasparenza precedentemente sconosciute» (Baldacci). L’intervento propone una lettura della raccolta, di cui evidenzia la tendenza narrativa (l’organizzazione in strutture poematiche, un massiccio ricorso al dialogo perlopiù con interlocutrici) e il grado di incidenza del fatto biografico in quello poetico
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