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    Il principato vescovile di Volterra nel XII secolo (in base ad alcune deposizioni testimoniali dell’ottobre 1215)

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    Impiegando le deposizioni testimoniali prodotte in occasione di una lite del primo Duecento tra il vescovo e il comune di Volterra, il saggio ricostruisce le forme di esercizio del potere principesco del vescovo di Volterra nel pieno XII secolo. Dall'analisi delle deposizioni (e dal confronto tra i discorsi politici veicolati dai vari testi, in base alla loro estrazione sociale) emerge il peso dei rituali del potere, la centralità dell'honor del vescovo e l'informalità delle relazioni di dominio. Dai deposti emerge inoltre il cambiamento, nel senso di una crescente istituzionalizzazione, che in in queste pratiche introdusse la graduale irruzione di documenti scritti. Il confronto tra testi scritti e deposizioni testimoniali (che basano il potere su relazioni informali e rituali) suggeriscono prudenza nei confronti delle correnti ricostruzioni dei poteri territoriali toscani del XII secolo, tutte basate appunto su atti scritti di sottomissione

    Il "servaggio" in Toscana nel XII e XIII secolo: alcuni sondaggi nella documentazione diplomatica

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    Tra 1150 e 1250 anche in Toscana c’erano lavoratori della terra personalmente dipendenti (spesso legati alla terra), ben distinti dagli altri contadini e venduti o scambiati insieme alla terra che coltivavano. Nella loro definizione si fondono elementi del rinascente diritto romano e della consuetudine signorile, ma sono i secondi a dominare. Il peso di questo gruppo varia localmente in base a diversi fattori, il più rilevante dei quali è l’incidenza della signoria territoriale : dove essa fu più debole il servaggio fu minoritario se non assente, come anche dove essa inquadrò tutti gli uomini. Il suo ruolo fu invece importante là dove forme di signoria forte si univano alla concorrenza tra signori diversi o dove l’accesso ai mercati urbani e l’emigrazione mettevano in discussione i tradizionali assetti di potere locale. Il servaggio non fu dunque che una delle forme assunte dai poteri signorili nel loro processo di adattamento e trasformazione in base ai diversi contesti politici, sociali ed economici.Collavini Simone M. Il «servaggio» in Toscana nel XII e XIII secolo : alcuni sondaggi nella documentazione diplomatica. In: Mélanges de l'École française de Rome. Moyen-Age, tome 112, n°2. 2000. pp. 775-801

    Signoria ed élites rurali (Toscana, 1080-1225 c.)

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    Nell’ottima letteratura sulla formazione delle élites rurali toscane si è dato poco spazio al ruolo della signoria. L’articolo vuole colmare la lacuna, studiando i percorsi di mobilità sociale interni alla signoria e i loro meccanismi. Una generale ricognizione delle fonti e la ricostruzione di alcuni percorsi esemplari mostrano che l’esercizio di servitia per il signore (e in particolare lo svolgimento della funzione di castaldo) permise spesso di accumulare piccole fortune. Alla fine del XII secolo, poi, la crescita economica favorì l’emergere, anche nelle signorie più solide, di élites rurali attraverso a percorsi diversi (p.es. accumulazione fondiaria e credito). Comunque gran parte di queste ascese non portarono a un affrancamento dalla soggezione signorile, ma al passaggio a forme di dipendenza privilegiata. La signoria toscana, per la sua informalità, poteva accogliere e valorizzare i percorsi di mobilità sociale

    La dîme dans le système de prélèvement seigneurial en Italie: réflexions à partir du cas toscan

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    Il saggio analizza il rapporto tra decima e signoria in Toscana tra XI e XIII secolo, cercando di comprendere in che misura e in che tempi il prelievo decimale sia stato sussulto tra i prelievi signorili. Cercando di far interagire fra loro due settori di ricerca poco comunicanti (gli studi sulla signoria rurale e quelli sul sistema della cura d'anime) si riflette sul ruolo reciproco delle due forme di prelievo. Al contrario di quanto avvenne in molte altre aree d'Europa, la decima appare poco presente negli elenchi di diritti signorili del XIII secolo anche nel caso di monasteri e chiese vescovili. Anche quando uno stesso soggetto, p.es. il monastero di S. Salvatore al Monte Amiata, controllava entrambi i prelievi, tendeva a considerarli come due cespiti distinti e di diversa natura. Si potrebbe spiegare questo fenomeno con il tardo sviluppo dei poteri signorili in Toscana, avvenuto in un momento in cui la "riforma" insisteva già sulla necessità di rendere le decime alle chiese in cura d'anime e alla loro specifica funzione. Inoltre, è evidente la continuità e intercambiabilità funzionale tra decime e cespiti signorili come strumento di finanziamento non solo dei signori, ma anche dei loro seguiti. Si può quindi vedere almeno in certa misura nell'affermazione del prelievo signorile una sostituzione delle entrate (e delle funzioni da esse svolte) derivanti dalla decima, che venivano messe in discussione dall'orientamento riformatore

    ‘Mutazione signorile’ e trasformazioni economiche. Considerazioni a partire dal destino dei beni fiscali in Toscana

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    Il saggio affronta, con particolare riferimento alla realtà toscana, la questione del nesso tra ‘mutazione signorile’ e trasformazioni economiche. Al centro dell’interesse sta la domanda se la crescita economica di XI secolo possa aver costituito una precondizione fondamentale della ‘mutazione signorile’. Concentrandosi sulle vicende dei beni fiscali nella regione, il saggio mostra le loro forme di circolazione e ridistribuzione, i loro lenti e imperfetti processi di appropriazione e privatizzazione, la perdurante capacità del potere regio e marchionale di controllare le aristocrazie attraverso di essi fino all’XI secolo inoltrato. È questa una chiave decisiva per spiegare perché le gravi crisi politiche che costellano la storia della regione nel X e XI secolo non abbiano dato origine a una ‘mutazione signorile’ fino allo scontro tra Enrico IV e Gregorio VII. Considerate le ampie dimensioni demografiche raggiunte dai maggiori centri fiscali e la loro complessa articolazione economica, si suggerisce infine che la crescita economica intervenuta durante il secolo XI abbia fornito ad aristocratici e chiese maggiori le risorse economiche e relazionali necessarie ad agire al di fuori del tradizionale circuito della corte marchionale, mirando a un potere locale, più intenso e duraturo, insomma avviando il processo di signorilizzazione del potere.The paper deals with the link between ‘seigniorial mutation’ (or feudal revolution) and economic transformations, with specific focus to the Tuscany. At the heart of this issue is the question of whether 11th-century economic growth may have been a fundamental precondition of ‘seigniorial mutation’. Focusing on the fate of fiscal estates in the region, the paper shows their patterns of circulation and redistribution, their slow and incomplete processes of appropriation and privatization, and the enduring ability of kings and marquises to control aristocracies through them into the late 11th century. This is a decisive key in explaining why the severe political crises marking the history of Tuscany in the 10th and 11th centuries did not give rise to a ‘seigniorial mutation’ until the clash between Henry IV and Gregory VII. Given the large population size achieved by the major fiscal centers and their complex economic articulation, it is finally suggested that the economic growth that occurred during the 11th century provided aristocracies and major churches with the economic and relational resources necessary to act outside the traditional circuit of the marquis’ court, aiming for a local, more intense, and long-lasting power: in short, to initiate the ‘feudal revolution’

    Lieux de stockage des céréales et formes d'extraction du surplus paysan, ente sources matérielles et sources écrites (Italie du Centre et septentrionale, IXe-XIIe siècle

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    Il saggio esamina le forme di conservazioni dei cereali nell'Italia centro-settentrionale tra VIII e XII secolo alla luce di un'integrazione tra fonti scritte e fonti archeologich

    I signori rurali in Italia centrale (secoli XII- metà XIV): profilo sociale e forme di interazione

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    Per capire il ruolo giocato, nel pieno medioevo e in Italia centrale, dalla signoria rurale nell’organizzazione territoriale, occorre classificare e distinguere i signori laici, che non furono un gruppo omogeneo né stabile nel tempo. Ne derivò un loro variabile peso e significato nell’organizzazione territoriale. L’articolo è un primo tentativo di tassonomia dei signori laici dell’Italia centrale in base a certi parametri fondamentali (territorialità o meno dei poteri; accumulo di più signorie o loro divisione in quote; forme di interazione tra signori; qualità dei rapporti con il mondo urbano; progetti politici dispiegati). Dall’interazione fra questi parametri emerge un quadro complesso e in evoluzione continua e non lineare. Fino al primo Trecento, comunque, i signori rimasero fra i principali protagonisti dell’organizzazione del territorio, seppur in forme sub-regionalmente differenziate

    Comites palatini / paladini: ipotesi sulle forme di legittimazione del principato dei Guidi

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    Dopo il 1150 le due maggiori famiglie “principesche” toscane (Aldobrandeschi e Guidi) ricorsero a nuove forme di titolatura per distinguersi dal resto delle famiglie comitali della regione. Immediatamente, nel caso degli Aldobrandeschi, o dopo alcuni esperimenti che non ebbero seguito, nel caso dei Guidi, entrambe le dinastie ricorsero al titolo palatino, da solo (comes palatinus) o accompagnato da un riferimento all’ambito regionale (comes Tuscie palatinus). Non esercitarono, però, le funzioni e i diritti tipici dei comites sacri palatii della tradizione carolingia. La storiografia ha spiegato il titolo (solo onorifico) in termini di imitazione dell’ufficio carolingio. Questo era senz’altro uno dei messaggi che le due stirpi volevano trasmettere, usando quel titolo, in particolare allorché interagivano con l’autorità imperiale e con la nobiltà del regno. Il saggio, pur senza negare questo nesso, esplora un altro significato del titolo palatino, corrente in particolare nei rapporti tra “principi” e società cavalleresca toscana. Come si ricava anche da un’analisi dalla cronaca del Tolosano (Chronicon Faventinum), si può intendere il titolo palatino come un’allusione alla figura di Orlando e degli altri paladini di Francia, personaggi che proprio allora andavano acquistando centralità nell’immaginario delle aristocrazie cavalleresche toscane. La fortuna del titolo palatino andrà spiegata in primo luogo con la pluralità di significati che, nel dialogo politico con i vari interlocutori dei “principi”, esso di volta in volta poteva assumere: allusione all’inserimento nella gerarchia degli uffici pubblici e nella nobiltà d’impero; ufficio noto al ceto dei giuristi; allusione alla figura di Orlando e al suo ruolo di primus inter pares nei confronti dei cavalieri. Lo studio della titolatura, lungi dall’essere curiosità erudita, perciò, permette di avvicinarsi ai linguaggi politici usati dalle famiglie principesche per legittimarsi di fronte ai loro diversi interlocutori, e getta un fascio di luce sul sistema di valori e sugli orizzonti culturali del ceto cavalleresco rurale toscano.Dopo il 1150 le due maggiori famiglie “principesche” toscane (Aldobrandeschi e Guidi) ricorsero a nuove forme di titolatura per distinguersi dal resto delle famiglie comitali della regione. Immediatamente, nel caso degli Aldobrandeschi, o dopo alcuni esperimenti che non ebbero seguito, nel caso dei Guidi, entrambe le dinastie ricorsero al titolo palatino, da solo (comes palatinus) o accompagnato da un riferimento all’ambito regionale (comes Tuscie palatinus). Non esercitarono, però, le funzioni e i diritti tipici dei comites sacri palatii della tradizione carolingia. La storiografia ha spiegato il titolo (solo onorifico) in termini di imitazione dell’ufficio carolingio. Questo era senz’altro uno dei messaggi che le due stirpi volevano trasmettere, usando quel titolo, in particolare allorché interagivano con l’autorità imperiale e con la nobiltà del regno. Il saggio, pur senza negare questo nesso, esplora un altro significato del titolo palatino, corrente in particolare nei rapporti tra “principi” e società cavalleresca toscana. Come si ricava anche da un’analisi dalla cronaca del Tolosano (Chronicon Faventinum), si può intendere il titolo palatino come un’allusione alla figura di Orlando e degli altri paladini di Francia, personaggi che proprio allora andavano acquistando centralità nell’immaginario delle aristocrazie cavalleresche toscane. La fortuna del titolo palatino andrà spiegata in primo luogo con la pluralità di significati che, nel dialogo politico con i vari interlocutori dei “principi”, esso di volta in volta poteva assumere: allusione all’inserimento nella gerarchia degli uffici pubblici e nella nobiltà d’impero; ufficio noto al ceto dei giuristi; allusione alla figura di Orlando e al suo ruolo di primus inter pares nei confronti dei cavalieri. Lo studio della titolatura, lungi dall’essere curiosità erudita, perciò, permette di avvicinarsi ai linguaggi politici usati dalle famiglie principesche per legittimarsi di fronte ai loro diversi interlocutori, e getta un fascio di luce sul sistema di valori e sugli orizzonti culturali del ceto cavalleresco rurale toscano

    Pisa e il mare nell’alto medioevo: una riconsiderazione delle fonti scritte

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    Le grandi fortune della Pisa pieno medievale sono fortemente connesse alla sua proiezione marittima. La storiografia ha troppo spesso teso a retrodatare questa proiezione, facendone la chiave della storia della città fin dalle sue origini e anche nell'alto medioevo. Questo a partire da un manipolo di fonti scritte che attestano rapporti della città con le rotte e le attività marittime. Questa "narrazione" relativa a una precoce proiezione dei Pisani sul mare sta influenzando anche la lettura dei dati archeologici che divengono via via più copiosi. Riesaminando puntualmente le poche testimonianze scritti disponibili, il saggio cerca di dimostrare che la "narrazione" su delineata è priva di fondamento e che, fino a tutto il secolo X, il ruolo del mare per Pisa è secondario. Il decollo della città e la sua proiezione tirrenica andranno dunque collocati in un altro momento e non spiegati in termini di continuità e vocazione originaria.The fortunes of medieval Pisa are strongly connected to its maritime projection. Historiography has too often tended to backdate this projection, making it the key to the history of the city since its origins and also in the early Middle Ages. This narration comes from a handful of written sources that attest to the city's relationships with maritime routes and activities. This "narration" relating to an early projection of the Pisans onto the sea is also influencing the reading of archaeological data which is gradually becoming more abundant. By carefully re-examining the few written sources available, the paper tries to demonstrate that the "narrative" outlined above has no foundation and that, until the end of the 10th century, the role of the sea for Pisa was secondary. The take-off of the city and its Tyrrhenian projection will therefore be placed in another moment and not explained in terms of continuity and original vocation

    Formes de coseigneurie dans l’espace toscan. Réflexions préliminaires à partir de quelques exemples en Maremme (fin XIIe-XIIIe siècle)

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    La coseigneurie (c’est-à-dire les formes de seigneurie partagées entre deux ou plusieurs titulaires différents) est un thème peu étudié par l’historiographie italienne, mais qui mérite une attention particulière. Des formes de coseigneurie furent présentes dès la « Révolution féodale », se répandant et se complexifiant toujours plus au cours des XIIe et XIIIe siècles. Évaluer la diffusion du phénomène dans le temps, comprendre les mécanismes par lesquels les pouvoirs seigneuriaux ont été partagés et gérés, réfléchir enfin sur la signification changeante de la coseigneurie constituent d’importants thèmes de recherche qui peuvent nous aider à progresser dans la compréhension de la seigneurie et de son développement, aux siècles centraux du moyen âge. Cet article esquisse les bases d’une enquête appuyée sur quelques exemples tirés de la Maremme (Toscane méridionale)
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