1,720,966 research outputs found
Scuola Materna ad Arcore
La nuova scuola materna di Arcore sorge su un’area rettangolare di 87 x 53 metri – metà della quale riservata a spazio verde per il gioco dei bambini –, protetta su tre lati da muri e aperta con una cancellata a sud-ovest, verso un parco. L’edificio è addossato ai margini sudest e nord-ovest e offre, verso il giardino, un diaframma trasparente continuo in acciaio e vetro. L’organizzazione funzionale della scuola è tanto semplice quanto efficace. Nella fascia parallela al muro di confine nord-ovest, trovano collocazione i servizi generali: segreteria, ambulatorio medico, cucina, lavanderia e mensa. Alle estremità nord-est e sud- ovest sono situati, rispettivamente, l’ingresso e una delle aule per le attività pratiche dei bambini, prospiciente, quest’ultima, il giardino e il parco. Le altre cinque aule, unitamente a due vasti ambienti destinati alle attività libere, occupano gran parte della superficie coperta che guarda verso il giardino. La scuola è, dunque, concepita come una sorta di microcosmo urbano, con le “case” trasparenti, abitate dai bambini, coperte da un unico “tetto” e ognuna provvista di una piccola corte lastricata, che porta luce e aria nelle zone centrali della costruzione.
Si tratta di una soluzione analoga a quella proposta nel progetto per la “città della scuola” di Sarno (1999) – in quel caso, limitatamente agli spazi dei laboratori ospitati al piano terreno – e forse, più in generale, della trasposizione, in un edificio di nuova progettazione, del rapporto tra involucro preesistente e nuovi volumi ivi inseriti, ampiamente sperimentato dai Carmassi negli interventi di restauro. I dettagli costruttivi del manufatto sono oggetto di un’accurata definizione in numerose tavole. La struttura verticale è mista e comprende sia setti in cemento armato, rivestiti di mattoni, sia pilastri cilindrici d’acciaio, armati e riempiti di calcestruzzo. In cemento armato è anche la piastra di copertura, un sistema scatolare costituito da una griglia di travi ortogonali, collegate superiormente e inferiormente da solette di cemento.
Al di sopra della copertura, la superficie in cemento è rivestita da guaine e da un manto in lamine di rame; internamente è destinata a rimanere a vista e, pertanto, eseguita con casseri speciali, tali da ottenere una finitura liscia e lucida. I serramenti interni ed esterni, in acciaio e vetro, sono in parte fissi e in parte mobili; le chiusure fisse delle aule e delle corti sono realizzate con lastre di vetro accostate, alloggiate in profili a U posizionati nel pavimento e nel soffitto durante la fase di preparazione delle casseforme per il getto
Carmassi, una "questione di discrezione"
Il numero monografico della rivista Costruire in Laterizio presenta le ultime sette opere di Massimo Carmassi, delle quali quattro realizzate recentemente. La diversità di scala e della tipologia funzionale fanno di questo campione uno strumento utile per comprendere la filosofia progettuale dell’architetto nell’affrontare il problema dell’inserimento di nuova architettura nei vari contesti urbani del nostro paese. Parallelamente le opere ed i progetti di restauro illustrano una metodologia di intervento rigorosamente conservativa, finalizzata alla valorizzazione delle numerose stratificazioni materiali degli edifici antichi, resi utilizzabili attraverso una razionale strategia distributiva e l’inserimento di leggere sovrastrutture contemporanee
Restauro della Pelanda nel Mattatoio del Testaccio a Roma
Il progetto riguarda il padiglione più grande del mattatoio, destinata alla macellazione e alla
lavorazione dei suini, denominato Pelanda dei Suini.
La metodologia progettuale prevede il restauro attento dell’apparato murario e delle
coperture, integrando dove necessario le lacune con materiali simili a quelli già in opera, la
demolizione delle superfetazioni più recenti che snaturano la logica compositiva del
complesso originale e l’adattamento alle nuove esigenze funzionali mediante l’inserimento Questo risultato viene ottenuto attraverso un intervento di conservazione e restauro molto
rigoroso che assicura il mantenimento dell’assetto architettonico e delle attrezzature
originali nella loro autenticità e nelle stesso tempo garantisce le possibilità di utilizzare
questo luogo per le nuove funzione con una strategia progettuale leggera, flessibile,
reversibile e capace di elevare la qualità ambientale e materiale del complesso. La Pelanda è
costituita da tre corpi contigui: un sottile corpo di fabbrica a due piani che delimita il lato
nord del foro Boario accoglie al livello superiore una sequenza di serbatoi d’acqua di forma cilindrica, costruiti in acciaio e calcestruzzo, raggiungibili mediante due scale disposte alle
due estremità dell’edificio. La qualità di questi oggetti ne fa un vero e proprio reperto di
archeologia industriale, da conservare nella sua integrità insieme al piano di calpestio di
servizio costituito da raffinate griglie traforate di ghisa e alla copertura a capriate di ferro del
lungo spazio continuo che accoglie questa singolare attrezzatura. Il livello al piano terra del
corpo di fabbrica è occupato da stanze voltate, aperte verso la galleria centrale, che
manterranno le stesse caratteristiche attuali , con funzione commerciale.
Il corpo principale della pelanda è costituito da una grande navata parallela al primo,
suddivisa in due settori identici da una spazio intermedio di dimensione ridotta che accoglie
l’antica centrale termica, con 3 caldaie, una ciminiera troncoconica e altre attrezzature
metalliche da conservare integralmente come reperto archeologico. Lo spazio principale
coperto da un tetto a due falde sostenuto da sottili capriate Polanceau è affiancato sul lato
nord da due stretti corpi rettilinei continui, coperti da un tetto a terrazza. Il solaio del corpo
più largo, costituito da longherine di acciaio e volticciole ribassate in laterizio, si conclude alle estremità con due stanze a pianta quadrata di altezza doppia . Il solaio piano del corpo
più stretto affacciato direttamente all’esterno mediante una sequenza di porte, probabilmente
aggiunto successivamente alla realizzazione del progetto di G. Ersoch, è costruito in
laterizio armato. La perfetta simmetria di questo edificio e stata ridotta dalla demolizione negli anni 30 di due
alte stanze gemelle adiacenti al lato sud della Pelanda, contrapposte alle altre due del lato
nord.
Lo spazio compreso tra la Pelanda e il sottile corpo di fabbrica che accoglie i serbatoi è
occupato da un galleria a due navate, costruita negli anni 30, formata da una sequenza di
pilastri e travi in cemento armato che sostengono un solaio piano dello stesso materiale. Il
solaio della galleria, aperta completamente verso l’esterno alle estremità, è traforato per
tutta la sua lunghezza da due lucernari rettilinei emergente sulla copertura con una sottile
struttura in cemento armato.
Tutti gli ambienti della Pelanda sono attrezzati con una fitta trama sospesa di rotaie
metalliche, lungo la quale scorrevano le bestie macellate, appese ad appositi ganci, ancora in
sito,secondo precise sequenze ancora riconoscibili.
Inoltre la galleria centrale accoglie lungo il lato nord una sequenza di vasche di ghisa di
singolare fattura e altre attrezzature complementari che conferiscono a questo ambiente una
particolare suggestione. Per questo motivo, nonostante la qualità architettonica della galleria
sia molto mediocre e il suo stato di conservazione pessimo, il progetto ne prevede, anche a seguito di consultazioni con la soprintendenza, la quasi integrale conservazione, salvo le due
campate alle estremità, la cui demolizione consente di ottenere un rapporto più corretto con
la parte originale più antica. Questo espediente consente infine di tamponare le estremità della galleria, che diviene lo
spazio di distribuzione principale del complesso, con diaframmi trasparenti protetti da una
pensilina anch’essa trasparente, in modo da suscitare livelli molto bassi di contrasto tra le
varie parti. La conservazione di gran parte delle attrezzature metalliche attualmente esistenti, comprese
le vasche di ghisa ha suggerito una filosofia progettuale molto leggera e sofisticata che
consente di ottenere un buon equilibrio tra spazi e materiali originali e le poche attrezzature
contemporanee costituite da volumi sovrastrutturali di forma elementare e di varie
dimensioni rivestiti di pannelli di legno lamellare di larice oppure in ferro e vetro
trasparente o sabbiato, più bassi della quota di imposta delle rotaie sospese, che continuano a correre ovunque. Poiché uno dei problemi è costituito dalla scarsa permeabilità tra il mattatoio e il Foro
Boario, il progetto prevede il recupero di una delle due ali del sottile edificio dei serbatoi,
eliminando i recenti tamponamenti murari per ottenere di nuovo la loggia, di cui si
intravedono ancora le strutture in ghisa e acciaio, e la realizzazione di alcune aperture nel
muro di confine.
La loggia ospiterà un volume sovrastrutturale in acciaio e vetro, più basso della copertura e
più piccolo dello spazio disponibile destinato a attività commerciale.
La flessibilità dello spazio contenuto nella galleria potrà consentire una grande varietà di usi
in una cornice di grande suggestione
Arte e città : il polo d'arte moderna e contemporanea di Ferrara
MusArc Ferrara, 26 marzo-2 maggio 2004 / Comune di Ferrara ; progetto di restauro architettonico: Massimo e Gabriella Carmass
Massimo e Gabriella Carmassi: opere e progetti
La monografia raccoglie una sintesi delle opere e dei progetti dello studio Carmassi fino al 2004, illustrando i vari settori disciplinari che caratterizzano la sua attività: progettazione urbana, architettura, restauro. Il volume, curato da Marco Mulazzani, consente di apprezzare una metodologia basata sulla profonda conoscenza della città antica e su una lunga consuetudine con il rilievo dei monumenti e dei tessuti urbani. La parallela e notevole esperienza di progettazione di edifici nuovi a scala diversa – quartieri residenziali, cimiteri, scuole, biblioteche, ecc, viene presentata come strumento indispensabile per affrontare i delicati problemi di raccordo tra antico e nuovo, esemplificati da magistrali interventi di restauro di edifici antichi e di recupero urbano, come il progetto sulle aree delle mura medievali pisane. Il libro illustra con ricchezza di immagini un metodo di lavoro profondamente radicato nella cultura architettonica italiana, esemplare per le giovani generazioni di progettisti
Un restauro per Verona : la nuova sede universitaria di Santa Marta
Poco prima dell'annessione al Regno d'Italia (1866), Verona veniva munita di un colossale apparato difensivo e di strutture ausiliarie per l'esercito imperiale asburgico. In una parte dell'ex stabilimento della Provianda di Santa Marta - realizzato tra il 1863 e il 1865 e in origine destinato alla produzione del pane e alla conservazione delle derrate alimentari per il sostentamento delle guarnigioni - oggi insiste un cantiere di restauro che porterà l'Università di Verona a disporre nel 2012 di una nuova sede per la Facoltà di Economia. Il volume si concentra sul primo delicato intervento concluso sull'area, dedicato al recupero del Silos di Ponente per inserirvi aule e servizi alla didattica (2007-09) e ideato da Massimo Carmassi (Pisa 1943).
Un saggio storico critico introduce, a scala urbana, caratteri e trasformazioni dell'area in esame, posta sul limite sudorientale della città, e commenta il contributo di Massimo Carmassi contestualizzandolo rispetto al complesso militare preesistente e alla sua opera in generale. Tre testimonianze in forma di intervista ripercorrono le premesse e gli esiti di un complesso iter progettuale, interrogando la committenza, la direzione dei lavori e l'impresa costruttrice.
Infine un eccezionale apparato iconografico accosta al reportage del fotografo Mario Ciampi, interprete esperto e raffinato dell'opera dell'architetto pisano, una selezione di immagini tratte dall'archivio personale di Carmassi, che illustrano con magistrale potere evocativo le suggestioni materiche e cromatiche dell'edificio prima dell'intervento e restituiscono attraverso gli occhi dell'architetto alcune fasi salienti del cantiere
Recupero conservazione riuso : un centro culturale nel Mattatoio di Roma - Massimo Carmassi
Nell'ambito del notabile complesso del mattatoio, realizzato da Gioacchino Ersoch nel 1889-91 nel quartiere romano del Testaccio, lo studio Carmassi ha lavorato, dal 2001, al restauro del padiglione più importante, noto con il nome di “Pelanda dei suini”, e di alcune costruzioni ad esso collegate quali, tra le altre, una galleria per la concia delle pelli e un edificio contenente grandi serbatoi idrici. Il complesso si offre come un tipico esempio di “archeologia industriale”, permanendo in esso quasi tutte le attrezzature che testimoniano le attività che qui si svolgevano: le rotaie metalliche lungo le quali scorrevano le bestie macellate, i tavoli per scuoiare gli animali e le vasche in ghisa per il trattamento delle pelli, le caldaie della centrale termica, i serbatoi in ghisa dell'acqua. Inizialmente destinato ad accogliere un “centro per produzioni culturali e giovanili”, il luogo è successivamente entrato a far parte del MACRO, il museo d'arte contemporanea di Roma, ed utilizzato per attività espositive. Rinnovando un approccio affinato nel corso degli anni, i progettisti hanno optato per una conservazione pressoché integrale dei diversi corpi di fabbrica, con interventi di pulitura e restauro delle pareti in laterizio e dei rivestimenti marmorei, del bugnato esterno in finta pietra e delle cornici a stucco. Un analogo trattamento è stato riservato agli elementi strutturali della fabbrica, integrando, ove necessario, le parti perdute alle attrezzature che costituiscono un insieme di grande suggestione. Il volume illustra la condizione del padiglione prima del restauro e, confrontando differenti versioni del progetto, consente di apprezzare il progressivo affinamento delle soluzioni ideate
Pisa. Ricostruzione di San Michele in Borgo
Questa pubblicazione documenta in tutte le sue complesse fasi e vicissitudini una delle architetture esemplari della continuità della migliore tradizione italiana, volta alla ricerca della forma più adeguata da dare alla relazione ineludibile tra l’antico e il nuovo. Progetto esemplare, anche per la sua sofferta vicenda. Come infatti afferma Richard Ingersoll, “il formidabile muro di mattoni, tagliente e imperioso, tenuto assieme senza leganti in vista e decorato con un solitario relitto, un capitello gotico fissato sui corsi superiori, comunica tanto la magnificenza quanto l’impotenza dell’architettura italiana contemporanea. Costruzione progettata nel 1974, avviata nel 1985, tuttora incompiuta dopo vent’anni,l’intervento a San Michele in Borgo... rimane testimonianza della lentezza e della solitudine degli architetti... Anche se il loro progetto non è mai finito, anche se i compromessi quotidiani non hanno mai l’occasione di misurarsi con elaborati tanto ben sviluppati, San Michele in Borgo è già riuscito a farsi portatore della bellezza delle rovine”
- …
