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    Bel Petrarca quasi «piratato»

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    Nel breve articolo si presenta il cod. Pluteo 41.15 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, un testimone dei Rerum vulgarium fragmenta petrarcheschi finora poco noto, che presenta una sequenza di componimenti non corrispondente ad alcuna redazione delle Rime, forse riflesso di un’antichissima raccolta contenente un corpus di testi di Petrarca non ancora articolati nella forma Canzoniere

    Jean de Nostredame e la canzone “Razo e dreyt ay si.m chant e.m demori"

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    Riflessioni a partire dalla citazione dell'incipit della canzone provenzale "Razo e dreit" nella canzone cum auctoritate di Francesco Petrarca; rivalutazione della probabile presenza nel perduto Canzoniere del Conte di Sault.Considerations about the citation of the incipit of the Provençal song "Razo et dreit" in the so-called song cum auctoritate of Petrarch; re-evaluation of the possibile presence of the troubadour tetxt in the lost Chansonnier of the Comte de Sault

    Sulla tradizione antica dei «Rerum vulgarium fragmenta»: un gemello del Laurenziano LXI.10 (Paris, Bibliothèque Nationale, It. 551)

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    Nel contributo si fornisce la prima notizia del ritrovamento di un codice “gemello” del Pluteo 41.10 (L), uno dei manoscritti più rilevanti della tradizione negli studi che riguardano le varie fasi di sviluppo della redazione definitiva dei Rerum vulgarium fragmenta; il codice laurenziano, infatti, presenta non solo l’impaginazione dei testi dell’autografo petrarchesco, ma riproduce anche la disposizione originaria dei componimenti finali di esso, nonché le cifre romane che computano il numero dei sonetti della raccolta, prima dell’inserimento in V dei cinque sonetti da Rvf 259 a 263. Il manoscritto in questione è conservato la Bibliothèque Nationale de France e reca la segnatura Italiano 551 (P). Il codice parigino si rivela perfettamente speculare al Laurenziano, risultando identico ad esso, a partire già delle misure del foglio, come dallo specchio di scrittura utilizzato: ogni carta di entrambi i codici presenta pertanto la stessa impaginazione e gli stessi componimenti. L’unica differenza sostanziale riguarda la presenza in P, alla fine della prima parte, della ballata Donna mi vene, assente in L. La totale specularità di P e L, pur con l’eccezione testé riportata, induce a supporre che i due codici siano strettamente legati tra loro

    Nuove acquisizioni sulla tradizione antica dei Rerum vulgarium fragmenta

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    Il codice Italiano 551 della Bibliothèque Nationale di Parigi (= P) è un testimone poco noto, appartenente al ristretto gruppo dei manoscritti dei Rerum vulgarium fragmenta che rispettano la poetica grafico-visiva dell’autografo Vaticano latino 3195 (= V). Il codice si rivela gemello del più famoso Laurenziano 41.10 (= L), contenente una sorta di penultima redazione rispetto all’assetto ultimo di V. I due manoscritti mostrano le stesse misure, la stessa impaginazione, gli stessi componimenti e condividono anche la presenza di accenti a forma di mezzaluna; unica eccezione la presenza della ballata Donna mi vene, attestata solo in P, dopo Rvf 263. La rilevazione di una serie di minute ma significative oscillazioni testuali riguardanti P e L rende verosimile l’ipotesi dell’esistenza, a monte della tradizione, di una serie di apografi di V non sempre aggiornati nel seguire le variazioni che il Petrarca continuò ad apportare sui componimenti e porta a prendere in seria considerazione la possibilità che in una fase imprecisata Donna mi vene potesse chiudere la prima parte dei Rvf. Quanto, poi, alla questione della datazione e localizzazione di P, la presenza di accenti a mezzaluna congiunge il Parigino al Salutati e al suo circolo e consente di stabilire un termine post quem ragionevolmente sicuro agli ultimi anni del sec. XIV; l’analisi della decorazione e della messa in pagina, inoltre, consiglia una datazione agli ultimi anni del sec. XIV o ai primi del sec. XV. Per quel che riguarda la scrittura, infine, essa mostra una sorprendente coesistenza di sintomi riconducibili all’antiqua da un lato e alla gotica dall’altro; tale continua e consapevole giustapposizione delle vecchie e delle nuove forme sembra un elemento di giudizio significativo per supporre un’origine non fiorentina, ma settentrionale del copista

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed

    Variations on the Author

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    “Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
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