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    L’apparato epistemologico della criminologia critica di Alessandro Baratta : intuizioni, problematiche e contraddizioni

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    Nell'ambito di più ampio progetto di ricerca che propone una ricostruzione delle generazioni della criminologia critica italiana oltre che una sistemazione del pensiero criminologico-critico, nato e sviluppatosi in Italia intorno alla figura di Alessandro Baratta e alla rivista La questione criminale a partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, si è deciso di concentrare l’attenzione sull'apparato epistemologico di questa corrente. Dopo aver tracciato sinteticamente le caratteristiche peculiari della criminologia critica in Italia e le tematiche da questa affrontate, il contributo si pone l’obiettivo di indagare tre aspetti chiave dell’impianto epistemologico tracciato da Alessandro Baratta: il concetto di critica, il paradigma anti-eziologico del controllo sociale e la concezione della scienza sociale come scienza prescrittiva. Dopo una disamina del significato attribuito da Baratta a ciascuno di questi aspetti, si evidenzieranno le contraddizioni in cui lo studioso sembrerebbe essere caduto e che sono state all'origine di aspre critiche da parte di più autori provenienti dai più disparati ambiti scientifici; si sottolineeranno, inoltre, le intuizioni e i meriti della corrente criminologico-critica, sorta con una radicale spinta demistificatoria di ciò che viene definito come deviante e criminale, in precedenza studiato dalle teorie criminologiche tradizionali come qualcosa di ontologicamente esistente

    Il concetto di sicurezza per Alessandro Baratta : un'analisi alla luce di recenti orientamenti nella criminologia critica

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    Alessandro Baratta, noto filosofo del diritto e criminologo critico italiano, nel 2001 definisce la sicurezza un “bisogno umano e una funzione generale del sistema giuridico”, un diritto secondario, che non si sostanzia in un bene in sé, oggetto autonomo di tutela, ma che esplica una funzione strumentale di tutela di altri diritti fondamentali a cui lo stesso diritto rinvia. Due sono le direzioni che secondo Baratta possono prendere le cd. “politiche di sicurezza”: da un lato, possono orientarsi al “modello del diritto alla sicurezza”, dall’altro, possono rivolgersi al “modello della sicurezza dei diritti”. L’autore sostiene che parlare di un “diritto fondamentale alla sicurezza” abbia una connotazione fortemente ideologica laddove nel contesto di una strategia conservatrice implichi la selezione di alcuni diritti i cui titolari risultino essere gruppi privilegiati. Tali meccanismi discriminatori nell’amministrazione dei diritti fondamentali, attivati in danno delle categorie degli esclusi e a vantaggio dei cittadini “rispettabili”, determinano una riduzione della sicurezza giuridica che, al contempo, fomenta un sentimento di insicurezza nell’opinione pubblica, alimentandosene a sua volta in un circolo vizioso. L’autore fa proprio il secondo modello che considera “un’opzione possibile, seppur improbabile”, corrispondente ad una politica integrale di protezione e di soddisfacimento di tutti i diritti umani e fondamentali. Sicurezza come soddisfazione equa e sostanziale dei bisogni fondamentali condivisi. Come noto, Alessandro Baratta, in qualità di criminologo critico, si fa promotore di una scienza sociologica prescrittiva che, dotata di una ragione critica, consenta di guardare al sistema penale, oggetto di indagine, da un punto di vista esterno, ponendo così il ricercatore in condizione di disvelare le “false coscienze” tramite cui il diritto penale si conserva e si riproduce. Il punto di vista criminologico critico dovrebbe pertanto smascherare il sostrato ideologico che connatura i discorsi in merito alla sicurezza urbana, al decoro e all’ordine pubblico, monologhi volti alla persecuzione di capri espiatori funzionali alla conservazione dello status quo e alla tutela degli interessi della classe dominante. Accogliendo la sfida barattiana di guardare criticamente al proprio oggetto di indagine, svelando la razionalità delle contraddizioni che lo caratterizzano, ci si pone l’obiettivo di sottoporre ad analisi la stessa proposta barattiana di “sicurezza dei diritti”, da contrapporsi al modello diffuso di “diritto alla sicurezza”; per fare ciò ci si intende avvalere di contributi di alcuni autori, anch’essi riconducibili alla criminologia critica, che si sono occupati del tema della sicurezza

    Il metodo critico nella criminologia critica

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    Alessandro Baratta, fondatore – insieme a Franco Bricola – della rivista La Questione criminale e portavoce del movimento della Criminologia critica sviluppatosi in Italia a partire dalla metà degli anni ‘70 intorno a questo periodico, definisce tale corrente di pensiero come un campo vasto e non omogeneo di discorsi, che presentano come comune denominatore un modo nuovo di definire l'oggetto e i termini della questione criminale. Egli ravvisa alla base del pensiero criminologico critico una ragione critica, considerata quale punto di partenza della teoria. Secondo l’autore attraverso la ragione critica è possibile sottoporre ad un'analisi scientifica l'ideologia penale, scardinando l'immagine ideale che il sistema ha di sé stesso, a differenza invece della ragione tecnologica che, considerando le contraddizioni insite nel sistema penale come irrazionali, rimane inevitabilmente all'interno dell'ideologia della difesa sociale, senza riuscire a superarla. In virtù della natura non omogenea del movimento culturale della criminologia critica in Italia, e considerando come il gruppo di intellettuali riunitosi intorno a Baratta non abbia mai presentato un aspetto monolitico ma si sia sempre distinto per una profonda frammentazione e diversità di punti di vista, si è ritenuto di estremo interesse intervistare otto autori, protagonisti dell’impresa cominciata da Baratta con la fondazione nel 1975 della rivista La Questione criminale, confluita poi nell’attuale periodico Studi sulla questione criminale. Nuova serie di Dei delitti e delle pene. Ad ognuno di questi autori è stato chiesto che cosa intendesse per ragione critica come metodo di indagine e le risposte sono state molteplici. Il lavoro intende quindi fotografare – seppur parzialmente – il panorama criminologico critico dando particolare rilievo al discorso metodologico e al concetto di critica come interpretato da chi ha collaborato allo sviluppo della Criminologia critica in Italia, evidenziando differenze e similitudini tra i vari autori intervistati. Da ultimo, si comparerà il discorso critico dei criminologi critici a quello della cd. sociologia critica della scuola di Renato Treves al fine di individuarne gli aspetti comuni e gli elementi di divergenza

    Controllo sociale tra paradigmi e strategie diversificate : il diritto penale dell'immigrazione e le parole della Corte Costituzionale

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    L’obiettivo che si intende perseguire con il presente contributo è quello di offrire una panoramica degli apparati teorici ed epistemologici di cui la sociologia della devianza e del diritto penale si è dotata in relazione alle varie e diversificate strategie di controllo sociale attuate per mezzo dello strumento del diritto penale a partire dalla metà del secolo scorso. Tali strategie saranno analizzate alla luce della distinzione – già tracciata in letteratura – tra strategie di welfare e di post-welfare. In particolare, si concentrerà l’attenzione su queste ultime, rispetto alle quali si tenterà di descrivere il mutamento emerso a seguito di fenomeni migratori di larga scala come quelli in atto. Si ritiene, infatti, di poter affermare che le strategie di controllo sociale di post-welfare si stiano strutturando ed articolando su due fronti: se, da un lato, i meccanismi di criminalizzazione continuano a passare per processi di vittimizzazione, tipici della fase post-welfare, in cui il focus è posto sulla vittima e sulla distribuzione dei rischi tra consociati; dall’altro lato, con le grandi migrazioni cui assistiamo negli ultimi tempi, sembra che venga superato il discorso relativo alle vittime, figure evanescenti e non più necessarie nel gioco della costruzione del crimine e dell’individuazione dei soggetti cui rivolgere dispositivi e misure di controllo sociale. Perché la figura del migrante divenga oggetto di controllo sociale, costruito e percepito non più solo come criminale ma come vero e proprio nemico della collettività, non sembra più necessario un processo a partire dalla vittimizzazione di determinati soggetti. La pericolosità sociale del migrante è data ormai per presunta: la percezione dell’insicurezza è a tal punto diffusa che il migrante viene rappresentato e vissuto come nemico della collettività senza che sia più necessario individuare vittime presunte e potenziali. Alla luce di ciò si offrirà come spunto per ulteriori approfondimenti futuri una riflessione critica in merito all’idoneità degli apparati epistemologici della sociologia della devianza e del diritto penale a confrontarsi con tali mutamenti rilevati a livello di strategie di post-welfare

    Il diritto penale ingiusto : Alessandro Baratta per una scienza sociale impegnata

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    Alessandro Baratta, filosofo del diritto e criminologo critico, ha messo in discussione il mito del diritto penale eguale. Proponendo un superamento della distinzione tra giudizi di fatto e di valore, prevedeva un nuovo modello in cui la scienza giuridica si integrasse con una scienza sociale prescrittiva finalizzata a promuovere una politica criminale delle classi subalterne. Il contributo si propone di analizzare il pensiero dello studioso, evidenziandone criticità e intuizioni

    Alessandro Baratta tra diritto penale minimo e rivoluzioni copernicane

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    Questo articolo è stato scritto dopo un'approfondita analisi del fenomeno della criminologia critica in Italia, con particolare riferimento al contributo scientifico, politico e culturale di Alessandro Baratta e di coloro che lo seguirono nell'esperienza della rivista da lui fondata “La questione criminale”, poi confluita nel periodico ad oggi edito con il titolo "Studi sulla questione criminale. Nuova serie di “Dei delitti e delle pene”. Con il termine "criminologia critica" Baratta intende un sapere interdisciplinare che consente un approccio critico alla questione criminale, spostando il punto focale dalle cause della criminalità ai meccanismi discriminatori di controllo sociale, tipici di una società basata su un sistema capitalistico di produzione e di distribuzione. Dopo una sintetica ricostruzione degli studi condotti sui meccanismi di criminalizzazione primaria e secondaria, l'attenzione si concentrerà sulle critiche avanzare nei confronti del diritto penale, a causa del trattamento diseguale che questo riserva alle persone provenienti da differenti classi sociali. In alcuni paesi europei, inclusa l'Italia, la situazione dell'ordinamento penale peggiorò a causa degli effetti della legislazione emergenziale, che rappresentò la risposta ufficiale al terrorismo degli anni Settante. Il quel periodo si svilupparono due movimenti che ponevano le basi per una politica alternativa del controllo sociale: il movimento abolizionista, che sosteneva l'utopia concreta della sostituzione del tradizionale sistema punitivo, e in particolare del sistema carcerario, promuovendo differenti forme di percezione e gestione del conflitto sociale; e il movimento riduzionista, che puntava a restringere la violenza punitiva e che si è fatto portavoce dei principi del diritto penale liberale e di criteri razionali per la realizzazione di un diritto penale minimo. In questo contesto, Alessandro Baratta assume una posizione complessa. Mentre, infatti, Baratta parla espressamente di diritto penale minimo, allo stesso tempo scrive nella prospettiva di una futura palingenesi sociale che secondo l'autore consentirà un effettivo superamento del diritto penale, facendosi così portavoce di un punto di vista utopico di stampo abolizionista.This article is written after an in-depth analysis of the Italian phenomenon of critical criminology referring to the scientific, political and cultural contribution of Alessandro Baratta and those who accompanied him in the experience of the magazine he founded, “La questione criminale”, then merged into the current periodical Studi sulla questione criminale. Nuova serie di “Dei delitti e delle pene”. With the term “critical criminology”, Baratta means an inter-disciplinary knowledge which allows a critical approach to criminal matters, shifting the focus from the causes of criminality to the discriminating mechanisms of social control, typical of a society based on a capitalistic system of production and distribution. After a synthetic reconstruction of the studies conducted on the mechanisms of primary and secondary criminalization, the attention is focused on the critiques raised against criminal law, due to the unequal treatment that it reserves to people from different social classes. In some European countries, including Italy, the situation of the criminal legal order got worse because of the effects of emergency legislation, which was the official reaction to terrorism of the Seventies. In that period two trends, which had to become the basis for an alternative policy of social control, developed: the abolitionist movement, which supported the concrete utopia of replacing the traditional punitive system, and in particular prison, promoting different forms of perception and management of social conflict; and the reductionist movement, aiming at restraining the punitive violence, and supporting the principles of liberal criminal law and the rational criteria for a minimum criminal law. In this context, Alessandro Baratta takes a really problematic position. In fact, while he is speaking specifically of the minimum criminal law, at the same time he writes in prospect of a future social palingenesis that will allow an effective overcoming of the criminal law with a utopian abolitionist view

    LA CRIMINOLOGIA CRITICA IN ITALIA.LINEE EVOLUTIVE E GENERAZIONALI DELL'APPROCCIO CRITICO ALLO STUDIO DELLA QUESTIONE CRIMINALE

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    La tesi consiste nel tentativo di tracciare le linee evolutive e generazionali della criminologia critica, sviluppatasi in Italia grazie all'opera del filosofo e sociologo del diritto Alessandro Baratta e delle riviste da lui fondate e ispirate che ne hanno rappresentato la voce più autorevole, La questione criminale divenuta poi Dei delitti e delle pene e ora edita come Studi sulla questione criminale. Nuova serie di Dei delitti e delle pene. Questo lavoro nasce dall’urgenza di individuare e sistematizzare i fondamenti teorico-epistemologici di questa corrente di pensiero, che si contraddistingue per la propria radicalità e interdisciplinarità, tentando di dar conto dei diversi percorsi intrapresi nel tempo dagli esponenti di tale movimento. L’obiettivo è quello di riscoprire un approccio critico allo studio della questione criminale dal punto di vista scientifico, aggiornandone i presupposti teorico-epistemologici. La ricerca è stata condotta su due fronti: da un lato, tramite lo studio della rivista, come si è evoluta e strutturata nelle sue varie fasi e l’analisi degli scritti di chi faceva parte della redazione o del comitato scientifico della rivista stessa, dall’altro lato, sono stati intervistati venticinque autori, che si sono occupati di criminologia critica, hanno contribuito ai progetti editoriali, hanno vissuto in prima persona la nascita e lo sviluppo di questa corrente di pensiero in Italia. Le interviste sono state strutturate su una serie di domande aperte. L’intento con cui tali interviste sono state effettuate è duplice: quello di raccogliere in un quadro unitario testimonianze di chi è stato portavoce del movimento in questione e quello di fare emergere le analogie e le discrepanze tra le posizioni degli intervistati e tra queste e il pensiero di Baratta. Agli intervistati è stato chiesto di esprimersi in merito alla loro personale interpretazione della nozione di “critica”, al paradigma epistemologico da loro adottato – se adottato – , al tipo di rapporto che li lega alla ricerca empirica e al ruolo che ritengono debba assumere lo scienziato sociale quando indaga la questione criminale. Nelle interviste si è voluto altresì dare spazio alle storie di vita accademica dei singoli studiosi, lasciando loro un margine di libertà nel rispondere al fine di raccogliere testimonianze preziose circa le letture e gli autori che hanno rappresentato i punti di riferimento della loro formazione scientifica e intellettuale. Allo scopo di interpretare le interviste si è ritenuto utile dotarsi dei concetti di “legame generazionale” e di “unità di generazione” presi in prestito alla sociologia della conoscenza, rimodellati per adeguarli allo studio di un movimento di pensiero a partire dalle sue componenti epistemologiche, costruendo così una griglia di analisi per individuare i diversi legami generazionali cui appartengono i vari autori e all'interno dei quali questi costituiscono differenti unità generazionali. È stato così possibile dimostrare come la criminologia critica, nonostante le difficoltà, sia una prospettiva ancora viva e vitale in Italia e come gli autori ad essa riconducibili abbiano nel tempo assunto delle posizioni in ambito teorico e metodologico differenti rispetto a quelle originariamente tracciate da Baratta tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta del secolo scorso.The thesis consists in an attempt to draw the generational and evolutionary trajectories of critical criminology, developed in Italy thanks to the work of the philosopher and sociologist of law Alessandro Baratta and the scientific reviews he founded and inspired, La questione criminale later became Dei delitti e delle pene and now published as Studi sulla questione criminale. Nuova serie di Dei delitti e delle pene. This work comes from the urgency to identify and systematize the theoretical and epistemological foundations of this way of thinking, which is characterized by radicalism and interdisciplinarity, trying to take account of the different paths undertaken through the years by the members of this movement. The aim is to revalue a critical approach to the study of the criminal question from a scientific point of view, updating the theoretical and epistemological assumptions. The research was conducted along two lines: on the one hand, through the study of the journal as it has evolved in its various historical phases and through the analysis of the writings of the members of its scientific committee, and on the other hand, by in-depth interviews with twenty-five authors who dealt with critical criminology, who contributed to the publishing projects, who lived personally the origin and the development of this current of thought in Italy. The interviews were structured on open questions. The aim was two-fold: firstly, to gather the memories of the spokesmen of the movement into a unified framework; secondly, to highlight both the similarities and the differences among them. I asked the interviewed to express themselves with regard to their personal interpretation of the concept of “critique”, to the epistemological paradigm they adopt – if they adopt one -, to the kind of relationship they have with the empirical research and to the role they consider the social scientist should play when he investigates the criminal question. During the interviews, tried to leave space for the academic life stories of the individual scholars in order to collect valuable record regarding the readings and authors who represented the benchmarks of their scientific and intellectual education

    Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis

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    The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
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