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    L'economia ai confini del Regno. Mercato, territorio, insediamenti in Abruzzo (XV-XIX secolo)

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    Qual è il ruolo che il mercato riveste nella realtà economica delle società agricole pre-industriali? L’economia contadina di antico regime appare ad un primo sguardo scarsamente in-teressata a promuovere interrelazioni mercantili, tesa com’era verso il raggiungi-mento dell’autosufficienza. A tale modello l’Abruzzo dei secoli passati sembrereb-be conformarsi in modo esemplare. Per molto tempo è stato identificato come un’area chiusa agli scambi, lontana dai principali centri economici, isolata tra le impervie montagne: un mondo autarchico, inscritto nell’universo pastorale della trasumanza. Il tema del mercato costituisce in questo caso una chiave di lettura in grado di riarticolare quell’immagine dell’isolamento, tanto a lungo utilizzata dalla letteratura per identificare la regione. In questo volume si sono portati in luce, piuttosto, i processi di interazione e di scambio dentro e fuori i confini amministrativi e politici, che hanno connotato l’Abruzzo fin dai secoli passati e che vengono qui analizzati in relazione al territo-rio e al quadro insediativo entro cui si svolgono. In questo modo ne esce rafforzata la fisionomia di un’area di transito, cerniera tra nord e sud della penisola e tra una sponda e l’altra dell’Adriatico, tramite tra mondi diversi, le cui peculiarità vengono ricostruite attraverso l’individuazione dei luoghi di scambio e delle istituzioni di mercato (mercati, fiere e botteghe), dei circuiti mercantili, della base delle esporta-zioni, del ruolo della domanda e dell’intermediazione forestiera, delle figure dei protagonisti operanti sulla scena abruzzese di origine soprattutto veneta. Condotta su una massa ingente di fonti originali ed inedite reperite presso bibliote-che e archivi italiani e stranieri, la ricerca di Alessandra Bulgarelli Lukacs restitui-sce, attraverso l’analisi e l’interpretazione storica, la complessità dell’economia di questa regione di frontiera nei secoli precedenti l’unificazione nazionale

    I beni comuni nell’Italia meridionale: le istituzioni per il loro management, in «Glocale. Rivista molisana di storia e scienze sociali», 9-10, gennaio 2015, pp. 119-138.

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    Dagli studi di Elinor Ostrom è stato dimostrato come le istituzioni di regolamentazione locale delle risorse comuni siano state uno strumento adeguato per gestirle in maniera sostenibile ed efficiente )Oltre alla Ostrom, De Moor, Shaw-Taylor, Warde, Winchester, Lana Berasain ). Nella loro lunga durata, tali istituzioni non sono rimaste ferme nel tempo ma si sono adattate alle mutevoli circostanze (ambiente, mercato, popolazione) pur mantenendo una certa continuità strutturale. Erano fonte di benefici collettivi, misurabili in termini di incremento di efficienza, o meccanismi redistributivi favorevoli ai gruppi contrattuali forti? Al centro dell’indagine sono allora collocati i gruppi sociali che hanno interessi sui beni comuni, il groviglio dei loro diritti reali e le conseguenti dinamiche conflittuali che le fonti giudiziarie consentono di leggere. Il modello proposto da Ensminger in cui istituzioni, organizzazione, ideologia e potere di contrattazione si influenzano reciprocamente, è stato applicato da De Keyzer per mettere in comparazione tre diverse regioni poste entro l’area del mare del Nord ed esaminate tra i secoli XIII e XVII. Si tratta di uno dei percorsi di ricerca innovativi che l’indagine storica sta sperimentando cercando di superare il tradizionale ambito di studi focalizzato sulla dissoluzione dei commons e le sue cause (industrializzazione e crescita della popolazione) e influenzato dalla letteratura anglosassone centrata sulle enclosures. Il contributo seguendo le acquisizioni più recenti si pone le seguenti domande al fine di delineare i caratteri delle risorse collettive nel Regno di Napoli tra XV e XVIII secolo: esisteva un’istituzione di matrice endogena che ha assunto un ruolo significativo nella loro governance? Quali erano i diritti di accesso alle risorse, quali le parti in gioco e che interessi avevano? Che tipi di conflitti sorsero in relazione all’uso dei beni comuni? Se il management dei commons ha sperimentato una durata plurisecolare si può davvero concludere che esso fu efficiente e sostenibile

    La popolazione del regno di Napoli nel primo Seicento (1595-1648). Analisi differenziale degli effetti ridistributivi della crisi e ipotesi di quantificazione delle perdite demografiche.

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    Per il regno di Napoli mancano riferimenti alla consistenza e alla dinamica della popolazione relativamente al periodo della prima metà del Seicento. La lacuna deriva dall’assenza di rilevazioni censuarie (numerazioni dei fuochi) tra il 1595 e il 1648. Il contributo qui presentato utilizza un’ampia documentazione di natura fiscale e attraverso tali fonti indirette, relative ad un campione di 469 comunità distribuite in 8 delle 12 province del regno, fornisce un’ipotesi di ricostruzione della fisionomia demografica per il periodo considerato. Sono esaminati innanzitutto aspetti metodologici relativi al significato da attribuire al termine fuoco e al calo nel loro numero secondo le dimensioni che i documenti testimoniano. Dall’elaborazione dei dati quantitativi (per fasce di fuochi, per fasce altimetriche, per aree territoriali, per insediamenti urbani) si sono tratte indicazioni relative alla datazione dell’avvio della crisi demografica; al fenomeno della mobilità sul territorio; ad un’ipotesi di stima di quantificazione delle perdite, cercando di individuare un probabile indice di correzione da applicare alle dichiarazioni delle comunità locali

    Facing the fiscal crisis. The Role of Information to enforce the Fiscal Contract with the local communities (Southern Italy, Seventeenth centuries)

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    Il focus della ricerca è centrato sulla crisi della finanza locale nel XVII secolo. Il contributo intende superare una tradizione di studi sulla materia centrata sul singolo caso, insediamento urbano o rurale che sia. Mira ad utilizzare i risultati di una pluriennale ricerca già pubblicata e compiuta sulla base di un campione di circa 300 comunità locali per metterli in relazione con quelli della storiografia europea al fine di tracciare un confronto comparativo tra la realtà del Regno di Napoli con quella di altre aree territoriali dell’Italia, della Spagna e della Francia. L’analisi sarà indirizzata innanzitutto a definire la fisionomia della crisi della finanza locale. Sul tema generale della crisi del XVII secolo esiste una vasta letteratura che a far data dal dibattito sulla rivista Past and Present (1952) annovera posizioni articolate e non sempre concordi ed ha animato confronti che hanno segnato la storia della storiografia (una rassegna esaustiva in Benigno, 1996). Sulla crisi finanziaria delle municipalità locali si è registrata una minore attenzione. Non mancano studi che ne hanno segnalato l’esistenza e delineato la fisionomia (per la Francia: Emanuelli (dir.) 2008, Follain 2000 e 2008, Follain e Larguier (dir.) 2005; per la Spagna, Bernardo Ares e MartÍnez Ruiz, 1996; Bernardo Ares e González Beltrán, 1999Fortea Pérez, 2000, 2004, 2009; Fortea Pérez e Gelabert (eds.), 2008; per la Lombardia spagnola, Colombo, 2008, Dotti, 2011; per il Regno di Napoli: Galasso, 1975; Muto, 1978 e 1980; 2004; Caracciolo 1983, Bulgarelli Lukacs, 2012) . Si tratta ora di individuare cause, dinamiche ed effetti tenendo conto della teoria economica relativa alle crisi finanziarie (da Kindleberger a Minsky) per verificare se alcuni modelli siano o meno applicabili. Un fattore di destabilizzazione fu senza dubbio l’indebitamento di dimensioni significative che a partire dalla fine del XVI secolo rappresentò esperienza comune delle municipalità in Europa. Sappiamo che il fenomeno dell’indebitamento si coniugò con quello dell’alienazione delle entrate fiscali e non. Sappiamo anche che sul terreno del debito civico le finalità degli investitori assunsero caratteri non solo finanziari ma anche simbolici e politici. Ma quali furono i loro comportamenti quando la crisi fu manifesta e la disponibilità di liquidità diminuì? Quali cause e quali effetti l’indebitamento produsse sul piano non solo dell’equilibrio di bilancio ma anche su quello dell’economia reale. Analoga attenzione verrà prestata alle risposte formulate da parte dei governi. Le manovre sui tassi di interesse e sull’offerta di moneta furono tra le iniziative di questi decenni, ma c’è da chiedersi se le motivazioni trassero origine da una volontà politica di natura esclusivamente finanziaria volta a contenere la crisi. Quali furono le modalità di gestione della crisi adottate dalle autorità sul territorio e nella capitale nei confronti delle comunità locali. Quali provvedimenti furono presi, quali le iniziative del governo centrale. Vi furono istituti specifici destinati alla cura della finanza locale? Vi furono innovazioni istituzionali nella gestione della finanza locale e quale durata ebbero? Nel portare l’attenzione sul rapporto tra finanza locale e governo centrale si cercherà di guardare anche ai seguenti punti: negoziare accordi di natura fiscale; informazione; controllo del territorio A queste domande si tenterà di rispondere in chiave comparativa cercando di cogliere analogie e peculiarità tra le vicende territoriali delle aree europee di Italia, Francia e Spagna

    I contadini nella crisi. Ciclo di vita e mobilità sul territorio a Pisignano (Lecce) nel corso del XVII secolo

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    Ricostruzione individuale dei singoli nuclei familiari di un piccolo centro della piana di Lecce attraverso l'utilizzo di tre censimenti e secondo le categorie laslettian

    Far fronte alla crisi della finanza locale: riforme contabili e nuovo patto fiscale tra governo e comunità locali nel Regno di Napoli (XVII secolo), in Le Crisi Finanziarie. Gestione, implicazioni sociali e conseguenze nell’età preindustriale.

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    Al centro dell’indagine di questo contributo vi sono le risposte che uno stato di antico regime fu in grado di attivare per far fronte alla crisi finanziaria e per rendere funzionale la finanza pubblica alle pressioni di un fiscal military state. Il caso del Regno di Napoli è stato portato in evidenza. Vi fu come in altri stati posti sotto il dominio asburgico resilienza alla crisi attraverso percorsi di modernizzazione e innovazione? Il settore della finanza locale consente interventi governativi tesi a superare la grande eterogeneità del settore (riguardo a informazione, gestione, controllo) in favore di un’embrionale standardizzazione del sistema almeno sul piano della gestione contabile. Senza dubbio la standardizzazione consentiva alla corona di ottenere la riduzione dell’incertezza nel fronteggiare i costi di funzionamento del sistema fiscale sul territorio nel mentre ne limitava il particolarismo. Dopo un quadro di sintesi sui caratteri generali della crisi finanziaria e sulle soluzioni che vennero sperimentate nel Regno (par. I), l’attenzione verte sulla finanza locale partendo da un esame degli strumenti di controllo sulle risorse fiscali e sull’operato delle amministrazioni locali e periferiche di cui disponeva il governo in Spagna (par. II) e nel Regno di Napoli (par. III). Segue quindi l’esame delle indagini informative (par. IV) e delle riforme tentate nel settore della finanza locale (par. V) per concludere con l’analisi del significato che esse assunsero e mantennero nel tempo (par. VI)
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