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Luhmann, Heidegger e Nietzsche nella filosofia del diritto di Bruno Romano
La riflessione sul diritto guadagna rilevanza filosofica nell'opera di Bruno Romano. Maestro per lo studioso di Filosofia del diritto, la sua ricerca, sempre coinvolgente per l'interezza dell'esperienza esistenziale, si rivolge con forza dialogica alla formazione del giurista. L'incontro con la Filosofia del diritto di Bruno Romano esige il superamento delle convinzioni, spesso banalizzanti, fino a quel segno coltivate, in una 'scossa' dalla dogmatica tradizionale, punto di riferimento costante per l'avvio di un rinnovamento ideale. Insegnamento principale si rivela essere il radicamento nella soggettività della formazione libera della propria identità. Ma l'identità che nomina Romano non è riducibile ad alcuno dei ruoli che, di volta in volta, nella contingenza, ognuno si trova a ricoprire e a svolgere, anche il ruolo del giurista. Una liberazione dalla coazione a ripetere, verso una creatività non velleitaria, bensì formativa e responsabile. Il dialogo con l'altro rende possibile il superamento di una condizione assoggettante, liberando il singolo dall'essere costretto nel narcisismo consumante dell'io. Il riferimento all'altro conduce la riflessione del filosofo a pensare la centralità del fenomeno diritto. Il diritto, in questa riflessione, non trova la propria validità in un fondamento formale o meramente legale. Il tratto essenziale del diritto viene nominato dall'idea di giustizia, il cui contenuto, come insegna Romano, non è nella disponibilità della volontà dei singoli, ma è costituito dal riconoscimento, come relazione giuridica fondamentaleThe reflection on the philosophical right gains importance in the work of Bruno Romano. Teacher to the student of philosophy of law, his research, more engaging for the entirety of the existential, dialogical turns strongly to the formation of a lawyer. The meeting with the Philosophy of Law by Bruno Romano requires the overcoming of beliefs, often trivializing, sign up to that grown in a 'shock' from the traditional dogmatic, constant reference point for the start of a renewal ideal. Main teaching turns out to be rooted in the subjectivity of the free formation of their identity. But the identity of that appointment Romano is not reducible to any of the roles, from time to time, in the contingency, each is to play and to play, the role of the jurist. A release from the compulsion to repeat, on creativity not unrealistic, but training and responsible. The dialogue with each other makes it possible to overcome a condition enslaving, liberating the individual from being forced into consuming narcissism of the ego. The reference leads to another reflection of the philosopher to think about the centrality of the phenomenon right. The law, in this reflection, can not find its validity in a purely formal or legal foundation. The essential feature of the law is appointed by the idea of justice, the contents of which, as taught by the Roman Empire, is not in the availability of the will of the individual, but rather from recognition as a fundamental legal relationshi
Civiltà dei dati. Libertà giuridica e violenza
Nella presente situazione della civiltà dei dati, il movimento centripeto orienta i naviganti in rete ad accedere ad alcuni motori di ricerca, a determinate piattaforme, che, per loro stessa struttura, rendono sempre più difficoltoso e impraticabile il movimento centrifugo, consistente nella ristrutturazione costante ed inesauribile del singolo individuo, che si impegna nella volontà di sottrarsi alla profilazione imposta da quanti hanno il dominio della rete
Esiste una via d’uscita dal nichilismo? In dialogo con Bruno Romano e Natalino Irti
Il nichilismo è da anni oggetto di interesse per giuristi e filosofi del diritto. Muovendo dai recenti scritti di Natalino Irti ("La tenaglia") e Bruno Romano ("Scienza giuridica senza giurista"), l'autore ipotizza che la via d'uscita dalla crisi d'identità che caratterizza la civiltà occidentale sia da individuarsi in un coraggioso confronto e rinnovato dialogo tra la ragione moderna e la tradizione ebraico-cristian
Presentazione, in: Bruno Romano, "Ragione sufficiente e diritto: dataismo e teoria dei quanti"
La legalità ha il dovere di essere giusta? La filosofia del dovere di Bruno Romano
Il ruolo del dovere nel diritto viene discusso a partire dall’approfondimento dell’attività giurisdizionale e legislativa, con particolare attenzione all’anamnesi progressiva del fenomeno giuridico. Lo scavo fenomenologico si avvia da una lettura autentica e concreta dell’attualità in cui il giuridico è costantemente esposto al vortice del nichilismo che oscura la ricerca del giusto nel legale. La manipolazione della legalità, in nome di un funzionalismo meramente esecutivo, diventa prodromico all’affermazione del formalismo giuridico che recide la coalescenza di giustizia e legalità e quindi di doveri e diritti. Quando il dovere di accogliere e rispettare il dire dell’altro si oscura dietro l’assolutizzazione dell’esercizio del diritto trova concreta realizzazione l’«unidirezionalità violenta di un rapporto di assoggettamento» in cui l'esercizio esclusivo del diritto, privo della mediazione del dovere verso gli altri, trasforma l’io in una entità chiusa in uno stato di solispismo proprio del genio, del dittatore. Si discute, a questo proposito di un homo oeconomicus interessato solo al suo interesse egoistico, accecato dall’accrescimento di un utile che possa essere situato in uno scambio, capace di generare profitto. In questa architettura, le regole giuridiche trasmutano in mere regolarità che ‘stanno a vedere il mercato’, diventando strumenti del successo di alcuni. Solo se il dovere incide sul diritto può essere garantita la proporzione e l’uguaglianza nella relazione di riconoscimento in cui si manifesta l’insopprimibile tensione a rischiare un'opera di creazione che qualifica il ‘chi’, autore imputabile del viraggio esistenziale che specifica la condizione umana
Opera Omnia
L'opera di Bruno Romano discute il diritto come fenomeno interpersonale-dialogico, centrato nella coalescenza di logos e nomos.
Il percorso filosofico-giuridico di Bruno Romano si va progressivamente formando, come emerge dai volumi selezionati e qui presentati, nell’arco temporale di oltre mezzo secolo, dal 1969, con la pubblicazione della prima opera Tecnica e giustizia nel pensiero di Martin Heidegger, al 2020 con le pagine di Civiltà dei dati. Libertà giuridica e violenza.
Si tratta di un itinerario speculativo scandito da riflessioni che segnano il suo percorso di ricerca, dal conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza, nel 1968, all’insegnamento presso le Università di Macerata e Firenze. Nel 1981 viene chiamato come professore ordinario di Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza della ‘Sapienza’, successivamente insegnerà Filosofia del diritto anche nella Facoltà di Giurisprudenza di ‘Roma Tre’.
Proprio nell’Istituto di Filosofia del diritto della ‘Sapienza’, elabora una fenomenologia del giuridico, discutendo del diritto nella sua specificità e mostrando la peculiarità e l’originalità del suo pensiero che si intensifica nelle opere più recenti. In particolare, il metodo fenomenologico-giuridico, inaugurato da Bruno Romano, marca, in modo costante, la riflessione sul diritto, disvelando il momento iniziale della sua genesi, problematizzata con riferimento alla relazione di riconoscimento e alla coalescenza di logos e nomos che tessono la trama della ragione giuridica, intesa come ragione dialogica, convergente in istituzioni giuridiche imparziali.In questa direzione, i riferimenti essenziali vanno, ad esempio, alle opere Il senso esistenziale del diritto nella prospettiva di Kierkegaard (1973), Riconoscimento e diritto (1975), Il compimento del soggettivismo come prassi democratica ed estinzione del diritto (1981), Il riconoscimento come relazione giuridica fondamentale (1986), Soggettività, diritto e postmoderno. Un’interpretazione con Heidegger e Lacan (1988), Il diritto tra desiderio e linguaggio (1989), Per una filosofia del diritto nella prospettiva di J. Lacan (1991), oltre che Senso e differenza nomologica (1993) dove si fanno più intensi i rinvii alla struttura costitutivamente relazionale del diritto alla quale è dedicato lo studio Ortonomia della relazione giuridica (1996).
Le questioni essenziali della filosofia del diritto, indagate a partire dalla ripresa costante dei classici del pensiero, approdano al convincimento dell’irriducibilità dell’arte del giurista (ars boni et aequi) ad una mera tecnica indifferente alle questioni umane. Si delineano così le radici della critica al tecnicismo e al nichilismo nelle forme del fondamentalismo funzionale e del formalismo giuridico in lavori come Critica della ragione procedurale (1995), Filosofia e diritto dopo Luhmann (1996), Terzietà del diritto e società complessa, Il diritto non è il fatto (1998), Il diritto tra causare e istituire (2000), Sulla visione procedurale del diritto (2001), Fondamentalismo funzionale e nichilismo giuridico (2004), Sulla trasformazione della terzietà giuridica e Scienza giuridica senza giurista (2006).
Il nucleo delle riflessioni di Bruno Romano nel decennio che va dal 2010 fino ad oggi è scandito anche dalla pubblicazione del libro Nichilismo finanziario e nichilismo giuridico (2012) che approfondisce l’incidenza sui contenuti del diritto di un potere finanziario, lontano dall’economia reale, sempre più invasivo e tendenzialmente annichilente i contenuti qualitativi del fenomeno giuridico.
Le dinamiche che, da sempre, incidono sul diritto, cercando di oscurare la sua struttura costitutivamente relazionale, sollecitano Bruno Romano a discutere, in tutti gli studi presentati in questa Opera, la necessità di rinviare all’essenzialità della questione empatica nel riconoscimento dei diritti universali e incondizionati, all’affermarsi del principio di uguaglianza nella differenza e alla ricerca del giusto, come esposizione dell’essere umano al rischio della libertà.
Si consolida, nel corso di oltre un cinquantennio di ricerca, il pensiero sulla specificità genealogica del diritto e sulla distinzione rispetto ad altri fenomeni sociali, discussa e problematizzata nella critica alla potenza della tecnica, fisiologotecnia, declinata nel lavoro Algoritmi al potere (2018).
La questione della tecnica, nell’attuale forma della digitalizzazione algoritmica, è elemento prodromico al vortice nichilistico che incide sul diritto come spinta verso la trasformazione del giurista in tecnico delle norme, ‘coscienza astante’ dell’attualità digitale che trasforma il ‘giuridico’ in qualità di ‘datità normativa’ autoreferenziale, come emerge dall’ultimo lavoro Civiltà dei dati (2020), dove l’essere umano è analizzato come un ente funzionale, ‘agente informazionale interconnesso’,
In una sorta di originale circolarità speculativa, i problemi affrontati nelle prime opere sono ripresi, secondo un’interpretazione attenta alle dinamiche sociali del narcisismo individuale e collettivo, in Relazione e diritto tra moderno e postmoderno (2013), diventando nucleo del diritto nel suo rapporto con l’intelligenza artificiale, come emerge, in particolare, nelle pagine del libro Dalla metropoli verso internet (2017) e in Ingiustizia radicale e narcisismo (2019) dove ritorna, con forza, l’esigenza di un legalità giusta
OPERA OMNIA
L’opera di Bruno Romano discute il diritto come fenomeno interpersonale-dialogico, centrato nella coalescenza di logos e nomos.
Il percorso filosofico-giuridico di Bruno Romano si va progressivamente formando, come emerge dai volumi selezionati e qui presentati, nell’arco temporale di oltre mezzo secolo, dal 1969, con la pubblicazione della prima opera Tecnica e giustizia nel pensiero di Martin Heidegger, al 2020 con le pagine di Civiltà dei dati. Libertà giuridica e violenza.
Si tratta di un itinerario speculativo scandito da riflessioni che segnano il suo percorso di ricerca, dal conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza, nel 1968, all’insegnamento presso le Università di Macerata e Firenze. Nel 1981 viene chiamato come professore ordinario di Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza della ‘Sapienza’, successivamente insegnerà Filosofia del diritto anche nella Facoltà di Giurisprudenza di ‘Roma Tre’.
Proprio nell’Istituto di Filosofia del diritto della ‘Sapienza’, elabora una fenomenologia del giuridico, discutendo del diritto nella sua specificità e mostrando la peculiarità e l’originalità del suo pensiero che si intensifica nelle opere più recenti.
In particolare, il metodo fenomenologico-giuridico, inaugurato da Bruno Romano, marca, in modo costante, la riflessione sul diritto, disvelando il momento iniziale della sua genesi, problematizzata con riferimento alla relazione di riconoscimento e alla coalescenza di logos e nomos che tessono la trama della ragione giuridica, intesa come ragione dialogica, convergente in istituzioni giuridiche imparziali.
In questa direzione, i riferimenti essenziali vanno, ad esempio, alle opere Il senso esistenziale del diritto nella prospettiva di Kierkegaard (1973), Riconoscimento e diritto (1975), Il compimento del soggettivismo come prassi democratica ed estinzione del diritto (1981), Il riconoscimento come relazione giuridica fondamentale (1986), Soggettività, diritto e postmoderno. Un’interpretazione con Heidegger e Lacan (1988), Il diritto tra desiderio e linguaggio (1989), Per una filosofia del diritto nella prospettiva di J. Lacan (1991), oltre che Senso e differenza nomologica (1993) dove si fanno più intensi i rinvii alla struttura costitutivamente relazionale del diritto alla quale è dedicato lo studio Ortonomia della relazione giuridica (1996).
Le questioni essenziali della filosofia del diritto, indagate a partire dalla ripresa costante dei classici del pensiero, approdano al convincimento dell’irriducibilità dell’arte del giurista (ars boni et aequi) ad una mera tecnica indifferente alle questioni umane. Si delineano così le radici della critica al tecnicismo e al nichilismo nelle forme del fondamentalismo funzionale e del formalismo giuridico in lavori come Critica della ragione procedurale (1995), Filosofia e diritto dopo Luhmann (1996), Terzietà del diritto e società complessa, Il diritto non è il fatto (1998), Il diritto tra causare e istituire (2000), Sulla visione procedurale del diritto (2001), Fondamentalismo funzionale e nichilismo giuridico (2004), Sulla trasformazione della terzietà giuridica e Scienza giuridica senza giurista (2006).
Il nucleo delle riflessioni di Bruno Romano nel decennio che va dal 2010 fino ad oggi è scandito anche dalla pubblicazione del libro Nichilismo finanziario e nichilismo giuridico (2012) che approfondisce l’incidenza sui contenuti del diritto di un potere finanziario, lontano dall’economia reale, sempre più invasivo e tendenzialmente annichilente i contenuti qualitativi del fenomeno giuridico.
Le dinamiche che, da sempre, incidono sul diritto, cercando di oscurare la sua struttura costitutivamente relazionale, sollecitano Bruno Romano a discutere, in tutti gli studi presentati in questa Opera, la necessità di rinviare all’essenzialità della questione empatica nel riconoscimento dei diritti universali e incondizionati, all’affermarsi del principio di uguaglianza nella differenza e alla ricerca del giusto, come esposizione dell’essere umano al rischio della libertà.
Si consolida, nel corso di oltre un cinquantennio di ricerca, il pensiero sulla specificità genealogica del diritto e sulla distinzione rispetto ad altri fenomeni sociali, discussa e problematizzata nella critica alla potenza della tecnica, fisiologotecnia, declinata nel lavoro Algoritmi al potere (2018).
La questione della tecnica, nell’attuale forma della digitalizzazione algoritmica, è elemento prodromico al vortice nichilistico che incide sul diritto come spinta verso la trasformazione del giurista in tecnico delle norme, ‘coscienza astante’ dell’attualità digitale che trasforma il ‘giuridico’ in qualità di ‘datità normativa’ autoreferenziale, come emerge dall’ultimo lavoro Civiltà dei dati (2020), dove l’essere umano è analizzato come un ente funzionale, ‘agente informazionale interconnesso’,
In una sorta di originale circolarità speculativa, i problemi affrontati nelle prime opere sono ripresi, secondo un’interpretazione attenta alle dinamiche sociali del narcisismo individuale e collettivo, in Relazione e diritto tra moderno e postmoderno (2013), diventando nucleo del diritto nel suo rapporto con l’intelligenza artificiale, come emerge, in particolare, nelle pagine del libro Dalla metropoli verso internet (2017) e in Ingiustizia radicale e narcisismo (2019) dove ritorna, con forza, l’esigenza di un legalità giusta
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