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Antonio Citterio industrial design
Il volume ricostruisce l’attività di Antonio Citterio, progettista nel campo dell’architettura, dell’interior, exhibit e retail design. Nello specifico si concentra sull’analisi del suo lavoro nell’industrial design, che lo vede collaborare con alcune delle maggiori aziende italiane e internazionali. Citterio costituisce certo una nuova figura di designer, assieme ispiratore e collaboratore, con un intervento progettuale a 360 gradi, delle strategie delle imprese.
Il volume è suddiviso in quattro capitoli che corrispondono alle fasi significative del lavoro dell’architetto; all’interno di ogni capitolo schede puntuali presentano i singoli progetti di design, con attenzione non solo agli interventi più noti, in particolare nel campo del furniture design, ma anche alle strade e sperimentazioni percorse negli anni.
Un volume sull’attività di industrial designer dell’architetto Antonio Citterio risponde a diversi ordini di interesse. Innanzitutto documentare un percorso complesso e ricco, per qualità e quantità, che nel volgere di un trentennio ne ha fatto uno dei maggiori progettisti italiani, attivo a livello nazionale e internazionale con importanti industrie.
La sua figura permette di articolare un’ampia riflessione sulla condizione del design contemporaneo, in particolare nel settore dell’arredamento, sia in considerazione del fatto che ha attraversato da protagonista le importanti trasformazioni degli ultimi decenni, sia perché propone uno specifico – che per vari aspetti può considerarsi inedito – profilo di architetto e designer, in cui gli elementi fondativi della professione trovano una diversa articolazione ed equilibrio. Progetto, industria, produzione, ricerca, tecnologia, mercato e consumo sono affrontati, solo per cogliere un primo elemento, con approccio e sintesi in sintonia con le necessità complessive del presente
Design anonimo in Italia
La maggioranza degli oggetti che quotidianamente utilizziamo sono anonimi dal punto di vista del design. Nel senso che non ne conosciamo il progettista o non li riferiamo immediatamente ad un’azienda. Non è noto il designer, ma sono il risultato evidente di un progetto. In un momento cui viene data grande rilevanza alla “firma” del designer o del brand, più in generale in una fase di trasformazione delle merci estetiche contemporanee, meritano di essere sostenute e proposte ad exempla le “normali” virtù del design anonimo. Non certo per negare il ruolo esplicito del designer, quanto per evidenziarne ancor più i risultati significativi. La maggioranza dei prodotti anonimi (e parliamo naturalmente solo di quelli rilevanti per qualità e progetto) sono scelti sono per le loro esplicite qualità: sono frutto di una necessità, di un “dover essere”, cui non manca una propria qualità formale, che ne ha fatto dei riferimenti imprescindibili nella storia degli artefatti. Inoltre, a ben guardare appunto, continuano ad essere la maggioranza degli oggetti che quotidianamente utilizziamo, dai prodotti “usa e getta” alla moka, dai mobile phone ai computer ai Post-it.
Il design anonimo è un tema poco trattato nella letteratura storica e critica, soprattutto in Italia. Il volume colloca la problematica del design anonimo nel contesto della riflessione teorica e della prassi di alcuni dei maestri del progetto(da Le Corbusier a Bruno Munari ai Castiglioni), ma anche in relazione alla situazione contemporanea.
Nell’ Inventario del design anonimo italiano identifica oltre settanta oggetti, dall’età preindustriale ai nostri giorni (come la moka Bilaetti, l’Ape Piaggio, le sedie di Chiavari, il borsalino, la tuta, il tram di Milano, la tripolina, la pentola a pressione, il gelato Coppa del nonno e il Campari Soda), che configurano la prima sistematica ricognizione di questi prodotti nel nostro paese
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