1,721,083 research outputs found

    VESTIRE I PANNI DI UN ALTRO: L'EMPATIA DELL'ATTORE NEI CONFRONTI DEL PERSONAGGIO

    No full text
    What does it mean for an actor to empathize with the character she is playing? We review different theories of empathy and of acting. We then consider the notion of “twofoldness” (Wollheim), which has been used to characterize the observer or audience perspective on the relation between actor and character (Smith). This same kind of twofoldness or double attunement applies from the perspective of the actor herself who must, at certain points of preparation, distinguish between the character portrayed and her own portrayal effected in her craft. We argue that this concept helps us to understand how the actor can empathize with her character. For the actor who must study and rehearse her character, empathy may begin with higher-order (narrative or imaginative) processes that provide a contextualized understanding of the character. This understanding eventually integrates with more basic empathic processes in her actual performance

    Schelling’s Meontology and the Concept of Possibility in Kierkegaard

    No full text
    In Kierkegaard’s teatment of the concept of reality, possibility, freedom (fhe not-necessioty of the history) Both in the “Concept of Anxiety and in “Philosophical Fragments” is possible to make out Schelling’s meontology, that is the philosophical discourse concerning the negation of the actual being of something, but not its possibility. The article makes first a survey of the latest philosophy of Schellingt’s so-called “positive-philosophy” and explains its methodological meaning for the development of philosophy of Mythology and philosophy of Revelation. It s shows how Kierkegaard’s thought could have been attracted by Schelling’s “Spätphilosophy” and its way of treating the concepts of possibility and reality in opposition to Hegel’s “negatìve philosophy”, but in the end it shows why Kierkegaard could not accept even Schelling’s speculation

    Heegaard, Poul Sophus Vilhelm

    No full text
    POUL SOPHUS VILHELM. – N. a Slangerup (Danimarca) il 19 genn. 1835, m. a Copenaghen il 27 mar. 1884. Laureato in teologia nel 1858, si addottora in filosofia nel 1861 sotto la guida del teologo Rasmus Nielsen, con una tesi sulla filosofia herbartiana: Den Herbartske Philosophi, København 1861. Prende parte viva alla polemica sorta allora in Danimarca sul rapporto tra fede e sapere con lo scritto Indledning til Den rationelle Ethik (Introduzione all’etica razionale, København 1866), che tratta della cosiddetta «etica razionale», un’etica non costruita sulla rivelazione, ma basata su un fondamento razionale e perciò definita «etica scientifica». In questa prospettiva Heegaard descrive e critica le tradizionali concezioni dell’etica ed elabora la propria dottrina muovendo da alcune lezioni inedite del suo maestro, Nielsen. Nel criticare le filosofie del passato, Heegaard attua una distinzione tra un’etica «oggettiva» e un’etica «soggettiva»

    Soeren Kierkegaard

    No full text
    L'opera di S. Kierkegaard nel contesto dell'età dell'oro danese

    Villy Sørensen. Prose quasi naive per spaventevoli intrecci di alienazione

    No full text
    Le "Storie strane", ovvero il debutto letterario-filosofico di Soerensen, gridano la rottura con la tradizione del dopoguerra, perché hanno molto più in comune con il teatro contemporaneo di Samuel Beckett che con la letteratura proposta dalla pur sempre modernista rivista letteraria danese Heretica, edita e diretta dallo stesso Ole Wivel, alla quale collaborarono anche autori come Karen Blixen, Ole Sarvig e Paul La Cour. Perché sebbene anche gli “eretici” – un nome, un programma – polemizzassero contro il razionalismo, contro quel dominio dell’intelletto e della forma che avrebbe dominato la storia della cultura a partire dal Rinascimento, e spingessero a diffondere un’idea di linguaggio poetico simbolista alla Rilke, alla Stefan Georg, alla T.S. Eliot, Sørensen riesce a essere ancor più radicale scardinando il meccanismo classico della narrazione per finire nel paradossale, nell’assurdo, nell’“impensabile”. Eppure Sørensen, lo si è detto, è anche un pensatore, la cui voce può dirsi tanto cristallina quanto ambigua: “klar og tvetydig”, come l’autore, appassionato di mitologia, usava definire il verbo dell’oracolo di Delfi. E ugualmente chiare e ambigue sono anche le Storie strane, laddove “strane” suona come un eufemismo, se è vero che non si riesce a restare indifferenti dinanzi alla loro carica a dir poco destabilizzante. Destabilizzante è il linguaggio: con la prosa più chiara e più lineare, talvolta quasi naïf, vengono narrate le cose più improbabili e più spaventose (cfr. la novella Solo una ragazzata), quasi a voler dire che forma e materia non devono necessariamente essere simbiotiche, come una certa tradizione estetica ci ha insegnato

    Quella nostalgia chiamata Faroe

    No full text
    abstrac

    Stefan Hertmans. In “Guerra e trementina” un romanzo sulla geografia spirituale delle Fiandre

    No full text
    Soltanto i morti hanno veduto la fine della guerra, recita un celebre motto attribuito a Platone. Per tutti gli altri la vita sembra destinata a conservare il sapore di un lungo epilogo scandito ormai fatalmente da un “prima” e un “dopo”. Lo conferma nei fatti la storia vera di Urbain Martien, un uomo «predestinato a tutto e a niente»: un uomo come tanti, un Septimus Warren Smith fiammingo appassionato d’arte, di pittura, sopravvissuto all’inferno di Schiplaken, agli orrori di Sint-Magriete-Houtem, alla leggendaria ritirata fino a Jabbeke e Ostenda e alla battaglia dell’Yser nell’ottobre del 1914. Martien è il protagonista del quinto e ultimo romanzo dello scrittore, poeta e saggista fiammingo Stefan Hertmans, Guerra e trementina (trad. it. di Laura Pignatti, Marsilio 2015, pp. 306, € 18), vincitore del Premio alla Cultura Fiamminga per la Letteratura 2012-2013

    Morire per delle idee... La forza del pensiero in un fragile corpo

    No full text
    Panoramica sulla vita e sul pensiero di Kierkegaard in omaggio ai 200 anni dalla nascita

    Jaan Kross. Feroce autoaccusa di una vittima

    No full text
    Jaan Kross (1920-2007), lo scrittore estone più importante della seconda metà del Novecento, presenta tre racconti scritti tra il 1979 e 1980 (La ferita; La Grammatica di Stahl; La congiura), usciti in patria insieme ad altri nel 1988 nella raccolta "Silmade avamise päev" (“Il giorno della vista ritrovata”). Già insignito in Italia nel 1995 del Premio Internazionale Nonino in occasione della traduzione italiana de Il pazzo dello zar, opera del 1984 – un romanzo storico (il protagonista, il barone estone Timotheus van Bock, è un personaggio realmente esistito), ma anche filosofico e politico, che racconta il rapporto problematico tra l’intellettuale e il potere, l’individuo e la storia, l’individuo e la propria coscienza – Jaan Korss torna nuovamente alla ribalta grazie a un editore che nella perenne esplorazione letteraria dell’Europa del Nord, approda felicemente per la seconda volta alle coste estoni dopo la pubblicazione di Emil Tode, Terra di confine (trad. it. di F. Rosso Marescalchi, introduzione di Pirkko Peltonen, 172 pp.) nell’ormai lontano 1994. I tre racconti scelti di Kross sono emblematici, poiché abbracciano quel tragico periodo della storia estone che va dall’occupazione sovietica quale esito del patto MolotovRibbentrop dell’agosto del ’39 – un’occupazione che calpestò la dignità di uno stato dichiarato indipendente nel 1920, e costò per questo all’Unione Sovietica l’espulsione dalla Società delle Nazioni – alla successiva occupazione da parte della Germania nazista, paradossalmente salutata come liberatrice, fino alla fine della Seconda Guerra, quando nel 1944 l’Estonia tornò nuovamente nelle spire dell’Unione Sovietica

    Pseudonimo / Pseudonimia

    No full text
    Si definisce pseudonimo il nome fittizio, diverso da quello anagrafico, con il quale un autore sceglie di svolgere la propria attività allo scopo di mascherare la propria vera identità, o semplicemente il proprio nome, soprattutto in ambito letterario, artistico o intellettuale in genere. Pseudonimo si definisce inoltre anche il nome fasullo dietro il quale può celarsi, e tuttavia intuirsi, un personaggio reale nell’ambito di una finzione letteraria o di una rappresentazione artistica. Se nell’antichità il fenomeno della pseudonimia, nella prima accezione – così come quello dell’anonimia – derivava da uno scarso interesse per la personalità dello scrittore o dell’artista, in epoca moderna, soprattutto a partire dal XVI-XVII secolo, esso trae origine dalle ragioni più diverse: timore della censura o della persecuzione, capriccio estetico, considerazioni di carattere teorico. In ambito filosofico la pseudonimia assume una precisa valenza teorica nell’opera di Søren Kierkegaard e si lega ad un tipo di comunicazione che il filosofo definisce «indiretta», la quale, ingannando, ha lo scopo di condurre alla verità
    corecore