92 research outputs found

    «Una religione assai materiale». L’Epistola altera di Henry More e alcune disputationes antisociniane in area tedesca

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    Abstract: «A very material religion». Henry More’s Epistola altera and some Anti-­ Socinian disputationes in the German World. In 1679 Henry More published an Epistola altera ad V.C., rather neglected by critics, directed not only against Spinoza but also against the thought of the Socinian Cuperus (Frans Kuyper, 1629-­1691), which he considered unsuitable to counter Spinozian pantheism. Among the main points of Socinian doctrine under accusation were the theory of the finiteness of God, the rejection of natural religion, and, above all, the corporeality of God. This last issue allows More to formulate the accusation of “Spinozism” against Cuperus’ thought as well as against that of Sozzini’s followers. The article examines some 18th-­century “academic theses” that were inspired by More’s Epistola. The Author aims to highlight not only the particularity of Henry More’s complex strategy, but also the persistence and efficacy of the strictly philosophical category of “Socinianism” within the debates on materialism

    La funzione ‘drammatica’ dello spazio nelle tragedie abruzzesi di Gabriele d’Annunzio

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    Il saggio si concentra sulle tragedie abruzzesi di d’Annunzio, “La Figlia di Iorio” e “La fiaccola sotto il moggio” al fine di porre in evidenza l’importanza che in esse assumono i luoghi, gli ambienti e gli spazi. La dimensione spaziale e l’Abruzzo con i suoi luoghi rivestono una funzione determinante per lo sviluppo e l’invenzione drammaturgica, tanto da influenzare il carattere intrinseco dei due drammi e, persino, la loro eterogeneità stilistica. Partendo dalla comparazione delle didascalie poste in esergo alle due opere, nelle quali l’autore fornisce indicazioni fondamentali riguardanti le coordinate spazio-temporali, il saggio sottolinea quanto nel caso della “Figlia di Iorio” lo scrittore abbia voluto comporre un’opera in cui il lettore è immerso in un mondo magico e lontano, in quella «terra d’Abruzzi, or è molt’anni…», dando vita quindi ad un dramma a carattere più “mitico-rituale” («tragedia pastorale»), mentre nel caso della “Fiaccola”, attraverso una precisa e minuziosa definizione del cronotopo narrativo, d’Annunzio abbia concepito un dramma dai tratti più spiccatamente «storico-veristi».The research conduced in this contribution focuses on Gabriele d’Annunzio’s tragedies: ‘La figlia di Iorio’ and ‘La fiaccola sotto il moggio’ set in the Italian region of Abruzzo, in order to highlight the importance that places, environments and spaces have in them. In these theatrical works, in fact, the spatial dimension and the region of Abruzzo in particular with its places are fundamental for the development and dramaturgical invention. They also influence the intrinsic character of the two dramas and, aven, their stylistic heterogeneity, constituting a real «active, concrete force that leaves its traces on the texts, on the plot, on the systems of expectations of a litarary work». Starting then from a basic comparison of the captiond placed in exergue to the two dramas, in which the author provides fundamental indicationd concerning the spatio-temporal coordinates, in the essay it is possible to underline how in «La Figlia di Iorio», the writer wanted to compose a work in which the reader is immersed in a magical and distant world, in that «lad of Abruzzo, for many years», thus giving life to a more «mythical-ritual» and certainly more atypical drama («Pastoral tragedy»), while in the case of «La fiaccola sotto il moggio», through a precise and meticulous definition of the narrative chronotope, d’Annunzio conceived a drama with more markedly «historical-realistic» features. In both cases, however, the «abruzzesità» of the setting, with the power of its places, its uses and its local traditions, turns out be a real narrative engine of this tragic diptych, to the point that, as expertly observed by Andreoli, d’Annunzio could never have written such high pages if he hadn’t let himself be inspired by «proud Abruzzo» whose stregth the author had inherited

    Borges e Spinoza. Appunti per una ricerca

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    The image of Spinoza is always present in Borges' work and it seems to embody the basic elements of his poetics: the dream dimension, the paradoxes of infinity and temporality, Judaism, the relationship with the divine, and so on. However, the Argentinian writer has always declared that he "doesn't understand" Spinoza, although he was absolutely fascinated by him. The article aims to trace the presence of the Dutch philosopher in Borges' entire production. It will focus on the relation among the attributes of Spinoza's substance (which Borges reads in terms of 'space' and 'time'). Subsequently, an explanation of that interpretation will be sought in a page of Borges' most famous short story, Tlon, Uqbar, Orbis Tertius. Finally, by studying the possible sources of Borges' reading of Spinoza (of idealist inspiration), it will be shown that the Argentinian author was well aware of the philosopher's materialism: that is, of the impossibility of giving a fully idealist reading of his system. And this explains why Borges "cannot understand" Spinoza

    Pensando a te nelle voluttuose spire, le sigarette della tua gentilezza. Lettere inedite di Mario Luzi a Giacinto Spagnoletti

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    Mario Luzi e Giacinto Spagnoletti sono state due figure di spicco del milieu letterario del XX secolo ed il primo, in modo particolare, di quell’ambiente ermetico fiorentino di cui fu senz’altro uno degli esponenti principali e più rappresentativi. Data la levatura dei due personaggi è possibile già preliminarmente comprendere il valore storico-documentaristico del presente studio nel quale si vuole dar conto, per la prima volta integralmente, delle lettere inviate dal poeta di Castello al critico tarantino, che ricoprono un arco temporale molto lungo, all’incirca più di mezzo secolo, dal 1941 al 1993. A riprova di tale importanza basti pensare che alcune di esse sono state parzialmente utilizzate – citandole per brevi brani – da Stefano Verdino, curatore per la collana «I Meridiani» di Mondadori del volume Mario Luzi. L’opera poetica, pubblicato nel 1998, soprattutto per la ricostruzione del dettagliatissimo profilo biografico del poeta contenuto nella sezione Cronologia. I testi autografi, qui restituiti, sono tutti conservati, ma non ancora catalogati, presso la Fondazione Schlesinger, nella sede di Lugano. Il presente lavoro di ricerca si è rivelato particolarmente stimolante ed interessante soprattutto per quanto concerne la parte relativa alla contestualizzazione delle referenze, alla ricostruzione delle vicende e all’individuazione di opere e personaggi (quest’ultimi spesso indicati anche per soprannome) – di cui si è dato conto nelle note a piè di pagina e nella sezione Annotazioni (in calce ad ogni missiva) – operazioni per le quali si sono rivelati fondamentali non solo la lettura di alcuni carteggi di letterati coevi, ma anche lo spoglio delle più importanti riviste dell’epoca. Grazie a questo corredo di studi è stato possibile rendere, con la speranza di conservarle a futura memoria, nella loro interezza queste 163 lettere che oltre ad attestare una bella storia d’amicizia, durata all’incirca più di mezzo secolo, tra Luzi e Spagnoletti, forniscono utili informazioni anche sulle vicende e sugli altri protagonisti dell’entourage non solo letterario, ma anche più genericamente intellettuale dell’epoca (editoria, concorsi letterari, università, riviste e quotidiani, ecc.). Di particolare interesse critico-filologico si sono rivelate specialmente le lettere in cui Luzi, illustrando all’amico il proprio modus operandi, gli confessa in realtà le travagliate fasi della propria produzione, sia in versi che in prosa, fornendo quindi, anche a noi lettori, la chiave di volta per accedere all’interno della sua ricchissima ‘officina’. E parimenti importanti sono le missive in cui Luzi da poeta si trasforma in critico dell’operato del suo destinatario, autore non solo di antologie e recensioni ‘militanti’, ma altresì di romanzi e poesie di cui Luzi fu attento lettore e primo, a volte implacabile, mentore critico. Se a questi testi va, come si è detto, riconosciuto innanzi tutto un indubbio valore documentaristico e cronachistico in ambito storico letterario, va pure sottolineato, ad onor del vero, che essi rivestono un’estrema importanza anche per le notizie a carattere privato e familiare che – come notato da Giacinto Spagnoletti stesso, sebbene in altro contesto – «non conosceremmo da altra fonte» ed il cui vantaggio più immediato consiste nel fatto che esse permettono di integrare e corredare i dati contenuti nelle biografie ufficiali dei due corrispondenti, aiutando così tutti gli studiosi a comprendere meglio aspetti intimistici e autobiografici spesso in nuce nelle rispettive produzioni letterarie.Mario Luzi and Giacinto Spagnoletti were major figures of the 20th century literary milieu. Luzi, in particular, was among the most important representatives of the Florentine Hermetic literary circle. Given the prestige of the two characters, it is possible to easily understand the documentary and historical value of the present study, whose aim is to report on the letters written by the poet from Castello to the critic from Taranto. The letters cover a time span of more than a half century, from 1941 to 1993, and are reported integrally for the first time. As proof of their importance, suffice it to say that some of the letters were partially quoted by Stefano Verdino, editor of the volume Mario Luzi. L’opera poetica [Mario Luzi. Poetical works] published in 1998 in the collection «I Meridiani» by Mondadori, containing a section entitled Cronologia in which Verdino quotes them in order to draw a very detailed biographical sketch of the poet. The reported autograph texts are kept, but not yet catalogued, in the library of the Schlesinger Foundation, in Lugano. The present research study has proved very challenging and interesting, especially the part concerning the contextualization of references, the reconstruction of events and the identification of works and characters, who are often referred to through nicknames (explained in the footnotes and in the section “Annotazioni” [‘Notes’] at the bottom of every letter). The reading of the correspondence between coeval literary characters and the consultation of the most important reviews of the time proved of primary importance for the analysis of the letters. The mentioned research made it possible to report integrally and, hopefully, to preserve for future memory, Luzi’s 163 letters, which, besides testifying a more than 50-year-long friendship between Luzi and Spagnoletti, provide useful information about relevant events and characters of the literary and, more generally, intellectual entourage of the time (publishing industries, literary competitions, universities, newspapers and journals, etc.). Of particular critical and philological interest proved the letters in which Luzi describes his modus operandi to his friend and reveals the tormented phases of his prose and poetic production, thus providing even the reader with the key to enter his precious literary ‘workshop’. Of the same relevance are the letters in which Luzi becomes a critic of the work of his addressee, who was not only an author of anthologies and ‘militant’ reviews, but also of novels and poems of which Luzi was an attentive reader and the first, sometimes unrelenting, critical mentor. If the great value of these texts is to be acknowledged firstly from a documentary and historic point of view, it must also be underlined that they are of great relevance because of the personal and private information they provide. In other circumstances Giacinto Spagnoletti himself stated that ‘we could not get [that information] from any other sources’ [“non conosceremmo da altra fonte”]; the most evident contribution given by the letters is to provide the scholars with information which integrate and complete the official biographies of the two writers, thus helping to better understand some autobiographical and intimist issues which can only be found in the embryonic phase in their literary production

    L’insegnamento dei segnali funzionali in russo come lingua seconda

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    In questo contributo1 si esplora la possibilità di utilizzare il Corpus Multimediale di Lingua Russa MURKO per l’insegnamento di aspetti pragmatici del russo. In particolare, viene considerato uno dei segnali funzionali più frequenti nel parlato – nu –, di cui sono evidenziate alcune funzioni meno prototipiche non adeguatamente descritte nei materiali didattici in uso in Italia. L’analisi mostra come la presentazione di un contesto autentico e più esteso di quello fornito dalla manualistica, e collocato nella situazione comunicativa originale, offra all’apprendente un input potenzialmente più efficace, aiutandolo ad attribuire le corrette funzioni pragmatico-discorsive a elementi privi di contenuto proposizionale

    Appunti sulla libertà religiosa

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    Abstract del volume: "Libertà religiosa e diritti umani vivono oggi una nuova stagione di crisi. Limitazioni alle libertà, violenze e persecuzioni per ragioni di fede, più numerose in Africa ed Asia, non risparmiano l’Occidente. I processi migratori e la globalizzazione sfumano infatti i confini geografici del nuovo 'martirio' che invoca attenzione e risposte. Parte da tali premesse l’analisi storico giuridica e sociale della ascesa e del declino dei diritti umani e della libertà religiosa, con speciale attenzione all’Italia (P. Grasso, C. Cardia, A. Melloni); delle risposte date ed attese dalla comunità internazionale, dalla politica estera e dall'ordinamento italiano (G. Amato, P. Gentiloni; G. Tesauro); dell’impegno della Chiesa Cattolica in favore della libertà religiosa, e della sua più ampia azione per il dialogo interreligioso, quale base di una prospettiva di pace (S.Em. Card. G. Betori; S.Em. Card. P. Parolin)

    “A VIDA É BELA”, DE ROBERTO BENIGNI: UM PROCESSO DE APRENDIZAGEM

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    Este artículo pretende comprender las condiciones e posibilidades que permitieron la producción de la película La vida es bella, dirigida por Roberto Benigni. En este sentido, esta investigación propone analizar la trayectoria del referido director, planteando la hipótesis de que, al asumir ciertas posiciones expresadas en la producción cinematográfica, se hace evidente la influencia del aprendizaje estructurado por una red de relaciones establecidas por Benigni. Con ese fin, se trazó la trayectoria del cineasta, tomándolo como un elemento central que concentra todas las referencias articuladas de una memoria de interdependencias. Se trata de guiar la construcción de la memoria que se revela como inspiración en el proceso creativo de la película referida.This article intends to comprehend the the conditions and possibilities that allowed the production of the movie A vida é bela, directed by Roberto Benigni. In this sense, this search proposes to analyze the trajectory of that author, raising the hypothesis that, when taking certain positions expressed in film production, the influence of learning structured by a web of relationships established by Benigni becomes evident. For this purpose, the filmmaker’s trajectory was traced, making him as the central elemento that concentrates all the articulated references of a memory of interpendences. Its about guiding the construction of memory that reveals itself like the inspiration in the creative processo of that movie. Key words: A vida é bela. Figuration. Memory. Roberto Benigni.Este artigo pretende compreender as condições de possibilidades que permitiram a produção do filme A vida é bela, dirigido por Roberto Benigni. Neste sentido, esta pesquisa se propõe a analisar a trajetória do referido diretor, levantando a hipótese de que, ao assumir determinados posicionamentos expressos na produção fílmica, torna-se evidente a influência do aprendizado estruturado por uma teia de relacionamentos estabelecidos por Benigni. Para esse fim, traçou-se a trajetória do cineasta, tomando-o como um elemento central que concentra todas as referências articuladas de uma memória das interdependências. Trata-se de pautar a construção da memória que se revela como inspiração no processo criativo do referido filme

    Studi su Gerusalemme

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    I quattro saggi che qui si presentano hanno una storia. I giovani studiosi che ne sono autori hanno partecipato nel 2008 a una ricerca collettanea su "Gerusalemme. Una città vista dai giovani", promossa, attraverso il prof. Alberto Prestininzi, dalla Fondazione Frammartino, in memoria di Angelo Frammartino, ucciso a Gerusalemme il 10 agosto 2006, mentre passeggiava per strada insieme ai suoi compagni che lo avevano accompagnato in un viaggio che doveva essere all'insegna dell'incontro. Gerusalemme. Una città vista dai giovani (Roma 2009) è il volumetto che riassume il lavoro fatto da 15 giovani laureati, appartenenti a aree disciplinari diverse. Lo spirito dell'iniziativa era presente a tutti i collaboratori. Se una morte tragica e immotivata è sempre un atto di barbarie, quella, assurda, di Angelo lo è stata in maniera particolare. La risposta della famiglia e degli amici ha voluto essere antitetica alla logica dell'impossibilità del confronto e del dialogo. Rifiutando di accettare la mancanza di senso del dramma, di questo dramma, lo hanno fatto segno di un rifiuto della rassegnazione e, conseguentemente, di una volontà di futuro ancorata al reale, quindi non ideologica. Si sono, dunque, promosse una serie di ricerche, in campo sia umanistico sia scientifico-tecnologico, che individuassero ipotesi di confronto e di collaborazione funzionali a una cultura della pace, meglio di giuste paci. In una ricerca di questa natura, che ha come oggetto problematiche tipiche di un contesto connotato da conflitti che appaiono insieme irragionevoli e insanabili, il ricercatore sa che corre il rischio di vedere il suo lavoro qualificato o come utopico o come di parte, in nome di un malinteso e sviante concetto di che cosa significhi essere 'bypartisan'. Quanto si viene dicendo, vale in particolare quando a essere in causa è Gerusalemme, su cui è caduta la scelta dei promotori: non soltanto una realtà particolarmente dura, ma simbolo del conflitto israelo-palestinese che, a sua volta, è paradigma di ogni conflitto che appare, nel momento che stiamo vivendo, incomprensibile e insuperabile. L'iniziativa da cui si è partiti non si è esaurita. I ricercatori che hanno lavorato al progetto - e di cui sono stata tutor - vale a dire gli autori degli studi che qui si presentano, hanno continuato a lavorare su Gerusalemme, vuoi approfondendo il tema che avevano scelto vuoi optando per nuove problematiche, ma sempre nel rispetto dell'etica sottesa al progetto iniziale. Questa è la genesi del 'nostro' libro. E' un libro che vorrebbe coniugare conoscenze specialistiche e una corretta divulgazione, non improvvisata e tanto meno omologabile a quella serie di luoghi comuni che oggi affliggono i mass media, soprattutto quando ad essere in causa è il Vicino Oriente e in particolare l'islam. Per essere più precisi, esso si propone come un possibile strumento 'per saperne di più'. L'esigenza di una informazione corretta - vale a dire che dia conto, con cognizione di causa, dei fatti come delle inevitabilmente discordi interpretazioni dei medesimi - appare, se possibile, ancor più necessaria alla luce di quel fenomeno, denominato 'primavera araba', che ha recentemente coinvolto un crescente numero di paesi arabi musulmani. A prescindere, meglio a latere, delle ricadute di un simile 'risveglio' da parte araba sugli assetti mediorientali, politici e non solo, impossibili da pronosticare nel momento in cui si consegna questo lavoro alle stampe, è inevitabile che esse non incidano anche sul conflitto israelo-palestinese. E ciò soprattutto se si tiene conto dello stallo, a tutt'oggi, dei cosiddetti negoziati di pace tra le due parti. In questa prospettiva, si potrebbe dire che l'obiettivo centrale dei lavori qui raccolti sia quello di fornire informazioni bibliografiche vuoi, ovviamente, in funzione della collocazione disciplinare e metodologica dei contributi proposti, vuoi come chiave di lettura di ciò che rappresenta, in termini generali, la 'questione Gerusalemme' nell'ambito del conflitto. E', dunque, una scelta precisa quella di aprire il volume con un saggio di 'bibliografia ragionata', per così dire generalista, sul tema Gerusalemme e di considerare parte integrante di ognuno degli altri tre saggi la ricca bibliografia che li conclude. Una simile scelta ci è parsa quella più idonea a dar conto, con onestà, del nostro approccio al tema, così come dell'audacia di fare oggetto di ricerca Gerusalemme, su cui si sono versati fiumi di inchiostro tanto da domandarsi se ci sia, davvero, qualche cosa di nuovo da dire. Parto dall'approccio. Gerusalemme, lo scenario del dramma che, come si è detto, ci ha messo insieme, è un caso insieme emblematico e a sé stante. Gerusalemme non rappresenta né tutto Israele né tutta la Palestina. Ci sono luoghi in Israele (Nazareth) in cui il conflitto può apparire più lontano che non a Gerusalemme e, viceversa, luoghi 'palestinesi' (Gaza) in cui la repressione contro i palestinesi è più vistosa e feroce che non a Gerusalemme. Analogamente, se ci si ferma ad alcune constatazioni storiche, valide ieri come oggi, nel contesto della regione Gerusalemme non ha una specifica valenza strategica o economica. Non è una semplice coincidenza il fatto che nei momenti in cui il Vicino Oriente è stato in pace, Gerusalemme non ne sia stata la capitale. Infatti, la storia delle vicende che hanno coinvolto o hanno visto Gerusalemme protagonista non è che una parte della storia della città. Affianca e si intreccia alla storia evenemenziale un'altra storia, quella della Gerusalemme-simbolo, ove, se si guarda alla funzione che tale storia sottende, la città può, quasi indifferentemente, essere 'reale' o 'fantasticata', dal momento che fonda, in ogni caso, un immaginario collettivo e offre materiale per costruire un senso identitario rivendicato da chiunque, culturalmente, vale a dire non necessariamente in termini confessionali, sia stato segnato da uno dei tre monoteismi abramitici. Ciò si è dato in maniera diversa, ma ugualmente significativa, nel tempo e nei diversi contesti; sempre da ciò si è partiti per costruire il bagaglio ideologico cui attingere quando la regione è diventata, per un motivo o per un altro, oggetto di interessi concreti a legittimare, con una sorta di marchio di sacralità, guerre e occupazioni. E' per questo che, ogniqualvolta la regione è stata obiettivo di conquista o pedina in uno scacchiere più ampio, possedere Gerusalemme è apparso essenziale all'invasore, anche quando in senso proprio, cioè territoriale, non poteva vantare, come nel caso odierno, rapporti storici, continuativi e vitali con il territorio della città. In maniera speculare, Gerusalemme è 'luogo' assolutamente irrinunciabile alla vittima dell'invasione. Quindi, Gerusalemme, qui in senso proprio, continua a funzionare da simbolo dentro e fuori la Terra Santa: oggi con un elemento in più rispetto al passato. Il simbolo si è caricato anche della valenza di 'paradigma' dei conflitti moderni. Gerusalemme non rappresenta, per esempio, soltanto il dramma che la accomuna ad altre 'città divise'; così come non è solo un tassello di un conflitto regionale, come superficialmente potrebbe etichettarsi quello israelo-palestinese. Esso è la dimostrazione della persistenza di barriere ideologiche, di irriducibile negazione dell'altro, cioè di quanto, dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale, sembrava non doversi/potersi più ripetere. E' in gioco l'uso della storia e il peso della memoria. Ci coinvolge tutti, senza possibilità di sottrazione. Vincere o perdere la battaglia della pace a Gerusalemme determinerà il nostro modo di essere, o non essere, cittadini di un mondo civile. Di qui la ragione più vera per occuparsi di Gerusalemme, nonostante sembri che tutto (o quasi) sia già stato detto. Serve reiterare la testimonianza, intesa come il dovere di ri-trasmettere, attualizzandoli, 'saperi', a cui affidare 'valori', in particolare quello di farsi carico delle inevitabili responsabilità che implica qualunque percorso teso a scoprire di che cosa sia composta la realtà, oggetto del nostro studio, per poterla poi dire in termini di verità. Ovviamente, la verità, qualunque verità, non può mai essere considerata assoluta o definitiva. Si tratta sempre e comunque di un percorso. Il percorso è fatto di tappe, è costellato di dubbi, i risultati sono sempre parziali. Quello che va mantenuto fermo è il principio che deve informare il percorso di cui è parte essenziale la certezza che la conoscenza, se perseguita con onestà, non è mai solo teorica, è/deve essere stimolo e spinta ad agire per incidere là dove siamo chiamati a testimoniare del nostro lavoro. E - cosa scontata - la bontà del nostro lavoro di studiosi dell'area vicino-orientale si misura, non solo ma anche, sulla documentata conoscenza del lavoro altrui nei termini espressi poco sopra. Con questa premessa, che non esclude la mia assunzione di responsabilità in merito alla 'parzialità' del prodotto, nel doppio registro della presa di posizione e della non esaustività dei singoli contributi (ma non del risultato scientifico che non può che competere agli autori) posso presentare i lavori che compongono questo volume. Matteo Marconi è un geografo politico. Le fonti e le opere critiche su cui si basa, come è tradizione nel suo settore di studi, sono in lingue occidentali, con netta prevalenza dell'inglese. Elisabetta Benigni e Delia Salemi hanno alle spalle una compiuta formazione arabistica e islamistica. Ciò le porta, ognuna nel suo settore di ricerca, ad attingere come fonti primarie alla produzione in arabo, e a operare un costante raffronto tra queste fonti e la letteratura critica in lingue occidentali: cosa che aiuta a colmare, almeno in piccola parte, l'obiettivo squilibrio tra quanto è in circolazione e, dunque, accessibile a un pubblico genericamente non specialistico o a chi, a partire dagli studenti, intende avvicinarsi allo studio della questione israelo-palestinese. Come si è già detto, il primo saggio, a firma di Delia Salemi, è una Guida ragionata di una bibliografia su Gerusalemme. L'esplicitazione dei criteri selettivi sta in apertura del lavoro e viene ripresa nelle note conclusive, motivando le ragioni di una scelta che, a prima vista può apparire incongrua, là dove il saggio si pone non solo come cornice dei contributi che seguono ma anche come una sorta di indice delle tematiche da considerare, oggi, indispensabili, in vista di una adeguata conoscenza della 'questione Gerusalemme'. Lo spoglio bibliografico, le notizie sugli autori e sulle istituzioni che promuovono la ricerca su Gerusalemme costituiscono di per sé un contributo di alta divulgazione. Porre l'accento su questioni, apparentemente poco pertinenti, quanto meno a livello accademico - come è, per esempio, il turismo - spinge a uscire, in termini disciplinari dagli 'orti conclusi' e, nel contempo, mette a nudo la possibilità di veicolare precise valenze ideologiche attraverso canali apparentemente neutri e innocui. Quello che l'autrice non denuncia è la sua conoscenza della bibliografia in arabo sulla questione e, sia pure in misura decisamente minore, quella 'israeliana' a consumo interno. Questa conoscenza - che non sfugge solo a un occhio particolarmente attento alle schede dedicate a riviste e autori palestinesi o più in generale arabi - costituisce, nei fatti, lo zoccolo duro del lavoro e la garanzia della sua validità. Segue il contributo di Matteo Marconi: L'israelizzazione di Gerusalemme: politica e strategie per la "Città del domani"? L'autore propone una ricostruzione della storia delle trasformazioni urbanistiche e socio-antropologiche di Gerusalemme, con particolare riferimento al periodo post1967, quando la città viene, come si suol dire 'riunificata', vale a dire quando si completa il controllo israeliano sull'intera città, con l'annessione di Gerusalemme Est al settore occidentale in mano di Israele fin dal 1948. Sebbene io non abbia competenze specifiche in merito, mi pare evidente che tale storia viene dettagliatamente ripercorsa, con dovizia di particolari: cosa che le carte inserite nel lavoro documentano insieme, appunto, alla bibliografia che chiude il contributo. Tuttavia la cifra del discorso non è soltanto, o prevalentemente, quella di evidenziare la valenza geo-strategica dell'operazione israeliana quanto quella di proporre letture più sofisticate dei concetti di stato-nazione-sovranità e delle motivazioni che sottendono l'israelizzazione a tappeto della città. Tra queste, quella più intrigante - e, certamente, meno scontata di quanto non sia una qualunque analisi di ordine strategico - che il nostro 'politologo' mette in campo consiste nell'individuazione di una sottesa finalità messianica-apocalittica al progetto di 'israelizzazione' della città. Obiettivamente, se così fosse, la chiave di lettura dell'intero progetto israeliano per e su Gerusalemme andrebbe decodificato in maniera per l’appunto più sofisticata. E, a pensarci bene, una simile lettura darebbe coerenza a operazioni che, al momento, appaiono fuori dalla stessa logica con cui vengono legittimate. La nota che segue, Fede e istituzioni religiose a Gerusalemme: qualche osservazione, è ancora a firma di Delia Salemi. L'autrice, sia pure a volo d'uccello, mette sul tappeto alcuni elementi che da un lato integrano il saggio precedente, dall'altro giustamente fanno risaltare un aspetto ineludibile quando è in causa Gerusalemme, vale a dire la presenza istituzionale nella città delle tre confessioni religiose, a loro volta declinate in una pluralità di realtà. Ovviamente, la presenza islamica fa la parte del leone, almeno in termini propositivi. Viene analizzata, ancora a volo d'uccello, un'istituzione 'classica' dell'islam: il waqf, sorta di manomorta, che sancisce l'inalienabilità di un bene, soprattutto immobile - case, campi, frutteti, oliveti, ecc. - in funzione benefica. Quello che viene messo in evidenza è come tale istituzione possa essere utilizzata quale strumento di contenimento della depalestinizzazione della città operata dallo stato di Israele. Uno spunto di riflessione importante in sé, come è evidente, ma che, tangenzialmente, invita a considerare in termini meno ideologici e più concreti 'l'uso' e la funzione della religione delle parti in causa. Tale uso ha un risvolto, solo accennato nella nota, nel composito sistema giuridico cui le diverse confessioni - non è questione esclusivamente islamica - fanno riferimento; analisi che, a fine percorso, porrebbe sotto altra luce il senso da attribuire alla laicità dello stato di Israele. Il corposo saggio di Elisabetta Benigni, Il realismo immaginario di Gerusalemme è dedicato alle rappresentazioni della città nella letteratura araba. Il discorso di ricognizione delle immagini letterarie è diacronico ed è, opportunamente, punteggiato da citazioni testuali. L'obiettivo che l'autrice si propone è duplice. Uno è immediato: stimolare la lettura di romanzi arabi e israeliani, da qualche anno ormai, accessibili anche in lingua italiana. Il secondo è più ambizioso. L'autrice si propone di evidenziare precise dinamiche ideologiche che sottendono la scelta di determinati moduli letterari a preferenza di altri, in una linea ora di continuità, ora di rottura. Acquista, in questa prospettiva, una specifica importanza la carrellata di rappresentazioni di Gerusalemme da parte di autori e testi 'medievali' arabi, poco o per nulla noti al pubblico. Di qui, acquista una valenza speciale l'analisi della produzione araba su Gerusalemme sotto l'influenza della 'immagine' della città proposta a partire dal Settecento dai letterati e viaggiatori europei. Un po' come dire che il saggio può essere letto anche come ricostruzione di un segmento importante del 'percorso' di acculturazione vissuto dall'intellettualità araba a partire dal Settecento ad oggi. Una acculturazione, quella avvenuta in ambito letterario che, a sua volta, determina slittamenti di senso dei concetti di appartenenza e di identità in terra d'islam. In questa prospettiva, l'analisi della rappresentazione di Gerusalemme dimostra quella emblematicità di cui si è detto. Emblematicità che viene esaltata, e nel contempo riportata alla concretezza della città Gerusalemme, nella disamina della sua 'immagine' nella letteratura dal 1948 ad oggi, in un'ottica comparativa con la produzione israeliana coeva. Un'ultima informazione. Si è lasciata libertà di scelta agli autori in merito all'uso delle maiuscole, dei corsivi e anche della trascrizione, e ciò perché sul significato e l'uso delle maiuscole non c'è stato consenso; viceversa, la disomogeneità delle fonti ha, obiettivamente, comportato la necessità di rispettarle. L'impaginazione del testo è stata curata da Matteo Marconi che desidero ringraziare perché ha fatto crollare il prezzo del volume. Infine, un grazie particolare a Angelo Arioli che ha accettato questo lavoro nella collana da lui diretta

    Design of rad-hard SRAM cells : a comparative study

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    This paper presents the design of three static RAM cells, designed to be radiation hard. The memory cells are designed with three different approaches and layout styles. Three memory arrays, each of them made with a different cell, were designed and simulated to optimize the transistor sizes. The layout of the cells has been drawn, and parasitic elements were extracted to analyze their impact on circuit performance. Simulation results demonstrate that the three cells are functional in all worst case corners. The sensitivity of each cell to single events has been estimated using a fault injection technique. A silicon prototype employing the first cell has been fabricated and characterized
    corecore