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Tosca di Puccini
In questo vol. si ripubblica un importante saggio sulla relazione tra Opera e potere politico di John Rosselli; Andrea Chegai scrive il saggio introduttivo all'opera, Gabriele Dotto si occupa di alcuni stilemi musicali del compositore fra Bohème e Tosca, Gabriella Biagi Ravenni pubblica un carteggio inedito di Puccini
Cappelle musicali fra Corte, Stato e Chiesa nell’Italia del Rinascimento. Atti del Convegno internazionale (Camaiore, 21-23 ottobre 2005)
TEXTUAL PHILOLOGY FACING ‘LIQUID MODERNITY’: IDENTIFYING OBJECTS, EVALUATING METHODS, EXPLOITING MEDIA
Il volume affronta questioni di filologia testuale con una particolare attenzione allo sviluppo delle edizioni digitali e alle loro pecualiarita
Gilbert & Sullivan, «The Mikado»
La famosa coppia Gilbert & Sullivan, che ha rinverdito i fasti della musica teatrale inglese in epoca vittoriana, è uno dei binomi inscindibili nella mente degli appassionati e, come Stan Laurel & Oliver Hardy, l’uno senza l’altro è poca cosa. Certo, Sir Arthur Sullivan in particolare, come spiega Carlo Majer che introduce il lettore nel laboratorio artistico della ‘premiata ditta G&S’, era un musicista di talento, e si sente: dietro alla sue spumeggianti intonazioni del testo, e alle sfumature della sua orchestra, c’è una preparazione solidissima, che lo portò sino a lasciare il genere buffo, come già aveva fatto Offenbach, per tentare la strada dell’opera ‘romantica’. Ma quali furono i segreti della loro irresistibile comicità? Andrea Chegai ci propone
la sua chiave di lettura dell’opera ‘giapponese’ The Mikado, iniziando da un fruttuoso paradosso, cioè dalla logica del nonsense, per poi constatare che vi «prevale lo humour nero: decapitazioni annunziate, seppellimenti da vivi e supplizi nell’olio bollente. Ma per ogni nuova malaugurata evenienza c’è sempre una scappatoia». Su tutto regna un’ironia che nulla risparmia, i nobili stizzosi così come i borghesi. Accanto al libretto inglese abbiamo posto la prima traduzione italiana dei numeri musicali dell’opera, realizzata da Gustavo Macchi che, come scrive Jesse Rosenberg, il curatore della guida, «riuscì in modo talora virtuoso a cogliere lo spirito del testo di Gilbert, non esitando a cambiare spesso, e per necessità, il significato delle parole»
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
Raccontare Rossini oggi: prospettive da due studi recenti
Il contributo discute due monografie rossiniane afferenti al genere “vita e opere” pubblicate nel 2022: "Rossini" di Andrea Chegai e "Come un baleno rapido. Arte e vita di Rossini" di Paolo Fabbri. Alla messa in evidenza dei contenuti principali dei due libri s’affianca una riflessione sull’opportunità di considerare anche l’aneddotica rossiniana un campo di ricerca scientificamente rilevante.This contribution concerns two monographs on Rossini, both published in 2022, which belong to the “life and works” genre, namely: "Rossini" by Andrea Chegai and "Come un baleno rapido. Arte e vita di Rossini" by Paolo Fabbri. The highlighting of the main contents of the two books is accompanied by a reflection on the opportunity to consider anecdotal accounts of Rossini as a scientifically relevant research field
Giacomo Puccini, «Tosca», «La Fenice prima dell’opera», 2008/4
Molti capolavori del teatro musicale vengono associati nella memoria collettiva a un dato saliente della trama, e più spesso al luogo dove la vicenda viene ambientata a mano a mano che ci si avvicina alla fin de siècle. Nell’intelligente (e molto riuscita) regìa di Jonathan Miller che viene citata da Andrea Chegai all’inizio del suo saggio (una riflessione originale su due concetti molto dibattuti dagli specialisti, storia e religione), il tempo storico della vicenda (l’anno 1800) era stato postdatato agli anni Quaranta del Novecento, ma la carica oppressiva del potere conservava tutta la sua importanza decisiva, perché il cambio di regime (il fascismo in luogo della polizia borbonica al servizio del papato) non ne intaccava la natura, ugualmente tirannica, perversa e sanguinaria. Miller non volle toccare Roma, che restava sempre sotto i riflettori, sia pure prosciugata di elementi visivi realistici. Se la vicenda di Tosca rimane legata alla città in cui si svolge il dramma è perché dietro alle sue vestigia c’è una storia plurimillenaria di esercizio temporale del potere da parte dei papi che non ha riscontri in altri luoghi del mondo. Questo volume della «Fenice prima dell’opera» si apre con due saggi già apparsi nel programma di sala che il teatro veneziano ha dedicato a Tosca nel 2002: oltre a quello già citato di Andrea Chegai, aggiornato per l’occasione, anche l’agile disamina del rapporto fra politica e religione nell’opera dovuta all’insigne storico John Rosselli, scomparso nel gennaio del 2001, ai quali aggiunge una nuova edizione del libretto curata dal sottoscritto. Entrambi gli studiosi tendono a ridurre l’incidenza dell’elemento religioso sulla trama. Secondo Rosselli «se è impressionante il colpo di scena musicale del Te Deum, tuttavia il ‘volterrianismo’ di Cavaradossi e il bigottismo di Scarpia vengono rapidamente accennati a parole più che messi in atto musicalmente, e la stessa fede di Tosca rimane un incidente pittoresco, un’annotazione». Secondo Chegai, «c’è un ultimo aspetto, esterno alla loro sostanza, su cui Storia e religione hanno degli esiti, ed è quello della percezione temporale e spaziale. Quando la Storia non fa da protagonista, e in Tosca protagonista non è, non può che trasformarsi in una cronistoria, determinando l’articolazione temporale del dramma dall’esterno, e in una ‘geografia culturale’, come susseguirsi di localizzazioni inequivoche e dal valore simbolico. In questo meccanismo hanno buon gioco le contrastanti notizie della battaglia di Marengo, fra il Te Deum, la festa a corte e la smentita della sconfitta napoleonica, e il susseguirsi di male in peggio dei luoghi, dall’oscurità protettiva e rassicurante della chiesa inizialmente serrata, all’apertura della medesima al rito pubblico e a quello privato di Scarpia, al Palazzo Farnese, “luogo di lacrime”, alla segregazione dolorosa di Castel Sant’Angelo: elementi che accompagnano e connotano l’evolversi della trama privata dei protagonisti». Innegabilmente la critica pucciniana ha sovente discusso ed enfatizzato, negli ultimi tempi, il rapporto fra l’opera, la storia, la religione e l’ambiente, e non sempre in modo convincente. Ma resta fuor di dubbio che la Roma papalina ai primi dell’Ottocento sia un elemento basilare della trama di Tosca, il cui ritratto visto con gli occhi del ‘giacobino’ Cavaradossi, ben più protagonista di quanto non si sia voluto ammettere sinora, non fu forse causa trascurabile delle contestazioni e tumulti durante la prima assoluta del 14 gennaio 1900: ai vizi dei suoi beneamati potenti il pubblico era talmente affezionato da non desiderare che venissero così palesemente messi alla berlina. Un esito artistico con apprezzabili risvolti etici che, come si può agevolmente constatare scorrendo la storia italiana dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, non ha ancora perso la sua imbarazzante attualità
Variations on the Author
“Variations on the Author” discusses two of Eduardo Coutinho’s recent films (Um Dia na Vida, from 2010, and Últimas Conversas, posthumously released in 2015) and their contribution to the general question of documentary authorship. The director’s filmography is characterized by a consistent yet self-effacing form of authorial self-inscription: Coutinho often features as an interviewer that rather than express opinions propels discourses; an interviewer that is good at listening. This mode of self-inscription characterizes him as an author who is not expressive but who is nonetheless markedly present on the screen. In Um Dia na Vida, however, Coutinho is completely absent form the image, while Últimas Conversas, on the contrary, includes a confessional prologue that moves the director from the margins to the center of his films. This article examines the ways in which these works stand out in the filmography of a director who offers new insights into the notion of cinematic authorship
Giovanni Paisiello, «Il barbiere di Siviglia», «La Fenice prima dell’opera», 2004/6
SFa un certo effetto assistere al Barbiere di Siviglia, che Paisiello trasse direttamente dalla commedia di Beaumarchais, ma è il miglior modo per confrontarlo con Il barbiere di Siviglia di Rossini, e capire perché il capolavoro del pesarese, a ragione o a torto, si è imposto tanto profondamente da eclissare il suo illustre precedente. Correggiamo, anzitutto, un errore di fondo tramandato dalla tradizione, come ci invita a fare Andrea Chegai nell’ampio saggio d’apertura di questo volume: il libretto, a torto attribuito a Giuseppe Petrosellini, è invece opera di un traduttore anonimo, e con ogni probabilità neppure italofono (data la forte presenza di gallicismi potrebbe darsi, come prospetta Massimiliano Locanto, autore della guida all’opera, che fosse francofono). Cambia molto, invece, il ruolo del barbiere, che Rossini elevò a protagonista della partitura, non solo factotum ma autentico deus ex machina: delle infinite incarnazioni di Figaro si occupano, in questo volume, Marco Beghelli e Saverio Lamacchia, autori di un saggio brioso a quattro mani che sfaterà molti luoghi comuni. Certo il capolavoro di Paisiello dimostra la piena sintonia dell’autore con lo spirito della sua epoca, ed è ricco tanto di pagine brillanti quanto di espansioni sentimentali tre le più riuscite. Il compositore tarantino fu, del resto, uomo di mondo dalle mille risorse, come mostra la sua biografia, pronto a servire fedelmente tanto i Borboni, quanto la nobiltà russa, ma anche a lavorare per Napoleone Bonaparte – ciò non può stupire, tuttavia, chi segua le cronache politiche attuali. Uomo di ogni tempo, dunque, la cui reale statura artistica va salvaguardata, come scrive Roberto Campanella, dagli ammiratori di comodo che vedrebbero celarsi un complotto dietro l’oblio in cui sarebbero ingiustificatamente caduti il compositore e il suo Figaro
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