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Mondi digitali e mondi della cura: l'impatto delle tecnologie sulla professione infermieristica
“La logica digitale non è più una scelta ma decisamente un destino” (Cipolla et al. 2012 pag.23), in questo modo chiosa il Prof. Cipolla, a partire da questa affermazione ci si può chiedere, quali forme, dimensioni, effetti assume e produce tale destino nel campo della sanità? Una sanità che oggi viene definita ad alta comunicazione, in contrapposizione ad una a bassa comunicazione, ma quale accezione assume il termine comunicazione nel terreno della sanità? Certo velocizzazione di processi e de-burocratizzazione delle prassi, per un verso sembrano avvicinare il mondo dei curanti al mondo dei cittadini/pazienti (e-patients si direbbe), questo in una prospettiva meso-macro ed in ottica organizzativa. Ma la tecnologia non agisce solo a quel livello, cosa succede nel mondo delle micro relazioni. Essere dei curanti oggi significa sempre più frequentemente doversi disimpegnare in una pratica, che non è più una relazione a due o comunque diretta tra due soggetti con ruoli ben definiti e chiari, ma questa linearità tende a sfumare in favore ed in virtù della mediazione tecnologica che tende a frapporsi fra il curante ed il curato, cambiando le coordinate di questo rapporto ed obbligando l’infermiere a ripensare il proprio agire in funzione di un ambiente tecnologico, con scopi diagnostico/terapeutici, oppure con peculiari proprietà comunicative, che non può impedirsi di abitare, sempre più intenso nella presenza e negli effetti. Il problema è riflettere su quali siano tali effetti, e quale sia la consapevolezza dei professionisti infermieri, ma non solo in realtà, sulle modificazioni che intervengono, nelle relazioni tra salute, malattia e cura. Cercherò dunque di tratteggiare alcune linee di definizione della cura, dell’assistenza infermieristica, e la tecnologia infine come terzo soggetto, di cui approfondire alcune interazioni con i temi sopra esposti, principalmente in ordine a tre variabili fondamentali che caratterizzano la cura e l’assistenza infermieristica: il tempo, lo spazio, l’azione. La mediazione tecnologica interviene scompaginando in modo decisivo questi piani, su cui ruota il rapporto tra curante e curato, nel momento in cui un paziente può essere sorvegliato attraverso un monitor, per esempio, viene meno la necessità di una assistenza continuativa in presenza, che ne è dunque, dell’immediatezza caratteristica peculiare dell’assistenza infermieristica? E la relazionalità come si configura? E che dire di un paziente maniaco-depressivo che potrebbe auto-monitorare il proprio stato di salute attraverso applicazioni nel proprio smartphone. Questi sono solo alcuni piccoli esempi delle piste possibili di approfondimento, in relazione ai contesti di cura, alle tipologie di azioni che sono chiamate in causa, che possono assumere forma virtuale, termine su cui mi soffermerò ordine al rapporto con il suo presunto opposto ovvero il reale. La cura si trasforma perdendo la sua connotazione di atto che si svolge lungo un asse lineare continuo, analogico, assume invece una forma discreta, parcellizzata, digitale. Il senso (della cura) si compone e scompone e necessita di essere ricostituito diverse volte affinché curante e paziente possano mantenere il “ritmo” degli atti, siano essi erogati direttamente o delegati alla macchina. La sfida dunque è come integrare la saggezza digitale (Prensky 2010), nell’alveo della saggezza pratica che abbiamo detto essere l’infermieristica, al fine di attualizzarla ed evitare di cadere nelle semplificazioni superficiali della destrezza digitale o addirittura, negli errori o danni della stupidità digitale
La medicalizzazione della normalità nella società bionica: quali rischi?
Possiamo vedere la medicalizzazione come un processo che può compiersi lungo almeno una delle seguenti dimensioni. Conrad [1996: 139] propone infatti di distinguere tra almeno tre usi del termine: quello concettuale, quello istituzionale e quello interazionale.
Si ha medicalizzazione concettuale quando si utilizza il linguaggio medico per definire qualcosa che medico non è; si ha medicalizzazione istituzionale quando il medico ha il potere di controllare e dirigere segmenti organizzativi in cui vi è anche personale non medico (è la dominanza professionale di Freidson); si ha medicalizzazione interazionale quando in un rapporto medico/paziente un problema sociale viene ridefinito, grazie alla conoscenza medica, come problema medico.
Sinteticamente, potremmo dire che la medicalizzazione è quel processo che definisce un aspetto della vita con categorie mediche, un aspetto che fino a quel momento non era così categorizzato. Delle tre definizioni proposte da Conrad a me interessano la prima e la terza, la seconda è infatti coincidente con la dominanza medica – tanto vale usare quel termine e non moltiplicare gli enti...
La dominanza medica di Freidson riguarda il potere dei medici di controllare o per le meno influenzare le seguenti dimensioni: gli aspetti organizzativi dell’erogazione delle cure; gli aspetti formativi riguardo ai curricula degli erogatori delle cure e gli aspetti relativi alle gerarchie tra professioni sanitarie.
Gli autori che stanno alla base delle teorie di oggi sulla medicalizzazione sono sostanzialmente due: Illich e Foucault.
Illich vede la classe medica come un’istituzione che controlla molte dimensioni della vita quotidiana e che invece che produrre salute produce malattia. Dice infatti che le malattie sono iatrogeniche, ovvero sono prodotte dalle cure e dai curatori – filologicamente. Che significa questa affermazione così contro-intuitiva? Significa che la medicina è causa di errori medici e che l’organizzazione sociale della medicina produce malattia (iatrogenesi clinica); che la medicina de-politicizza perché trasforma problemi sociali in problemi biologici (iatrogenesi sociale) e che la medicina rende le persone dipendenti dalle cure perché patologizza aspetti normali della vita, si veda ad esempio la tendenza a non sopportare il dolore o la trsitezza (iatrogenesi culturale). Come possiamo notare, benché “classico”, Illich non sfigura tra coloro in grado di fare una diagnosi del nostro tempo – trenta cinque anni dopo Nemesi medica.
Foucault è implicato nel discorso sulla medicina in innumerevoli occasioni. Per quel che riguarda i nostri intenti di oggi voglio citare solo tre modi di collocare Foucault nella medicalizzazione.
La prima modalità riguarda lo slittamento del potere da verticale a diffuso e obliquo. Si passa dal potere del sovrano di dare la morte, dall’alto al basso, al potere/dovere dello Stato di sostenere e promuovere la vita (produttiva) attraverso (anche) il welfare. Icasticamente: dall’individuo assoggettato al potere al soggetto attraversato dal (bio)potere.
Ciò porta, e siamo al secondo punto, alla necessità di conoscere il soggetto. Di osservarlo, monitorarlo e controllarlo. Si costruiscono enormi quantità di dati su di lui/lei e si concepiscono meccanismi di controllo e regimi disciplinari: sulla sessualità e sull’igiene;
Ma la medicalizzazione di Foucault, al contrario di quella di Illich, si perpetua anche nelle pratiche demedicalizzanti perché come scrive Mori [2009: 94] “Foucault mostra come tutti i tentativi di immaginare politiche di freno alla crescente medicalizzazione della società siano paradossalmente destinati a rovesciarsi nel loro contrario, ossia in fattori in grado di accrescerne il potere. E questo perché gli unici parametri, i soli regimi veritativi in cui si accetta di valutare le iniziative demedicalizzanti, continuano ad essere di natura strettamente medica”. Così, per esempio, le qualità di progetti di deistituzionalizzazione dei malati, di preve..
Sulla probabilità di indovinare la chiave ed alterare i messaggi in sistemi di autenticazione basati su piani proiettivi finiti
Il dolore da sintomo a malattia: un’analisi a partire dal modello ESA.
Il dolore, in quanto concetto complesso e multidimensionale, viene definito per la prima volta in maniera esaustiva, dall'Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore (IASP), nel 1986. A partire da questa definizione si percorrono le trasformazioni che hanno caratterizzato questo tipo di esperienza e si cerca di capire se il dolore, in particolare quello cronico, può essere considerato una vera e propria patologia. Per dare una risposta a questa domanda e valutare le dimensioni individuali, sociali e bio-organiche dell'esperienza dolorosa, viene utilizzato il Modello ESA, utile strumento per un'analisi multidimensionale della malattia
Going Beyond Counting First Authors in Author Co-citation Analysis
The present study examines one of the fundamental aspects of author co-citation analysis (ACA) - the way co-citation
counts are defined. Co-citation counting provides the data on which all subsequent statistical analyses and mappings
are based, and we compare ACA results based on two different types of co-citation counting - the traditional type that
only counts the first one among a cited work's authors on the one hand and a non-traditional type that takes into
account the first 5 authors of a cited work on the other hand. Results indicate that the picture produced through this non-traditional author co-citation counting contains more coherent author groups and is therefore considerably clearer. However, this picture represents fewer specialties in the research field being studied than that produced through the traditional first-author co-citation counting when the same number of top-ranked authors is selected and analyzed. Reasons for these effects are discussed
L'informazione sulla malattia
I dati che riguardano l’informazione sulla malattia permettono di affermare che gli intervistati dimostrano un’elevata soddisfazione per gli aspetti riguardanti la loro relazione con il medico. Nella grande maggioranza dei casi essi comprendono bene i contenuti della diagnosi, quasi sempre la diagnosi viene loro spiegata adeguatamente e anche gli aspetti umani sono tenuti, dai medici, in grande considerazione. Oltre ai medici, risultano essere centrali, nell’acquisizione di informazioni, internet, gli altri malati e le reti amicali. Anche la chiarezza del linguaggio dell’oncologo influenza, almeno a breve termine, le aspettative di guarigione. Il livello di istruzione dell’ammalato ha grande influenza sulla scelta dell’oncologo, la relazione con l’oncologo, la comprensione delle informazioni contenute nella diagnosi. Va sottolineato come coloro che incontrano le maggiori difficoltà nella relazione con il medico, o con la gestione della propria patologia, siano le persone con il livello di istruzione più basso
Presupposti teorici e metodologici della ricerca
Questo capitolo intende esporre uno stato dell’arte ragionato in merito alle disuguaglianze sociali in sanità con più specifico riferimento ai malati neoplastici. Ci si è pertanto rivolti alla più importante letteratura esistente tanto a livello nazionale, quanto a quello internazionale, potendo così anche verificare quali sono gli items prevalentemente considerati e analizzati dagli studiosi.
La prima cosa che si nota è che in questa sterminata letteratura di settore, una gran quantità di lavori non si avvale né si poggia su solidi modelli teorici esplicativi, privilegiando al più la verifica di un determinato presupposto o ipotesi avanzata nel corso di un progetto di ricerca, rendendo conseguentemente questi studi modestamente capaci di incrementare la nostra conoscenza sulle connessioni dei vari fenomeni con le variabili sociali esaminate, al fine di poter individuare quali sono i determinanti sociali in causa e che peso hanno lungo il processo patologico, anche per suggerire interventi con azioni di supporto alle politiche specifiche [Bigby, Holmes 2005: 41].
Il presente contributo organizza le prossime pagine dividendole in tre parti fondamentali. Nella prima si articolano le principali conoscenze sul tema avvalendosi di un iniziale inquadramento metodologico di tipo correlazionale; nella seconda parte, invece, si analizzeranno alcuni dei principali studi provenienti dalla letteratura internazionale, sviscerandone, sempre in relazione con il tema delle disuguaglianze sociali, le principali aree concettuali che emergono dagli studi più importanti e cioè lungo gli assi della prevenzione, dell’accesso alle cure e degli esiti, in termini di sopravvivenza e mortalità; la terza parte infine intende fornire un modello esplicativo che consenta di calibrare gli eventuali interventi correttivi in contrasto con l’emergere di potenziali disuguaglianze sociali nel percorso di malattia neoplastica
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