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An innovative architecture for an intelligent building energy management system
Due to the increasing urbanization one of the main focuses of the environmental policy
is constituted by the cities, where a better quality of life and lower energy consumption
will be made possible by digital technology and innovation. Buildings are one
of the main urban sectors involved in this challenge. The management systems of
Smart Buildings look beyond the general objective to fulfill the occupants’ comfort requirements
and reduce the energy consumption. Smart Buildings are connected and
responsive to the Smart Power Grid, and they interact with building operators and occupants
to empower them with new monitoring levels and operational information on
building performance. This work proposes a modular and hierarchical system architecture
for the building energy management that accounts for the building operating
conditions and the surrounding grid system. The research experiences described in
this work constitute modules of this system acting at different levels and with different
purposes. The first research experience is related to the regulation of the indoor
temperatures of a multi-zones building on the basis of the occupancy profiles through
an adaptive model predictive control law. Secondly a comprehensive fault detection
and diagnosis methodology of anomalous building energy consumptions through artificial
intelligence and data mining techniques is presented. Finally the results obtained
by the application of this fault detection and diagnosis methodology to the electrical
consumptions of several actual buildings are described
Fenomenologia penalistica dell'audiovisivo
La ricostruzione giuridica delle principali tematiche di rilevanza penale che interessano l’opera audiovisiva ha consentito di portare alla luce le maggiori criticità applicative della normativa di settore e i nodi interpretativi non ancora sciolti, che sono probabilmente destinati a intricarsi ulteriormente nel prossimo futuro con l’inarrestabile evoluzione delle tecnologie di comunicazione e diffusione.
Un preliminare inquadramento delle nozioni giuridiche di opera cinematografica e audiovisiva si è reso indispensabile, al fine di impostare l’intero lavoro prendendo necessariamente in prestito dal diritto d’autore alcuni concetti posti a fondamento della tutela delle opere dell’ingegno e ipotizzando una ripartizione della fenomenologia penalistica in esame a seconda del ruolo svolto dall’opera filmica rispetto alla fattispecie incriminatrice. Sulla falsariga di simili catalogazioni già proposte in diritto penale per i reati in materia di stampa e televisione, si sono perciò individuati i “reati dell’audiovisivo” in quelle ipotesi criminose previste dagli artt. 171 e ss. della legge 22 aprile 1941 n. 633 a tutela, appunto, dell’opera e i “reati per mezzo dell’audiovisivo” nelle fattispecie in cui il film diviene la modalità di realizzazione dell’offesa a interessi penalmente tutelati, quindi i delitti di diffamazione e di pubblicazioni e spettacoli osceni.
Nell’ambito della tutela penale del diritto d’autore, si è rivelata quanto mai interessante e articolata la problematica del reato di plagio audiovisivo, per come è stato concepito dal legislatore italiano e per le difficoltà di coordinamento con la contigua disciplina di natura civilistica sulle elaborazioni creative, pur essendo entrambi i fenomeni contenuti nella citata legge 633/1941. La mancata presa di posizione in modo esplicito da parte del legislatore a favore della natura di fattispecie circostanziata o reato autonomo per il plagio (art. 171, co. III L.D.A.) ha, infatti, portato a un acceso dibattito al momento dell’entrata in vigore della legge di depenalizzazione n. 689 del 1981, per decidere se vi si applicasse o meno. Pur prevalendo la tesi della fattispecie circostanziata, che ha consentito di mantenere in vigore l’illiceità penale del plagio, si è riscontrata, tuttavia, l’ineffettività in concreto della norma in esame, accentuata dalla sua stessa natura di circostanza che richiede, ai fini dell’addebito, che si sia già integrata una violazione penalmente sanzionata dei diritti di utilizzazione economica su un’opera. L’incriminazione del plagio audiovisivo, posto a tutela del diritto morale d’autore, come del resto l’incriminazione di
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tutte quelle condotte di contraffazione per comodità ascrivibili al concetto di pirateria, è la conferma del carattere speculare e della stretta dipendenza che lega le fattispecie in esame a situazioni giuridiche già descritte e disciplinate dal diritto civile, caratteristica ricorrente nel diritto penale complementare che perciò assume spesso le vesti di diritto privato rafforzato dalla sanzione penale.
L’analisi della giurisprudenza in materia di plagio, prevalentemente civile per le ragioni sopra dette, fornisce inoltre all’interprete una prima fotografia della complessità insita in operazioni giuridiche che calino nelle aule giudiziarie valutazioni prettamente estetiche, filtrando i concetti di creatività e originalità attraverso parametri (pre)definiti.
Se la pirateria audiovisiva costituisce il vero banco di prova della tenuta complessiva del sistema penale costruito dalla legge 633/1941, a un attento esame delle fattispecie incriminatrici ivi previste e della loro capacità di descrivere con precisione e sanzionare con certezza, oltre che secondo criteri di proporzionalità, il fenomeno, la prova non sembra possa dirsi superata.
È ormai evidente come la sfida lanciata al legislatore dalla tecnologia digitale di duplicazione, riproduzione e diffusione online dei contenuti audiovisivi abbia fatto emergere l’inadeguatezza del diritto penale come mezzo “tecnico” di prevenzione e repressione e la forza, talvolta autodistruttiva, della sua strumentalizzazione politica, in mano alle lobby del momento. Ne è la riprova l’avvicendarsi caotico e asistematico delle riforme di settore o il progetto della direttiva europea “IPRED 2”, naufragato a seguito della levata di scudi del popolo di Internet.
L’interprete rimane perplesso di fronte all’elencazione delle fattispecie di cui agli artt. 171 e ss. L.D.A., non tanto per il grado di tecnicismo, a dir il vero neanche così elevato né aggiornato, quanto perché pleonastiche, indeterminate, sproporzionate. Sembra di essere di fronte a un puzzle non riuscito, costituito da pezzi spesso uguali che si sovrappongono lasciando enormi buchi e finendo per non rappresentare nessuna immagine definita alla fine del lavoro di assemblaggio.
Eppure l’emergenza della pirateria audiovisiva è reale ed è in continua espansione: il criterio c.d. follow the money, che in Italia ha portato a notevoli risultati nelle indagini condotte negli ultimi anni, ha dimostrato con dati oggettivi, al di là di manipolazioni e amplificazioni mediatiche o lobbistiche, la quantità di denaro quotidianamente prodotta dalla pirateria digitale, una vera e propria industria clandestina che sottrae risorse
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finanziarie e introiti di varia natura a quella legale, con danni che si ripercuotono direttamente sulla produzione di ricchezza in ciascun Paese.
Consapevole della scarsa effettività delle fattispecie penalistiche che colpiscono in modo “diretto” il fenomeno dell’immissione abusiva dell’opera audiovisiva in Internet, attraverso sistemi di uploading, downloading e file sharing, il legislatore ha altresì percorso la strada dell’anticipazione della tutela, arretrando la soglia di rilevanza penale del fatto a momenti prodromici distanti dall’offesa, e della c.d. “amministrativizzazione” del diritto penale, sanzionando penalmente la violazione di obblighi procedimentali. La giurisprudenza ha, invece, dato vita a un acceso dibattito sul fenomeno della responsabilità penale degli Internet Service Provider, a titolo di concorso e/o per omissione impropria, scontrandosi tuttavia con una normativa tutt’altro che favorevole a questa incriminazione, questione che dovrebbe essere oggetto di disciplina a livello europeo nella nuova strategia del Digital Single Market di prossima istituzione.
Condivisa appieno l’esigenza di una tutela penale del diritto d’autore, per i molteplici interessi di rango costituzionale a esso sottesi, le sfide che questo settore ora lancia alla politica, di cui il legislatore è emanazione, e all’interprete che dovrebbe coadiuvarla nell’opera di aggiornamento e perfezionamento del diritto positivo, sono essenzialmente due: da un lato, circoscrivere, possibilmente in un processo europeo di armonizzazione delle legislazioni nazionali, i confini della rilevanza penale dei fatti di pirateria per garantire un’adeguata tutela anche alle esigenze della platea di utenti e fruitori dei contenuti digitali, in prima istanza implementando la disciplina delle c.d. libere utilizzazioni ed eccezioni al diritto d’autore; dall’altro, riportare l’attuale assetto panpenalistico a un più rigoroso modello di diritto penale minimo, sfruttando e potenziando le soluzioni alternative di tutela, in parte già offerte dall’ordinamento con le Misure Tecnologiche di Protezione e i poteri di site blocking dell’AGCom.
L’esigenza e la ricerca di un difficile bilanciamento è al centro anche della seconda parte di questo studio, incentrata sui due fenomeni della diffamazione a mezzo film e dell’incriminazione dell’opera oscena ex artt. 528 e 528 cod. pen.
Per analizzare la prima problematica si è dovuto, innanzi tutto, affrontare il tema del rapporto tra il diritto all’onore e alla reputazione, tutelato dal reato di diffamazione di cui all’art. 595 cod. pen., e la libertà di manifestazione del pensiero. L’applicabilità delle scriminanti del diritto di cronaca e di critica, ormai consolidatesi in linea generale nella
Fenomenologia penalistica dell’audiovisivo
prassi giurisprudenziale, all’opera audiovisiva non è, tuttavia, così pacifica, venendo in rilievo altresì la libertà artistica, anch’essa costituzionalmente garantita. Da qui la necessità di soffermarsi, anche attraverso l’esame di alcune pronunce, sulle caratteristiche dei c.d. film-verità, a contenuto documentaristico o biografico, che presentano un maggior rischio di lesione della reputazione altrui nella misura in cui rendano riconoscibili contesti e personaggi direttamente riconducibili a situazioni o persone reali.
L’ipotizzabilità di una autonoma “scriminante artistica”, paventata da alcuni in forza della maggior ampiezza della libertà dell’arte rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero, pur non avendo trovato cittadinanza nella categoria dei film-verità data la ricostruzione fortemente realistica che li connota, ha tuttavia imposto alla giurisprudenza un ripensamento sui requisiti delle scriminanti del diritto di cronaca e di critica al fine di modularli e riadattarli alla potenzialità offensiva del film sicuramente diversa da quella insita in un articolo giornalistico diffamatorio.
Quanto alla tematica dell’arte cinematografica oscena, binomio del tutto antinomico come sembrerebbe voler dire lo stesso art. 529 cod. pen. quando prevede che non si debba considerare oscena l’opera d’arte, si tratta di un capitolo della nostra storia che, forse, può definitivamente ritenersi concluso, soprattutto in seguito alla recente parziale depenalizzazione del delitto di spettacoli osceni ex art. 528 cod. pen., contestualmente alla riforma, ormai prossima, del sistema di revisione amministrativa preventiva (più comunemente conosciuta come censura) delle opere cinematografiche. Gli elementi normativi extragiuridici dell’oscenità e dell’artisticità – quest’ultima con tutte le difficoltà interpretative connesse alla sua funzione dogmatica rispetto all’integrazione della fattispecie incriminatrice – restano, tuttavia, in vita nel codice penale: innanzi tutto per delimitare, con le loro definizioni tutt’altro che determinate, quel che resta dei reati di osceno; ma soprattutto per testimoniare un passato non così lontano di pellicole d’autore sottoposte a sequestro penale e per ricordare che l’espressione artistica non può essere subordinata alla morale, secondo la ratio legis del Codice Rocco, in perfetta corrispondenza con quanto poi ribadito dall’Assemblea costituente nella stesura dell’art. 33 Cost., che definisce in modo assoluto e incondizionato la libertà dell’arte
Far-infrared optical properties of Ge/SiGe quantum well systems
The microelectronic industry is nowadays fully dominated by silicon, mostly thanks to
the outstanding thermal and mechanical properties exhibited by this material and by its
native oxide, needed for the realization of the CMOS platform. On the other hand, the
electronic structure of silicon makes it unexploitable in any application involving optics
or opto-electronics. The main problem is the indirect nature of the silicon band gap
which prevents radiative recombination between conduction and valence bands, resulting
in the almost total absence of good silicon-based emitters and detectors. These devices,
including lasers, are today realized mainly in compounds of III-V semiconductors and
therefore a monolithic photonic integration with the mainstream electronic platform is
still far from being achieved, since the employed materials are not compatible with silicon.
Several techniques have been investigated in order to obtain III-V materials on silicon,
like heteroepitaxial growth or wafer bonding, but the most desirable approach remains
the realization of opto-electronic devices in silicon-compatible materials directly grown on
silicon substrates.
In this context, the recent breakthroughs in the epitaxial deposition techniques opened
the possibility to realize a large number of artificial structures with attracting properties
from many points of view. The state of the art in semiconductor deposition now allows
the growth of periodic systems of few atomic layers of di erent composition in which
the charges are con ned in low-dimensional structures called quantum wells (QWs). The
quantum effects arising from their low-dimensional nature can be exploited in several
manners, for example with the aim of obtaining radiative emission from silicon-compatible
materials. In fact, in these periodic heterostructures, dipole-active transitions between the
confined levels have clearly demonstrated their potential for infrared light emission. Each
level in a QW is constituted by a two-dimensional electron energy level called subband,
and therefore the transitions involving them are named inter-subband (ISB) transitions.
One important property of ISB light emitters is that they are unipolar devices, i.e. they
do not require the use of semiconductors with a direct bandgap because either electrons or
holes are involved in the emission process, and the radiative emission does not depend on
electron-hole recombination between conduction and valence bands. This property makes
ISB transition design a viable route toward the realization of silicon-based monolithic
light emitters, employing silicon-compatible group-IV semiconductor materials such as
germanium (Ge) and tin (Sn), even if with indirect band gap. With the employment of
these materials, light emitters realized on silicon (Si) wafers could be integrated in the
CMOS technology platform and thus, although working at low temperatures and in the
far-infrared range, they have the potential to open the field of silicon photonics beyond
the telecom technology to several applications. After the first demonstration in 1994 of the quantum cascade laser (QCL), coherent ISB emitters based on electron injection-tunneling between coupled QWs are now
an established technology, although QCL are still realized only in III-V semiconductor
heterostructures. The polar nature of these compounds limits the emission efficiency specially at room temperature because of the strong interaction with optical phonons, which
generates high-rate non-radiative electron relaxation. Moreover, the strong coupling with
optical phonons in III-V emitters leads to a forbidden emission range in the far-infrared
energy region named THz gap, in which any radiative emission is prevented. This means
that nowadays compact and efficient emitters in the range of 0.3-10 THz (around 1-40
meV) do not exist yet, excluding the possibility to exploit THz radiation for a number
of important applications. In fact, the THz region of the electromagnetic spectrum is of
great interest in many fields both from a theoretical point of view and for technological
applications.
In this context, the present work of thesis focused on the realization and characteriza-
tion of Ge/SiGe QW heterostructures featuring the needed properties for the implementation in THz emitter devices. After the optimization of the deposition process is conducted
and the suitable strategy to obtain high quality structures is adopted, several Ge/SiGe
QW samples with different characteristics have been grown via chemical-vapor deposition
(CVD) and a thorough study is conducted on both structural and optical properties.
Two different kinds of QW structures have been investigated: the first one is a multi
quantum well (MQW) modulation-doped structure which consists in the periodic repetition of symmetric elements of single QWs separated by thick barriers to prevent any
coupling between them. This structure has been used to the seminal study of the inter-
subband (ISB) transition properties in Ge QWs and to highlight the main features useful
in THz technology. Basing on the results obtained from the MQW samples, a second type
of structure has been considered, and direct-doped asymmetric coupled quantum well
(ACQW) samples have been realized. Here, exploiting the peculiarities of the ACQW
structure, the possibility to realize a quantum fountain (QF) device has been investigated, mainly studying the ISB transition characteristics in terms of relaxation times and
population inversion under optical pumping.
The structural characterization conducted on the realized samples testi es the high
quality that can be achieved with the state-of-the-art techniques employed in the deposition process. The result is the excellent crystalline quality of the samples with low lattice
defects. Different investigation techniques also highlight the high precision the periodic
structures are realized, with abrupt interfaces of roughness below the nanometer scale.
The optical characterization discussed in the present work started with a steady-state
investigation, which highlights the very good agreement between the experimental data
and the theoretical predictions. The spectra analyses allowed to identify the main optical
characteristics of the investigated structures, testifying the high quality of the grown
samples. After the optical characterization in the steady-state conditions, investigation
on the carrier dynamics has been performed with pump-probe spectroscopy measurements,
in order to study the system dynamics under optical pumping. The obtained relaxation
times of the excited states are found to be suitable for the realization of THz emitter
devices based on population inversion, e.g. the QF.
Although it was not possible to obtain population inversion in our samples due to
thermal limitations, we developed a model to calculate the material gain G(!) and the
model parameters have been fitted to reproduce the experimental data at different pumping powers. Their values have been extrapolated to higher powers in order to identify the
possibility to achieve population inversion in our structures. The result of this procedure
showed how a net positive material gain can be achieved in our systems for pumping powers above 500 kW/cm2. This value is only slightly higher than what reported for III-V
systems, and can be easily lowered down with a proper cavity realization for high modal
gain. Starting from the results obtained in the ACQW structures characterization, in
fact, the realization of optical resonators for positive modal gain can be possibly obtained
as a long term objective and it represents the natural continuation of the present work
Leading isospin breaking effects and electromagnetic corrections of hadronic quantities in lattice QCD
Hybrid global/local optimization methods in simulation-based shape design
Simulation-based design optimization methods integrate computer simulations, design modification tools, and optimization algorithms. In hydrodynamic applications, often objective functions are computationally expensive and noisy, their derivatives are not directly provided, and the existence of local minima cannot be excluded a priori, which motivates the use of deterministic derivative-free global optimization algorithms. DPSO (Deterministic Particle Swarm Optimization), DIRECT (DIviding RECTangles), two well-known derivative-free global optimization algorithms, and FSA (Fish Shoal Algorithm), a novel metaheuristic introduced herein, are described in the present work. Moreover, the enhancement of DIRECT and DPSO is presented based on global/local hybridization with derivative-free line search methods. DPSO, DIRECT, FSA, and three hybrid algorithms (LS-DF PSO, DIRMIN, and DIRMIN-2) are introduced, and assessed on a benchmark of seventy-three analytical functions, providing an effective and efficient guideline for their use in the simulation-based shape design optimization context. The suggested guidelines are applied on ten hull-form optimization problems, using potential flow and RANS solvers, supported by metamodels. The optimizations pertain the high-speed Delft catamaran and an USS Arleigh Burkeclass destroyer ship, namely the DTMB 5415 model, an early and open-to-public version of the DDG-51. Three shape modification techniques, specifically the free-form deformation and the orthogonal basis functions expansion over 2D and 3D subdomains, are introduced, along with the design-space dimensionality reduction by generalized Karhunen-Loève expansion. Hybrid algorithms show a faster convergence towards the global minimum than the original global methods and therefore represent a viable option for shape design optimization. Moreover, FSA shows a better effectiveness compared to the other global algorithm (DPSO and DIRECT), allowing for good expectations for its further improvement with a local hybridization, for the future work
Il paradigma nostalgico da Rousseau alla società di massa
In Retro We Trust, recita uno slogan pubblicitario. Il fenomeno della nostalgia è in espansione.
Il passato non è mai stato così presente. La nostalgia è una malattia che contagia tutto: la filosofia, la
società, la politica, ma anche il cinema, la letteratura, la fotografia, la televisione, la tecnologia, il
cibo, l'arte, la moda, i viaggi, gli stili di vita.
Il paradigma nostalgico è diventato il tratto distintivo della cultura contemporanea,
indissolubilmente legato alla diffusione della popular culture, filtrato dalle memorie individuali di
spettatori-consumatori. La nostalgia non è solo un modo tra gli altri per rapportarsi con il passato, ma
la possibilità privilegiata – forse unica – di contatto con il tempo e con la storia.
La tesi - ripercorrendo le tappe dello sviluppo del paradigma nostalgico che coinvolge tutta la
tradizione occidentale da Esiodo a Rousseau - evidenzia i nodi tematici e le domande che le
interpretazioni della nostalgia contemporanea lasciano aperte. Se la nostalgia contemporanea è un
mero tentativo di abuso e di sfruttamento della memoria individuale e collettiva, che cosa rimane del
sentimento struggente della nostalgia romantica? Se la nostalgia contemporanea è un prodotto
artificiale di un sistema socio-economico che assume le sembianze di un passato inventato, che cosa
rimane dell’originario desiderium di ovidiana memoria? Se la nostalgia contemporanea è un bisogno
indotto votato ad alimentare il consumismo globale, che cosa rimane del dolore della rimembranza
poetica?
In altri termini il presente lavoro si domanda: la rammemorazione [Eingedenken], cara al
pensiero filosofico del Novecento, è diventata stile à la page, superficiale tendenza? La nostalgia, il
sentimento caro al romanticismo, ha perso la sua “aura” diventando riproducibile su youtube
Improving flexibility, provisioning, and manageability in intra-domain networks
Internet has a hierarchical structure, in which network devices (e.g.,
routers) are grouped into logical areas. Each area is called Autonomous
System (AS) and it is typically under the control of a single organization,
also called Internet Service Provider (ISP). An ISP takes decisions in terms
of routing protocols to use for forwarding traffic. Routing inside intradomain
networks is typically realized combining several protocols, which
collaborate in order to provide services, even basic like connectivity. This
makes protocols specialized on a specific task (e.g., guarantee certain levels
of quality of service) giving to network administrators the possibility to
choose among different protocols in order to accomplish a specific activity
(e.g., computing paths in the network). Such coexistence surely aims at improving
flexibility, but it also leads to problems in terms of network’s manageability,
making the provisioning of services more difficult. The main
goal for an ISP consists in having a fine-grade control over the routing
paths in the network, which gives to the ISP itself the opportunity of exploiting
its network efficiently; at the same time, making the management
of the network simpler, for example reducing both the configuration and
troubleshooting effort, is also a desirable target.
In this thesis, four different contributions are presented, aimed at: 1) making
routing flexible; 2) simplifying the provisioning of the services; 3) making
the manageability of the network sustainable for network administrators.
The emphasis is on how flexibility and manageability can be improved
using both distributed and centralized approaches. On the other
hand, provisioning can be significantly improved by using a centralized
paradigm, like Software-Defined Networking (SDN): having a single logic
place in which to locate the entire control for a service allows network administrators
to also decrease the configuration effort in the setup of that
service, as well as to have very high levels of flexibility.
Adopting the novel approaches proposed by SDN raises new challenges:
after showing the benefits brought by it, interoperability issues are addressed,
as well as a review of the most relevant state of the art contributions
on SDN, checking whether they are applicable on real OpenFlowenabled
switches.
The thesis is organized as follows. The chapters from 2 to 4 describe
respectively three contributions aimed at making the routing as flexible as
possible, as well as reducing configuration and troubleshooting problems;
chapter 5 describes contribution in terms of how the most relevant SDN
state of the art is not applicable on current OpenFlow-enabled switches.
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The first contribution is referred to a distributed control plane aiming
to improve flexibility and manageability. This control plane relies on approaches
like multipath and source routing in order to provide to network
administrators tools that make the manageability of the network simpler;
moreover, exploiting multipath and source routing, the control plane also
improves flexibility in the network.
The second contribution is a solution aiming at improving provisioning,
as well as flexibility and manageability. The idea behind this contribution
is the following: can OpenFlow, the most used protocol enabling SDN,
replace many protocols in order to provide a service? Starting from a well
known and widely used service in production networks, Virtual Private
Networks, a rethinking activity has been performed, in order to make its
provisioning and manageability faster and simpler, by reducing the number
of protocols involved in setting up this service and, consequently, the
configuration effort. Indeed, setting up a Virtual Private Network is not
trivial: many protocols are typically involved, each of which has a specific
task; being flexible is not simple as well, because the interaction among
protocols is realized by tuning some configuration parameters; also the
management of the service itself is hard, because the configuration of a
Virtual Private Network is scattered among many devices; this makes troubleshooting
hard as well. As a consequence of using just one protocol
based on a centralized approach like OpenFlow, and observing that it typically
has a complete view of the network, a new centralized specification
language for setting up Virtual Private Network is also defined.
The third contribution addresses an interoperability problem. Indeed,
today’s networks strongly rely on the Address Resolution Protocol (ARP),
a protocol for building the association between IP and MAC addresses; this
protocol is also executed by end-systems, that do not play any active role in
the operation of an SDN, like computers; hence an interoperability mechanism
is needed, allowing OpenFlow-enabled switches to correctly handle
ARP packets. This protocol generates broadcast traffic that typically
traverses local networks: the simpler and most adopted solution for handling
this kind of traffic using OpenFlow is to re-implement the ARP protocol
behavior. However, this choice does not take into account the power
of SDN. Exploiting the SDN approach, a solution that prevents broadcast
ARP packets from passing through the local SDN-enabled networks has
been proposed; in particular, these packets can be bounded at the edge of
the network, making the handling of ARP traffic more efficient.
The fourth contribution is an investigation on the readiness of real devices
to run centralized protocols like OpenFlow. The idea is very simple:
OpenFlow 1.0.0 is the first standard, and it was released in 2009; the most
recent, OpenFlow 1.5.1, has been released around the half of 2015; is the
SDN state of the art applicable using real devices? Moreover, which is the
level of compliance of the real network devices with the OpenFlow standard
after six years? The former question arises because many evaluations
and experiments of SDN papers have been conducted in a simulated environment.
We reviewed the most relevant state of the art talking about
SDN, aiming at understanding if they are applicable. We also investigated
features in terms of functions and performance of those devices
La tutela del consumatore nell'impiego di apparecchiature finalizzate al trattamento dell'acqua destinata al consumo umano
Il progetto di ricerca triennale di questo dottorato ha riguardato “La tutela del consumatore nell’impiego di apparecchiature finalizzate al trattamento dell'acqua destinata al consumo umano”.
La ratio finale del progetto di dottorato è strettamente correlata alle necessità di rafforzare l’attività d’informazione al cittadino sulla qualità delle acque distribuite al consumo umano, raccomandate a più riprese anche in sede di Consiglio Superiore di Sanità.
In particolare da numerosi anni a questa parte la diffusione di dispositivi di trattamento di acque destinate al consumo umano in Italia è rilevante sia per diversità di tecnologie impiegate e varietà di sistemi in commercio che per entità di apparecchiature commercializzate.
Tali trattamenti non rivestono in alcun caso finalità di “potabilizzazione” delle acque essendo applicati ad acque idonee al consumo umano; né l’utilizzo delle apparecchiature assume valenza sanitaria poiché i requisiti di qualità vigenti per le acque distribuite per uso potabile ne assicurano l’idoneità al consumo umano1 per l’intero arco della vita delle diverse categorie di consumatori, considerando tutti gli impieghi in ambito domestico o per le preparazioni alimentari.
I dispositivi di trattamento di acque idonee al consumo umano sono principalmente offerti ai consumatori per perseguire modifiche nelle caratteristiche organolettiche delle acque, e quindi aumentarne la gradevolezza al gusto, combinandosi in molti casi con sistemi di refrigerazione e gasatura per conferire all’acqua caratteristiche di effervescenza.
L’ “affinamento” delle acque potabili, ottenuto mediante uno o più processi fisici e/o chimici realizzati all’interno dei sistemi di trattamento, si prefigge in molti casi di agire su caratteristiche chimiche, fisiche e microbiologiche, tenendo anche conto delle interazioni delle acque con le reti di distribuzione domestica.
Il D.M. n. 25 del 7 febbraio 20122, emanato dal Ministero della Salute, recante “Disposizioni tecniche concernenti apparecchiature finalizzate al trattamento dell'acqua destinata al consumo umano” stabilisce le prescrizioni tecniche relative alle apparecchiature per il trattamento dell'acqua destinata al consumo umano, individuate dall'articolo 11, comma 1, lettera i) del decreto legislativo 2 febbraio 2001 n. 31 e s.m.i. 1, e distribuita sia in ambito domestico che non domestico. Il D.M. 25/2012 richiede espressamente che le istruzioni fornite con i dispositivi, ricoprano ogni aspetto
concernente il montaggio, all’utilizzo e alla manutenzione affinché possano essere garantite le prestazioni dichiarate e prevenuti eventuali rischio per la salute o pericoli per la sicurezza dell’apparecchiatura.
Richiamando il “Codice del consumo”, a norma dell'art. 7 L. 229/20033, si prescrive inoltre che i produttori ed i distributori immettano sul mercato solo prodotti sicuri, garantendo che le apparecchiature se utilizzate e mantenute secondo quanto previsto nel manuale d'uso e manutenzione assicurino, durante il periodo di utilizzo, le prestazioni dichiarate e la conformità dell’acqua trattata ai requisiti di legge. Specifici obblighi inclusi nel DM 25/2012 discendono dalle normative di riferimento tra cui il Codice del consumo per quanto attiene alcuni aspetti fondamentali dei processi dì acquisto e consumo volti ad assicurare un elevato livello di tutela dei consumatori e degli utenti. Nel richiamare gli obblighi in materia di pubblicità del D.lgs. 206/2005, vengono anche fornite specifiche sulle modalità d’indicazione delle prestazioni delle apparecchiature contenute nei materiali informativi e nella manualistica a corredo dell’apparecchiatura; è richiesto, in particolare, che le indicazioni di prestazione si riferiscano esclusivamente a effetti relativi a sostanze e/o elementi e/o parametri biologici che siano stati testati sperimentalmente o adeguatamente documentati.
Tenuto conto di tali necessità, il progetto di dottorato ha inizialmente valutato il rischio igienico-sanitario correlato al consumo umano di acque trattate mediante caraffe filtranti diffuse in commercio, anche in relazione alle differenti tipologie di acque in distribuzione nel territorio nazionale, al consumo di acque trattate nel lungo periodo e da parte di eventuali categorie a rischio.
A tal fine è stata realizzata una serie di azioni articolate in due fasi principali. Nella prima fase sono stati definiti criteri e metodi per la valutazione delle specifiche tecniche e igienico-sanitarie delle caraffe filtranti comprendenti requisiti dei materiali a contatto con l’acqua trattata, modalità di studio sugli effetti prodotti dal trattamento su parametri chimico-fisici e chimici di potenziale impatto sulla salute, tenendo in particolare conto tutti gli elementi di criticità a oggi evidenziati; è stata inoltre definita la composizione dell’acqua tipo per le prove di filtrazione, la durata delle prove e pianificazione dei prelievi, sulla base delle istruzioni del produttore contemplando eventuali presumibili utilizzi impropri, e gli aspetti relativi ai metodi analitici.
Nella seconda fase si è proceduto a una valutazione della sicurezza igienico-sanitaria di 10 tipologie rappresentative di caraffe filtranti diffuse in commercio sul territorio nazionale, anche in relazione alle differenti tipologie di acque in distribuzione, al consumo di acque trattate nel lungo periodo e da parte di eventuali categorie a rischio,
mediante prove sperimentali condotte secondo i criteri e metodi prestabiliti su caraffe reperibili in commercio.
Dalle risultanze ottenute nel corso dei primi due anni del dottorato di ricerca sono state osservate criticità piuttosto diffuse a livello di conformità delle certificazione e documentazioni a corredo rispetto ai requisiti del D.M. 25/2012. La documentazione fornita per alcune tipologie di caraffe è risultata, in diversi casi, sprovvista di indicazioni in merito alle caratteristiche chimiche e chimico-fisiche dell’acqua utilizzata dal produttore per la definizione delle condizioni di utilizzo e manutenzione del dispositivo. Al contempo, nel materiale informativo per il consumatore, risultano inadeguati i riferimenti al principio di funzionamento e alle caratteristiche di prestazione del dispositivo. Inoltre, nell’arco delle prove sperimentali finalizzate alla valutazione del rischio igienico-sanitario correlato al consumo umano di acque trattate mediante dispositivi diffusi in commercio, sono state evidenziate in alcuni casi, modifiche sulla facies chimica delle acque trattate di cui il consumatore non risulta attualmente essere adeguatamente informato. Pur non essendo state evidenziate al momento condizioni di rischio sanitario per la popolazione, resta saldo il principio di scelta consapevole del consumatore che dovrebbe essere adeguatamente informato in merito ai parametri chimico-fisici suscettibili di modifiche in seguito a trattamento dell’acqua e dei possibili effetti sulla salute riconducibili a difetti o eccessi di tali parametri nelle acque, potenzialmente ascrivibili ai diversi trattamenti.
In tale contesto e sulla base delle risultanze delle prime due fasi del progetto di dottorato è emersa quindi la necessità di elaborare una linea guida nazionale, finalizzata a fornire e armonizzare criteri, procedure e metodi utili agli adempimenti del D.M. 25/2012; nel corso dell’ultimo anno di dottorato è stata pertanto elaborata la stesura finale della “Linea guida per l’informazione al consumatore sulle apparecchiature per il trattamentodell’acqua destinata al consumo umano” 4, prima attraverso il coordinamento delle attività del Gruppo di lavoro per l’Armonizzazione di criteri, procedure e metodi per l’attuazione del D.M. 25/2012 e successivamente finalizzando il documento presentato e discusso all’interno dei tavoli tecnici in Italia e in meeting internazionali.
La linea guida individua 2 aree tematiche principali, tra loro strettamente connesse:
– Area rivolta principalmente ai consumatori (Capitolo 3.2.2, Raccomandazioni per il consumatore);
– Area più specificamente indirizzata ai settori produttivi e al commercio dei prodotti (Capitoli 3.2.3-3.2.5); in particolare il Capitolo 3.2.4 è dedicato ai problemi di installazione, gestione e manutenzione, mentre il Capitolo 3.2.5 affronta il duplice
aspetto della pubblicità delle apparecchiature sia quella eventualmente ingannevole (in particolare se nutrizionale) sia, al contrario, quella che deve essere data al consumatore per aumentarne la conoscenza e consapevolezza.
È stato quindi raggiunto l’obiettivo centrale di questa tesi di dottorato, quello di fornire un sostanziale contributo per garantire un’adeguata informazione ai consumatori sulla valutazione dell’eventuale adozione di apparecchiature di trattamento di acque destinate al consumo umano, supportando le scelte sulla base di evidenze tecnico-scientifiche aggiornate. I criteri e le procedure proposte intendono potenziare ed armonizzare la qualità dei contenuti informativi e pubblicitari in adempimento agli obblighi previsti dal DM 25/2012, o dalle parti del decreto applicabili alle diverse fattispecie di trattamenti delle acque commercializzati, in particolare rispetto ai dettami del Codice del Consumo. L’applicazione dei criteri raccomandati nel documento può consentire l’elaborazione da parte degli operatori del mercato di contenuti informativi obiettivi, esaustivi e fruibili e rafforzare ed armonizzare le azioni di sorveglianza, anche per isolare eventuali pratiche commerciali scorrette nel settore.
La validità e consistenza delle linee guida elaborate nell’ambito di questo dottorato ha trovato di recente un importante riscontro, essendo state utilizzate come cardine da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato5, per irrogare alla società Arlis Hispania S.L. una sanzione amministrativa pecuniaria di 6.000 € (seimila/00 euro) (Allegato 2) in quanto “la pratica commerciale in esame risulta scorretta ai sensi degli articoli 20, comma 2, 21, comma 1, lettera b), e 23, lettera s), del Codice del Consumo, in quanto contraria alla diligenza professionale e idonea, mediante la diffusione di informazioni non veritiere in merito ai benefici conseguibili con l’uso dei prodotti del professionista, a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio in relazione a tali prodotti
Raccomandazioni sull'intervento della cooperazione italiana in Somalia
Documento di "raccomandazioni" redatto al termine dell'incontro "Somalia: Che fare?" organizzato dal CISP con altre realtà della cooperazione allo sviluppo nel marzo del 1993.Dokumenti ku qoran "talooyin" lagu soo jeediyay shirkii "Soomaaliya: maxaa laga qaban karaa?", oo ay qabanqaabiyeen ururka CISP iyo kuwa kale oo ka shaqeeya iskaashiga horumarinta.Document of "recommendations" written at the end of the meeting "Somalia: Che fare?" organized by CISP and other associations working in the development cooperation