Archivio Aperto di Ateneo
Not a member yet
    5899 research outputs found

    Studia urbium/urbes studiorum. Università e trasformazioni urbane nell'economia della conoscenza : il caso di Roma

    No full text
    La ricerca si propone di analizzare il ruolo delle Università nelle trasformazioni urbane, con particolare riferimento al caso italiano. Il tema affronta la relazione tra le trasformazioni prodotte dagli insediamenti universitari e gli effetti, di doppio segno, riscontrati nei contesti territoriali di riferimento. A partire dagli anni '70 l'Università in Italia ha funzionato come istituzione della conoscenza statale per la mobilità sociale delle nuove generazioni. Oggi il contesto politico e sociale è profondamente mutato e l'importanza della formazione universitaria, soprattutto a livello internazionale, riguarda la capacità dei singoli Stati di promuovere l'innovazione e la crescita culturale come volano per l'economia - non a caso definita dalla letteratura come “economia della conoscenza”. La volontà di adeguare a livello europeo un piano considerato strategico per la supremazia economica di livello globale ha trovato nel Processo di Bologna la ratifica della prospettiva condivisa dagli Stati membri. Gli Atenei affrontano dunque una stagione di importanza produttiva, laddove la capacità d’innovazione, di costruzione di relazioni economiche e culturali complesse, di attività produttive integrate con il territorio, infine di riuso e di rivitalizzazione delle aree metropolitane dismesse, sono tutti elementi che concorrono allo sviluppo economico delle città. In Italia non esiste ad oggi una coerenza operativa, nelle politiche urbane e nella pianificazione, in grado di orientare il sistema universitario e quello metropolitano sullo stesso orizzonte di interessi. L’integrazione dei due sistemi permetterebbe invece di determinare, strategicamente e con consapevolezza degli effetti, le trasformazioni urbane necessarie alla promozione del territorio. Invece, gli effetti prodotti dagli insediamenti universitari, spesso privi dei servizi necessari, sembrano entrare unicamente nelle logiche dell'economia urbana, attraverso la valorizzazione immobiliare delle zone urbane coinvolte, e difficilmente sono annoverati tra le esternalità positive a livello della sostenibilità urbana e sociale. L'analisi del caso studio romano, a partire dall'inquadramento territoriale, dall'analisi del modello insediativo e dalle strategie future dei tre Atenei, propone di delineare una cornice utile agli studi disciplinari per un intervento strutturale delle politiche urbane, sia per intercettare il potenziale di sviluppo di questo tipo di istituzioni, che per orientarne gli effetti

    Un'impresa culturale e commerciale : la calcografia Piranesi da Roma a Parigi, 1799-1810

    No full text
    Il presente lavoro si inserisce all’interno di un più vasto progetto dedicato a La cultura architettonica italiana e francese in epoca napoleonica, promosso dall’Archivio del Moderno dell’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana e dal Centre Ledoux, Université Paris I Panthéon-Sorbonne INHA, in collaborazione con la Scuola Dottorale in Culture della trasformazione della città e del Territorio, sezione Storia e Conservazione dell’oggetto d’arte e d’architettura, dell’Università Roma Tre. In quest’ambito, la mia ricerca si è concentrata sulla storia della Calcografia Piranesi: a partire dal suo trasferimento da Roma a Parigi nel 1799 – quando i figli del celebre Giovanni Battista furono costretti all’esilio in seguito alla caduta dell’effimera Repubblica Romana, cui avevano partecipato attivamente –, fino alla morte, nel 1810, di Francesco, figura in cui possiamo riconoscere non solo il principale continuatore dell’opera paterna, ma anche il responsabile dei progetti e delle realizzazioni della bottega Piranesi già immediatamente dopo la morte del suo fondatore. L’arco cronologico su cui si focalizza la ricerca è stato quindi delimitato al periodo 1799-1810: quasi un decennio, nel quale si consuma la vicenda della Calcografia Piranesi a Parigi. Questa parte centrale del lavoro costituisce la necessaria premessa il primo capitolo, in cui si analizzano le vicende della Calcografia Piranesi a partire dal momento della morte di Giovanni Battista, nel 1778. Il filo rosso della narrazione, per questa prima parte della tesi, è costituito dalla sopra citata Notice historique sur la vie et les ouvrages de J.-B. Piranesi di Jacques-Guillaume Legrand. Rimasto inedito per più di un secolo, tale manoscritto può essere infatti considerato la fonte principale per la ricostruzione della vita e delle opere di Giovanni Battista e dei suoi figli, in particolare di Francesco, il cui profilo biografico è l’unico inserito dall’architetto francese all’interno della più vasta biografia piranesiana. Di particolare interesse i due brevi passaggi dedicati alla formazione del giovane figlio del celebre incisore, inquadrata da Legrand all’interno dalle relazioni, intense e feconde, intercorse tra Giovanni Battista Piranesi e i pensionnaires di palazzo Mancini. Non solo. La testimonianza dell’architetto francese contribuisce ad illuminare l’intero panorama della vivace offerta formativa che si poteva trovare nella Roma della seconda metà del XVIII secolo. Accanto al ruolo ufficiale svolto dall’Accademia di San Luca, infatti, diverse furono le strutture, pubbliche e private, che venivano incontro alla diffusa esigenza di perfezionamento professionale dei tanti giovani, italiani e stranieri, che affollavano la capitale pontificia: dall’Accademia di Francia alle scuole private tenute dagli artisti.Il racconto di Legrand è stato costantemente confrontato e verificato con la vasta letteratura relativa non solamente alla figura e all’opera di Giovanni Battista Piranesi, ma anche al più generale contesto romano, quello “specchio vivente del mondo”, dove gli scambi e i confronti tra artisti di differenti nazionalità furono intensi e determinanti. È questo l’orizzonte culturale in cui si mossero inizialmente i protagonisti della mia ricerca e che attraverso l’incrocio di fonti ho ricostruito in relazione, in primo luogo, ai differenti ruoli e alle diverse responsabilità assunti da Francesco e Pietro Piranesi alla morte del padre nell’ambito dell’attività della Calcografia, valutando quanto ciascuno di loro raccolse dell’eredità materiale e spirituale lasciata da Giovanni Battista. Ho cercato di dimostrare come fu proprio grazie a tale eredità che i giovani Piranesi ebbero la possibilità di trovarsi al centro della scena non solo artistica e culturale, ma anche politica e, ancora, non solo romana, ma di respiro europeo. Una conferma viene dalla nomina, nel 1783, di Francesco Piranesi ad agente artistico del re di Svezia Gustavo III. La fitta rete di relazioni intrecciate ebbe tra i suoi riflessi più significativi, e al contempo gravidi di conseguenze per il futuro, il pieno coinvolgimento e l’attiva partecipazione dei due fratelli Piranesi alla Repubblica romana, nel 1798-1799, quando molti dei circoli frequentati da intellettuali ed eruditi, protagonisti della vita culturale romana, assunsero connotazioni politiche. Coinvolti in prima persona nelle tumultuose vicende politiche del biennio giacobino, una volta conclusa quell’esperienza, con l’arrivo nella capitale pontificia delle truppe napoletane, a Francesco e Pietro non rimase che la via dell’esilio. Una sorte condivisa con molti compatrioti, che, come loro, avevano da tempo intrecciato stretti rapporti con il mondo oltralpino. Il capitolo successivo segue secondo un ordine cronologico e si occupa dell’analisi delle vicende legate al trasferimento della Calcografia da Roma a Parigi, dei nuovi progetti e delle nuove collaborazioni avviate, in particolare da Francesco, fin dall’arrivo nella capitale francese. Fu certamente in virtù del fascino che l’opera di Giovanni Battista Piranesi aveva esercitato e – anche per merito di Francesco che ne aveva proseguito le pubblicazioni, completando le serie rimaste incompiute alla morte del padre – continuava ad esercitare in Francia, che i figli del celebre incisore beneficiarono di un sostegno speciale da parte del governo. A queste motivazioni se ne aggiunsero altre, di natura più prettamente ideologica, che li avvicinarono innanzitutto agli ambienti che gravitavano intorno alla rivista «La Décade philosophique, littéraire et politique», organo di stampa molto diffuso nell’ambito dell’intellighenzia parigina sotto il Consolato e l’Impero. Sono stati evidenziati gli stretti legami intessuti tra i fondatori della rivista con gli intellettuali italiani; la simpatia e il sostegno rivolti in particolare verso coloro che parteciparono ai governi, spesso effimeri, nati in seguito alle occupazioni francesi e che, alla loro caduta, furono costretti all’esilio. Ancora, si è sottolineata l’importanza a livello politico rivestita da molti degli uomini della «Décade» – assai significativo, in relazione alle vicende dei Piranesi, è il caso del fondatore del periodico Ginguené, Direttore generale dell’istruzione pubblica dal 1795 al 1802; nonché la loro appartenenza alla medesima potente Loggia massonica. Sulla scorta di queste ed altre considerazioni (ricordando, in primo luogo, il rapporto di Giovanni Battista Piranesi con la massoneria, noto già da tempo alla critica), e sulla base di analogie tra le carriere di altre figure di artisti ed eruditi legati alla famiglia Piranesi, ho avanzato l’ipotesi di una tela di fondo massonica, che chiarirebbe molte circostanze, altrimenti piuttosto oscure, della biografia dei fratelli Piranesi e, soprattutto, spiegherebbe la loro rapida ascesa nel panorama culturale parigino. Questi aspetti possono essere ulteriormente approfonditi attraverso il confronto tra i Piranesi e gli altri emigrati italiani nella Parigi di inizio XIX secolo, analizzando due casi emblematici: quello del sostegno offerto loro da Ennio Quirino Visconti, considerato dai suoi stessi contemporanei il più illustre antiquario vivente, e, sul fronte opposto, il caso dell’architetto Giuseppe Barberi, ritrovatosi, indigente, ai margini del gruppo degli esuli romani, e che, al contrario, furono proprio i Piranesi a sostenere. Ampio spazio è stato dedicato all’esame del Prospectus pubblicato nell’anno VIII (1800), oggi conservato presso il Département des Estampes della Bibliothèque Nationale, fonte preziosa per comprendere quali ambiziosi progetti animassero Francesco – perché è chiaramente la figura di Francesco che si può scorgere dietro la sua pubblicazione – al momento dell’arrivo a Parigi. Il documento, che è stato messo a confronto con le altre numerose fonti del XIX secolo che ho raccolto nel corso delle mie ricerche presso archivi e biblioteche francesi, ha portato ad approfondire le nuove collaborazioni con personaggi del calibro di Jean-Nicolas-Louis Durand e di Jacques- Guillaume Legrand e a riflettere sul fatto che fu soprattutto nel gruppo degli architetti, su cui più di altri esercitò il suo fascino la visione piranesiana, che i figli dell’incisore trovarono i primi sostegni e contributi alle loro attività. Si passa, nel terzo capitolo, ad analizzare il risultato di tali collaborazioni, attraverso l’esame delle pubblicazioni dei “Piranesi frères” a Parigi, seguendone l’evoluzione attraverso i cataloghi di vendita e valutandone l’impatto soprattutto grazie allo spoglio che ho condotto sulle riviste dell’epoca. A queste si aggiunge un altro imprescindibile documento manoscritto: il Rapport steso da Dal Pozzo e Degérando nel 1809 per valutare le cause del fallimento economico dell’impresa Piranesi. Quelle che emergono sono due linee diverse e parallele: da una parte, i progetti e le opere realizzate dai Piranesi, in cui intravediamo un costante tentativo di adeguare i mezzi offerti dall’incisione alle nuove esigenze di mercato – per cui si passa dalla rappresentazione di soggetti spettacolari alla produzione dei Dessins coloriés, fino ad arrivare all’ultima impresa, la manifattura di vasi e ornamenti di architettura ispirati al catalogo piranesiano; dall’altra parte, la ricezione presso i contemporanei, che spesso non risparmiarono critiche, di simili progetti e opere.È proprio il Rapport sopra citato che, col suo sguardo d’insieme, ci aiuta a meglio interpretare questi fenomeni. Nel valutare ciò che meritava di essere salvato dalle mani dei creditori cui era stato costretto a ricorrere Francesco per sostenere le molteplici attività intraprese, i commissari ci hanno tramandato anche il loro autorevole giudizio in merito. Così era fuori discussione che si dovessero salvare ad ogni costo i rami della Calcografia, comprendendo insieme alle incisioni di mano di Giovanni Battista anche quelle proseguite da Francesco a Parigi – su cui anche i suoi peggiori detrattori non emisero mai sentenze negative. Tuttavia, il parere dei commissari sulle altre attività intraprese dai Piranesi non fu altrettanto positivo: la produzione dei Dessins coloriés e la manifattura di Mortefontaine, sebbene avessero raggiunto dei risultati apprezzabili, perseguivano ai loro occhi dei fini “quasi estranei alle Belle Arti”. L’argomento non è dunque rivolto contro il prodotto finale, ma contro un modo di produzione “in serie”. È sulla scorta di queste considerazioni che sono stati impostati i capitoli centrali, dedicati, in primo luogo, all’Accademia aperta dai Piranesi presso la loro seconda sede, il Collège de Navarre, rue de la Montagne Sainte Geneviève, la cui stessa esistenza era quasi del tutto ignorata dalla critica moderna, e la cui finalità è quanto mai controversa, come ho cercato di suggerire già nel titolo del paragrafo. In secondo luogo, alla produzione dei Dessins coloriés, che sembrerebbe strettamente connessa all’istituzione stessa dell’Accademia e di cui mi è stato possibile ritrovare un inedito catalogo, qui riprodotto in Appendice (Appendice documentaria, I). Grazie al confronto con l’altro catalogo noto – sul quale si basa l’unico studio finora dedicato alle incisioni colorate dei Piranesi, un articolo di Udolpho van de Sandt del 1978– e, insieme, alla loro più corretta contestualizzazione nell’ambito delle molteplici attività intraprese dai Piranesi, oggetto della presente ricerca, è stato possibile riprendere e sviluppare alcune delle riflessioni sollevate dallo studio di van de Sandt, nonché colmarne le lacune, attraverso l’identificazione di nuove incisioni ascrivibili alla Calcografia Piranesi e oggi conservate in diverse biblioteche a Parigi (Mazarine, Arsenal e Département des Estampes della Bibliothèque Nationale).Infine, l’ultimo paragrafo del terzo capitolo è dedicato alla manifattura di vasi e ornamenti d’architettura in terracotta creata dai Piranesi a Mortefontaine, che, nonostante il considerevole sostegno offerto dal fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, avrebbe portato al fallimento economico il suo principale quanto incauto fondatore: Francesco Piranesi. Relativamente tale impresa, un elemento di criticità è costituito dalla mancanza di riscontri di una collaborazione con Clodion, pubblicizzata nei libelli degli stessi Piranesi e nella stampa coeva, ma mai appurata all’interno del vasto catalogo delle opere eseguite dal celebre scultore francese. Si avanza quindi l’ipotesi che la collaborazione di Clodion con la manifattura di Mortefontaine potrebbe essersi limitata agli anni di esordio della nuova attività (1802-1803), oppure, semplicemente essere rimasta ad un puro stadio progettuale. In ogni caso, il Catalogue des sculptures plastiques, in cui veniva trionfalmente presentato il risultato di simile collaborazione, costituisce una testimonianza fondamentale non solo in merito alle opere che i Piranesi realizzarono o, forse, piuttosto, avrebbero voluto realizzare, grazie all’intervento del celebre scultore francese, ma anche, per estensione, alla storia del gusto d’inizio XIX secolo. È in considerazione di tale ragione, come pure del fatto che finora non sia mai stato riprodotto nonostante la sua segnalazione da parte di Anne Poulet nel 1992, che si è scelto di trascrivere il Catalogue in Appendice (Appendice documentaria, II). La parte conclusiva della tesi è dedicata all’analisi degli atti finali dell’avventura Piranesi a Parigi: dalla separazione dei due fratelli, avvenuta nel 1807, ai finora inediti quanto ambiziosi progetti di Francesco che, come molti suoi compatrioti, tentò di trovare un canale per poter ritornare in Italia nella figura del viceré Eugenio di Beauharnais. Seguiranno le testimonianze e i commenti, rintracciati nelle fonti dell’epoca, relativi alla morte di Francesco, avvenuta a Parigi il 24 gennaio 1810. In seguito la Calcografia fu acquistata dalla famosa stamperia parigina Firmin Didot Frères, che ne continuò le tirature sino alla fine del 1838, quando, il 19 dicembre, firmò il contratto di vendita con la Calcografia Camerale di Roma. Si concludeva così “una delle più significative acquisizioni dell’allora Calcografia Camerale, condotta dal cardinale Tosti sotto il pontificato di papa Gregorio XVI, e che oggi, dopo più di 170 anni, continua a costituire oggetto di analisi e studio per definire alcuni dati ancora poco chiari sulla storia di questo fondo di 1191 rami, di cui 964 autografi, che costituivano la Calcografia Piranesi”. Così inizia l’analisi sulle matrici incise della Calcografia, condotta dall’Istituto Nazionale per la Grafica e tuttora in corso. Si può, quindi, concludere aggiungendo che la “storia di questo fondo di rami” non può oggi prescindere dalla lunga parentesi vissuta dalla Calcografia nel corso della sua permanenza in Francia

    Le limitazioni al voto nel mercato finanziario

    No full text
    Con il lavoro di ricerca che intendo portare avanti, innanzi tutto, mi riprometto di indagare ed esaminare in quali casi, nell’ambito delle società quotate nei mercati regolamentati, si possano verificare situazioni nelle quali venga limitato il diritto di voto di taluni azionisti. Specificatamente, nel primo capitolo svolgo l’analisi, sotto il profilo storico e sotto quello economico, nonché comparatistico e con riflessi nel diritto comunitario, di taluni principi del diritto societario moderno. Primo fra tutti, l’assunto – peraltro, reso bene dallo slogan “chi più ha più rischia” – che la scelta legislativa è nel senso di riconoscere e attribuire il potere di governo della società alla maggioranza dei soci e di orientare, di conseguenza, l’attività della società al perseguimento dei loro interessi. I soci, infatti, sono anche definiti residual claimants, perché, coinvolti in uno specifico rischio, sono legittimati a partecipare ai risultati economici dell’impresa soltanto dopo che siano soddisfatti gli altri creditori. L’indagine, la cui linea di tendenza è peraltro seguita anche dal legislatore dell’ultima riforma con riferimento alla corporate governance, tende alla individuazione di tecniche organizzative in grado di assicurare al meglio – o se si vuole con maggiore efficienza – il rispetto del principio one share–one vote, per cui il potere di voto si attribuisce al socio proporzionalmente alla di lui partecipazione al rischio (cd. democrazia azionaria). In proposito la ricerca tenderà a valutare se il principio in discorso, oramai risalente, possa considerarsi tuttora lo strumento migliore in grado di assicurare una maggiore efficienza nell’attribuzione del potere. O se piuttosto siano congrue e necessarie le (molteplici) limitazioni che allo stato lo restringono. Da soggiungere detto principio è stato sfiorato dal diritto comunitario: vi è una serie di progetti di riforma del diritto societario che hanno inevitabilmente tenuto conto delle divergenze riscontrabili nei vari Stati membri interessati da regimi e discipline diversificati in materia di azioni a voto multiplo (si pensi, ad esempio, ai numerosi ordinamenti europei che ammettono la presenza di tali azioni, quali la Svezia, la Danimarca, l’Inghilterra, la Finlandia, l’Olanda; l’ordinamento francese contempla l’emissione di cc. dd. azioni a vote double). Il problema, a ben vedere, è strettamente connesso alla valutazione contemporanea sul ruolo economico-sociale della società per azioni. Occorre, cioè, stabilire se compito fondamentale delle società, e soprattutto di coloro che ne sono preposti alla gestione, sia quello di realizzare gli interessi dei soci oppure quello di considerare interessi diversi da quelli propri dei soci (si ripropone, per questa via, l’opzione fra contrattualismo e istituzionalismo). Il secondo capitolo della tesi si propone di esaminare i casi in cui tale principio (di efficienza) non viene rispettato, i casi, cioè, in cui sono fatte limitazioni all’esercizio del diritto di voto da parte dei soci. Esempi, peraltro ampiamente trattati, sono costituiti dal conflitto di interessi e dal cd. sindacato di voto, la stringente efficacia del quale ultimo non pare più potersi revocare in dubbio. E’opportuno, pertanto, scrutinare le ragioni, e soprattutto i mezzi e le modalità di tutela da apprestare ai diritti dei singoli soci. Anche le problematiche poste e sollevate nel secondo capitolo avranno sviluppi e ricadute sul piano del diritto comunitario. Il terzo ed ultimo capitolo, infine, dovrebbe costituire il nervo centrale della tesi. Esso intende trattare delle prospettive rimediali predisposte dall’ordinamento per comporre i diversi interessi, siano esse di natura giudiziale, ovvero di natura normativa. In particolare, con riferimento alle ultime fattispecie, verrà trattata la cd. regola di neutralizzazione - introdotta nel nostro ordinamento in seguito al recepimento della direttiva 2004/25/CE, peraltro contestata e neppure recepita dalla maggioranza degli Stati membri-, alla cui analisi si vuole dedicare adeguata attenzione. Tale regola, consacrata nell’art. 104 bis T.U.F., si rivela come la più efficace deroga alle limitazioni di voto nonché alle limitazioni della trasferibilità delle azioni (patti di prelazione o di gradimento, e così via). Invero, in forza della regola, tutte le restrizioni previste in accordi contrattuali fra la società e i possessori di titoli o in accordi contrattuali fra soci non si applicano nei confronti del’offerente nel periodo in cui l’offerta deve essere accettata, quando ciò è previsto dallo statuto della società. Da precisare che prima della modifica introdotta dai decreti anti-crisi n. 185/2008 e n. 146/2009, la regola era imperativa e inderogabile, e non anche opzionale, nei limiti e nei termini in cui era recepita ab origine dagli altri Stati europei. Si dovrebbe spiegare così perché la regola in discorso, più che ogni altra disposizione in materia, è assolutamente in grado di innalzare il livello di concorrenzialità delle imprese sui mercati finanziari europei. La tesi che mi sembra maggiormente attendibile al riguardo è che, ai fini dell’applicazione della regola di neutralizzazione, così come formulata nella direttiva OPA, occorre distinguere fra limitazioni contrattuali e limitazioni strettamente connaturate alla struttura dello strumento finanziario. Ed invero, con riferimento alla prima categoria, la sospensione delle restrizioni risponde all’esigenza di restituire agli azionisti, in occasione dell’OPA, la pienezza delle facoltà e dei diritti connessi alle azioni stesse. Al contrario, riterrei che le limitazioni connesse alla natura del titolo, dovrebbero essere escluse dalla restrizione della gittata applicativa della regola in discorso, che finirebbe per rivelarsi “sovrabbondante” rispetto agli scopi del legislatore e finirebbe per stravolgere il contenuto di diritti geneticamente connessi alla specifica categoria di azioni la cui lesione non sarebbe in alcun modo riparata attraverso il rimedio rappresentato dall’equo indennizzo. In conclusione. L’indagine investirà la legittimità e la bontà di tale norma, o meglio, il modo in cui essa è stata recepita in Italia. Come emerge dal dettagliato rapporto della Commissione europea sul recepimento del provvedimento comunitario, alcuni degli Stati membri si sono avvalsi dell’ampia libertà lasciata dalla direttiva e hanno conservato gli assetti di politica legislativa pregressi. Con la evidente conseguente disparità, soprattutto sul piano della concorrenza fra le imprese, fra gli ordinamenti che, come quello italiano, hanno diligentemente proceduto al recepimento e gli ordinamenti che invece hanno disatteso la direttiva

    Le liberalizzazioni nel mercato assicurativo

    No full text
    La presente tesi di dottorato mira ad illustrare, aspirando a raggiungere il maggior grado di completezza possibile, caratteristiche, presupposti ed effetti delle liberalizzazioni (intendendo con tale termine l’apertura all’iniziativa economica di una pluralità di operatori economici privati di settori disciplinati, controllati o gestiti da soggetti pubblici) che, soprattutto nell’ultimo quindicennio, hanno interessato il mercato assicurativo, con specifico riferimento a quelle finalizzate ad incrementare la concorrenzialità e a rivolgersi, in ultima analisi, a vantaggio degli assicurati sotto il profilo del contenimento delle relative tariffe. In una società sempre maggiormente globalizzata e precaria, e in cui il bisogno di sicurezza sarà sempre meno soddisfatto dallo Stato, il mercato assicurativo è il settore che forse più di ogni altro è destinato a rispondere alle esigenze maggiormente sentite dai cittadini. Ne deriva la necessità di un’attenta analisi degli strumenti normativi con cui migliorare il funzionamento di tale mercato. Le questioni che saranno affrontate scaturiscono dalla scarsa competitività, e dei conseguenti, elevati, costi, del mercato assicurativo italiano, sia nei rami danni che nei rami vita. La trattazione si soffermerà, in particolare, sulle misure degli ultimi cinque anni. Tale dies a quo dell’analisi non ha carattere casuale, ma si riferisce all’emanazione del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 (Codice delle assicurazioni private) che ha consentito, per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico, la realizzazione di un testo normativo che mira a disciplinare il relativo comparto in modo organico ed omogeneo. L’emanazione del codice ha coinciso con un forte processo di despecializzazione degli operatori finanziari: l’attività assicurativa, per molti anni settore “di nicchia” nel nostro paese rispetto agli omologhi mercati europei (con l’eccezione delle assicurazioni obbligatorie), per sua natura destinata alla eliminazione di un rischio per il patrimonio dell’assicurato, consente un accantonamento di risorse per un bisogno futuro. La necessità di neutralizzare gli effetti negativi dell’inflazione sul capitale ha, da ultimo, portato ad elidere la differenza tra contratti con finalità indennitarie e prodotti di investimento, elaborando prodotti assicurativi sempre più innovativi e complessi (polizze linked, prodotti multiramo). Sul punto, i plurimi interventi dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato si sono incentrati soprattutto sulla necessità di preclusione a forme di cooperazione particolarmente intense tra le imprese, ivi comprese le concentrazioni societarie, in quanto idonee a determinare effetti anticoncorrenziali; nonché sulla proposta di abolizione o, quantomeno, di ridimensionamento del canale di intermediazione agenziale. Gli interventi del legislatore (risarcimento diretto, divieto di monomandato e disciplina del diritto di recesso), ispirati in massima parte a tali dettami, non sembrano però avere contribuito a raggiungere una sostanziale diminuzione delle tariffe: l’obiettivo di una maggiore concorrenzialità nel settore dovrà quindi passare attraverso una complessiva riforma della regolazione del mercato, ancora eccessivamente parcellizzato e sottoposto spesso ad interventi nomativi spesso estemporanei

    La diligenza del creditore nell'adempimento delle obbligazioni

    No full text
    Il diritto romano già definiva in maniera approfondita il rapporto giuridico quale vincolo, ponendo una particolare attenzione alla figura del debitore nella sua veste di soggetto passivo dell’obbligazione, la quale imponeva un impegno diverso rispetto alle altre fattispecie da cui discendevano obblighi non giuridici ma, ad esempio, morali. Il vincolo, appunto, trovava la sua radice profonda nel suo riconoscimento espresso da parte dell’ordinamento, rendendolo necessità e, per l’effetto, sottoposto anche a strumenti di soddisfazione coatta personale. La pubblica rappresentazione dell’insolvenza veniva condotta nel Comizio, nel medesimo luogo nel quale si svolgeva la cerimonia del funerale, con l’elogio del defunto; un funerale condotto per il debitore insolvente, il quale veniva condannato ad una “morte civile”, attraverso l’annichilimento della persona del debitore, più che del suo patrimonio. La non netta demarcazione tra procedura esecutiva personale e patrimoniale, che caratterizza tutta l’età ciceroniana sarà superata solo gradualmente, anche se, in ogni caso, durante il periodo del Medioevo si tornerà indietro, riaffermando l’assoggettamento personale del debitore al creditore. Da tale impostazione strettamente sfavorevole, l’attenzione al debitore trovò la sua evoluzione, nel secolo XVIII, in ragione della protezione che la legislazione rivoluzionaria francese volle assicurare alla classe sociale popolare, oppressa dai debiti, fino a giungere all’abolizione dell’arresto personale. Tutti gli ordinamenti giuridici hanno da sempre compreso l’importanza di dare un rilievo notevole all’inosservanza dei doveri tra privati, anche ove nascenti da meri vincoli obbligatori, garantendo il danneggiato perfino attraverso l’introduzione di procedure esecutive personali condotte in sfavore del debitore, come, ad esempio, la privazione della libertà e le pene fisiche corporali e morali; basti pensare che in Italia l’istituto della detenzione per debiti insoluti, previsto dal Codice Napoleonico del 1804 e trasposto nel Civile Italiano del 1865, ha prodotto i suoi effetti, anche se a volte solo in via squisitamente teorica, fino all’introduzione del Codice Civile del 1942. Tale impostazione sia giurisprudenziale, sia dottrinale ha determinato l’interesse ad un esame più approfondito della posizione del creditore nell’adempimento dell’obbligazione altrui, ritenendo, anche e soprattutto alla luce del Capitolo 7 dei Principi di diritto comunitario in materia di contratto, c.d. Principi Acquis, rubricato sotto il nome di “Adempimento delle obbligazioni”, in cui è espressamente sancito il dovere della cooperazione del soggetto attivo per la esecuzione della prestazione. Il comportamento del creditore, infatti, spesso risulta essere espressione di particolari obblighi, così provvisoriamente definiti, che gravano sullo stesso creditore proprio perchè destinatario di prestazioni, le cui caratteristiche risultano pertanto nettamente riverse rispetto a quelle che potrebbero spettargli in quanto contemporaneamente debitore. Riassumendo per sommi capi detti “obblighi”, gli stessi posso essere distinti in obblighi di non aggravare la posizione del debitore, di non ostacolare o impedire l’adempimento e, infine, di cooperare a tale adempimento. Il fondamento giuridico di quanto detto è rintracciabile non solo nei principi dell’ordinamento giuridico ma anche in specifiche disposizioni di legge, come gli artt. 1375 o 1175 c.c., il quale tuttavia sembrerebbe indicare un semplice criterio per la valutazione del come del comportamento e non una qualifica giuridica con propri effetti. Ad un esame più approfondito, sembra ritenersi che si possa parlare solo di oneri e non propriamente di doveri, alla luce soprattutto del’art. 1914 c.c. (onere di fare qualcosa per evitare il danno) e dell’art. art. 1812 c.c. (doveri di avviso del comodante) che non potrebbero che confermare questo assunto. Si ritiene che più che ad un ricorso allo schema di una obbligazione sembrerebbe più consono il riconoscimento al debitore di una posizione strumentale, quale, ad esempio, quella fornita dal diritto potestativo, garantita attraverso gli istituti come quelli, ad esempio, della mora del creditore e della liberazione del debitore, esperibili anche contro la volontà del creditore. L’abuso del diritto è anch’esso uno dei principi cardine, la cui origine storica non sembra apparire di pronta e facile risoluzione: si potrebbe infatti identificarla con la prima pronuncia di equità emessa da un organo giudicante ovvero con l’attività di una giurisprudenza onoraria tesa a rendere meno rigoroso un sistema giuridico preordinato; tuttavia, è consuetudine considerare esistente l’istituto in esame dal momento in cui sono stati dichiarati illegittimi e contra legem gli atti emulativi, i quali spesso furono i soli esempi di tale categoria. E’ il diritto comune ad aver dato rilievo giuridico all’antico divieto dei suddetti atti emulativi, mentre l’illuminismo si oppose alla sua esistenza in ragione di un ravvisato moralismo che poco aveva a che fare con il diritto puro. A causa di tale opposizione, il divieto indicato è tornato al suo originario splendore solo nel secolo XIX, in quanto di nuovo adottato dai codici nascenti che estesero la figura oltre i confini del solo divieto degli atti emulativi. Nonostante nei sistemi di influenza pandettistica la figura dell’abuso del diritto sia meno importante in considerazione della maggiore attenzione posta ai principi di buona fede e correttezza, nella Francia da Toullier in poi l’abuso diventa elemento fondamentale su cui poggia anche tutta la disciplina relativa al comportamento del creditore. Nel nostro ordinamento, fino al codice del 1942, invece, la figura dell’abuso non ha una chiara evoluzione; infatti, mentre parte della dottrina lo riteneva assolutamente fondamentale, altra parte lo escludeva o in ogni caso non lo considerava così importante. In seguito alla nascita del codice attualmente vigente, sebbene ci sia stato un primo momento di indifferenza, attualmente si sta muovendosi verso un riconoscimento completo della fattispecie di abuso di diritto, formalizzandone il significato anche all’interno dei repertori giurisprudenziali. L’abuso del diritto è l’elemento dinamico di tutto il processo evolutivo giuridico; invero, lo stesso è il risultato di una profonda e continua attività giurisprudenziale che, trovando origine nei principi dell’ordinamento nonché in quelli dettati dalla Carta Costituzionale, ha fatto proprio il fondamento legittimo sancito nel brocardo latino non omne quod licet, honestum est ovvero summum jus est summa iniuria; quanto detto è stato frutto di una interpretazione tale da determinare la nascita di una normativa in tema di abuso del diritto, nella quale è possibile rintracciare, ad esempio, la disciplina del divieto degli atti emulativi. Inoltre, l’art. 2 Cost. nonché l’art. 833 c.c. risultano essere il filo conduttore anche degli altri istituti simili, unitamente alle norme che sanciscono la buona fede oggettiva ed il principio della correttezza, così come già detto e previsto dagli artt. 1175 c.c., 1337 c.c., 1366 c.c. e 1375 c.c. Le conseguenze alla mancata cooperazione del creditore sono poi di diversa natura e rilievo, iniziando dal considerare la liberazione del debitore per la impossibilità sopravvenuta imputabile alla condotta del creditore, sino ad arrivare alla richiesta di risarcimento del danno per il protrarsi della posizione di soggezione del debitore. Lo stesso dicasi per le fattispecie della mora del creditore, dell’adempimento del terzo e della rimessione del debito, nelle quali, in aperto contrasto con quanto previsto sino alla introduzione del Codice Civile del 1942, è dato financo il diritto al debitore di non accettare l’offerta formulata a suo favore, proprio in ragione della necessità di garantire il suo diritto alla liberazione a mezzo di una prestazione da lui medesimo eseguita. L’esame condotto involge poi la tematica del concorso di colpa del creditore in tutte le obbligazioni che non abbiamo una vera a propria fonte in un vincolo nascente da contratto. In tale ultima trattazione, si individuano le caratteristiche soggettive di cui il creditore dovrà godere al fine di determinare una vera esimente della responsabilità del debitore. Negli studi in materia di responsabilità civile la condotta del potenziale danneggiato trova collocazione tra i criteri di ripartizione del danno. Il comportamento del danneggiato, infatti, viene annoverato nell’ambito dei fattori che concorrono a ridurre od a escludere il risarcimento dovuto dall’autore dell’illecito, con ciò significando che non solo il diritto impone a ciascuno il dovere di astenersi dal danneggiare ingiustamente altri, ma prescrive anche l’onere di usare una ragionevole diligenza per tutelare se stessi e il proprio patrimonio eliminando, riducendo, o quanto meno, non aggravando il pericolo subito o subendo. Combinando così gli obblighi di non procurare danno ad altri con gli oneri di tutelare se stessi, si riescono a contemperare le contrapposte esigenze che si manifestano in questa materia. Tale principio risulta desunto dall’art. 1227 c.c. concepito come una norma disciplinante l’incidenza del comportamento colposo del creditore sul risarcimento del danno; detto disposto fa parte di quelli relativi all’inadempimento delle obbligazioni di natura negoziale e trova applicazione anche nel campo extracontrattuale a seguito della ricezione operata dall’art. 2056 c.c. Il codice civile vigente ha, in questo modo, posto fine alle discussioni che si erano svolte in epoca precedente attorno al problema della rilevanza o meno del comportamento del creditore e del danneggiato

    The Ohio State University K-12 Teacher Somali Workshop Project

    No full text
    The article presents the intensive teacher workshop on Somali history, language and culture organized in 2009 by the Ohio State University within a larger project to create resources for educators who work with Somali children, youth and families.Maqaalkani wuxuu ka hadlayaa "workshop" ku saabsan taariikhda, afka iyo dhaqanka soomaaliga, waxaana abaabulay "Ohio State University" sannadka 2009, wuxuuna la xiriira mashruuc ballaaran oo loogu talaggalay in loo abuuro raadraac macallimiinta la shaqayso qoysaska, dhallinyarada iyo carruurta soomaaliyeed.L'articolo presenta il workshop per insegnanti sulla storia, lingua e cultura somala organizzato nel 2009 dall'Ohio State University nell'ambito di un progetto più ampio per la creazione di risorse per educatori che lavorano con famiglie, giovani e bambini somali.Document provided by Bildhaan, Digital Commons at Macalester College.Dokumentigan waxaa dadka u soo bandhigay Bildhaan, Digital Commons ee jaamacadda "Macalester College".Documento messo a disposizione da Bildhaan, Digital Commons del Macalester College.Link: http://digitalcommons.macalester.edu/bildhaan

    Etnografia musicale e colonialismo italiano: contributi sul folclore dei territori d’oltremare dall’epoca liberale al fascismo

    No full text
    Questo saggio prende in esame gli studi etnografici italiani sulla cultura musicale delle società africane sottomesse al dominio coloniale circolati dall'era liberale al fascismo.Maqaalkani wuxuu baaranayaa daraasaad etnoogarafig talyaani ah, oo ku saabsan muusikada bulshooyinka Afrika ee gumaysigu qabsaday, laga billaabo xillii hore ilaa waqtigii fashistada.This essay examines the Italian ethnographical studies of the African colonial domains’ musical traditions circulated from the liberal era to fascism

    Modern and traditional aspects of Somali drama

    No full text
    The article, originally published by the author in 1978, provides a general description of Somali drama. Flourished during 1940s in urban environment, Somali theatre reached rapidly public masses interest and developed its own characteristic form. With the aim of a realistic representation of life and dealing mainly with modern life situations, Somali drama can advocade social reforms, censure abuses through sature and promote political views. It deeply and emotionally involves the audience, involvement made possible because of the extensive use of traditional culture and folklore of the nation: written in prose, the most important passages have a poetic form, such as poetic debates and riddles; plays include also allusive quotes of traditional folktales. The article is enriched by excerpts from well-known Somali plays.Maqaalkan, oo la daabacay 1978, wuxuu si guud uga hadlayaa riwaayadaha Soomaaliyeed. Waxayna 40meeyadii ku billaabmeen magaalooyinka. Masraxu wuxuu durbadiiba noqday wax dadweynuhu ay aad u xiiseeyaan, wuxuuna gaaray horumar isagoo yeelanayo dabeecado u gaar ah. Masraxu wuxuu miraayad u noqday xaalada nololeed ee markaas jirta, sida dhibaatooyinka bulshadeed, isbeddelka bulshadeed, arrimo siyaasadeed oo si maldahan loo muujinaya.L'articolo, pubblicato dall'autore nel 1978, fornisce una descrizione generale del teatro somalo. Fiorito durante gli anni '40 in ambiente urbano, il teatro ha suscitato rapidamente l'interesse delle masse e sviluppato caratteristiche proprie. Mirando a una rappresentazione realistica della vita e dando forma a situazioni prese dalla vita moderna, il teatro somalo può sostenere riforme sociali, denunciare abusi attraverso la satira e promuovere opinioni politiche. Coinvolge profondamente ed emotivamente il suo pubblico, coinvolgimento reso possibile dall'ampio uso della cultura tradizionale e del folklore del paese: scritto in prosa, i passaggi più importanti sono invece in forma poetica, come i dibattiti poetici e gli indovinelli; le pièce includono anche citazioni allusive di racconti popolari tradizionali. L'articolo è arricchito di estratti da celebri opere teatrali.Link: http://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13696815.2011.581461First published in 1978 in Folklore in the Modern World, ed. Richard Dorson, 87–101. The Hague: Mouton.Waxaa maqaalkaan markiisi hore 1978 lagu daabacay "Folklore in the Modern World" oo tifaftire ka ahaa Richard Dorson, 87–101. The Hague: Mouton.Apparso la prima volta in "Folklore in the Modern World", a cura di Richard Dorson, 87-101. The Hague: Mouton

    Somali female domestic worker's social and health problems in Italy

    No full text
    This paper reports the findings of a research carried out in 2004 about social and health problems experienced by Somali female domestic workers in Italy.Maqaalkani wuxuu ka hadlayaa natiijadii baaritaan la sameeyey 2004, oo la xiriirta dhibaatooyin bulshadeed iyo caafimaadeed oo ay la kulmeen haween Soomaaliyeed ee ka qabanaayay Italiya hawl adeegto.Questo articolo riporta i risultati di una ricerca condotta nel 2004 relativamente ai problemi sociali e di salute incontrati da collaboratrici domestiche somale in Italia.M. Frascarelli (ed.

    Study of Kaon semileptonic decays on the lattice using twisted-mass fermions and stochastic techiniques for the light-meson propagators

    No full text
    The first chapter will start introducing some basic notions about flavour physics. We will recall the basis of the Standard Model paying a particular attention to the CKM flavour mixing matrix. We will illustrate some of its related theoretical features and the (phenomenological) determination of its matrix elements. We will then move to leptonic and semileptonic kaon decays, introducing the semileptonic form factors, which are the subject of the present work, ending the chapter introducing weak and strong CP violation, with the latter which is responsible of the neutron electric dipole dipole moment generation. The second chapter will be dedicated to the introduction of the calculation technique employed in this work: lattice QCD. After a general introduction we will present the Twisted Mass action used by the ETMC and we will also discuss a particular choice for the boundary conditions used in our lattice simulations, the so–called twisted boundary condition. Chapter three will explain in details the methods which we will employ in our anal- ysis of the form factors as well as the stochastic techniques which are good candidates to be used in a future calculation of the neutron EDM. In chapter four we will present the results of this work. We will start introduc- ing some basic information about the ETMC simulation which we have analyzed and then we will discuss statistical and systematic error analysis, present our form factor’s analysis strategy and give our final physical results followed by a final discussion of the present status of our stochastic techniques

    75

    full texts

    5,899

    metadata records
    Updated in last 30 days.
    Archivio Aperto di Ateneo
    Access Repository Dashboard
    Do you manage Open Research Online? Become a CORE Member to access insider analytics, issue reports and manage access to outputs from your repository in the CORE Repository Dashboard! 👇