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    Oltre il "nuovo meridionalismo" : intervento pubblico e politiche di sviluppo per il mezzogiorno nell'itinerario di Giuseppe Di Nardi (1911-1992)

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    Quella di Giuseppe Di Nardi è una figura ignota alla storiografia, alla quale sono stati dedicati pochi brevi lavori. Eppure, il percorso teorico e professionale dell’economista di Spinazzola fornisce un contributo importante per una comprensione più approfondita della storia economica dell’Italia nella seconda metà del Novecento. Di Nardi ricoprì un numero sterminato di incarichi all’interno di istituzioni pubbliche e private italiane ed europee. A fianco dell’attività accademica svolta presso le Università di Bari, Napoli e Roma, egli fu, tra l’altro, fondatore e direttore dell’Ufficio studi della Cassa per il Mezzogiorno fino alla metà degli anni Sessanta e poi consulente della stessa fino alla liquidazione dell’Istituto, membro della delegazione italiana al Comitato Spaak per l’elaborazione del Trattato della Cee, amministratore della Bei, membro della Commissione nazionale per la programmazione economica e di numerose altre commissioni istituite dai ministeri del Tesoro, dell’Industria, dalla Presidenza del Consiglio del ministri, tra cui ricordiamo in particolare quella per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario. La molteplicità di cariche rivestite da Di Nardi consente di rileggere in maniera organica un complesso di interventi posti in atto dallo Stato nella seconda metà del Novecento per promuovere lo sviluppo e la modernizzazione del Paese. Si tratta di un aspetto che la storiografia fino ad oggi ha prevalentemente ignorato, perché concentrata su singoli aspetti (la programmazione economica oppure l’intervento straordinario per il Mezzogiorno, oppure la storia delle istituzioni regionali), senza metterne specificatamente a tema le connessioni e dunque la “visione di sistema” con cui, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, si tentò di “governare” lo sviluppo dell’Italia. La figura di Giuseppe Di Nardi consente di cogliere invece il nesso tra politica di intervento straordinario e programmazione economica, il rapporto tra dimensione nazionale e dimensione regionale nell’elaborazione delle politiche di sviluppo, il collegamento tra il processo di integrazione europea e l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, infine le conseguenze della nascita dell’ordinamento regionale sul risultato degli interventi posti in essere della Cassa per il Mezzogiorno. Si tratta di un insieme di interventi che Di Nardi seguì da una prospettiva interna alle istituzioni – in particolare dall’interno della Casmez – come tecnico incaricato di elaborare le politiche di sviluppo che poi la classe politica avrebbe dovuto attuare. L’itinerario di Di Nardi chiama così in causa anche il rapporto tra i “tecnici” e la politica. Un rapporto che, nella lettura dell’economista di Spinazzola, si incrina a partire dalla nascita del centrosinistra nel 1963. Da quel momento in poi il contributo dei tecnici allo sviluppo del Paese finì per essere progressivamente ridotto, a beneficio di un allargamento del campo d’azione della classe politica. A farne le spese fu in primo luogo l’intervento straordinario per il Mezzogiorno. A tal proposito, Di Nardi scriveva che a partire dalla metà degli anni Sessanta “La Cassa ha smesso di pensare”, perché le sue funzioni di elaborazione degli interventi di sviluppo furono assorbite dalla segreteria di Giulio Pastore, presidente del Comitato dei ministri per il Mezzogiorno. Poi, dagli anni Settanta, la Casmez fu definitivamente subordinata agli interessi delle neonate istituzioni regionali (che sancivano il definitivo trionfo della classe politica sulle competenze tecniche). Più in generale, a pagare fu il modello italiano di intervento pubblico in economia, che subì un processo di trasformazione e degenerazione tale da renderlo irriconoscibile rispetto alla fisionomia che esso aveva invece assunto dalla sua completa elaborazione negli anni Trenta fino al periodo del “miracolo economico”

    Studio di pressione e velocità in un getto libero con wavelet e linear stochastic estimation

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    In questo lavoro di tesi viene illustrato lo sviluppo di una tecnica di post-processing dei dati (denominata come WLSE), basata sulla combinazione delle trasformate wavelet e della Linear Stochastic Estimation (LSE), che viene applicata all’analisi dei segnali di pressione e velocità ottenuti da un getto subsonico coassiale isotermo. Lo scopo del metodo è quello di identificare e chiarificare il ruolo degli eventi turbolenti intermittenti nella generazione di fluttuazioni di pressione nel campo vicino (nearfield). Per questo obiettivo, una procedura di filtraggio basata sulla trasformata wavelet viene applicata ai segnali di pressione del campo vicino per estrarre da essi gli eventi intermittenti. Successivamente la LSE è applicata per identificare le fluttuazioni di velocità che sono linearmente associate con la componente intermittente del nearfield. Studi precedenti hanno evidenziato che in questa regione le fluttuazioni di pressione hanno origine sia acusticapropagativa che idrodinamica-convettiva. Perciò è necessaria un’ulteriore analisi nello spazio frequenza-numero d’onda: un’operazione di filtraggio viene qui realizzata separando la componente convettiva da quella propagativa usando proprio la velocità di fase come criterio di separazione. La metodologia comprende quindi i seguenti passaggi: (i) i segnali di pressione sono processati attraverso un filtraggio numero-d’onda-frequenza per separare la componente di origine acustica da quella di origine idrodinamica; (ii) le componenti così calcolate sono sottoposte a un processo di filtraggio basato sulle wavelet e decomposte in parte intermittente e non intermittente; (iii) Attraverso la LSE vengono ricostruite le fluttuazioni di velocità che sono linearmente associate con ciascuna delle parti del segnale di pressione ottenute precedentemente. I risultati ottenuti mostrano che la combinazione di queste tecniche, mai impiegate simultaneamente in questo tipo di analisi, può raggiungere una migliore comprensione del meccanismo di sorgente legato al rumore generato dagli eventi turbolenti.A data post-processing technique (denoted as WLSE) based on the combination of wavelet transforms with the Linear Stochastic Estimation (LSE) method is applied to pressure and velocity signals obtained in an isothermal subsonic co-axial jet. The aim of the method is to identify and clarify the role of intermittent turbulent events in the generation of nearfield pressure fluctuations. To this purpose, a wavelet-based filtering procedure is performed to extract intermittent events from the pressure signals and the LSE technique is applied to identify velocity fluctuations which are linearly associated with the selected pressure fluctuations. Previous works have also established that in nearfield two different contributions can be identified: hydrodynamic-convective contributions and acoustic-propagative component. So a further analysis in frequency–wavenumber space is needed: a filtering operation is then performed to separate the convective and propagative footprints of the pressure field using the Studio di pressione e velocità in un getto libero con wavelet e linear stochastic estimation 5 phase velocity as filtering criterion. Each component is then studied separately by WLSE. The methodology comprises two main steps: (i) Pressure signal filtering using the frequency-wavenumber filter and decomposition of the given signal into acoustic and hydrodynamic component; (ii) Pressure signal filtering using the wavelet transform and decomposition of the given signal into intermittent and nonintermittent components; (iii) Reconstruction using LSE of velocity fluctuations linearly associated with the wavelet-filtered part of the acoustic and hydrodynamic nearfield pressure signals. Results show that the combination of such techniques, never used together in this kind of analysis, can achieve better understanding of source mechanism related to noise generated by intermittent turbulent events

    Logic mining techniques for biological data analysis and classification

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    Advances in molecular biology lead to an exponential growth of biological data, also thanks to the support of computer science. The primary sequences data base GenBank is doubling its size every 18 months, actually consisting in more than 160 billions sequences. The 1000 genomes project released whole DNA sequences of a large number of individuals, producing more than 3000 billions DNA base pairs. Analyzing these enormous amount of data is becoming very important in order to shed light on biological and biomedical questions. The challenges are in managing this huge amount of data, in discovering its interactions and in the integration of the biological know-how. The analysis of biological data requires new methods to extract compact and relevant information; effective and efficient computer science algorithms are needed to support the analysis of complex biological data sets. The interdisciplinary field of data mining, which guides the automated knowledge discovery process, is a natural way to approach the task of biological data analysis. In this dissertation new data mining methods are presented and proven to be effective in many biological data analysis problems. The particular field of logic data mining, where a data classification model is extracted in form of propositional logic formulas, is investigated and a new system for performing a complete knowledge discovery process is described. The system presents new methods for discretization, clustering, feature selection and classification. All methods have been integrated in three different tools: BLOG, MALA and DMiB, the first dedicated to the classification of species, the second to the analysis of gene expression profiles, and the third for multipurpose use. These tools were applied to species classification with DNA Barcode sequences, viruses identification, gene expression profiles analysis, clinical patient characterization, tag snp classification, non coding DNA identification, and whole genome analysis. A comparison with other data mining methods was performed. The analysis results were all very positive and contributed to the gain of important additional knowledge in biology and medicine, like the detection of nine core genes able to distinguish Alzheimer diseased versus control experimental samples, or the identification of the distinguishing nucleotides positions in the five actually known human polyomaviruses. Moreover, a new technique based on alignment free sequence analysis and logic data mining, that is able to perform the classification of sequences without the strict requirement of computing an alignment between them, is presented. This is a major advantage as the problem of alignment is computationally hard and many biological sequences are not alignable, because of their intrinsic nature, e.g. non coding regions. Also in this case the performed experiments on whole genomes and on conserved non encoding elements show the success of this approach. The models extracted from several analysis are logic formulas able to characterize the different classes of the data set in a clear and compact way. The model is a strong plus for the domain expert, that gains a precious and directly interpretable knowledge

    Validation and stability studies on the MBS method for microbiological control of food samples

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    Food safety and quality are issues of vital importance nowadays. The increased potential threat for human health has led to continuous research for innovative processes and systems for food control, in order to obtain a significant improvement of food quality and, at the same time, a considerable reduction of biological contamination. For this reason, in recent years it’s become necessary to develop faster and more reliable analysis systems that allows to obtain immediate results making possible a more rigorous prevention of microbiological hazards. D.L. 31/01 and Regulation EC 2073/2005 specify that, in addition to reference methods for food microbiological analysis, alternative analytical methods can be used after validation. To validate an alternative method means to compare it with a reference method, in order to define specificity, sensitivity and reproducibility of the two methods in comparison. The innovative MBS method meets these requirements: the MBS method has the prerequisite of being a fast method that can detect bacterial contamination and, in most cases, provide results within the same day. The MBS method measures the catalytic activity of redox enzymes of the main metabolic pathways of bacteria, allowing an unequivocal correlation between the observed enzymatic activity and the number of viable cells present in the samples. The time taken to change colour is inversely related with the log of bacterial concentration; like an enzymatic reaction, the greater the number of bacteria, the faster the colour change. The results reported in this thesis further support the previous findings concerning the existence of a stringent correlation between metabolic activity of bacteria and the number of viable cells. Comparing the MBS method to other analytical methods currently in use, the following considerations come to light. With traditional count plate method bacteria replication can be observed with the naked eye, but greater expertise in the operators and operational complexity are required. On the other hand, alternative methods often turn out to be very expensive also requiring highly equipped laboratories. The use of immunological or genetic probes (with the assistance of PCR to increase sensitiveness) had a great impact in microbial analysis. Indeed they are very quick and sensitiveness can be improved by using automated o semi-automated systems. The disadvantages are not only related to the need for specialized personnel and equipment, but also for a high limit of sensitiveness (immunological methods) and/or complexity and high costs of analysis (genetic methods). In addition the exact quantification of the number of bacteria over a large range of concentrations is not always possible. Colorimetric methods currently available are mainly based upon microorganisms secondary metabolism measuring, but they are very expensive and can not be used outside of specialized laboratory. The work in this thesis concerns studies on the stability of MBS reagents, used for food microbiological analysis. Stability studies represent a critical point to assess the quality of a substance. The correct storage is very important to maintain the products characteristics for the entire period of validity. This can only be achieved thanks to a complete and correct stability program. Accelerated and natural aging tests were performed at various times on the different MBS reagents. Microbiological and physical-chemical parameters were then evaluated. Accelerated aging tests have been carried out maintaining the reagents in an oven in humidity saturated atmosphere and comparing different storage conditions. Thanks to these studies, informations were obtained on the best storage conditions of reagents, their shelf life, and on how to improve stability: compositions of the reagents was slightly modified in order to accomplish these results. Another crucial information furnished by these test was the importance of providing protection from humidity, which has resulted in improved stability. In this regard it has been observed that both the presence of Vaseline and the use of a humidity protective packaging were essential to ensure as long as possible the functionality of the reagents. After this research, several tests were carried out on different tipologies of food samples using the Multi Reader, a modular optical device made by the Department of Physics of the University of Tor Vergata. The Multi Reader is a device used for the analysis: vials can be thermostated, the time taken for them to change colour is automatically detected and the amount of microorganisms present in the sample is calculated. Studies were carried out to set up the Multi Reader software parameters for the automatic detection of the colour change occurring in the presence of bacteria. The last part of the work has concerned the validation of the Micro Biological Survey (MBS) method for food microbiological analysis. Validation aims to compare the results obtained with an alternative method, in this case the MBS method, with the results obtained with the reference method verifying the equivalence between the two methods by looking at linearity, accuracy and selectivity. The results were statistically analysed and compared according to the ISO/IEC 17025 (2005) and ISO 16140 (2003) standards, verifying the equivalence between the reference method and the MBS method. All the performance parameters indicated a total equivalence between the two methods for detection and counting of TVC and E. coli in artificially contaminated and in naturally contaminated food samples. In this study, five different food matrices, cheese, vegetables, white meat, red meat and fruit are analyzed. The validation of the MBS method strongly supports its use as an alternative method for food analysis. The linearity over a range of bacterial concentrations was excellent. The selectivity was more than satisfactory with the absence of false negatives and false positives. The accuracy, evaluated on 125 naturally contaminated samples, showed a high correlation between the MBS method and the reference methods. For the above reported reasons, I have demonstrated that the MBS method can represent a worthy aid in food screening without replacing the analysis carried out with traditional methods which are very precise though often long and complex. In conclusion, this thesis is an applied research project in which the sperimentation essentially aims to develop and validate a kit for microbiological analysis of food. It is therefore important to underline the industrial relevance of these studies, representing a best practice example of a successfully technology transfer project

    La fiducia e i negozi fiduciari : quali prospettive per l'ordinamento italiano?

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    Tracciabilità e rintracciabilità per la sicurezza alimentare e la tutela del consumatore

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    Il lavoro si è sviluppato a partire da una approfondita ricerca ed analisi delle fonti bibliografiche, attraverso le quali è stato possibile ricostruire e comprendere l’evolversi delle norme, delle pratiche e degli strumenti, in materia di sicurezza dei prodotti e di tutela dei consumatori nel settore agroalimentare. Prendendo come riferimento le normative europee è stato cosi’ possibile approfondire i diversi aspetti che oggi, sono alla base delle attività messe in campo dalla UE per fornire informazioni il più possibile certe in merito alla qualità dei prodotti circolanti all’interno dell’Unione. E’ infatti apparso subito chiaro come, aspetto molto importante, sia oggi quello di tenere bene in considerazione come la merci circolanti all’interno dell’Unione abbiano provenienze e destinazioni molto diverse e come sia diventato quindi fondamentale essere in grado di individuare le caratteristiche principali di ogni prodotto in ognuno dei diversi momenti (fasi) che il prodotto stesso attraversa , nel perseguimento del concetto oggi comunemente riconosciuto come fondamentale “dal campo alla tavola”. Si è quindi affrontato il tema della tracciabilità e rintracciabilità dei prodotti agroalimentari: i diversi passaggi che il prodotto effettua per arrivare sul suo luogo di destinazione finale, sono infatti parte di una complessa catena di formazione di lavoro, qualità del prodotto e caratteristiche organolettiche che, tutte assieme, concorrono a formare il prodotto finito. La cosi’ definita filiera, sia che assuma la dimensione lunga, sia che assuma la migliore e preferibile conformazione corta, si pone alla base della creazione di un meccanismo di controllo ed eventualmente ricerca della problematica. In relazione poi all’evidenza di problemi e pericolosità che possano mettere a rischio la salute del consumatore, si sono approfonditi i sistemi di allame (RFSD-TRACES) che oggi costituiscono lo strumento di informazione ed allerta rapido per la notifica di allarmi rilevati. Per far sì che tali strumenti siano efficacemente alimentati, la corretta applicazione del concetto di tracciabilità si è quindi, come già anticipato, rilevata fondamentale ed oggetto di studio principale della tesi di dottorato. Tracciare i diversi passaggi lungo una filiera agroalimentare significa andare ad implementare un sistema di organizzazione delle informazioni che deve fornire, in prima battuta la possibilità di indicazioni precise e complete sul prodotto, in un secondo momento la possibilità di risalire da monte a valle alla ricerca di eventuale punti di crisi. L’analisi delle tematiche afferenti al concetto di rintracciabilità ha chiaramente affrontato gli aspetti normativi che l’applicazione di tale indicazione reca con se; ci si è infatti soffermati sia sugli aspetti di normativa cogente, soprattutto per quanto riguarda il rispetto delle norme che garantiscono la corrispondenza delle caratteristiche organolettiche del prodotto alle diverse indicazioni nazionali (vedi pacchetto igiene), sia sugli aspetti di normativa volontaria. In relazione a tale evidenza, sono state affrontate soprattutto le indicazioni non cogenti ma fondamentali che strumenti quali i sistemi di gestione offrono per il raggiungimento degli obiettivi di tutela del consumatore. Nelle diverse analisi, ci si è soprattutto soffermati sulla (ISO 22000:2005) Sistema di gestione della sicurezza agroalimentare e sulla norma iso 22005:2005 per la certificazione dei sistemi di tracciabilità. Proseguendo nello studio delle tematiche, si è poi individuato un secondo aspetto strettamente legato e complementare alla crescente necessità di informazioni da parte dei consumatori. Come, infatti, poter supportare la scelta fatta dai singoli soggetti al fine di garantire agli stessi una tutela completa? Chiaramente, come indicato in numerosi testi giuridici, lo strumento storicamente deputato a tale attività di supporto è quello dell’etichetta. L’etichetta è stata quindi analizzata cercando di sottolinearne non solo i diversi aspetti e caratteristiche, ma soprattutto andando ad approfondire quelle che sono le reali e fondamentali informazioni direttamente collegate all’uso di tale strumento. Si è quindi analizzata l’etichettatura evidenziandone gli aspetti legati alle informazioni di tipo qualitativo e quantitativo fornite attraverso di essa; si è cercato di mettere in evidenza la capacità oggi raggiunta di poter partecipare in maniera efficace alla necessaria consapevolezza utile alla scelta del consumatore. Infine ci si è soffermati sulle diverse tipizzazioni verso le quali le etichette nazionali si sono decisamente indirizzate, assommando quindi allo scopo informativo un ulteriore scopo di tutela non più e solo del consumatore, ma oggi anche della tutela delle caratteristiche peculiari dei prodotti stessi. A conclusione del percorso di studio e sempre nell’ottica di evidenziare le molteplici sfaccettature che assume sempre più la ricerca della tutela del consumatore all’interno dell’Unione, si è deciso di affrontare un caso pratico scegliendo quale prodotto caratteristico l’olio d’oliva. Parliamo infatti di un prodotto agroalimentare che, non solo rappresenta una delle eccellenze della produzione nazionale, ma proprio in virtu’ delle sue qualità è sempre più oggetto di attacchi da parte di operatori esterni al mercato nazionale, (ma purtroppo anche interni) i quali tentano di lucrare andando a modificare le caratteristiche di composizione dell’olio di oliva sia in termini di purezza che in termini di composizione (mix di olii diversi). Dopo aver quindi affrontato le tematiche specificatamente legate all’identificazione delle qualità (etichette) ed alla classificazione degli olii di oliva stessi , ci si è soffermati sulle tematiche legate alla necessità di tutelare i consumatori dalle tentazioni che il mercato dell’olio di oliva offre in maniera sempre più pressante in termini di sofisticazione o addirittura frode. Collaborando infatti con un tecnico chimico studioso delle tematiche specificatamente legate all’olio di oliva, si è collaborato allo sviluppo di un procedimento che consente di poter evidenziare eventuali sofisticazioni nell’ambito degli oli miscelati (con oli di semi), i quali secondo le attuali direttive, devono contenere percentuali di olio di oliva non inferiori al 50%. Attraverso uno strumento di verifica tecnica in laboratorio si è giunti alla definizione di una procedura che dovrebbe permettere di misurare la reale concentrazione delle quantità di olio di oliva rispetto ad oli vegetali attraverso il confronto con miscele appositamente predisposte nelle quali si definiscono percentuali di concentrazione del 40%, 50%, 60% di olio di oliva ed oli di semi

    Il sindacato giurisdizionale sugli atti tecnico-discrezionali

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    L’uso della tecnica nel contesto dell’esercizio delle funzioni della pubblica Amministrazione desta da tempo moltissimo interesse, in particolare sotto il profilo dell’applicazione della regola a contenuto tecnico inserita nella norma presupposta all’azione amministrativa. In molti casi la norma contenente il precetto tecnico si connota per la sua complessità (o non esattezza, o imprecisione), il che provoca un certo margine di “libertà” dell’Amministrazione nel dare esecuzione alla stessa norma preordinata alla cura del sottostante interesse pubblico. Questo fenomeno, nel quale l’Amministrazione riempie il concetto indeterminato espresso dalla norma, è stato tradizionalmente indicato come discrezionalità tecnica, che risulta caratterizzata sotto un duplice profilo: l’esser essa basata su regole non giuridiche; l’esser essa basata su regole non comprovabili in maniera universalmente accettata e, dunque, su regole opinabili. In tal senso, la valutazione cui l’Amministrazione è chiamata per la presenza della regola tecnica imprecisa risulta quindi opinabile, perché la regola tecnica non è fondata su criteri precisi, e, in quanto tale, consente in astratto giudizi tecnici validi ed alternativi rispetto a quelli formulati dall’Amministrazione. Questo carattere riferibile alla valutazione tecnico-discrezionale si riflette nel controllo di legittimità cui è (rectius, può essere) sottoposta l’opzione tecnica prescelta dalla p.A. in quanto presupposto del relativo provvedimento. Il modello di controllo adottato dal giudice amministrativo è stato oggetto di una parabola evolutiva andata di pari passo con la stessa nozione di discrezionalità tecnica accolta dalla giurisprudenza, spesso divergente dalla concettualizzazione offerta dalla dottrina. Detta evoluzione ha visto il passaggio da una sostanziale insindacabilità della valutazione tecnica opinabile sul presupposto che la discrezionalità tecnica fosse assimilabile alla discrezionalità pura e che, dunque, la valutazione tecnica fosse riservata al merito amministrativo; fino ad un modello di sindacato intrinseco, ovvero alla possibilità del giudice amministrativo di addentrarsi nel fatto oggetto del giudizio tecnico discrezionale per coglierne la correttezza, che ha a sua volta due diverse declinazioni: un sindacato di tipo forte, finanche sostitutivo dell’opzione eventualmente illegittima prescelta dalla p.A.; o di tipo debole, fermo alla verifica dell’attendibilità della scelta. Nonostante la maturazione di una simile linea evolutiva, corroborata da interventi positivi (da ultimo, il codice del processo amministrativo), si riscontra ancora qualche perplessità da parte del giudice, specie in determinate materie sensibili, ad accedere liberamente al fatto controverso sulla considerazione che la pubblica Amministrazione sia dotata di una qualche riserva nell’estrinsecazione del giudizio a carattere tecnico, anche laddove questo non sia riconducibile alla discrezionalità pura. Circostanza che è stata valorizzata anche una parte della dottrina, seppure mediante argomentazioni non sempre convergenti (e, invero, ben più complesse) rispetto a quelle che derivano dall’esperienza giurisprudenziale. Di fondo, comunque, è stata accolta l’idea che il giudice amministrativo, per verificare la legittimità del provvedimento avente per presupposto un fatto oggetto di giudizio tecnico, possa procedere in sede istruttoria alla analisi del fatto medesimo, con l’ausilio di strumenti adeguati (in particolare, la verificazione e la consulenza tecnica); ciò che si riflette massimamente nelle relative prescrizioni contenute nel recente codice di rito. Questo modello “potenziato” di accesso al fatto, e di controllo sullo stesso (nonché, di base, la stessa concezione di discrezionalità tecnica), potrebbe poi avere significative ripercussioni ora che il sistema delle azioni previsto per la tutela delle situazioni soggettive di competenza del giudice amministrativo include la cosiddetta azione di adempimento. Sul punto, si può rilevare che l’indirizzo incline a riconoscere al g.a. un sindacato penetrante rispetto ai giudizi tecnici svolti dalla p.A. potrebbe condurre ad una piena sostituzione del giudice all’Amministrazione, atteso che il primo potrebbe finanche ordinare alla seconda l’adozione di un determinato provvedimento frutto di una valutazione tecnica formatasi in sede processuale

    Il silenzio nella fase antecedente la conclusione del contratto : valore e conseguenze giuridiche

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    L’attività di ricerca si propone di esaminare il valore giuridico del silenzio serbato dalle parti nell’ambito dell’esercizio dell’autonomia privata, circoscrivendo l’analisi alla materia contrattuale. L’indagine è circoscritta alla fase precontrattuale, prendendo in considerazione tre momenti in cui il silenzio della parte può manifestarsi: le trattative, il procedimento di formazione del contratto, la conclusione dello stesso. L’attività di ricerca mira ad individuare ed analizzare le varie realtà comprese nel fenomeno giuridico, ripercorrendone l’evoluzione storica. Il tentativo è di inquadrare in modo compiuto il fenomeno del silenzio ove manifestato in fase precontrattuale, combinando nell’analisi aspetti solitamente esaminati dalla dottrina in contesti separati: il silenzio pone, infatti, un conglomerato di problemi, non riducibili ad un’unica questione giuridica né tantomeno suscettibili di un inquadramento unitario. L’indagine si propone di qualificare il silenzio nei singoli momenti della fase diretta alla conclusione del contratto, individuando le conseguenze suscettibili di derivazione nella sfera giuridica dei soggetti coinvolti (l’autore del contegno silenzioso ed il destinatario del silenzio), apprezzando l’interesse di volta in volta ritenuto meritevole di protezione. La tesi è articolata in tre capitoli. Il punto di partenza è rappresentato dall’illustrazione della nozione di silenzio inteso come fatto naturalistico, ossia come fenomeno dell’esperienza: il silenzio indica il comportamento del soggetto che tace, omettendo di parlare; identifica, pertanto, non una generica ipotesi di inattività bensì una forma di inazione avente contenuto specifico, in cui il non facere si sostanzia nell’omissione verbale (o, più in generale, sonora); in tale prospettiva, può definirsi come fatto negativo. La connotazione negativa non si estende, tuttavia, al piano semantico: il silenzio può assumere una pluralità di significati, riconducibili essenzialmente a quattro ipotesi. In particolare, l’inazione verbale può rappresentare: a) una mancata risposta; b) un’omessa reazione a fronte di un’ingerenza altrui; c) un’omessa comunicazione; d) un disinteresse. L’esame del profilo semantico segna il punto di partenza dell’analisi giuridica: i molteplici significati del silenzio nell’esperienza comune possono infatti essere valutati in seno all’ordinamento giuridico, per verificare se il silenzio sia idoneo a produrre conseguenze giuridiche. La valutazione del silenzio pone quindi in primo luogo un problema di qualificazione. Il fenomeno del silenzio si mostra suscettibile di apprezzamento sotto svariati profili in seno al diritto civile. Nella sua accezione di mancata risposta, il silenzio può essere valutato nell’ambito delle manifestazioni di volontà negoziale. Nel suo significato di mancata reazione all’ingerenza altrui, il silenzio serbato dal soggetto che subisce l’ingerenza nella propria sfera giuridica può esprimere un contegno di tolleranza o, viceversa, di acquiescenza, da intendersi come mancata reazione a fronte della violazione di un proprio diritto. Nella sua accezione di omessa comunicazione, il silenzio può invece assumere rilevanza nell’ambito delle trattative (oltre che nell’esecuzione del rapporto negoziale nell’ambito dei contratti di durata): può assumere forma di reticenza, intesa come volontà di tacere circostanze ignorate dalla controparte, che quest’ultima avrebbe interesse a conoscere, integrando la violazione di un obbligo informativo, suscettibile di determinare la responsabilità dell’autore del silenzio, ai sensi degli artt. 1337 e 1338 c.c. Il contegno reticente può altresì assumere rilevanza come fattore idoneo ad inficiare la volontà della controparte di addivenire alla stipula del contratto: occorre verificare, in particolare, se il silenzio possa integrare il dolo in forma omissiva, ove si ritenga in astratto configurabile, e per l’effetto determinare l’annullamento del contratto ai sensi dell’art. 1439 c.c. Nella sua accezione di disinteresse il silenzio può assumere rilievo non soltanto nei rapporti tra le parti di una relazione (precontrattuale, contrattuale o più in generale obbligatoria): può venire in considerazione anche nei confronti dei consociati (erga omes), quale fattore concorrente alla perdita di un diritto o di una facoltà spettante al soggetto. Il contegno silenzioso può infatti manifestare una forma specifica di inerzia del titolare del diritto o della facoltà, ove si manifesti in concorso con l’elemento temporale: il silenzio protratto per un periodo di tempo predeterminato può comportare la maturazione della prescrizione o della decadenza ai sensi degli artt. 2934 ss. c.c. Il primo capitolo è quindi dedicato all’inquadramento del silenzio come fenomeno giuridico (muovendo dall’esame del fatto come dato della realtà materiale e, successivamente, dall’analisi del suo valore sotto il profilo semantico); prosegue con la ricostruzione del dibattito interpretativo sulla valenza giuridica del fenomeno, ripercorso nella sua genesi ed evoluzione storica; termina con la delimitazione dell’ambito di indagine, oggetto dell’attività di ricerca. Il secondo capitolo è dedicato al silenzio manifestato nella fase di formazione del contratto, quale fatto idoneo a determinare il perfezionamento dell’accordo ed integrare la conclusione del contratto: il contegno silenzioso è serbato in un momento successivo alla formulazione della proposta negoziale; è riconducibile alla persona dell’oblato o, in caso di accettazione non conforme alla proposta, al proponente originario; viene quindi a configurarsi come “mancata risposta” a fronte di un’iniziativa altrui. L’efficacia giuridica del silenzio viene a sostanziarsi nella realizzazione degli effetti fissati nel programma negoziale (formulato dal proponente): il contegno inerte può determinare l’assunzione di diritti ed obblighi, con effetti vincolanti anche nei confronti del suo autore, ove sia accertata l’attitudine del silenzio a determinare il perfezionamento della fattispecie contrattuale. L’analisi mira ad individuare le ipotesi di silenzio suscettibili di integrare manifestazione della volontà di accettare la proposta negoziale: il silenzio con valore legalmente determinato (tra cui l’ipotesi prevista dall’art. 1333 c.c.); il silenzio con significato certo attribuito dalle parti in virtù di apposita convenzione; il silenzio cd. circostanziato, quale figura elaborata in via giurisprudenziale, in cui il contegno inerte perde l’ambiguità normalmente ad esso connaturata, alla luce del complesso di circostanze che accompagnano il silenzio (ricorrenza di una consuetudine o di una pratica invalsa tra le parti, esistenza di situazioni fattuali di carattere oggettivo o soggettivo, sussistenza del dovere o onere di parlare). L’analisi termina con la qualificazione giuridica delle ipotesi di silenzio con significato certo, concentrando l’attenzione sulla figura del silenzio circostanziato, distinguendola altresì dall’ipotesi della cd. esecuzione senza una preventiva risposta dell’accettante ex art. 1327 c.c. Il terzo capitolo è dedicato all’esame del silenzio come omessa comunicazione di circostanze che la controparte avrebbe interesse a conoscere, manifestato nella fase delle trattative ovvero nel corso del procedimento di formazione del negozio: la problematica giuridica, in questo caso, consiste nella definizione dei rimedi invocabili dalla parte lesa per effetto del silenzio altrui. L’efficacia giuridica del silenzio è quindi connessa al profilo della tutela invocabile dal destinatario del contegno silenzioso. L’analisi muove dalla definizione delle ipotesi prospettabili, a seconda della connotazione soggettiva del contegno inerte. Il silenzio può indicare l’intenzione di tacere circostanze ignorate dalla controparte, che questa avrebbe interesse a conoscere: l’omissione verbale viene, quindi, ad integrare un’ipotesi di reticenza, connotata da un atteggiamento volontario del soggetto che omette di parlare. Il contegno inerte si sostanzia in un silenzio intenzionale: la volontà di tacere presuppone la conoscenza della circostanza oggetto della mancata comunicazione. La reticenza può, a sua volta, inserirsi in una fattispecie complessa, venendo ad integrare un vizio del consenso manifestato dalla controparte, che versa in uno stato di ignoranza per effetto della mancata comunicazione delle circostanze inerenti al contratto: il silenzio intenzionale, ove connotato da un’attitudine ingannatoria, può determinare nella controparte una falsa rappresentazione della realtà, venendo ad incidere sul processo di formazione della decisione negoziale. Il silenzio intenzionale può quindi concorrere al radicamento di una fattispecie di dolo, configurata in forma omissiva. Il silenzio può altresì indicare l’omessa comunicazione di circostanze per difetto di conoscenza da parte del soggetto silente: questa ipotesi fuoriesce dall’ambito della reticenza, difettando la connotazione intenzionale della condotta di omissione verbale. Il silenzio assume carattere colposo ove la mancata conoscenza da parte del silente sia imputabile a sua negligenza: l’omessa comunicazione riguarda situazioni che la parte avrebbe dovuto conoscere, ed invece ha colpevolmente ignorato. Il contegno inerte assume, invece, la fisionomia di silenzio semplice, qualora la mancata comunicazione derivi dal difetto di conoscenza non imputabile al soggetto silente. Alle distinte forme di silenzio prospettabili nella fase precontrattuale corrisponde una diversa rilevanza del comportamento omissivo sul piano giuridico, che investe la natura del rimedio invocabile dalla controparte, pregiudicata per effetto dell’inerzia altrui. Il silenzio può determinare la responsabilità del suo autore, ai sensi degli artt. 1337 e 1338 c.c., e legittimare la controparte ad esperire il rimedio dell’annullamento del contratto per dolo omissivo, ai sensi dell’art. 1439 c.c.; qualora la circostanza taciuta consista nell’esistenza di vizi del bene, consente all’acquirente di invocare la garanzia prevista agli artt. 1494 ss. c.c. Nel sistema di protezione del contraente debole si assiste altresì ad un tentativo (rigettato dalla giurisprudenza delle sezioni unite della Cassazione) di ricostruire la rilevanza giuridica della reticenza in chiave autonoma, valorizzando la portata degli obblighi informativi previsti dalla legge a carico del contraente forte: si prospetta la sua configurazione come causa di nullità virtuale del contratto, in particolare, nella materia dei servizi finanziari; la giurisprudenza, tuttavia, conferma la soluzione volta a circoscrivere al piano della responsabilità le ricadute del contegno reticente (salva l’ipotesi in cui risulti integrata la fattispecie del dolo, con conseguente annullabilità del contratto)

    L’emigrazione italiana nelle terre romene (1861-1916)

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    L’emigrazione italiana nelle terre romene fu importante per le caratteristiche, la proporzione e le sue conseguenze. Fu un’emigrazione prevalentemente economica, però a differenza di altri Paesi occidentali, l’Italia fornì accanto agli specialisti in mestieri ignoti o insufficientemente noti in Romania, anche manodopera di diverse specialità. Stimolata dall’appello alla manodopera straniera per le costruzioni edilizie pubbliche e private, per gli impianti elettrici e di canalizzazione, per la costruzione di strade e ferrovie, di ponti e gallerie, di cantieri navali e darsene, dalla richiesta di specialisti nelle cave o nell’industria forestale, l’emigrazione italiana per motivi di lavoro si affiancò ad altre emigrazioni straniere dell’epoca. Così che le prime presenze più cospicue coincisero con l’inizio delle attività di modernizzazione delle infrastrutture dello Stato romeno moderno. La migrazione italiana si manifestò tramite un’emigrazione temporanea e una permanente, due tipi caratterizzati dal punto di vista temporale. Dal primo tipo si distaccò l’emigrazione stagionale propria di un movimento di alcuni mesi, dalla primavera al tardo autunno, che riprendeva ogni anno, mentre quella temporanea estesa su un periodo determinato di tempo da qualche mese a qualche anno, non supponeva l’obbligo del ritorno in terra straniera. L’emigrazione permanente fu propria degli emigranti che fondarono colonie stabili. Il ruolo dell’emigrazione temporanea o stagionale fu più rappresentativo per il periodo di sviluppo della società romena moderna, poiché fu di maggiore peso rispetto all’emigrazione permanente. Le cause che determinarono l’emigrazione per motivi di lavoro degli italiani possono mostrare meglio l’evoluzione storica del fenomeno manifestatosi nei territori romeni; possiamo parlare di un’emigrazione tradizionale per motivi di lavoro, determinata e mantenuta da ragioni proprie. La struttura dell’emigrazione temporanea cambiò all’inizio del XX secolo, quando lo spostamento di singoli (e numerosi) individui superò quello dei gruppi di lavoratori, a causa di un cambiamento della richiesta presente sul mercato di lavoro, determinata dallo sviluppo dell’industria e dalla riduzione delle costruzioni delle ferrovie che avevano utilizzato nella seconda metà dell’Ottocento qualche migliaia di lavoratori e alcuni ingegneri. Lasciando la patria per trovare posti migliori in cui vivere, gli italiani arrivati in Romania non ebbero sempre una vita facile. Pochi decisero dall’inizio di partire definitamente dall’Italia, molti di loro si stabilirono in terra romena con l’intenzione di rimanervi soltanto per un periodo determinato di tempo. Portandosi dietro la famiglia o fondandone una nuova nella terra d’accoglienza, molti italiani scelsero di rimanere in Romania. Così diventarono gli esponenti di un’emigrazione permanente, parte delle cellule presenti in tutto il mondo della cosiddetta Italia fuori d’Italia. Le aree d’immigrazione e d’insediamento di alcune comunità piccole o grandi scelte dagli italiani, dipesero in molti casi dal motivo principale (il lavoro) dell’arrivo in Romania, e soprattutto dalla specializzazione del capo famiglia: troviamo quindi tagliatori di legno nel villaggio di montagna di Brezoi, agricoltori nei villaggi vicini alle città quali Craiova e Iaşi, gli spaccapietra vicino a Câmpulung Muscel, i pietrai nella Dobrugia. Benché si possa ritrovare almeno un italiano in qualsiasi regione della Romania, le principali zone dove essi insediarono furono la Dobrugia (con le comunità rurali più sviluppate di Greci, Turcoaia e Iacobdeal, vicino le cave o i giacimenti di granito del Monte Măcin, alle quali si affiancò la comunità agricola di Cataloi), ma soprattutto la comunità urbana di Bucarest, la sola che superò la cifra di qualche migliaia di persone. A queste si possono aggiungere le comunità italiane censite nelle città di Ploieşti, Craiova, Turnu Severin, Câmpulung, Piteşti, Slatina, Călăraşi, Târgu Ocna, Galaţi, Brăila, Sulina, Constanţa, Iaşi, Sinaia, Predeal, Râmnicu Vâlcea, Târgovişte, ecc., che contarono da qualche decine di persone a qualche centinaia. Queste comunità furono fondate, in genere, negli ultimi decenni dell’Ottocento, però le prime colonie di Bucarest, Brăila e Galaţi apparvero già alla metà del secolo. Lo sviluppo dell’emigrazione temporanea dopo il 1865, che attinse l’apice nell’ultimo decennio dell’Ottocento, e l’apparizione delle colonie stabili, soprattutto quelle commerciali nelle città porto sul Danubio, Brăila e Galaţi, e quella agricola del villaggio Corneşti di Moldavia, trasferita poi a Cataloi, in Dobrugia, comportarono una necessità di assistenza e tutela dal parte dello Stato italiano e della Chiesa Cattolica. In mancanza di una legislazione nazionale e internazionale riguardante i lavoratori emigranti, i rappresentanti diplomatici dovettero intervenire in casi limite e nei problemi insorti tra gli operai e gli appaltatori, tra i contadini agricoltori e i proprietari terrieri, a causa dei contratti di lavoro conclusi in termini incerti e non favorevoli ai dipendenti. Le colonie stabili svilupparono anche il bisogno di assistenza scolastica per i loro bambini e religiosa per tutta la famiglia. Così che lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica cooperarono per l’istruzione dei fanciulli prima dell’apparizione delle scuole governative italiane, fondate a seguito della Legge Crispi per le scuole italiane all’estero dal 1889. La cooperazione continuò negli anni successivi, così che i fanciulli e i giovani italiani poterono ricevere l’istruzione tanto nelle scuole cattoliche, quanto in quelle governative. I principali strumenti della politica dell’emigrazione italiana in Romania furono le scuole italiane, e dopo 1914-1915, la chiesa nazionale italiana di Bucarest. L’emigrazione italiana contribuì allo sviluppo socio-economico della Romania, ma anche a un cambiamento di idee, esperienze e informazioni con gli indigeni, dimostrandosi utile nel processo di modernizzazione del Paese. L’emigrazione italiana fu importante sia per i contributi collettivi, sia per quelli individuali. Gli italiani che si distinsero in questo periodo furono Roberto Gianelloni per la sua attività nel campo delle pensioni scolastiche private, Ernesto Gerbolini e Antonio Borghetti per la loro attività nell’industria alimentare della pasta e del pane, che li raccomandò tra più importanti produttori nel paese all’epoca, Gian Luigi Frollo, Orazio Spinazzola, Ramiro Ortiz nell’insegnamento della lingua italiana in Romania, Benedetto Franchetti da Mantova, Lucio Vecchi, Luigi Ademollo e Eduardo Caudella nell’insegnamento musicale o nello sviluppo della musica colta, Luigi Cazzavillan nella stampa romena con il giornale Universul, Fani Tardini per l’attività svolta nel teatro drammatico, Domenico Caselli per l’attività pubblicistica sopprattutto quella riguardante la storia di Bucarest, gli architetti e gli ingegneri Cesare Fantoli, Giulio Magni, Iginio Vignale, Gambara, Mario Stoppa, fratelli Axerio e molti altri per i loro contributi nel campo delle costruzioni, Agosto dall’Orso nel settore bancario, Clelia Bruzzesi per la sua attività di traduttrice. Tutti questi italiani fornirono il loro apporto in vari settori socio-economici e culturali, dando così il loro contributo alla modernizzazione dello Stato romeno

    Model-based clustering of mixed linear and circular data

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    La conoscenza e l’identificazione di regimi ondosi prevalenti ottenuti attraverso lo studio di serie storiche oceanografiche multivariate è una problematica che riscuote un interesse crescente negli ultimi anni, a causa dell’enorme mole di informazioni provenienti da stazioni di misura marine e da satelliti. Questi studi assumono un’importanza strategica in aree costiere o in piccoli bacini, dove l’iterazione vento-onda è influenzata da una serie di fattori, quali l’orografia della costa, le batimetrie del fondale, le correnti. Studi sull’iterazione atmosfera-oceano sono effettuati a partire da osservazioni orarie o semi-orarie, multivariate e spesso incomplete, che coinvolgono variabili di diversa natura, come la direzione del vento e delle onde (variabili circolari), la velocità del vento e l’altezza dell’onda (variabili lineari). L’obiettivo principale di questa tesi è di fornire un approccio flessibile per la classificazione congiunta di variabili circolari e lineari, estratte da dataset oceanografici incompleti. Sono stati sviluppati tre modelli basati su metodi di tipo mistura. Il modello mistura univariato (UMM) classifica dati ondametrici e anemometrici attraverso una mistura finita di distribuzioni univariate Gamma (per variabili lineari) e von Mises (per variabili circolari) considerate condizionatamente indipendenti. Il modello mistura multivariato (MMM) integra distribuzioni multivariate circolari e lineari per individuare le associazioni tra clusters toroidali e lineari. Infine il modello hidden Markov multivariato (MHMM) considera la correlazione temporale delle osservazioni e approssima la distribuzione dei dati con una mistura di distribuzioni multivariate, con parametri dipendenti dallo stato di una catena di Markov latente. La procedura di classificazione viene implementata attraverso un algoritmo EM che consente di stimare i parametri dei modelli, considerando come valori mancanti sia le misurazioni non presenti nel dataset, sia il cluster di appartenenza di ogni osservazione.In recent years, there has been an increasing interest in the identification of relevant sea regimes from marine multivariate times series, due to an increasing volume of data collected by gauges and satellites. These applications are especially important in coastal areas and semi-enclosed basins, where wind-wave interactions are influenced by a number of variables, such as the orography of the coasts, the bathymetry and the currents. Studies of air-sea interactions involve the analysis of multivariate, often incomplete time series of marine data, that include hourly or semi-hourly measurements of mixed type variables, like wind and wave direction (i.e., circular variables) and wind speed and wave height (i.e., linear variables). The primary objective of this thesis is to provide a flexible approach to classify mixed linear and circular incomplete data by using mixture-based models. Three different models have been implemented. An Univariate Mixture Model (UMM), which jointly models wave and wind data by a finite mixture of conditionally independent, univariate Gamma and von Mises distributions; a Multivariate Mixture Model (MMM), which integrates multivariate circular densities and multivariate skew normal densities to capture the association between toroidal and planar clusters; a Multivariate Hidden Markov Model (MHMM), which accounts for the temporal correlation of the measurements and approximates the joint distribution of the data by a mixture of multi- variate densities, the parameters of which depend on the states of a latent Markov chain. The core of the classification procedure is an EM algorithm, which allows for missing measurements and unknown cluster membership as different sources of incomplete information

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