Archivio Aperto di Ateneo
Not a member yet
    5899 research outputs found

    [Fotografie della Somalia: insegna di una ditta di disinfestazione]

    No full text
    Fotografie appartenenti alla collezione privata del Prof. Massimo Squillacciotti._-_Sawirradii prof. M. Squillacciotti._-_Pictures belonging to Prof. Massimo Squillacciotti's private collection

    Fotografia B216

    No full text

    Fotografia B232

    No full text

    Fotografia B234

    No full text

    Fotografia B238

    No full text

    Israel’s struggle against Hamas : strategic culture, adaptation and war

    No full text
    The PhD research, 'Israel’s Struggle Against Hamas', studies the impact of cultural factors on the Israeli counterinsurgency (COIN) vis-a-vis Hamas in the period comprised between 1987 and 2005, analyzing to what extent the characteristic traits of the Israeli approach to military affairs account for the shaping of a distinct 'way of war' in countering the Islamic Resistance Movement's insurgency. Inquiring into the characteristic features of the Israeli approach, the research concludes that the role of strategic culture as an intervening variable is crucial in explaining either the outcome of the Israeli COIN in the period 1987 and 2005 and the very pattern of adaptation of the Israeli armed forces to the challenges of insurgency warfare. In fact, while peculiar features of the Israeli way of war such as the intense focus on technology and drive for tactical action fostered adaptation to 'how' the enemies were fighting, relative neglect of the non-military aspects of COIN, scarce intellectual interest for foreign experiences and even for COIN theory proved detrimental to a nuanced understanding of 'why' they had chosen to fight in that specific way, rendering much more complex for Israel to adapt accordingly

    Ernst Jünger : tecnica, tempo e nostalgia

    No full text
    Nel corso della ricerca ho tentato di indagare lo stato d’animo della nostalgia nell’opera di Ernst Jünger [1895–1998] dialogando parallelamente con l’imprescindibile questione della tecnica, centrale nel pensiero dell’autore. Ho deciso di lavorare sui testi di Jünger scegliendo, analizzando e citando quegli scritti che risultavano particolarmente di rilievo nel contraltare tecnica-nostalgia. Il lavoro si divide in due parti. Nella prima seguo principalmente il percorso filosofico di Jünger sulla questione della tecnica e lo sviluppo anche grazie al costante confronto con alcuni pensatori tedeschi che hanno vissuto il disagio della modernità. Poi tento di mappare i luoghi letterari jüngeriani oscillanti tra tecnica e nostalgia, raggruppandoli – nella seconda parte – in una sorta di atlante. Ne emerge una geofilosofia dei topoi che Jünger sceglie per fuggire l’accelerazione, la mobilitazione massiva nata sotto l’insegna del lavoro e la dilagante tecnicizzazione e trasformazione del mondo. Ho potuto delineare, attraverso questo percorso, lo stato d’animo scelto come trasporto verso un tempo e uno spazio diversi da quelli offerti nel panorama del mondo mutato della tecnica, come una spinta opposta al lineare avanzare del progresso. La premessa al lavoro è relativa a una breve sintesi della ricezione di Jünger in Italia. Un chiarimento in questo ambito – che avviene accennando alcune delle principali posizioni critiche – è necessario se si pensa che alcune interpretazioni legate a rigide schematizzazioni, hanno a lungo condizionato la diffusione e la circolazione della produzione di Jünger in Italia. Nonostante la sua “riabilitazione” avvenuta durante gli anni Settanta, molti interpreti anche contemporanei tendono a leggere il dopo-operaio come un arenarsi nella perdita della carica spirituale esponenzialmente affievolitasi con il passare del tempo, come uno spiaggiamento in una produzione fiacca, un’estetica letteraria dai contenuti aridi. Altra è la matrice interpretativa che ha indirizzato questa ricerca. Diversi studiosi contemporanei si sono infatti interessati notevolmente anche alla produzione successiva a L’operaio [Der Arbeiter, 1932], tracciando fertili sentieri ancora poco battuti e ampliando la critica sul pensiero di Ernst Jünger. Considerato questo, la mia ricerca si apre tracciando una cornice biografica che cerca di mettere in luce l’epoca in cui Jünger si forma, focalizzando l’attenzione sulla sua adesione al movimento culturale della Konservative Revolution1. L’aspetto conservatore e quello rivoluzionario, emblematici del movimento konservative-revolutionäre che viene analizzato come contenitore del disagio della modernità della Germania weimariana, faranno sempre parte della personalità di Jünger come insanabili tensioni e contraddizioni riscontrabili in tutta la sua produzione letteraria. Per questo ad alcuni capitoli è stato dato un titolo “ossimorico”, valorizzando le coppie oppositive che contraddistinguono i relativi contenuti dei paragrafi sviluppati e cercando al contempo di trasmettere al lettore il profondo senso di frattura interna dell’autore stesso. Lo stesso titolo generale del lavoro: Tecnica e Nostalgia vuole sottolineare che l’argomento che ci si appresta ad affrontare verterà su due elementi in tensione. L’indagine vera e propria si dispiega a partire dagli anni Trenta, un’epoca emblematicamente definita della mobilitazione totale. Tale definizione è anche il titolo di un saggio di Jünger La mobilitazione totale [Die totale Mobilmachung, 1930], panoramica di quel tempo che ha indotto il massimo dispiegamento delle forze umane sotto il segno della produzione e del lavoro e che funziona come sfondo imprescindibile e formulazione preliminare alla sua opera più conosciuta, L’operaio. Lo scritto al quale in questa sintesi si accenna soltanto, è estremamente eterogeneo ed è stato letto criticamente analizzando i diversi livelli testuali riscontrabili al suo interno: politico, sociale, filosofico, estetico, visionario e profetico. Nel saggio il fenomeno tecnico è pensato a partire da quello del lavoro. In questo senso il lavoratore mobilita il mondo ricorrendo alla tecnica, la quale non rappresenta solo il simbolo della figura de L’Operaio ma anche, e soprattutto, la maniera con cui questa figura mobilita il mondo. L’impero tecnico non distingue più tra tempo di guerra e tempo di pace, perché tutto è preda di questa titanica mobilitazione. Il rapporto che si instaura tra il Lavoratore e la tecnica è di reciprocità, nel senso che mentre la tecnica è l’unica potenza che consente al Lavoratore di instaurare il proprio dominio sul mondo, solo l’instaurazione del regno del Lavoratore può consentire alla tecnica di raggiungere la sua perfezione, la sua compiutezza o espressione totale. Jünger crede che l’impersonalità attiva che trova espressione come “Arbeiter” possa dominare la tecnica, dunque l’avvento del regno del Lavoratore equivale all’irruzione di forze elementari nel mondo borghese ed è il preludio alla formazione totale dello spazio del Lavoro. La formulazione dell’essenza non tecnica della tecnica influenzerà profondamente le riflessioni filosofiche di uno dei più fedeli lettori di Jünger, Martin Heidegger [1889-1976]. Un paragrafo della presente ricerca è dedicato proprio a questa ascendenza. Il confronto tra i pensatori, a lungo vincolato e in parte ridotto allo scambio epistolare pubblicato e conosciuto con il titolo Oltre la linea [Über die Linie,1950] sul quale la critica è ampia e dibattuta2, non può non tenere conto anche del volume Zu Ernst Jünger3 che raccoglie gli appunti heideggeriani degli anni Trenta, diverse annotazioni su Der Arbeiter, sul pensiero di Jünger e altri scritti, imprescindibile punto di partenza per la comprensione dell’Auseinandersetzung fra i due pensatori. Nel 1934 compare il saggio Sul dolore [Über den Schmerz, 1934] dove il dolore è intimamente connesso alla questione del lavoro e della tecnica. In particolare il rapporto con il dolore, in questo senso pietra di paragone, diviene una delle misure fondamentali per leggere le trasformazioni dell’epoca della tecnica e il senso di estraneazione che affiora nella produzione di Jünger. Nella seconda coscienza, vissuta risolutamente come un compito assegnato al nuovo tipo, la freddezza e il distacco sono tratti fondamentali e rappresentativi di una nuova concezione del corpo e del mondo, sintomatica sia della compenetrazione tra tecnica ed ethos, sia della fusione meccanico-organico. La costruzione organica [organische Konstruktion], parola chiave del saggio dedicato al dolore, resta nella presente ricerca e nella produzione jüngeriana un torrente sotterraneo che affiora ciclicamente come fonte per le riflessioni su perfezione e perfezionamento, alimentando inoltre le invenzioni e gli espedienti letterari dell’opera di Jünger. Perfezione e perfezionamento è anche il titolo che ho deciso infatti di assegnare al capitolo in cui vengono dibattute le considerazioni jüngeriane degli anni Cinquanta. Tali considerazioni sono influenzate dal contributo del fratello di Ernst Jünger, Friedrich Georg Jünger [1898-1977] e del suo saggio Die Perfektion der Technik [1946]4, La perfezione della tecnica – per l’appunto – che inizialmente doveva intitolarsi Illusione della tecnica, se non fosse per il fatto che l’autore si accorse che l’illusione era proprio figlia dell’aspirazione alla perfezione. Ne ho analizzato i passaggi fondamentali, indicando i punti che maggiormente possono aver influenzato Ernst e le discrepanze d’opinione con le considerazioni espresse nel disegnare l’impero dell’operaio e la mobilitazione totale sotto l’insegna del lavoro e della fusione con la macchina “tecnica” ritenuta, fino agli anni Cinquanta, non soltanto necessaria ma anche auspicabile. Certamente la costruzione organica trova la sua sede letteraria privilegiata nel panorama descritto nel romanzo Le api di vetro [Gläserne Bienen, 1957]. Nel paragrafo dedicatogli ho tentato di lasciar risuonare la domanda jüngeriana dell’uomo sui suoi mezzi tecnici e sulla tipizzazione dell’individuo nell’epoca delle macchine, con particolare attenzione alla con-fusione presente nel mondo mutato che circonda il protagonista del romanzo. L’insetto artificiale, l’ape di vetro, è come lo specchio di un destino collettivo che da una parte seduce e incanta, perché incarna lo sforzo titanico dell’uomo, quasi demiurgico, una capacità tecnica simile all’abilità artistica; e al contempo inquieta, perché sottende la possibile sostituibilità dell’ape naturale, organica, con quella artificiale, modello riproducibile, intercambiabile, un esemplare della dimensione pianificata e della progettazione tecnica. La possibilità della tecnica di imitare in simili modelli l’uomo, è concepita sin dall’antichità. Ho fornito brevemente allora un quadro sintetico di queste imitazioni nel tempo, soffermandomi su alcuni esempi letterari del Deutsche Romantik, movimento che ha offerto a Jünger un ampio spettro di spunti per le riflessioni e le fantasie letterarie su quella con-fusione perturbante che nel Novecento ha contribuito a mettere in luce l’assottigliamento della linea di demarcazione fra umano e macchina. Il compimento letterario vero e proprio, il contenitore di tali fantasie, è rappresentato dalle utopie distopiche che la penna di Jünger genera. Nella seconda parte del lavoro ho cercato allora di analizzare e mettere in luce la nostalgia, attraverso le utopie tecniche – che in parte si rivelano la ricerca, messa su carta e romanzata, di una fuga verso una stabilità originaria – e i luoghi che ho deciso di definire “del tempo perduto”, spazi dove al Leviatano tecno-logico5 non è concesso entrare. Le principali geofilosofie degli avvicinamenti jüngeriani sono il bosco e l’isola. Sul primo e in particolare sulla figura del Waldgänger esiste una discreta letteratura secondaria che indaga il saggio rappresentativo di tale figura Trattato del ribelle [Der Walgang,1951], breviaro il cui nucleo teorico è legato alla descrizione di uno spazio lontano dal nichilismo, una radura incontaminata dove i due poli heimlich e unheimlich convivono e lottano in una tensione costante che è però autentica e originaria, preistorica ma anche post storica in quanto resistenza, ribellione che sfugge dal corso del tempo calcolabile. Altro luogo che consente questo avvicinamento è l’isola. L’isola è un topos letterario vivo nella produzione di Jünger. Ne ho analizzato allora le principali espressioni, nutrite dall’amore per la Sicilia e la Sardegna, protagoniste di diversi scritti. La dimensione nostalgica della tensione verso altro non riguarda una possibilità di rivoluzione comunitaria, o se non altro non è concettualizzata in questi termini, bensì come una ricerca di conservazione-sopravvivenza individuale, una mobilitazione estrema e radicale in nome della perfezione umana e non del perfezionamento tecnico. Ciò che la tecnicizzazione con le sue conseguenze ha reso distante e per cui Jünger prova nostalgia è proprio la possibilità di avvicinarsi a questi stessi luoghi “senza spazio né tempo” dove l’invisibile può essere ancora custodito. Tale esercizio si esplica come tensione verso l’invisibile, addestrandosi a far ricorso a uno sguardo che è possibile da una parte definire “antico”, perché la capacità di visione di cui Jünger scrive apparteneva a civiltà ormai scomparse come scomparse è essa stessa. Tuttavia questa capacità che era nei popoli antichi non era propriamente dei popoli antichi, quanto piuttosto un modo di vedere originario, al di fuori di un tempo o di un luogo determinato. È lo sguardo del mondo del mito che ho tentato di illustrare a partire dallo scritto Filemone e Bauci. La morte nel mondo mitico e in quello tecnico [Philemon und Baucis. Der Tod in der mytischen und in der technischen Welt, 1972] dove la morte viene scelta come elemento atto a delineare la differenza tra la sua visione nel mondo mitico e in quello tecnico. Lo sguardo del mondo tecnico può essere definito come telescopico. Jünger pubblicò ben cinque raccolte fotografiche in quattro anni, mostrando che i suoi innumerevoli interessi sconfinavano anche nell’ambito della fotografia. Ho cercato di far dialogare la visione obiettiva, oggettiva e telescopica con quella del mondo del mito di Filemone e Bauci. L’occhio fotografico per Jünger è un punto di vista privilegiato per cogliere e rilevare sismograficamente le espressioni degli uomini in un mondo in trasformazione, ma al contempo nel mirino dell’obiettivo il mobile viene fissato e la violenza, il rischio e l’incidente, sono assorbiti in un’ottica di normalizzazione. Nell’epoca della tecnica, nell’istante in cui la macchina fotografica congela il pericolo e il dolore, l’istantanea li rende riproducibili, li cristallizza al di fuori della zona della sensibilità corporea in una patina lucida esterna. Ho ritenuto necessario porre questo sguardo anche a confronto con la visione stereoscopica, quello sguardo che offre una dimensione aggiuntiva alla piatta immagine che uno schermo o i nostri occhi presi singolarmente possono fornirci. Secondo Jünger chi impara ad utilizzare questo sguardo non può più fare a meno di trovare dappertutto delle corrispondenze che superano l’esperienza comune e fanno sgorgare dalla sfera esperienziale un’altra sfera, che conferisce un senso di unità ed armonia non soltanto con tutto il cosmo, lo spazio, ma anche con tutto il tempo. La critica al proprio tempo, stigmatizzato dal marchio della tecnica, si accompagna al desiderio di accedere a un altro tempo e a un altro spazio dove l’invisibile possa essere custodito. La nostalgia di Jünger richiama uno sguardo, una visione, ben diversa da quella obiettiva, oggettiva e calcolante del mondo della tecnica. Se durante la Rivoluzione Conservatrice la nostalgia era uno stato d’animo molto rappresentativo del desiderio di ritorno di o a una Heimat quasi viscerale e interna, legata al senso di comunità di suolo e sangue, dopo il nazismo e l’Olocausto non è da escludere che la nostalgia, in Germania, sia stata invece, attraverso un processo lento e doloroso, espulsa dalla sfera Heimat, intesa in senso rivoluzionar-conservatore, per dirigersi verso un altro luogo, una sorta di zona franca. In conclusione tento di affermare che la nostalgia di Jünger non è semplicemente tensione verso il ricordo del mondo dei padri, del passato con i suoi schemi, valori e tradizioni che la tecnica ha spazzato via, bensì verso il ritorno a un originario, immobile e stabile, materno. Nell’ultimo paragrafo ho tentato di chiarire la differenza tra il ricordo e il ritorno nell’opera di Jünger. Il ritorno appartiene alla dimensione mitica, astorica, dove torna un nucleo identico, immobile, che riesce ad oltrepassare il tempo lineare imprimendo un segno mirabile che colpisce con forza maggiore di quella del ricordo. Jünger afferma che non è necessario né sufficiente evocare la notte dei tempi, una civiltà sepolta o un remoto passato per avvicinarsi a ciò che non muta, a questo centro essenziale7. Gli avamposti scelti da Junger sono i luoghi deputati all’apertura di questo ritorno, percepito come qualcosa che costantemente manca nel deserto della civiltà tecnologica. Questo nucleo originario non è mai raggiungibile, è soltanto avvicinabile, e se da un lato la tecnica ostacola l’esercizio di tali avvicinamenti, Jünger ritiene che esiste per il singolo la possibilità di infrangere i vincoli della tecnica, inserendo le cose in un nuovo ordine di significati. L’interesse che ha orientato la ricerca effettuata cerca di rispondere a due obiettivi fondamentali. Il primo è tentare di offrire un contributo scientifico che possa collocarsi nella letteratura secondaria su Ernst Jünger e ampliarne il relativo dibattito attuale; il secondo è provare a riflettere sulle trasformazioni che la tecnica ha portato a partire dalla Prima Guerra Mondiale, in particolare in Germania, considerata un territorio particolarmente sensibile al disagio della modernità, sulla dimensione emotiva che ha accompagnato il mutamento avvenuto. La nostalgia di Jünger si potrebbe collocare in quella “discrepanza di volumi” che passa tra il progresso e la maturazione, nonché la trasformazione, dello spazio emozionale dell’uomo

    David Ben Yehudah messer Leon, un pensatore rinascimentale : tra aristotelismo e platonismo

    No full text
    La mia tesi è suddivisa in due parti: la prima parte è un'introduzione al pensiero di David Messer Leon e più in generale all'ambiente in cui l'autore si è formato intellettualmente e filosoficamente, presentando, in questo modo, il quadro generale del rapporto tra filosofia ebraica e filosofia del Rinascimento in Italia. La seconda parte è invece un'analisi e un commento alla prima parte sezione del manoscritto “Magen David” ovvero lo Scudo di David. Prima parte. La prima parte della mia tesi è dunque dedicata all'approfondimento di alcune questioni fondamentali della vita di David Messer Leon.. Ad oggi esiste soltanto una monografia su questo autore, scritta da Hava Tirosh-Rothschild “Beetwen worlds. The life and thought of Rabbi David ben Judah Messer Leon” State University of New York Press, New York 1991. Ho dunque apportato alcune modifiche rispetto allo studio della Hava Tirosh-Rothschild, a mio avviso infatti è possibile fornire delle nuove informazioni proprio attraverso la lettura del Magen David, confrontando l'opera di David Messer Leon con altri suoi manoscritti come ad esempio, al 'Ein ha- Qore (L'Occhio del lettore) e il Kevod Hachamim (L'Onore dei Sapienti) ma soprattutto approfondendo le fonti secondaria che in realtà mi hanno permesso di ricostruire, attraverso dei piccoli indizi, la vita e il contesto dell'autore. Il pensiero di David Messer Leon non è assolutamente frutto di un lavoro originale, al contrario la struttura della sua opera sembra essere semplicemente un lavoro di “copiatura” quasi antologica di testi a cui David Messer Leon poteva avere accesso. Il Magen David , ad ogni modo, è una testimonianza di come un filosofo ebreo può approcciarsi allo studio della filosofia e della Qabbalah in ambiente cristiano. Ho suddiviso questa prima sezione in quattro capitoli ognuno dei quali tratterebbe alcuni tra gli aspetti fondamenali del rapporto tra David Messer Leon e il pensiero filosofico e cabbalisto. Capitolo primo: - Cenni biografici. La vita di David Messer Leon. Un breve excursus sulla vita di David Messer Leon con particolare attenzione alla questione della sua data di nascita e la sua città natale, indicando come prima referenza il folio 1 verso del Magen David, è qui che lo stesso autore ci informa della sua nascita a Venezia. - Le opere. Ho suddiviso questa sezione in due sottosezioni ovvero tutti quei manoscritti1 che sono giunti a noi e tutte le opere che sono andate perdute ma che sono state citate dal nostro autore. Ho cercato di ordinare il corpus dell'autore in ordine cronologico seguendo gli spostamenti e I viaggi di David Messer Leon per la penisola italiana sino ad arrivare ai territori dell'Impero Ottomanno. Ogni manoscritto è accompagnato da una breve descrizione del suo contenuto, e anche nel caso dei manoscritti smarriti, ho cercato di ricostruirne il soggetto attraverso le diverse citazioni che l'autore stesso indica nei manoscritti che ci sono noti. - David Messer Leon e la famiglia da Pisa. In questo paragrafo affronto il rapporto tra la famiglia di Messer Leon e la famiglia da Pisa. In questa mia ricerca appaiono fondamentali le testimonianze e i carteggi dell'autore in cui, oltre a mostrare gli aspetti più intimi della sua vita privata (Cod. Laur. Plut. 88, 12), emergono anche alcuni degli aspetti più importanti del suo pensiero filosofico. In uno scambio epistolare tra David Messer Leon e David da Tivoli (marito della figlia di Yehiel da Tivoli, uno dei più famosi banchieri Toscani e mecenate dei più illustri pensatori che ruotano nell'ambiente ebraico di fine quattrocento), David da Tivoli chiede espressamente all'amico alcune delucidazioni e addirittura un commento alla Guida dei Perplessi di Maimonide. È probabilmente grazie al suggerimento di David da Tivoli che David Messer Leon scrive il Magen David (Cod. Laur. Plut. 88). In seconda analisi in questo paragrafo ricostruisco storicamente la situazione degli ebrei in Toscana e I primi rapporti dei pensatori ebrei italiani con I cabalisti spagnoli che Yehiel da Pisa accoglierà nella suo “circolo intellettuale”. - Ritorno a Napoli. In questo paragrafo affronto gli ultimi anni di David in Italia, tra l'ambiente ebraico napoletano e quello della corte aragonese fino all'arrivo delle truppe francesi di Carlo VIII. Nel 1495 David e suo padre Yehudah sono costretti a fuggire dal Regno di Napoli a causa della persecuzione anti-ebraica messa in atto dalla politica dei d'Angiò. - Viaggio verso l'Impero Ottomanno. Questo paragrafo è dedicato all'ultimo viaggio di David Messer Leon tra Costantinopoli, Salonicco, Corfù e Valona città in cui diviene rabbino capo. Dopo una breve introduzione storica sugli ebrei in Turchia dopo la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II, e dopo aver analizzato le nuove istituzioni all'interno delle comunità ebraiche dell'Impero Ottomano, ho riportato tutte le notizie che lo stesso David ci fornisce attraverso il Kevod Hachamim ponendo l'accento sui difficili rapporti tra le comunità ebraiche dopo l'Espulsione del 1492. David diviene prima di tutto Marbitz Torah presso Salonicco e Corfù e solo successivamente ricoprirà il ruolo di rabbino a Valona (chiamato a esercitare questo ruolo proprio dagli ebrei fuggiti dal Regno di Napoli, che David Messer Leon chiama “pugliesi”). La partenza da Valona a causa di una scomunica e la morte di David Messer Leon. Secondo Capitolo: - L'educazione di David Messer Leon. L'educazione nel mondo Cristiano. L'inizio di questo paragrafo è dedicato all'educazione nell'Italia del Rinascimento, rispetto alla tradizione Scolastica. - Il fenomeno della Translatio-studiorum. Ovvero la diffusione delle traduzioni, dei commenti e di nuovi manoscritti in ambiente ebraico-arabo e cristiano. - La ricezione delle arti liberali e il concetto di hacham collel: Yehudah Messer Leon e la sua yeshiva. David ben Yehudah Messer Leon è una delle personalità più eclettiche e rappresentative della filosofia ebraica del Rinascimento. La figura di Yehudah Messer Leon è descritta nel primo paragrafo di questo secondo capitolo. illustre filosofo e talmudista ebreo autore ed interprete di numerose opere sulla logica e trattati di retorica (come lo stesso David Messer Leon scrive in un'epistola a David da Tivoli, suo padre ha redatto una grammatica ebraica, un compendio di logica, un trattato di retorica, un commento alle Isagoge di Porfirio, un commento alla Categorie di Aristotele, un commento alla Fisica di Aristotele attraverso l'interpretazione di Averroè – in realtà è il Commento Medio alle Metafisica di Aristotele- e un commento alla Bibbia ), fondatore di una delle yeshivot (scuole religiose) più importanti dell'Italia del XV secolo, nella quale oltre agli studi religiosi tradizionali, come l'insegnamento del Talmud e dei Tosafot2, venivano proposti agli studenti gli studia humanitas ovvero il trivium e il quadrivium. Fine conoscitore dei più eminenti autori e pensatori ebrei come Moshe Maimonide, Saadia Gaon, Gersonide (David Messer Leon sarà infatti il primo autore nel Magen David a riferirsi a Levi ben Gershon come Gersonides in latino) e dei filosofi arabi : l'influenza di Ibn Rushd e Ibn Sina è sicuramente presente nei suoi scritti. Una delle caratteristiche che lo contraddistingue dagli altri autori ebrei suoi contemporanei è il suo interesse per il sistema Tomistico che spesso viene messo a confronto con il pensiero di Maimonide. In questo paragrafo ho anche individuato e analizzato le personalità e i pensatori che più hanno influenzato l'ambiente culturale ebraico in Italia. Da una parte gli autori italiani e dall'altra i pensatori ebrei in fuga dalla Spagna e dal Portogallo che hanno inesorabilmente inciso sul piano filosofico e culturale. Yochanan Alemanno e la famiglia da Pisa; Menachem da Recanati; Isaac Mor (o Mar) Hayyim. Terzo Capitolo: - La ricezione di Platone nell'opera di David ben Yehudah Messer Leon: La ricezione dei dialoghi di Platone nel pensiero medievale. Una breve introduzione alla ricezione di Platone in ambiente cristiano, arabo ed ebraico. - David Messer Leon, Platone e il Platonismo : Platone e Geremia. Le cui informazioni su Platone tra il Quattrocento e il Cinquecento sono ancora frammentarie, le opere del filosofo greco sono conosciute parzialmente e soprattutto mediate dai commentatori neoplatonici e giudeo-arabi. Possiamo pensare che verosimilmente David Messer Leon possa essere venuto in contatto con le traduzioni ad opera di Ficino e dell'Accademia Platonica ? Questa mia ipotesi si sviluppa proprio a partire da un passaggio del Magen David in cui Platone viene chiamato Aplaton ha-Elohi3 ovvero “il divino Platone” epiteto che più volte ricorre nelle traduzioni ficininiane: numerosi esempi si possono addurre, pensiamo al Dialogo sopra lo Amore (il Simposio), alla Teologia Platonica, ma soprattutto alla traduzione delle opere magiche in cui Platone non solo viene definito come divino ma la sua figura è accostata addirittura a quella di Mosè il Profeta. David Messer Leon riprenderà una tradizione di matrice strettamente “cristiana” risalente ad Ambrogio ed Agostino in cui la figura di Platone a quella del profeta Geremia. La difficoltà nel risalire alla fonte della sua informazione è che l'autore indicherebbe L'Incoerenza dell'Incoerenza come testo di riferimento, dovremmo perciò credere che David abbia consultato il Plato Arabus e non le nuove traduzioni ma nel libro di Averroé non c'è alcun riferimento a questa tradizione. David Messer Leon affermerà in questo stesso passaggio che gli insegnamenti di Platone si avvicinano a quelli della più antica tradizione ebraica ovvero la Qabbalah «perché chiunque studi i suoi libri troverà in questi i divini misteri e tutti quegli insegnamenti che sono identici agli insegnamenti della vera Qabbalah.» Quarto capitolo: - La Qabbalah. Breve introduzione storica sulla Qabbalah. In riferimento alla posizione di David Messer Leon - L'opposizione alle dottrine cabbalistiche: Yehudah Messer Leon. All'inizio del Magen David (fol. 1 verso) David Messer Leon descriverà tutte le difficoltà e le ostilità incontrate nell'intraprendere lo studio della Qabbalah : « Ho studiato questa disciplina segretamente, perchè il mio maestro, mio padre [...] non mi ha permesso di studiarla [...] La maggior parte dei filosofi e dei fisici, cui noi studiamo I loro testi ogni giorno, rifiutano questa scienza, io non sono d'accordo con loro ». Emerge dunque, anche da questa testimonianza, che Yehudah Messer Leon si è dimostrato sempre ostile all'interpretazione e alla “appropriazione” della Qabbalah ebraica da parte degli autori cristiani dalle forti influenze neoplatoniche. - Il segreto del Nome. David Messer Leon e l'essenza divina: le Sefirot come essenze e come strumenti In questo paragrafo ho analizzato uno degli argomenti centrali trattati nel Magen David e che rappresenterebbe una delle tematiche più studiate e sviluppate anche da altri autori sia medievali che contemporanei a David Messer Leon. I primi fogli del manoscritto sono consacrati alla descrizione dei Nomi di Dio, David Messer Leon ha interamente copiato questa parte sovrapponendo due opere di un rabbino e grammatico spagnolo dell'XIIesimo secolo Abraham ben Ezra (ovvero il Commento al Pentateuco e il Sefer ha-Shem, Il libro del Nome). Al Commento al Pentateuco di ben Ezra viene affiancato anche il Commento di Nachmanide (rabbino esegeta spagnolo il cui Commento alla Torah nasconde riferimenti alla mistica e al pensiero cabalistico). La questione sui Nomi di Dio è una vera e propria introduzione alla tematica centrale della prima parte del Magen David: la natura delle sefirot. David Messer Leon considera le sefirot come l'essenza di Dio. Per validare la propria opinione utilizzerà un linguaggio non propriamente religioso ma applicherà, ad una tematica così strettamente legata alla sfera religiosa, un linguaggio filosofico infatti la questione centrale che l'autore affronterà è la differenza tra sostanza/essenza/ esistenza tra Dio e le sefirot (che in questo caso non possono essere lette come emanazione divina). In questo caso David utilizzerà come fonte principale il testo di Gikatilla, lo Sha'are Orah, e citerà molti passi dello Zohar il Libro dello Splendore. - David Messer Leon è possibile parlare di plagio ? Scorrendo il Magen David appare chiaro a noi contemporanei quali siano le fonti che David Messer Leon utilizza nello sviluppo della sua opera, come abbiamo visto nel corso di questo capitolo la maggior parte delle opere che David Messer Leon cita sono tra quelle più conosciute anche dai suoi contemporanei, oltre ai “classici” del pensiero cabbalistico troviamo anche Commenti al Pentateuco e opere filosofiche come quelle di Maimonide. In altri passaggi del Magen David l'autore omette quali siano le opere di riferimento, ad esempio appare chiaro che la distinzione delle dieci sefirot derivi dal trattato sull'Ordinamento della Divinità anche se David non cita espressamente l'opera, probabilmente proprio perché la diffusione tra i cabbalisti e i pensatori rinascimentali avrebbe permesso di comprendere quale fosse la fonte senza molti sforzi. Così come i passaggi dello Zohar sono quelli noti agli ebrei italiani, dunque David citerebbe non il testo originale ma con molta probabilità i passaggi già noti e commentati da altri cabbalisti, proprio perché non sembra apportare alcuna novità rispetto allo Zohar conosciuto nell'Italia del Rinascimento. Risulta però particolare il fatto, come ha sottolineato Hava Tirosh-Rothschild, che David Messer Leon abbia ricopiato un'intera sezione del Derek ha-emunah di Avraham Bibago, senza mai citare il suo nome, chiamandolo “questo studioso” e modificando la prima persona utilizzata da Bibago nella sua opera con la terza persona singolare. Ma è ancora più strano confrontare la posizione di David Messer Leon con quella del cabbalista spagnolo Mar Hayyim, Gottlieb ha infatti sottolineato come David si sia “appropriato” di alcune dottrine dello spagnolo4. In realtà possiamo leggere nel Magen David le stesse posizioni di Mar Hayyim che si troverebbero nell'Epistola inviata a Yehiel da Pisa ma David affermerebbe di averle lette nel ספר היחוד ( in realtà mancherebbe uno iod nella trascrizione del copista ). Seconda parte. Traduzione e commento di passi scelti del Magen David. ff. 1r. -14 v. Il Magen David è composto da 176 fogli; a partire dal foglio 102, il manoscritto è scritto per mano di un altro copista (in questa seconda parte è infatti possibile riconoscere la scrittura calligrafica ebraica italiana del Rinascimento). Le prime pagine sono fortemente corrotte, sicuramente dopo il foglio 5 verso mancano alcune pagine perché il soggetto trattato da David Messer Leon cambia repentinamente

    Il contributo della mobilità urbana alla giustizia sociale secondo l'approccio della capabilities : il caso di Buenos Aires

    No full text
    Nella parte uno si descrivono i legami tra economia e città globale, in termini di squilibri territoriali secondo i vari gradi di accumulazione di risorse e merci, verranno interpretati secondo lo schema del sistema-mondo proposto dal sociologo dello sviluppo Immanuel Wallerstein. Sulla base delle possibili intersezioni tra pianificazione urbana ed economia discuteremo alcune strategie di compensazione dei trade-off tra economia e città. Il modello di Amartya Sen verrà poi presentato al fine di inquadrare il punto di vista sulla giustizia sociale nel contesto della città globale appena descritto. Nella parte due, il modello delle Capabilities di Amartya Sen verrà utilizzato come quadro teorico al fine di trovare in che modo la mobilità urbana contribuisce alla giustizia sociale. Si tratta di un esercizio scientifico che apre la strada all’utilizzo del modello delle CA nel campo della mobilità urbana. Si vuole infatti utilizzare questo modello come strumento valutativo per individuare le dimensioni del sistema di mobilità che sono importanti per l’individuo partendo dai suoi bisogni ( needs&wants). Il modello delle CA rappresenta il trade d’union tra il filone di pensiero che ritiene necessario costruire un nuovo paradigma per lo studio della mobilità urbana con al centro dell’analisi l’individuo e la ricerca scientifica che vuole “rescue transport from socially un just implementation” (Cohen,2008 in Beyazit 2010). Nell’ambito della ricerca scientifica relativa allo studio e alla critica del modello delle CA questo esercizio ha il fine di apportare un ulteriore contributo alla discussione ed inoltre è propedeutico all’applicazione del modello ad un contesto reale. In particolare si utilizzano le funzione del modello delle CA esposte nel testo Commodities e Capabilities (Sen, 1999a) come strumenti di selezione delle functionings e delle Capabilities ed in un secondo momento si ipotizza l’utilizzo dell’energia come parametro di valutazione della giustizia sociale, utilizzando il modello in senso ampio. Nella parte tre il modello delle CA viene messo alla prova. Nell’analisi del caso si procederà secondo una serie di fasi in base alla declinazione proposta da Comim (2008) . Si procede inizialmente con l’analisi del contesto in esame mediante una descrizione generale della città di Buenos Aires per evidenziarne i processi di trasformazione considerando le politiche della mobilità e le politiche economiche. Nella seconda fase cercheremo di sovrapporre le analisi dei dati sul sistema di mobilità della Regione Metropolitana di Buenos Aires ( RMBA) espresse con mappe geografiche realizzate utilizzando il sistema informativo geografico GIS, alle relazioni del modello teorico delle CA (Sen A.1999a). In ultima analisi faremo delle considerazioni sulle functionings e sulle capabilities selezionate per il caso che ci aiuteranno a fare delle considerazioni complessive sul contributo della mobilità urbana alla giustizia sociale a Buenos Aires

    Carlo Scarpa e il mondo Olivetti : storia di un progetto culturale tra scritti critici e committenze architettoniche

    No full text
    La ricerca mira a definire le relazioni intercorse nell’arco di quasi trent’anni tra Carlo Scarpa e il mondo Olivetti, relazioni che hanno trovato diverse forme di espressione e diversi “intermediari” che hanno contribuito al loro manifestarsi. Nel mettere in ordine la sequenza storica dei fatti sembra profilarsi un vero e proprio progetto culturale portato avanti nell’ambito olivettiano, verosimilmente a partire dall’iniziativa di Bruno Zevi, ma avvalsosi del contributo di diverse autorevoli figure della storia e della critica di arte e di architettura. Carlo Scarpa e Adriano Olivetti si incontrano per la prima volta in occasione del IV Convegno dell’Istituto Nazionale Urbanistica nel 1952 a Venezia. L’architetto allestisce a Ca’ Giustinian la mostra dei progetti presentati al convegno stesso. Da questo momento prende avvio un rapporto ininterrotto la cui tappa successiva e fondamentale è il conferimento del Premio nazionale Olivetti per l’architettura a Carlo Scarpa nel 1956. Il premio, oltre ad essere un viatico per la realizzazione di un’opera “olivettiana”, rappresenta la prima testimonianza concreta della convergenza intorno alla figura di Carlo Scarpa di alcuni personaggi quali, oltre allo stesso Adriano Olivetti, Bruno Zevi e Carlo Ludovico Ragghianti, che componevano, insieme con Argan, Musatti, Pane, Rogers, Pampaloni e Paci, la commissione giudicatrice. Il premio, che suscita l’indignata reazione del mondo professionale veneziano che accusava Scarpa di esercizio abusivo della professione di architetto, viene conferito quale “riconoscimento ad un autentico artista le cui doti creative non hanno finora ottenuto un’adeguata fortuna professionale” e “richiamo sulla figura di questo artista, rivolto all’opinione competente, e un’espressione di fiducia e di augurio per la sua futura, più ampia affermazione”. La convergenza sulla figura di Carlo Scarpa si traduce in un’attività di sostegno e diffusione della sua opera esercitata nel mondo Olivetti principalmente sulle pagine delle riviste pubblicate dall’ingegnere di Ivrea, sia quelle come “Metron” e poi “Zodiac”, espressamente dedicate all’architettura, sia altre come “Comunità” e “SeleArte” che nella politica olivettiana miravano a sollecitare stimoli e dibattiti in diversi campi del sapere e della cultura. Di assoluto rilievo è il fatto che tali riviste, insieme con “L’Architettura. Cronache e storia”, fondata da Bruno Zevi nel 1954 sulle ceneri di “Metron”, siano le prime, cronologicamente, a dedicare attenzione alla figura di Carlo Scarpa e dunque a pubblicare le sue opere. I primi due articoli pubblicati su “Metron” nel 1950 e nel 1952 vengono presi quale spunto per approfondire alcune tematiche dell’architettura di Scarpa, quali i riferimenti neoplastici e wrightiani, per riflettere sulle sue posizioni nel panorama architettonico coevo. Sempre in riferimento a temi di carattere generale si sono voluti considerare i contributi comparsi tra 1952 e il 1962 su “Comunità” e “SeleArte”, temi che animano il dibattito culturale dell’Italia postbellica, dalle questioni di museologia e di restauro, ai commenti alle esposizioni legate alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano, e infine alla vicenda tutta veneziana del Masieri Memorial che Frank Loyd Wright avrebbe dovuto realizzare sul Canal Grande. Infine i saggi pubblicati su “Zodiac” tra il 1959 e il 1964 e firmati da Bettini, Ragghianti, Santini e Mazzariol rappresentano la consacrazione nella pubblicistica, olivettiana e non, dell’opera scarpiana. Allargando il campo di indagine anche alle altre testate di riferimento dell’architettura italiana, prime tra tutte “Domus” e “Casabella”, se verificano i diversi atteggiamenti e si tenta di tracciare un bilancio della fortuna critica di Scarpa anche cercando di cogliere gli effetti che le prime letture proposte dagli autori sopra citati nelle riviste olivettiane hanno evocato in tempi successivi, in qualche modo condizionando la percezione stessa del fare scarpiano. Parallelamente, dalla metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Settanta tra Scarpa e la Olivetti si sviluppa anche un rapporto professionale che si esprime concretamente in tre specifiche committenze. Queste danno vita a progetti molto diversi tra loro, che proprio nella loro eterogeneità - una colonia montana per i figli dei dipendenti, uno showroom per i prodotti Olivetti e l’allestimento di una mostra – riflettono sinteticamente gli ambiti di interesse e intervento dell’iniziativa architettonica olivettiana. Il primo coinvolgimento professionale che lega Scarpa all’azienda di Ivrea è, nel 1956, il progetto di concorso per la Colonia Olivetti a Brusson, in Valle d’Aosta, che però non viene decretato vincitore; quindi la prima opera realizzata su incarico diretto di Adriano Olivetti è, immediatamente dopo l’assegnazione del Premio Olivetti, la sistemazione dello showroom di piazza San Marco a Venezia (1957-1958). Nel 1969 l’architetto veneziano è incaricato dalla British Olivetti di progettare l’allestimento della mostra itinerante Frescoes from Florence nella tappa all’Hayward Gallery di Londra. Infine occorre accennare ad un ulteriore progetto espositivo proposto a Scarpa dall’Olivetti, non portato a termine per l’improvvisa morte dell’architetto: l’ultimo episodio che lega l’architetto all’impresa di Ivrea nel 1978 è l’allestimento della mostra itinerante The Horses of San Marco. In ciascuna di queste esperienze sembra di poter leggere una manifestazione del fatto che non solo vi sono ambiti comuni nell’attività di Scarpa e nelle iniziative olivettiane, ma che in fondo tutto è ascrivibile ad una medesima stagione culturale a cui Carlo Scarpa è tutt’altro che estraneo, per quanto figura isolata, come di fatto dimostrato dalla condivisione di determinate esperienze sia sul piano pratico, sia nei valori di cui le rispettive attività sono permeate. Si vuole dunque mettere in evidenza che in alcuni dei temi che animano l’architettura italiana del dopoguerra, e dunque anche il palinsesto critico olivettiano, Carlo Scarpa ha un ruolo di assoluto rilievo e nella dimensione etica e nella valenza didattica del suo operare, nonché nella comune necessità di agire concretamente per consentire all’architettura di farsi portatrice di messaggi per una nuova realtà culturale e sociale sembra di ravvisare il carattere di massima prossimità tra l’opera di Carlo Scarpa e l’attività olivettiana

    75

    full texts

    5,899

    metadata records
    Updated in last 30 days.
    Archivio Aperto di Ateneo
    Access Repository Dashboard
    Do you manage Open Research Online? Become a CORE Member to access insider analytics, issue reports and manage access to outputs from your repository in the CORE Repository Dashboard! 👇