University of Pisa

Electronic Thesis and Dissertation Archive - Università di Pisa
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    Comparative diagnostic performance of mpMRI and bpMRI combined with PSA derivatives for the detection of clinically significant prostate cancer: a single-centre retrospective study from Pisa.

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    Contesto e obiettivi - La risonanza magnetica (RM) rappresenta il gold standard per la diagnosi, la stadiazione e la gestione del carcinoma prostatico (PCa), in accordo con le raccomandazioni del sistema PI-RADS v2.1 e delle principali linee guida internazionali. La RM multiparametrica (mpMRI) integra sequenze morfologiche e funzionali, tra cui le sequenze con mezzo di contrasto (DCE), mentre la RM biparametrica (bpMRI) si basa esclusivamente su sequenze non contrastografiche, come le sequenze T2-pesate e di diffusione (DWI), offrendo una valutazione più rapida e con costi più contenuti. Tuttavia, il valore diagnostico delle sequenze post-contrastografiche rimane dubbio e ancora oggi oggetto di dibattito nella letteratura scientifica. Questo studio ha come obiettivo principale quello di confrontare e valutare l’accuratezza diagnostica della mpMRI e della bpMRI nella identificazione del carcinoma prostatico clinicamente significativo (csPCa), senza e con l’integrazione dei dati clinico-laboratoristici come i derivati del PSA. In secondo luogo, ha come obiettivo quello di valutare eventuali modifiche dell’accuratezza diagnostica delle due metodiche radiologiche in base all’esperienza del radiologo-lettore. Materiali e metodi - In questo studio, è stata condotta un’analisi retrospettiva monocentrica su 255 esami di RM prostatica, eseguiti come mpMRI tra il 2022 e il 2024 presso diverse strutture radiologiche della regione Toscana. Due lettori con differente livello di esperienza, un radiologo esperto e uno specializzando al quarto anno di formazione specialistica in Radiodiagnostica, hanno interpretato in modo indipendente tutti gli esami di RM. Le immagini sono state inizialmente analizzate in cieco come bpMRI, escludendo, dapprima, le sequenze contrastografiche, e, successivamente, rivalutate come mpMRI dagli stessi lettori, per un totale di 510 letture e interpretazioni. Tali letture sono state, poi, confrontate con l’esame istologico, gold standard di riferimento, ottenuto mediante biopsia prostatica mirata. In assenza di conferma istologica, è stato usato come esame di riferimento standard una RM di controllo e/o il monitoraggio clinico-laboratoristico mediante i valori del PSA. Da tale lavoro sono stati esclusi i pazienti sottoposti a trattamenti loco-regionali prostatici, come la resezione transuretrale della prostata (TURP) o la radioterapia, e tutti i pazienti con dati clinici incompleti o mancanti. Per entrambe le metodiche (bpMRI e mpMRI) sono stati, quindi, calcolati sensibilità, specificità, accuratezza, valore predittivo positivo (PPV), valore predittivo negativo (NPV) e area sotto la curva (AUC), sempre utilizzando l’istopatologia come riferimento standard. I medesimi parametri sono stati successivamente ricalcolati integrando i dati laboratoristici, in particolare il PSA density (PSAd > 0,15 ng/mL/cm³), per valutarne il contributo diagnostico aggiuntivo. Le analisi statistiche sono state condotte mediante il test di McNemar e il test di DeLong. Risultati e limiti dello studio Per il lettore meno esperto, specializzando al IV anno della scuola di Radiodiagnostica, la mpMRI ha mostrato una sensibilità leggermente superiore rispetto alla bpMRI (63% vs 53%), a fronte di una minore specificità (67% vs 71%). Per il radiologo esperto, la sensibilità e la specificità delle due metodiche sono risultate pressoché sovrapponibili (69% e 67% rispettivamente). L’integrazione del PSAd ha incrementato la sensibilità per entrambi i protocolli, riducendo, tuttavia, la specificità. I valori di AUC sono risultati comparabili per la bpMRI e la mpMRI, senza differenze statisticamente significative (p > 0,05). L’accordo inter-lettore è risultato sostanziale. I principali limiti di tale lavoro sono rappresentati dal disegno retrospettivo e monocentrico dello studio e dalla variabilità dei parametri di acquisizione RM tra differenti macchine radiologiche. Conclusioni - La bpMRI ha dimostrato una performance diagnostica non inferiore rispetto alla mpMRI per la rilevazione del carcinoma prostatico clinicamente significativo, anche per lettori con minor grado di esperienza. L’integrazione con i dati laboratoristici, e in particolare con il PSAd, ha migliorato la sensibilità mantenendo una specificità accettabile. Questi risultati supportano l’impiego della bpMRI come alternativa affidabile e con minori costi rispetto alla mpMRI nella pratica clinica, in particolare nei pazienti a rischio intermedio di lesione neoplastica prostatica, soprattutto se integrata con i dati clinico-laboratoristici. In accordo con gli studi e le evidenze più recenti della letteratura scientifica, la bpMRI potrebbe rappresentare uno strumento promettente per lo screening non invasivo del carcinoma prostatico, se combinata con biomarcatori sierici derivati, quali il PSAd. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi multicentrici per confermare l’ efficacia diagnostica, la riproducibilità e i rapporti costo-efficacia della bpMRI rispetto ai protocolli mpMRI attualmente in uso. Background and Objectives - Magnetic Resonance Imaging (MRI) represents the reference standard for prostate cancer (PCa) detection, staging, and management according to PI-RADS v2.1 and international guidelines. Multiparametric MRI (mpMRI) includes dynamic contrast-enhanced (DCE); on the other hand biparametric MRI (bpMRI) omits it, reducing costs and examination time. However, the added diagnostic value of DCE remains controversial. This study aimed to compare the diagnostic performance of mpMRI and bpMRI, with and without PSA derivatives, for the detection of clinically significant prostate cancer (csPCa), and to evaluate the effect of reader experience on diagnostic accuracy. Methods - A single-centre retrospective analysis was conducted on 255 prostate MRI, all performed as MpmRI between 2022 and 2024 across multiple institutions in Tuscany. Two readers with different experience levels, one expert radiologist and one fourth-year radiology resident, independently interpreted the studies. All images were first interpreted in blinded modality as bpMRI, excluding the DCE sequences, and then re-evaluated as mpMRI by the same readers, resulting in 510 total MRI readings. Histopathology obtained by targetedprostate biopsy served as the reference standard. When histopathological confirmation was not available, follow-up MRI or PSA monitoring was adopted as the reference standard. The study cohort excluded patients undergone locoregional prostate treatments, such as Transurethral Resection of the Prostate (TURP) or radiotherapy, as well as those with incomplete clinical data. All diagnostic metrics (sensitivity, specificity, accuracy, positive predictive value (PPV), negative predictive value (NPV), and area under the curve (AUC)) were calculated for both bpMRI and mpMRI using histopathology as the reference standard. Subsequently, the same diagnostic parameters were recalculated for each imaging modality after integrating PSA density (PSAd > 0.15 ng/mL/cm³) to assess its additional diagnostic value. Statistical analyses included McNemar’s test and the DeLong test. Key findings and limitations: For the resident, mpMRI showed slightly higher sensitivity (63%) than bpMRI (53%) but lower specificity (67% vs 71%). For the experienced radiologist, the two modalities demonstrated nearly identical sensitivity (69%) and specificity (67%). The addition of PSAd increased sensitivity for both protocols but reduced specificity. AUC values were similar for bpMRI and mpMRI, with no statistically significant differences (p > 0.05). Inter-reader agreement was substantial. Limitations include the retrospective design, single-centre setting, and heterogeneous MRI acquisition parameters across different scanners. Conclusions - BpMRI demonstrated non-inferior diagnostic performance compared with mpMRI for the detection of csPCa, even among less experienced readers. The integration of PSA density improved sensitivity while maintaining acceptable specificity. These findings support the use of bpMRI as a reliable, cost-effective alternative to mpMRI in clinical practice, particularly in patients at intermediate risk confirming the mandatory concomitant evaluation of clinical and laboratistic data (PSA density). According to the present findings and recent international evidence, bpMRI may represent a promising tool for non-invasive prostate cancer screening when combined with serum biomarkers derivates, such as PSA density. This approach could facilitate earlier detection of csPCa reducing overdiagnosis and unnecessary biopsies. However, large multicentre studies are needed to validate its diagnostic efficacy, reproducibility, and cost-effectiveness compared with current mpMRI-based protocols

    Efficacia e tollerabilità del trattamento a lungo-termine con agonisti oppioidi su uso di sostanze, funzionamento globale e disregolazione emotiva in pazienti adulti con Disturbo da Uso di Oppioidi e sintomi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività: confronto tra metadone racemico (R,S-metadone) e levometadone (R-metadone)

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    Introduzione. Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è frequentemente associato a disturbi da uso di sostanze (SUD), in particolare al disturbo da uso di oppioidi (OUD), configurando quadri clinici complessi e di difficile gestione. Il trattamento con metadone racemico è lo standard nella terapia agonista oppioide (OAT), ma recenti evidenze suggeriscono un potenziale beneficio del levometadone, in termini di efficacia, tollerabilità e modulazione dopaminergica, con possibili ricadute positive sulla disregolazione emotiva e sull’impulsività, sintomi centrali nell’ADHD. Obiettivi. Valutare l’impatto clinico del passaggio dal metadone racemico al levometadone in pazienti con OUD, con particolare attenzione a: (1) disregolazione emotiva (RIPoSt-40), (2) consumo di sostanze psicoattive, (3) funzionamento globale (CGI). Obiettivi secondari includevano l’analisi del ruolo dei sintomi ADHD (ASRS≥14 vs <14) e degli incrementi posologici di levometadone sugli outcome clinici. Metodi. Studio osservazionale su 79 pazienti (12 donne, età media 49±11 anni) reclutati presso i Ser.D. dell’Azienda USL Toscana Nord-Ovest e trasferiti da terapia con metadone racemico a levometadone (dose iniziale = 50% della precedente). Sono stati utilizzati ASRS-5, RIPoSt-40 e CGI a baseline, T1 (~2 mesi) e T2 (~6 mesi). Analisi statistiche condotte tramite modelli misti lineari (LMM). Risultati. Il 29.1% del campione presentava sintomi clinicamente significativi di ADHD (ASRS≥14), con maggiore vulnerabilità psichiatrica, peggiori condizioni lavorative e livelli più elevati di disregolazione emotiva al baseline. Nel follow-up, si osserva un miglioramento significativo dell’impulsività emotiva (RIPoSt) e del punteggio CGI già a T1, mantenuto a T2. Nei pazienti con ADHD, la riduzione dell’impulsività risulta particolarmente marcata (–7.9 punti a T2, p<.001). Non emergono effetti significativi legati all’aumento di dose di levometadone. Conclusioni. Il passaggio a levometadone si associa a un miglioramento precoce e stabile della gravità clinica e, in particolare, a una riduzione dell’impulsività emotiva nei pazienti con ADHD, senza incremento del rischio di consumo di sostanze. Questi risultati suggeriscono che il levometadone possa rappresentare un’opzione terapeutica vantaggiosa nei soggetti con doppia diagnosi ADHD-OUD, aprendo prospettive verso strategie di trattamento più personalizzate

    Trattamento chirurgico conservativo dell’osteonecrosi mascellare farmaco-correlata: venti anni di esperienza di un singolo centro

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    Introduzione L’osteonecrosi dei mascellari correlata a farmaci (MRONJ) è una patologia che colpisce le ossa mascellari a seguito di trattamenti con farmaci anti-riassorbitivi e anti-angiogenici. Il trattamento delle lesioni da MRONJ è ancora oggetto di ampio dibattito, soprattutto per quanto riguarda il momento più appropriato per l’intervento chirurgico, la gestione della terapia medica e la sospensione dei farmaci. Obiettivi L’obiettivo dello studio è valutare l’efficacia del trattamento chirurgico conservativo delle lesioni da MRONJ e identificare eventuali fattori preoperatori in grado di influenzarne l’outcome. Materiali e metodi Sono stati inclusi pazienti con diagnosi di MRONJ sottoposti a chirurgia conservativa, con un follow-up minimo di 6 mesi. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a terapia medico-antibiotica, seguita da intervento chirurgico conservativo comprendente sequestrectomia, debridement dei tessuti molli e curettage dell’osso con estensione limitata o assente. Risultati Sono stati arruolati 397 pazienti (età media 69,3 ± 10,9 anni; range 29-97), per un totale di 414 lesioni. A sei mesi dal trattamento chirurgico conservativo, 325 lesioni (78,5%) hanno mostrato completa guarigione. Tutte le 42 lesioni di stadio I si sono risolte completamente, mentre si è osservato miglioramento in 184 delle 229 lesioni di stadio II e in 99 delle 141 lesioni di stadio III. Conclusioni Il trattamento chirurgico conservativo delle lesioni da MRONJ rappresenta un approccio terapeutico efficace, capace di garantire un’alta percentuale di guarigioni complete. Questa strategia risulta particolarmente indicata negli stadi iniziali della malattia e nei casi in cui la terapia medica risulti inefficace

    Correlates of Negative Emotional Dysregulation in Cyclothymic Patients: a naturalistic study of a cohort of 147 Cyclothymic Patients

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    Cyclothymia is characterized by emotional dysregulation with extreme mood instability and reactivity. However, these dysregulations may be more or less pronounced. The aims of the study were to evaluate the differences between cyclothymic subjects with and without marked traits of negative emotional dysregulation (NED), and to identify predictors of NED. One hundred forty-seven cyclothymic patients attending the Second Psychiatry Unit at the Santa Chiara University Hospital (Pisa) were recruited. Sociodemographic variables, lifetime psychiatric comorbidity, and current psychopharmacological treatment and psychopathological characteristics were collected. Emotional dysregulation was measured using the Reactivity, Intensity, Polarity, and Stability questionnaire in its 40-item version (RIPoSt-40). Subjects were divided into two groups based on the presence of greater or lesser NED. Eighty patients (54.45%) belonged to the group with greater NED and differed from those with lesser NED in age, age at first treatment, psychiatric comorbidity, eating disorders comorbidity, positive adult attention-deficit/hyperactivity disorder (ADHD) screening, use of benzodiazepines, and Adult Separation Anxiety Symptom Questionnaire (ASA-27) and Biological Rhythms Interview of Assessment in Neuropsychiatry (BRIAN) total scores. Age, adult ADHD positive screening , ASA-27 total score, and BRIAN total score were predictors of NED (adjusted R Square=0.61). Identifying these patient characteristics could be clinically important for the development of personalized interventions

    Use of Deep Eutectic Solvents and Ionic Liquids for waste biomass valorisation

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    This PhD research explores the sustainable valorisation of spent coffee grounds (SCG) using Deep Eutectic Solvents (DESs), eco-friendly alternatives to conventional solvents. The study aimed to optimise extraction of valuable compounds and assess the toxicity of DESs and their extracts. Oil was extracted using p-cymene via ultrasound/microwave-assisted methods and compared to Soxhlet hexane extraction, showing improved efficiency and reduced time. Polyphenol extraction with six DESs was optimised under varying conditions and benchmarked against ethanol and methanol. Antioxidant activity was measured (Folin–Ciocalteu, DPPH, FRAP, β-carotene), and HPLC identified key phenolics (e.g., catechin, chlorogenic acid). Cytotoxicity tests on human C20 and Caco-2 cells showed Bet:EG DES had the lowest toxicity and antioxidant benefits. Extract stability was confirmed over three months. Ecotoxicity tests on Palaemon varians indicated low toxicity at most concentrations. QSAR models based on experimental data effectively predicted DES toxicity, offering a reliable, animal-free screening tool

    Traumatic brain injuries biomarkers detection in plasma: GFAP and UCH-L1 assay development for the NanoAnalyzer© technology.

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    L'obiettivo di questa tesi è lo sviluppo di immunoassay a sandwich per la rilevazione di due biomarcatori del trauma cranico (TBI): Glial Fibrillary Acidic Protein (GFAP) e Ubiquitin C-terminal Hydrolase L1 (UCH-L1), utilizzando un biosensore a onde acustiche di superficie (SAW). Lo studio è stato condotto presso i laboratori di INTA© Systems, situati all'interno del centro di ricerca NEST a Pisa. INTA© è il primo spin-off deep-tech dell’Istituto Nanoscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-NANO) e della Scuola Normale Superiore (Università di Pisa). L'azienda ha sviluppato il Lab-on-Chip (LoC) basato su tecnologia SAW, che rappresenta il cuore di questo progetto. Gli esperimenti iniziali sono stati condotti utilizzando un formato di immunoassay semplice, che ha permesso la rilevazione diretta del marcatore, eliminando la necessità di labeling o amplificazione. Questi test rappresentano una dimostrazione dell'applicabilità del sensore SAW alla rilevazione dei biomarcatori TBI e sono stati fondamentali per la caratterizzazione del sistema. Questo importante traguardo è stato raggiunto grazie allo sviluppo di una strategia originale ed efficace di fissaggio basata sull’utilizzo di plasma umano. Questo approccio ha migliorato significativamente la stabilità del complesso anticorpo-analita e ha consentito una rilevazione affidabile sia di GFAP che di UCH-L1 in soluzione tampone, mantenendo il formato semplice di immunoassay. Inoltre, la rilevazione di entrambi i biomarcatori TBI è stata ottenuta anche direttamente in matrice di plasma umano, sempre mantenendo il formato semplice dell’assay. L’uso strategico del plasma umano non solo ha rafforzato le performance del test, ma ha anche rappresentato un passo avanti verso l’obiettivo del progetto INTA©: la rilevazione dei biomarcatori TBI direttamente nel plasma dei pazienti. Successivamente, è stato progettato un sistema microfluidico ad hoc e integrato con i biosensori SAW. Questo sistema ha garantito una maggiore riproducibilità tra i replicati sperimentali ed è stato progettato per emulare le condizioni operative del dispositivo NanoAnalyzer©. L’approccio Plasma-Fixing è stato con successo adattato alle condizioni microfluidiche, consentendo una rilevazione stabile e riproducibile di entrambi i biomarcatori TBI. È importante sottolineare che anche la rilevazione diretta degli analiti diluiti in plasma umano è stata riprodotta con successo in condizioni microfluidiche, segnando un avanzamento significativo nello sviluppo del dispositivo INTA©. Un risultato particolarmente rilevante è stata la prima dimostrazione in assoluto della formazione di un immunoassay a sandwich su biosensori SAW integrati in un sistema microfluidico. Questo risultato è stato ottenuto applicando la strategia di fissaggio due volte, dopo la deposizione sia dell’analita sia dell’anticorpo di rilevazione. Questo traguardo rappresenta un progresso importante verso l’integrazione degli immunoassay all’interno di dispositivi SAW Lab-on-Chip (LoC) in ambienti microfluidici, poiché può consentire il miglioramento delle prestazioni del sensore in termini di limite di rilevazione del biomarcatore. Le metodologie sviluppate in questo studio si prevede saranno presto incorporate nel funzionamento di routine del prototipo NanoAnalyzer©, avvicinando il sistema alla sua applicazione clinica reale. I futuri sviluppi si concentreranno sull’ottimizzazione delle strategie di fissaggio e sull’esplorazione di nuovi approcci per migliorare l’amplificazione del segnale. Ad esempio, si ipotizza che l’utilizzo di nanoparticelle d’oro (AuNPs) coniugate agli anticorpi di rilevazione determinerà un aumento dell’intensità del segnale, consentendo così l’analisi di concentrazioni dei biomarcatori clinicamente rilevanti. This thesis focuses on the development of sandwich immunoassays for the detection of two key traumatic brain injury (TBI) biomarkers: Glial Fibrillary Acidic Protein (GFAP) and Ubiquitin C-terminal Hydrolase L1 (UCH-L1), using Surface Acoustic Wave (SAW) biosensor technology.This study was carried out at INTA© Systems laboratories, located within the NEST research center in Pisa. INTA is the first deep-tech spin-off of the National Research Council Nanoscience Institute (CNR-NANO) and Scuola Normale Superiore (University of Pisa). The company developed the SAW-based LoC at the heart of this project. Initial experiments were conducted using a simple immunoassay format that enabled the direct detection of the marker, eliminating the need for labeling or amplification. These tests represent a proof of concept for the applicability of the SAW sensor to TBI marker detection and were crucial for characterizing the system. This important goal was reached thanks to the development of an original and effective fixing strategy based on human blood plasma. This approach significantly enhanced the stability of the antibody-analyte complex and allowed the reliable detection of both GFAP and UCH-L1 in buffered solution using the simple immunoassay format. Moreover, the detection of both TBI biomarkers was also achieved directly in blood plasma matrix, maintaining the simple assay format. The strategic use of human plasma not only strengthened the assay performance but also allowed us to make a step forward to the goal of INTA©’s project: the detection of TBI biomarkers in the patient’s blood plasma. Afterward, a custom microfluidic setup was designed and integrated with surface acoustic wave (SAW) biosensors. This setup provided a superior reproducibility across experimental replicates and emulated the operating conditions of the NanoAnalyzer© device. The Plasma-Fixing approach was successfully adapted to microfluidic conditions, allowing for stable and reproducible detection of both TBI biomarkers. Notably, the direct detection of the analytes diluted in blood plasma was also successfully replicated under microfluidic conditions, marking a significant step forward in the development of the INTA© device. A particularly noteworthy result was the first-ever demonstration of the sandwich immunoassay formation on microfluidic-integrated SAW biosensors. This outcome was reached by applying the fixing strategy twice, after both the analyte and the detection antibody deposition. This milestone represents a significant advancement toward the integration of immunoassays within SAW-based LoC in a microfluidic environment, as it can enable the improvement of sensor performance in terms of biomarker detection limit. The methodologies established in this study are expected to be incorporated soon into the routine operation of the NanoAnalyzer© prototype, moving the system closer to real-world clinical application. Future developments will focus on refining fixing strategies and exploring new approaches to enhance signal amplification. For instance, the use of gold nanoparticles (AuNPs) conjugated to detection antibodies is expected to significantly enhance the signal strength, thereby enabling the analysis at clinically relevant biomarker concentrations

    Design and sustainable synthesis of new green materials for biomedical applications

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    The new challenges of modern biomedicine require a molecular approach to rationalize and enhance the properties of new materials for surgical applications or the discovery of new drugs for pharmacological use. A deeper understanding of the relationship between molecular structures and physicochemical properties is crucial. Therefore, two different research lines were pursued. The first one aimed to develop mimetics of natural peptides based on (S)-indoline-2-carboxylic acid ((2S)-Ind), focusing on the comprehension of (2S)-Ind reactivity with both α- and β-amino acids and the influence of (2S)-Ind on conformational properties of (2S)-Ind-containing hetero-sequences. The second part focused on a structure-property study for developing HA-based materials for aesthetic medicine application, using mono- and polydisperse poly(ethylene glycol) diglycidyl ethers (PEGDEs) as cross-linkers, aiming to highlight the effect of the PEGDE chain length on the HA-based hydrogel properties

    Il problema di Gettier

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    Questo lavoro ha come argomento centrale un celebre problema dell’epistemologia contemporanea, il cosiddetto problema di Gettier. Così come stabilito da alcune teorie diffusesi soprattutto negli anni ‘50, verrebbe naturale ridurre la conoscenza proposizionale (ovvero la conoscenza dei fatti) alla formula di “credenza vera giustificata”. Nel 1963, tuttavia, con la pubblicazione del saggio "Is Justified True Belief Knowledge?", Edmund Gettier mise in discussione questa definizione attraverso due noti controesempi, che descrivono degli scenari fittizi in cui un individuo giunge a possedere una credenza vera e giustificata, alla quale però, intuitivamente, non ci verrebbe da attribuire lo status di conoscenza. L’articolo di Gettier ha avuto un’ampia risonanza nel dibattito contemporaneo, in quanto ha dato origine al cosiddetto “problema di Gettier”, che consiste nella sfida di formulare una nuova definizione – immune a controesempi - che individui le condizioni necessarie e sufficienti della conoscenza proposizionale. L’obiettivo primario di questa tesi è quello di svolgere una panoramica sul problema di Gettier, a partire dall’articolo originale, ma soprattutto in riferimento agli sviluppi che il tema ha avuto nella letteratura secondaria. Nel primo capitolo fornirò una breve introduzione terminologica e ripercorrerò, commentandola, l’argomentazione contenuta nell’articolo del ’63. Nel secondo capitolo affronterò la questione da un punto di vista teorico più ampio e riprenderò una nota modellizzazione dei controesempi di Gettier formulata da Linda Zagzebski e la dimostrazione di Luciano Floridi dell’insolubilità – entro determinate premesse - del problema di Gettier. Il terzo e il quarto capitolo avranno come oggetto due questioni strettamente connesse con il problema di Gettier, ovvero il tema della giustificazione epistemica e quello della fortuna epistemica. In particolare, nel terzo capitolo proverò a individuare i deficit giustificazionali dei protagonisti dei controesempi di Gettier, mentre nel quarto capitolo affronterò i principali approcci al problema della fortuna epistemica e argomenterò infine in favore della tesi gradualistica di J. Adam Carter, come soluzione sub-ottimale al problema

    Prime esplorazioni del codice Paris, BnF, Latin 7570. Con analisi paleografica, edizione integrale dei due trattati grammaticali sulle partes orationis e saggi di commento

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    La tesi è incentrata sul ms. Paris, BnF, Latin 7570 (d'ora in poi P), proveniente dall'abbazia di Saint-Martial di Limoges e conservato a Parigi dal 1732. Il primo capitolo della tesi consiste in un'ampia introduzione, divisa sostanzialmente in tre parti. La sezione iniziale è dedicata allo status quaestionis su P, con una rassegna ragionata e completa della bibliografia esistente. La seconda parte dell'introduzione è dedicata alla descrizione paleografica e codicologica di P. All'analisi paleografica segue la descrizione del contenuto del ms. Si presenta l'edizione con apparato critico e di fonti e paralleli dei due trattati grammaticali sulle partes orationis. Segue un capitolo dedicato ai rapporti tra i due trattati. L'edizione è poi accompagnata da saggi di commento, dedicati a tre accidentia del nome (numero, figura e caso), alle formae casuales ed al capitolo de pedibus. Tutti i capitoli sono dotati di un'appendice per raccogliere le tabelle con i paralleli tra i due trattati ed altri testi grammaticali; per alcuni capitoli sono state preparate appendici che raccolgono approfondimenti svolti collateralmente allo studio di P

    TRATTAMENTO MININVASIVO DEL GIST GASTRICO: RUOLO DEL ROBOT DA VINCI NEI CASI AD ALTA COMPLESSITÀ

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    I tumori stromali del tratto gastrointestinale, o GIST, sono i sarcomi dei tessuti molli più comuni a livello gastrointestinale e constano per l’1-3% di tutte le neoplasie maligne del distretto digerente. È ormai consolidato che tutti i GIST, indipendentemente dalla variabilità del comportamento biologico alla diagnosi, presentano sempre il potenziale per sviluppare un comportamento maligno. La rimozione chirurgica rappresenta dunque il trattamento più efficace per ottenere la guarigione definitiva nei pazienti affetti da GIST localizzati e resecabili. La resezione a cuneo del tumore (wedge resection) consente di preservare la funzionalità dello stomaco, con grossi vantaggi per il paziente nel post-operatorio, ed è quindi lo standard di trattamento nella maggior parte dei casi. L’uso della laparoscopia convenzionale è stato validato negli ultimi anni come metodo efficace, sicuro e vantaggioso rispetto alla chirurgia open per la rimozione dei GIST dello stomaco, capace di ridurre i tempi di degenza, di recupero così come i tassi di recidiva. Tuttavia, restano ancora alcuni dubbi sull’utilizzo di questa tecnica per il trattamento dei casi di GIST di dimensioni maggiori di 5cm e/o localizzati in sedi difficili. La maggiore difficoltà tecnica in questi soggetti potrebbe far aumentare eccessivamente il rischio di rottura tumorale e spillage. La chirurgia robot-assistita si propone di ovviare ai limiti della laparoscopia convenzionale nei casi dove la resezione del tumore risulta eccessivamente complessa. L’obbiettivo di questo studio retrospettivo è quello di presentare l’esperienza del nostro centro nella resezione robot-assistita dei GIST gastrici usando il sistema chirurgico da Vinci (Si o Xi) ed effettuare una revisione della letteratura corrente. I dati dei pazienti affetti da GIST gastrici e sottoposti a resezione del tumore con tecnica robot-assistita da maggio 2010 a maggio 2025 sono stati raccolti da un database prospettico istituzionale e usati nella presente analisi retrospettiva. Tutti gli interventi sono stati eseguiti presso il centro Multidisciplinare terziario di Chirurgia Robotica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria pisana (>1000 interventi robotici/anno) da operatori esperti in chirurgia robotica. Gli interventi sono stati eseguiti con piattaforma robotica da Vinci Si o Xi. Sono stati classificati come casi difficili tutti quelli in cui le dimensioni del tumore superavano i 50mm e/o la sede del GIST apparteneva al Tipo II, III o IV secondo la classificazione di Privette modificata da Al Thani. Fra i dati raccolti intra-operativamente si annoverano la sede e le dimensioni del tumore, l’utilizzo o meno della suturatrice meccanica, eventuali complicazioni, tempi operatori e di degenza ospedaliera. Tutti i pazienti sono stati ricontattati al termine dello studio per il follow up delle recidive. presso il Nostro centro sono stati sottoposti a resezione robot assistita di GIST gastrico un totale di 18 pazienti nel periodo fra maggio 2010 e maggio 2025. Di questi, i casi difficili sono stati 14 (77,8%), 2/14 (14,3%) per dimensioni, 7/14 (50%) per sede e 5/14 (35,7%) per sede e dimensioni. Il da Vinci Si è stato usato in 10 pazienti, di cui 7 (70%) erano casi difficili, mentre il da Vinci Xi è stato usato in 8 pazienti, di cui 7 (87,5%) erano casi difficili. Le dimensioni medie della lesione nel gruppo Si erano di 4.6 cm 1.5, mentre nel gruppo Xi erano di 3.1 cm 1.5. In tutti i pazienti la tecnica chirurgica utilizzata è stata la resezione con margini negativi, non è mai stato necessario ricorrere alla gastrectomia né alla conversione ad un approccio open. In nessun caso si è registrata rottura tumorale o spillage, né si sono avute complicazioni intraoperatorie. Il tempo operatorio medio è stato di 144.4 +/- 54.0 minuti. Considerando separatamente i casi operati con piattaforma Si e Xi, il tempo operatorio medio è stato rispettivamente di 166 e 117.5 minuti. In tutti i casi l’analisi istologica del tessuto asportato ha mostrato margini indenni R0. La degenza postoperatoria media è stata di 4.4 +/- 1.3 giorni e tutti i pazienti sono stati dimessi entro la 7° giornata postoperatoria, la durata media del follow up è stata di 109.2 +/- 46.7 mesi. Tutti i pazienti sono stati contattati al termine dello studio e sono stati confermati sani e liberi da recidive. La nostra esperienza conferma la fattibilità e la sicurezza dell’approccio robotico nell’asportazione dei tumori stromali gastrointestinali (GIST) gastrici. Le peculiarità tecnologiche del sistema da Vinci, quali la visione tridimensionale ad alta definizione, la maggiore libertà di movimento degli strumenti e la precisione micrometrica dei gesti chirurgici, consentono di superare i limiti della laparoscopia convenzionale. Tali caratteristiche rendono possibile l’esecuzione di una dissezione precisa e una sutura manuale intracorporea della parete gastrica anche in sedi difficili da raggiungere e in presenza di difetti di ampie dimensioni. Questo approccio può quindi offrire un vantaggio significativo nei casi complessi, sia per dimensioni che per localizzazione del GIST. Gastrointestinal stromal tumors (GISTs) are the most common soft tissue sarcomas of the gastrointestinal tract, accounting for 1–3% of all malignant neoplasms of the digestive system. It is now widely accepted that all GISTs, regardless of the variability in biological behavior at diagnosis, always carry the potential to develop malignant characteristics. Surgical removal therefore represents the most effective treatment to achieve definitive cure in patients with localized and resectable GISTs. Wedge resection of the tumor allows for preservation of stomach function, offering significant postoperative benefits for the patient, and is thus the standard treatment in most cases. Conventional laparoscopy has been validated in recent years as an effective, safe, and advantageous method compared to open surgery for the removal of gastric GISTs, capable of reducing hospital stay, recovery time, and recurrence rates. However, some concerns remain regarding the use of this technique for the treatment of GISTs larger than 5 cm and/or located in anatomically challenging areas. The increased technical difficulty in such cases may lead to a higher risk of tumor rupture and spillage. Robot-assisted surgery aims to overcome the limitations of conventional laparoscopy in cases where tumor resection is particularly complex. The aim of this retrospective study is to present our single-center experience in robot-assisted resection of gastric GISTs using the da Vinci surgical system (Si or Xi), and to conduct a review of the current literature

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