Marche Polytechnic University

ACUBO (Archivio Aperto di Ateneo)
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    La birra da farro dicocco

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    Lo scopo della presente Tesi di Dottorato è stato mettere a punto e ottimizzare il processo di produzione di una nuova tipologia di birra artigianale prodotta a partire da malto di farro dicocco biologico al posto del comune malto d’orzo nell’ambito Progetto di Ricerca e sperimentazione L.R. 37/99 – D.G.R. 1234/05 (Progetto n. 1) finanziato dalla Regione Marche. L’obiettivo è stato quello di valorizzare un cereale della tradizione, dotato di ottime caratteristiche nutrizionali, fortemente legato alla storia ed alle tradizioni rurali del territorio regionale, ma relegato fino a pochi anni fa ad un ruolo marginale nel panorama degli usi alimentari, per via della sua scarsa competitività in termini produttivi. Il progetto ha perseguito obiettivi di ordine scientifico-tecnologico, ma anche carattere commerciale e sociale. Considerata la crescente consapevolezza dei consumatori verso il consumo della birra, utilizzare il farro dicocco come materia prima nel processo di produzione di questo alimento consente di valorizzare gli aspetti salutistici della materia prima e nello stesso tempo dare rilievo al lavoro dei produttori marchigiani. fornendo nuove opportunità economiche agli agricoltori, alle aziende dell’entroterra ed in particolare alle piccole birrerie artigianali alla ricerca di un prodotto capace di differenziarle dai grandi marchi industriali. Nel corso dei tre anni di studio sono state condotte quattro prove sperimentali, in cui è stato messo in atto e monitorato l’intero processo produttivo dalla maltazione del cereale alla conservazione del prodotto finito. Tutto il processo produttivo, ad esclusione della produzione del luppolo, è avvenuto nell’ambito del territorio della Regione Marche; in particolare è stato impiegato farro dicocco delle varietà Rosso Rubino, Zefiro (Prometeo, PU), Monterosso Select (Monterosso, PU). La fase di maltazione del farro è stata condotta presso il maltificio consortile di Ancona (una struttura particolarmente adatta al trattamento di pochi quintali di cereale, a differenza degli altri maltifici esistenti in Italia, la maggior parte dei quali opera solo su scala industriale). La birrificazione è avvenuta presso lo stabilimento dell’azienda Boccale d’Oro di Cingoli (MC). Sono state effettuate analisi preliminari per valutare l’attitudine dei diversi ecotipi di farro alla tallitura, al termine delle prove preliminari sono stati individuati tre ecotipi rispondenti in maniera adeguata alle esigenze del processo produttivo. Gli ecotipi idonei sono stati maltati ed è stata valutata l’attitudine alla birrificazione del malto di farro prodotto. Sono stati valutati dal punto di vista chimico i principali macro e microcomponenti, sia nel corso della produzione che durante la conservazione del prodotto. I risultati sono stati confrontati con le analisi effettuate su birre tradizionali. La discussione dei dati preliminari ha permesso di individuare i punti critici del processo produttivo emersi nella sperimentazione, al fine di intervenire con misure correttive nelle successive prove di produzione. È stato inoltre oggetto di valutazione l’influenza di alcune operazioni unitarie quali la rifermentazione in bottiglia, microfiltrazione e la pastorizzazione sulla composizione e sulla conservazione della birra da farro prodotta sperimentalmente. Unitamente alle tecniche analitiche sono state condotte indagini di tipo sensoriale, mettendo sempre a confronto la birra da farro con la birra commerciale, cercando di individuare dei nessi tra le percezioni olfattive e gustative e le caratteristiche compositive della birra da farro. Dal punto di vista tecnologico è necessario sottolineare che la produzione di birra artigianale ha presentato le difficoltà tipiche delle piccole realtà produttive: dal rispetto delle condizioni igienico-sanitarie durante tutte le fasi della produzione, alla formazione in materia di corretta prassi igienica e HACCP, necessaria affinché gli operatori siano consapevoli dei rischi e siano in grado di mettere in atto misure correttive adeguate al superamento delle criticità; all’investimento tecnologico necessario all’ottenimento di un prodotto stabile nel tempo. È emersa infatti l’esigenza di effettuare l’imbottigliamento in condizioni isobariche, per garantire una maggiore conservabilità del prodotto e nel contempo per salvaguardare la sovrassaturazione di CO2 all’interno delle bottiglie, fondamentale nella formazione di una schiuma corposa e persistente. Un ulteriore aspetto che non deve essere sottovalutato è rappresentato dalla valutazione della materia prima, data la sua elevata variabilità, sia in relazione alla varietà, alla zona di produzione, ma anche in relazione all’annata produttiva. La valutazione analitica dei parametri di qualità del farro dicocco permette quindi di definire la migliore destinazione d’uso del cereale e di utilizzare nella produzione di birra solo i lotti con buona attitudine birrificatoria, o di modulare le successive scelte tecnologiche in relazione alle peculiarità del farro impiegato (es. utilizzare il farro in miscela con orzo qualora il potere enzimatico non sia sufficiente a garantire una saccarificazione ottimale in fase di ammostamento). Oltre agli aspetti tecnologici e chimico analitici rientrano nelle attività svolte nel corso del Dottorato di Ricerca la formazione e la divulgazione dei risultati ottenuti nell’ambito del progetto Regionale “Birra da Farro” LR37/99. Nello svolgimento del progetto di Dottorato è stato infatti profuso un forte impegno per l’addestramento degli operatori agricoli, per le aziende di trasformazione e per gli operatori coinvolti nell’analisi della qualità della birra da farro. È stata fornita assistenza durante la fase di produzione alle piccole e medie imprese che hanno collaborato al progetto. Particolare attenzione è stata rivolta al micro birrificio che ha messo in atto il processo produttivo, attraverso la valutazione e l’attuazione di tutte le misure correttive volte al superamento delle criticità emerse nell’ambito del progetto stesso. In conclusione è possibile affermare che la birra da farro dicocco rappresenta un prodotto interessante, innovativo e vantaggioso, purché siano rispettati gli accorgimenti necessari a salvaguardare gli aspetti qualitativi che permettono garantire la stabilità del profilo chimico, microbiologico e sensoriale della birra prodotta

    Identificazione del corecettore utilizzato da HIV per l'ingresso nella cellula: confronto tra saggio fenotipico in vitro e fenotipo virtuale

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    OBIETTIVI: L’introduzione nella pratica clinica degli antagonisti del CCR5 come nuova classe di inibitori dell’entry ha determinato la necessità di conoscere il coreceptor usage del virus prima di iniziare la terapia. Molti clinici ottengono questa informazione utilizzando il test Trofile nell’ ultima versione ultrasensibile (ESTA).Il largo utilizzo di questo saggio è limitato da alti costi e da lunghi tempi di attesa per la risposta. Sono perciò stati fatti numerosi sforzi per ottenere risultati in minor tempo possibile e con bassi costi migliorando i test genotipici che prevedono l’utilizzo di algoritmi interpretativi. A causa dell’elevata variabilità del gene env i saggi genotipici sono tuttavia inaffidabili mentre i saggi biologici sono quasi sempre in grado di definire il tropismo attuale. A tal fine abbiamo messo a punto un vettore di espressione fluorescente che si caratterizza per consentire il clonaggio delle sequenze V3 amplificate dal paziente di interesse. Questo plasmide è dotato di un gene per la proteina fluorescente GFP che viene espressa quando il virus replica nelle cellule, è pertanto possibile conoscere sia il fenotipo conferito da quella specifica sequenza V3 che la capacità replicativa della variante V3 attraverso l’analisi fluorimetrica delle cellule dopo un saggio di transfezionne-infezione. Obiettivo di questo lavoro è confrontare il saggio fenotipico home-brew con il saggio commerciale Trofile nella sua forma più sensibile l’Enhanced Trofile (ESTA) e conseguire una valutazione comparativa tra i diversi saggi fenotipici e tra i saggi fenotipici e saggi virtuali nella definizione del coreceptor usage. MATERIALI E METODI: E’ stata utilizzata una strategia molecolare ricombinante che ha permesso di clonare in pNLmodΔV3GFP la sequenza V3 amplificata dal virus di 38 pazienti analizzati generando chimere virali replicative. La regione V3 delle varianti virali è stata sequenziata e analizzata al geno2pheno, al fine di ottenere la predizione del fenotipo. E’ importante determinare il livello di significatività, cioè di selezionare quanto conservativa è la determinazione del virus X4, questo livello di significatività è determinato dal tasso di falsa positività per la classificazione di un virus X4. Questo tasso detto FPR (False Positive Rate) è un cut off, una soglia al di sopra della quale i virus sono definiti R5 e al di sotto X4. Attualmente l’FPR utilizzato dalla comunità scientifica è del 10%; questo valore sembra raggiungere un buon compromesso tra sensibilità e specificità. RISULTATI: sono stati ottenuti 117 cloni dal plasma di 38 pazienti HIV-1 positivi, il saggio ricombinante home brew ha identificato 90 cloni con fenotipo R5 corrispondenti a 28 pazienti, 20 cloni con fenotipo D/M corrispondenti a 9 pazienti e tutte le chimere virali ottenute da 1 paziente sono risultate essere non replicative (risultato DM con ESTA). Il saggio ESTA ha identificato 25 pazienti con fenotipo R5, 9 pazienti con fenotipo D/M e 4 NR (due di questi sono risultai D/M e uno R5 con il nostro saggio). CONCLUSIONI: il saggio fenotipico home brew descritto si mostra più sensibile del saggio ESTA ed inoltre offre la possibilità di analizzare la quasi specie virale del paziente consentendo di studiare l’influenza che ogni residuo aminoacidico della regione V3 ha sul fenotipo. I nostri risultati mostrano che il 33% delle sequenze V3 clonate identificate come X4 dall’algoritmo geno2pheno quando inserite nel backbone di NL 4-3 conferiscono alla chimera virale un fenotipo R5. Il livello di FPR dovrebbe pertanto essere scelto con molta attenzione

    Architettura dell'albero, potatura e qualità del frutto nel susino e nel pesco

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    La conoscenza dell’architettura dell’albero e delle sue strutture vegeto-produttive è uno dei fattori più importanti nella gestione agronomica del frutteto (Fideghelli et al., 2003). Dalla forma dell’albero dipendono infatti alcuni aspetti fondamentali ai fini della sua utilizzazione, in particolare la predisposizione ad una certa forma di allevamento e di conseguenza la necessità di applicare le tecniche di potatura più opportune, per favorire la produttività e l’efficienza delle pratiche colturali, oltre ad abbassare il costo di gestione (Bassi, 2003). Il presente lavoro studia l’architettura e il comportamento vegeto-produttivo del susino cino-giapponese cv. ‘Fortune’ in relazione alla vigoria del portinnesto, all’intensità di diradamento dei frutti e al raccorciamento del ramo lungo eseguito in epoca tardiva. Tutte le indagine sono state condotte a due livelli: l’albero (2009-2011) e le unità di produzione (tipologie di rami e branchette a frutto), campionate e indagate durante il biennio 2009-2010, in modo da seguire l’evoluzione della chioma e individuare elementi per lo studio di un modello architetturale del susino. Per il pesco sono state realizzate prove di raccorciamento del ramo misto per verificare l’influenza dell’epoca di raccorciamento sulla qualità dei frutti e sulla risposta vegetativa. Le prove sono state condotte su varietà di diversa epoca di maturazione e i tempi di lavoro manuale per le diverse operazioni sono stati elaborati per evidenziarne l’economicità. Anche in questo caso le indagini sono state condotte a due livelli: l’albero (triennio 2009-2011) e il ramo misto (2009 e 2010). Prova 1 Architettura e vigoria indotta dal portinnesto nel susino cino-giapponese ‘Fortune’ L’obiettivo della prova è individuare le combinazioni d’innesto e le strutture produttive più efficienti, in grado di originare frutti di elevata qualità anche in condizioni di basso impiego di manodopera. Sono state saggiate 23 combinazioni d’innesto: Garnem, Felinem, GF 677, Cadaman, Barrier 1, GF 655/2, S. Giuliano ibr.2, Marianna GF 8/1, Marianna 2624, Adara, Ishtara, Adesoto, Tetra, GF43, Wavit, VVA 1, Montclar, Missour; inoltre quattro di esse anche con intermedio di pesco (Stark Red Gold): GF 677, Cadaman, Adesoto e Ishtara. Il disegno sperimentale a blocchi randomizzati, con parcella elementare di 4 alberi. L’impianto è stato realizzato nel 2005, l’innesto nel 2007, la densità è di 1.162 alberi/ha (4.3 mx 2 m), la forma di allevamento è il fusetto libero, gestito con potatura lunga. I rilievi hanno riguardato i caratteri vegetativi, produttivi e qualitativi sia dell’albero che delle unità produttive campionate (queste solo su 6 combinazioni: Garnem, GF 677, Cadaman, Mirabolano 29C, Adesoto, Tetra). I portinnesti più vigorosi (GF677, Garnem, Felinem, Cadaman, Barrier1) hanno indotto le produzioni cumulate (2008-2011) più elevate (100-115 kg/albero), associate alla migliore pezzatura del frutto (118-125 g), ma con minor contenuto in solidi solubili (12.65-13.00 °Brix, circa un °Brix in meno), ad eccezione del Felinem (13.70 °Brix). Il Mirabolano 29C è risultato di produttività simile ai portinnesti più vigorosi ma con pezzatura dei frutti inferiore. Il peso medio del frutto, il contenuto in solidi solubili e il rapporto foglie frutti sono positivamente correlati alla lunghezza delle unità produttive in quasi tutte le combinazioni saggiate, con qualche eccezione. Adesoto e Cadaman (questo solo nel 2009) sembrano indurre un elevato contenuto in solidi solubili indipendentemente dalla lunghezza del ramo, superiore di circa un punto ai valori riscontrati nei portinnesti molto vigorosi. Inoltre in Adesoto, nel 2010, il peso medio del frutto non è correlato con la lunghezza dei rami, confermando il buon equilibrio vegeto-produttivo indotto da questo portinnesto. La potatura lunga ha favorito la formazione e la precoce entrata in produzione degli alberi, e si è dimostrata particolarmente efficiente soprattutto con portinnesti vigorosi. Sfruttando la presenza di succhioni con rami anticipati si possono ottenere produzioni quantitative e qualitative interessanti già alla seconda/terza foglia, con accurato diradamento dei frutti. Prova 2 Intensità di diradamento e qualità del frutto nel susino cino-giapponese ‘Fortune’ La potatura lunga permette di ottenere elevate produzioni ma necessita di regolare attentamente il carico produttivo. L’obiettivo della prova è individuare il carico produttivo che permette di ottenere un’elevata produttività dell’albero senza un decadimento qualitativo del frutto. La prova è stata condotta su un impianto di susino cino-giapponese ‘Fortune’/Mirabolano 29C allevato a palmetta libera con potatura lunga, densità 1.000 alberi/ha. Il disegno sperimentale è a blocchi randomizzati, 4 ripetizioni, parcella elementare di 1 albero. Con il diradamento sono stati saggiati carichi crescenti di frutti, anche in funzione dell’età degli alberi (3°, 4° e 5° anno), a confronto con un testimone non diradato. I caratteri rilevati sono gli stessi della precedente prova. I risultati confermano la nota relazione fra produttività dell’albero e pezzatura dei frutti e permettono di individuare un intervallo di carico produttivo entro cui si massimizza contemporaneamente produttività e pezzatura del frutto. Prova 3 Il raccorciamento del ramo lungo in epoca tardiva SUSINO cino-giapponese ‘Fortune’ La produzione su ramo lungo (ramo misto e succhione) presenta un decadimento della qualità e pezzatura del frutto nella parte distale del ramo. L’obiettivo della prova è verificare se con il raccorciamento tardivo si può migliorare la qualità del frutto e ridurre i tempi del diradamento. Sullo stesso impianto della Prova 2, al 3° anno di età è stato applicato il raccorciamento del ramo misto e succhione in pre-diradamento. Il disegno sperimentale è a blocchi randomizzati, 4 ripetizioni, parcella elementare di 12 alberi. I rilievi sono gli stessi della prova precedente. Il raccorciamento ha lievemente ridotto la produttività nel primo anno del trattamento, ma ha migliorato i tempi del diradamento e la pezzatura dei frutti. Nel secondo anno dal trattamento non si evidenziano differenze. PESCO Nel pesco la produzione su ramo misto può presentare a raccolta pezzatura e qualità dei frutti eterogenee. Già in pre-diradamento i rami produttivi tendono a curvare sotto il peso dei frutti e di conseguenza la parte distale del ramo, a raccolta, dà frutti di minor pezzatura e qualità. La tecnica del raccorciamento invernale del ramo misto, diffusa in passato, può essere riconsiderata nelle attuali condizioni produttive. L’obiettivo del lavoro è verificare se si può migliorare la qualità dei frutti senza aumentare i costi di produzione, applicando il raccorciamento in epoca tardiva. Le prove sono state realizzate nel triennio 2009-2011 in un frutteto adulto allevato a palmetta. Nel 2009 il raccorciamento è stato eseguito in epoca molto tardiva (pre diradamento del frutto) sulle cv Royal Glory e Nectaross. Nel 2010 e 2011 il raccorciamento è stato applicato in pre-fioritura e post-scamiciatura su 4 cv (Springbelle, Spring Lady, Royal Glory e la medio-tardiva Nectaross). Con il raccorciamento è stato asportato un terzo del ramo. In Springbelle è stata testata anche l’asportazione di due terzi del ramo, senza diradamento dei frutti. Il raccorciamento in pre-fioritura ha favorito un aumento significativo della pezzatura dei frutti in varietà irrigate precoci (Springbelle e Royal Glory), mentre ha mostrato una progressiva riduzione di efficacia se eseguito nelle successive fasi fenologiche. Il tempo di diradamento è diminuito sui rami raccorciati, tuttavia i tempi complessivi di raccorciamento e diradamento nelle tesi a confronto sono risultati simili. Questa tecnica è interessante anche per rimuovere i frutti nella porzione distale del ramo, notoriamente di piccola pezzatura e bassa qualità

    De Bruijn sequences in spread spectrum systems: problems and performance in vehicular applications

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    Questa tesi affronta l’analisi circa il possibile utilizzo di un particolare set di sequenze, le cosiddette sequenze de Bruijn, in un sistema radar veicolare di tipo Direct Sequence Spread Spectrum (DSSS). Rispetto ad altri codici di espansione adottati nei sistemi DSSS, maggiore è la lunghezza delle sequenze del set, più la numerosità delle sequenze di de Bruijn aumenta in modo esponenziale e permette teoricamente di assegnare ad ogni radar una diversa sequenza generata, che funge da specifica chiave personale. In questo modo è possibile sviluppare un sistema radar autoconsistente in grado di lavorare senza alcuna infrastruttura necessaria all’assegnazione delle sequenze, come accade per i convenzionali codici di espansione tipo i codici Gold o i codici di Kasami. Grazie alle loro favorevoli proprietà di auto- e cross-correlazione, sono particolarmente indicati per sistemi automotive dove è molto importante rilevare con precisione un bersaglio in un contesto di radar multi-utente. Considerando le loro buone proprietà di correlazione e la loro elevata numerosità, le sequenze di de Bruijn possono essere utilizzate non solo nei sistemi radar veicolari ma anche in altri scenari di tipo Spread Spectrum, come il canale di downlink e uplink di sistemi DS-CDMA. Infatti, le sequenze di de Bruijn, nella versione standard, se selezionate accuratamente hanno proprietà di ortogonalità e quindi particolarmente vantaggioso è il loro utilizzo nel canale di downlink di un sistema DS-CDMA. Inoltre, dal set di sequenze di de Bruijn è possibile derivare un altro particolare insieme di sequenze, le cosiddette sequenze di de Bruijn modificate. Queste sequenze mostrano prestazioni migliori in termini di cross-correlazione e potrebbero essere utilizzate nel canale uplink di un sistema DS-CDMA. Al fine di verificare le prestazioni in un vero e proprio banco di prova, è stata sviluppata anche una preliminare implementazione di un radar DSSS su Software Defined Radio. Infine è stato sviluppato un simulatore per sistemi radar veicolari DSSS su scenari multi-utente. L’analisi effettuata ed i risultati sulle prestazioni ottenuti suggeriscono di evolvere questa soluzione verso le recenti tecniche di radar cognitivo tramite l’ausiliodi tecniche di visione computazionale

    Stima del consumo di potenza a livello di sistema

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    Negli ultimi anni, l’aumento della funzionalità dei System-on-Chip (SoC) hanno favorito l’esplosione del mercato delle apparecchiature elettroniche, in particolare dei dispositivi mobile e wireless. Il continuo sviluppo nel campo della tecnologia del silicio ha portato a un aumento sia dell’integrazione che delle frequenze di clock dei sistemi elettronici, facendo aumentare sia la densità di potenza che la dissipazione di energia nei sistemi. Di conseguenza, la dissipazione di potenza è diventata un vincolo importante nella progettazione di sistemi complessi o portatili. Alcuni problemi di progettazione legati al risparmio energetico stanno quindi diventando fondamentali, in particolare l’ottimizzazione del consumo delle celle, la gestione e ottimizzazione del clock e la gestione dinamica della potenza. Il primo passo necessario per ottenere un design low-power è la stima della potenza dissipata del sistema in fase di sviluppo. Recentemente, l’accento si sta spostando verso stima a livello di sistema, dove alcune buone idee per ottimizzare la dissipazione di potenza possono guidare la scelta tra diverse architetture. L’analisi della potenza a livello di sistema è certamente meno accurata rispetto a quella effettuata ai livelli più bassi in quanto l’implementazione reale delle funzionalità del sistema non sono ancora state definite, tuttavia il tempo di simulazione è molto minore le possibilità di minimizzare il consumo sono sicuramente maggiori. In questo lavoro viene proposto un nuovo framework, chiamato Powersim, che consiste in una libreria di classi C++ aggiunta al SystemC, al fine di stimare il consumo energetico di un sistema descritto a livello di sistema. Il Powersim è in grado di stimare l’energia consumata da un sistema digitale, interagendo con le operazioni aritmetiche e logiche presenti nei vari moduli che costituiscono il sistema. Inoltre, grazie al fatto che il Powersim monitora gli operatori, è anche in grado di fornire una stima della complessità computazionale del sistema

    Comfort termico nei nuovi edifici isolati. Impatto della superficie vetrata e del tipo di impianto

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    I maggiori problemi di comfort termico durante la stagione invernale, che si possono riscontrare in un edificio moderno ben isolato, sono : la zona fredda causata dalla bassa temperatura superficiale della finestra; e le ampie oscillazioni della temperatura dell’aria dovute ai rapidi cambiamenti dei carichi interni. L'oggetto di questa tesi è l'analisi dei diversi sistemi di riscaldamento e la loro efficienza nel risolvere tali inconvenienti Di conseguenza, i principali obiettivi della tesi sono di analizzare sperimentalmente e numericamente : - La profondità del discomfort termico causato dalla finestra in inverno. - Le differenze, in termini di comfort termico e di consumo energetico, tra due tipi di impianto di riscaldamento a bassa temperatura : radiatori e pavimento radiante. A tal proposito sono state eseguite campagne sperimentali in due edifici reali ed in una camera di prova in condizioni controllate. Un’analisi numerica termofluidodinamica (CFD) è stata eseguita per valutare l’influenza della geometria della finestra sul comfort termico. Un’analisi numerica, con un modello di simulazione dinamico dell’edificio,è stata eseguita per analizzare le differenze, in termini di comfort termico e di consumi energetici,tra due tipi di riscaldamento a bassa temperatura. Il comfort termico è stato calcolato, a partire dai risultati numerici e sperimentali, col metodo del PMV proposto dalla UNI EN ISO 7730. Entrambi i modelli di calcolo sono stati prima validati con i risultati sperimentali, e poi usati per le analisi. I risultati sperimentali nei casi reali evidenziano come l’impianto di riscaldamento a pavimento non riesca a determinare comfort termico durante le ore di accensione e, che la variazione dei carichi interni, comporta un aumento non controllato della temperatura dell’aria interna e del PMV. I risultati sperimentali in camera climatica evidenziano che la zona di discomfort in prossimità della finestra è pari a circa 0,5 m nel caso del radiatore, e 1,2 m nel caso del pavimento radiante. L’analisi computazione fluidodinamica (CFD) dimostra che l’influenza della geometria della finestra, parametrizzata tramite il Window to Wall Ratio (WWR), è considerevole. I risultati del modello di simulazione in regime dinamico evidenziano che le differenze, in termini di comfort termico, tra radiatori e pavimento radiante sono minime. Tuttavia i radiatori a bassa temperatura, con utilizzo intermittente, hanno un consumo inferiore rispetto al pavimento radiante di circa il 20%-25%. Nei nuovi edifici, quindi,. minori consumo di energia e buone condizioni di comfort termico si possono ottenere utilizzando radiatori a bassa temperatura

    Ruolo della proteina Sam68 nella regolazione degli eventi biologici in cellule neoplastiche

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    Sam68, una proteina che lega l’RNA, è coinvolta in vari aspetti del metabolismo degli mRNA, tra cui lo splicing, l’esportazione dal nucleo e la traduzione; la sua struttura le consente di interagire con proteine coinvolte nella trasduzione del segnale attivata dai recettori per i fattori di crescita. A sostegno dell’ormai accreditato ruolo oncogenico, diversi studi ne documentano la frequente iper-espressione in carcinomi alla prostata, alla mammella e al rene; tuttavia i meccanismi molecolari attraverso i quali Sam68 promuove la trasformazione neoplastica sono ancora poco conosciuti. In questo contesto si inserisce l’attività di ricerca da me svolta: in particolare ho voluto analizzare il ruolo di Sam68 nella trasformazione mediata da ALK., la cui variante oncogenica NPM/ALK, gioca un ruolo centrale nella patogenesi del linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL). Ho potuto osservare che:1) l’attività di ALK è in grado di modulare la fosforilazione di Sam68 con un meccanismo p60src-dipendente 2) la down-regolazione di Sam68 determina una drastica inibizione delle capacità migratorie e proliferative, ed una sensibilizzazione al cisplatino delle cellule NPM/ALK positive derivanti da ALCL 3) in seguito ad attivazione di ALK, ho potuto osservare l’associazione tra Sam68 e Vav1, un fattore di scambio per nucleotidi, la cui attivazione è estremamente importante nella trasduzione dei segnali trasformanti ALK-mediati. Questi dati hanno trovato riscontro anche in cellule di mesotelioma maligno (MM) della pleura, in cui la down-regolazione di Sam68 è strettamente correlata ad una drastica riduzione delle capacità migratorie e dei livelli di espressione del trascritto CD44v5, la cui espressione è riscontrabile durante la fase invasiva di molti tumori. Infine, il trattamento con cisplatino induce nelle cellule derivate da MM una rilocalizzazione di Sam68 dal nucleo al citoplasma, suggerendo per questa proteina un ruolo fondamentale nella risposta allo stress genotossico

    KDD process design in collaborative and distributed environments

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    Il termine Knowledge Discovery in Databases (KDD) si riferisce al processo di scoperta di conoscenza all'interno di grandi volumi di dati, per mezzo di specifici algoritmi. L'applicazione di tali tecniche a contesti organizzativi reali risulta oggi ancora limitata, principalmente a causa della complessità nella configurazione degli algoritmi di analisi dei dati e nella difficoltà nella gestione/esecuzione dei processi di KDD, che impone spesso di far riferimento a contesti di computazione distribuita ed alla interazione tra diversi utenti, tra i quali specialisti con competenze tecniche ed esperti nello specifico dominio oggetto dell'analisi. In questo lavoro viene presentata Knowledge Discovery in Database Virtual Mart (KDDVM), una piattaforma orientata a supportare utenti con diversi livelli di esperienza nella progettazione di processi di KDD in ambito collaborativo e distribuito. La piattaforma si basa su un'architettura aperta, modulare, estensibile ed orientata ai servizi, nella quale vengono messe a disposizione funzionalità di preprocessing, modellazione e postprocessing. In KDDVM, tutte le risorse coinvolte in un processo, comprese le applicazioni, i dati e gli utenti, vengono rappresentate sistematicamente per mezzo di tecnologie semantiche, a vari livelli di astrazione. In tal modo è possibile approcciare il processo di estrazione della conoscenza in modo innovativo, fornendo un supporto più efficace ad utenti non esperti nell'esecuzione di attività complesse. Tra di essi sono disponibili funzionalità per il deployment di tool eterogenei, per la ricerca sintattica e semantica, all'interno di repository, di servizi che corrispondono a determinati requisiti, per il supporto intelligente alla composizione semi-automatica di processi, nonché strumenti capaci di supportare più utenti distribuiti, in un'ottica collaborativa, nella progettazione condivisa di un processo di KDD

    I gruppi "invisibili". Una prima indagine empirica

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    Partendo da quelli che sono gli elementi definitori, si sono analizzati gli aspetti motivazionali ed economico-strategici che sono alla base dei gruppi aziendali. Quindi si è proceduto nell'approfondimento del tema dei gruppi, seguendo l’ottica delle piccole e medie imprese. Ampio spazio è stato poi dedicato a quel fenomeno che, dal punto di vista sostanziale, allarga il numero dei gruppi presenti sul territorio nazionale: molti sono i “soggetti economici” che adottano strutture “embrionali” di gruppo al fine, tra gli altri, di superare i propri limiti dimensionali e raggiungere una sufficiente massa critica e mantenere una capacità competitiva sul mercato. Si parla qui di soggetti economici e non di imprese in quanto il processo aggregativo, quasi sempre, parte e mantiene un legame diretto con l’imprenditore o quanto meno la sua famiglia. Infine sono stati illustrati i risultati della ricerca svolta nel mondo delle professioni. L’indagine è nata dall’ipotesi di poter scovare, all’interno della categoria, fenomeni di aggregazione che, pur non riconducibili alla forma gruppo intesa in senso civilistico, presentassero aspetti economici importanti. Se il commercialista o ingegnere che sia, oltre ad esercitare la libera professione, si interessasse di altre iniziative economiche attraverso la partecipazione in società, ci troveremmo di fronte ad una situazione singolare, in qualche modo riconducibile all’idea di gruppo intesa in senso economico. Molteplici sono i settori in cui si registra questo rafforzamento del sistema delle relazioni (tra professionisti ed imprenditori immobiliari, manifatturieri, di servizi, ecc.) e molteplici possono essere le ragioni che sostengono questa pratica. Partendo dalle possibili motivazioni, si sono analizzati gli strumenti ed il modus operandi finora adottati. In ogni caso l'indagine ha confermato l'ipotesi che vede l'esistenza di gruppi invisibili nel mondo delle professioni (lo studio ne ha rilevato una nutrita presenza tra gli ingegneri dell'Ordine della provincia di Macerata)

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